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Per le elezioni europee si respira, finalmente, aria di novità. Merito come sempre di Silvio Berlusconi, che vuole un profondo rinnovamento della rappresentanza italiana al parlamento europeo. Una rappresentanza che come abbiamo scritto in altre occasioni, è stata spesso scadente: scarse presenze in aula e nelle commissioni, poca conoscenza delle lingue, difficoltà di stabilire relazioni interpersonali, che nel mondo di oggi sono la base per essere ascoltati, considerati e rispettati. E Silvio, che conosce bene gli esseri umani, ha trovato – come sempre! – la soluzione giusta per essere più considerati dalla politica che conta. Un rinnovamento che si basa sulla scelta di “gente altamente specializzata, che in tutte le 23 commissioni ci siano dei professionisti”. Gente che sappia relazionarsi con gli altri, di bella presenza e che conosca l’uso delle lingue. Ed eccolo allora al lavoro, scegliendo personalmente e dopo un accurato esame, scritto e soprattutto orale, tante belle facce nuove. Una schiera di donne: belle, brave, intelligenti. Con curriculum di tutto rispetto, preparate su tutto, dall’ambiente all’economia, dalla scuola alla salute. Anche a rischio di far infuriare la mogliettina Veronica, preoccupata per il superlavoro a cui è costretto il suo adorato maritino. Ma che risultati, quanta bella gente! Gente come l’ex annunciatrice Rai Barbara Matera, l’affascinante pianista sassarese Cristina Ravot e Licia Ronzulli, Angela Sozio la rossa del Grande Fratello e Albertina Carraro (figlia di Franco). Gente come Eleonora Gaggioli che può vantare addirittura di aver recitato in Don Matteo e in Elisa di Rivombrosa, Camilla Ferranti, reduce da Incantesimo e la giornalista….(NOME RIMOSSO A RICHIESTA DELL’INTERESSATA). Gente in gamba, e per nulla incline alla piaggeria o al servilismo: gente come Giovanna Del Giudice, vicepresidente del movimento “Silvio ci manchi”. Ovviamente ci sono anche le piacevoli conferme: le deputate Lorenzin, Giammanco e Mannucci, dette anche 90-60-90. Purtroppo, come al solito, c’è chi per invidia, cattiveria, mancanza di rispetto,  critica e insulta. Oltre ai soliti comunisti acidi, stavolta ci si mettono anche quelli della Fondazione Fare futuro. In un  articolo pubblicato sul web magazine della fondazione del noto sovversivo Gianfranco Fini, attaccano ingenerosamente le scelte del premier. "Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole e la cooptazione di giovani, talvolta giovanissime, signore di indubbia avvenenza ma con un background che difficilmente può giustificare la loro presenza in un’assemblea elettiva come la Camera dei deputati o anche in ruoli di maggiore responsabilità è un modo di fare politica con il corpo delle donne. Niente a che vedere con il bravo Gianfranco, che riuscì a portare in politica un genio come Alessandra Mussolini. Proseguono i futuristi di Fini: “Assistiamo ad una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto a che fare, allo scopo di proiettare una falsa immagine di freschezza e rinnovamento. Questo uso strumentale del corpo femminile, al quale naturalmente le protagoniste si prestano con estrema disinvoltura, denota uno scarso rispetto da un lato per quanti, uomini e donne, hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il proprio lavoro, dall’altro per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima". E l’adorata mogliettina Veronica, che parla di “Ciarpame senza pudore attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e con la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti” Mara Carfagna avrà certamente letto ed applaudito la mogliettina del capo. E sarà rimasta sorpresa dalle incredibili rivelazioni contenute nell’articolo di FareFuturo: l’Italia ha una bassa percentuale di donne elette alla Camera dei deputati (21,3%). Chissà chi ha deciso le liste, forse è stato il Grande puffo. Altra incredibile rivelazione è che l’Italia, insieme a Grecia e Portogallo, ha pochissime donne ministro, e addirittura sembra che vengano messe in posti di scarsa rilevanza, solitamente senza portafoglio, oppure tradizionalmente "femminili", come l’istruzione. La Ministro Gelmini ha trasecolato: non ci voleva credere! Bravo Fini, bravi amici della Fondazione Fare Futuro. Meno male che c’è la destra di regime, che ci spiega queste cose che noi, gente di sinistra abituati alla frequentazione dei salotti buoni (l’edicolante, il bidello, il professore delle medie, l’impiegata di banca) non avevamo mai notato! Mentre tornate a dormire, vogliamo dirvi che le cose nel tempo sono comunque molto cambiate: qualche anno fa era il glorioso tempo dei nani e le ballerine, oggi è il tempo di Silvio e le Veline. E’ un grande cambiamento, ammettetelo: ora si volta pagina. Anzi, per colpa vostra (e forse della mogliettina arrabbiata?) Silvio è stato costretto ad una parziale marcia indietro: alle bellocce con poca esperienza e conoscenza del parlamento è stato costretto, accidenti a voi, ad affiancare persone esperte, solide, di provata fede e rettitudine morale. Dei professionisti: Paolo Cirino Pomicino, (o, per rinnovare, sua figlia). E soprattutto la trionfale candidatura di ritorno del figliol prodigo del PdL: Clemente Mastella. Scriveteci un bell’articolo!

A proposito: per gente competente, brava, intelligente, giovane (indipendentemente dalla misura del reggiseno), ci sarà spazio la prossima volta. Forse.

Buon tutto!

 

Cari piccoli lettori dello Scarabocchio, non dimenticatevi di firmare per destinare il 5 per mille a qualcuno di vostra fiducia. Noi, come ogni anno, lo facciamo in favore dell’Associazione per la lotta al neuroblastoma.

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Qualche giorno fa il Parlamento europeo ha votato per la nascita di un’Agenzia europea per la qualità dei prodotti agroalimentari. In pratica, una Efsa 2. Perché 2? Perché l’Efsa 1 esiste già: è l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che grazie al grande impegno del nostro Silvio Berlusconi, fu collocata a Parma strappandola alle grinfie di Helsinki. Ora nascerà l’Efsa 2. E le autorità di Parma ci sono rimaste male. Perché, anche se nelle intenzioni questa nuova agenzia collaborerà strettamente con l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) di Parma e con le unità della Commissione Ue responsabili della tutela della qualità alimentare e maggiore tutela comunitaria e internazionale per Dop e Igp, in molti vedono questa proposta come un possibile depotenziamento di quella di Parma. Povero Presiedente del ConSilvio, povero cavalier Berlusconi, che su questa vicenda si era speso personalmente e con una particolare generosità? Quanto sarà afflitto, umiliato, disperato per lo sgarbo e il torto subito?  Perché, nonostante la pronta candidatura di Parma, avvenuta sin dal 2000, quale sede “naturale” per un Authority sulla sicurezza alimentare, le demoplutocrazie burocratiche di Bruxelles avevano assegnato la sede dell’Efsa ad Helsinki, calda ed accogliente città finlandese. Silvio Berlusconi, primo ministro italiano, non poteva accettare un così grave affronto. E fece il possibile e l’impossibile per convincere i suoi colleghi europei per cambiare la decisione, dando l’Authority alla città del cibo per eccellenza: la nostra bellissima [[Parma]]. Per vincere la sua guerra, arrivò persino al sacrificio estremo: rispolverando tutte le arti da playboy che ben conosceva, e lasciando a bocca asciutta per una sera, le veline, le letterine e le ministre di turno, riuscì dopo una notte di incontro al calor bianco a convincere persino la primo ministro finlandese, la signora Tarja Halonen. La guerra fu vinta: Parma ebbe la sua brava Authority, e Silvio un altro cuore femminile nella sua nutritissima collezione. Fu un grandissimo successo, che tutto il mondo ci invidiò: il viagra, all’epoca, non era così diffuso. Ovviamente, per sbrigare la formalità, il governo italiano dovette promettere un sacco di cose: dare all’Efsa in tempi brevi una sede confacente all’importanza dell’Agenzia. Costruire una Scuola Europea a Parma, in collegamento con l’Efsa, visto il numero di funzionari di Bruxelles che sarebbero dovuti arrivare. Creare collegamenti aerei tra Parma e l’Europa, le sue città principali. Berlusconi fece tutte le promesse che gli venivano richieste. Sappiamo bene che fare promesse è la cosa che gli piace di più e gli riesce meglio. Per iniziare, c’era da fare l’inaugurazione. Ed ecco in quattro e quattr’otto sede (provvisoria) scuola (provvisoria) e aeroporto con i voli (provvisori). Un trionfo del governo Berlusconi: era riuscito là dove tutti avevano fallito: portare in Italia un pezzo d’Europa. “Quando abbiamo assunto la responsabilità del governo non c’era nessuno che si sarebbe giocato un soldo sulla possibilità che un’agenzia ormai assegnata alla Finlandia, potesse cambiare indirizzo e venire in Italia”. Bravo, bravo, bravo! Al pari di Bruxelles e Strasburgo, Parma era diventata una capitale europea! L’inaugurazione dell Efsa fu un vero trionfo: Silvio e il Presidente della Commissione europea [[Barroso]], mano nella mano, rapiti dall’avvio di questa fantastica Agenzia. Che solo a Parma poteva stare: perché, come disse Silvio, “Non c’è alcuna possibilità di confronto tra il culatello di Parma e la renna affumicata”. A Berlusconi fare promesse piace tantissimo: è un sognatore, un visionario, un generoso. Ma mantenerle gli piace molto meno: è noioso, burocratico, realistico. E così, anno dopo anno, direttore dopo direttore, rinvio dopo rinvio, l’Efsa è in crisi. Il bilancio 2007 mostra che dei 61 milioni di euro di budget, 24 (poco meno della metà) vanno per pagare gli stipendi dei 326 dipendenti (14 milioni) e per le spese di recruitment (2 milioni l’ anno!). Dei 19 milioni di attività operative all’acquisto e conservazione libri sono destinati solo 6 mila euro, alla biblioteca speciale 8 mila, alle spese di pubblicazioni: 25 mila. E tra gli 8,6 milioni spesi per le infrastrutture, compare una voce monstre per l’ affitto (2,3 milioni l’ anno): perché, nonostante l’inaugurazione con Silvio e Barroso, l’Efsa non ha ancora una sede. Che ne è stato di tutte quelle promesse? A Berlusconi fare promesse piace ma mantenerle è noioso. Forse per questo che i lavori per la vera e definitiva sede dell’Efsa sono ancora in alto mare: dovrebbero partire  a maggio del 2009 e concludersi nel 2011, ma l’accelerazione è stata data, dopo anni di litigi, ritardi e decisione contrastanti nel febbraio del 2009. Sarà per questo che della sede Scuola Europea non c’è traccia, che solo ora il Governo ha individuato il metodo di "leasing in costruendo" sul progetto predisposto dal Comune di Parma che prevede la costruzione della nuova Scuola Europea nella zona del Campus universitario, ma i soldi non ci sono, visto che il disegno di legge per la scuola è stato discusso il 26 marzo 2009, curiosamente proprio dopo il voto europeo che dava il via a EFSA2. E sarà sempre per la noia del mantenere le promesse che l’aeroporto di Parma, a cui furono destinati 20 milioni di euro per l’investimento
ha collegamenti con Tirana, con Bucarest, con Borgo a Buggiano. Ma, a parte una quindicina di giorni proprio in coincidenza con l’inaugurazione dell’Efsa, non ci sono voli per Bruxelles né per Parigi, né per Berlino, né per Strasburgo. A Londra ci va un aereo al mese, se si ricordano di mettergli il carburante. E per tutto il resto, c’è la cara vecchia automobile, o se si vuole la bicicletta, per andare a Milano o a Bergamo: come ai bei tempi in cui gli aeroplani non volavano!

Se vuoi concludere la lettura del post, scoprire come va a finire e sorriderci su, vai a Giornalettismo

 

Buon tutto!

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Siamo tutti puntini sperduti, che navigano a tentoni nel buio in cerca di un qualcosa che non sappiamo pure di preciso cosa sia. Eppure, a volte, improvvisamente tutto si fa chiaro. Vedere la foto con la quale la Nasa ha ricostruito una ipotetica terra di notte rende tutto più chiaro. Il buio non c’è più, e tutto diventa luminoso, come quei continenti illuminati a giorno: la vecchia cara Europa, Gli USA, il Giappone. Le aree di nuovo benessere, alcune zone della Cina, ad esempio. In quello sfavillio di luci, che assomiglia tanto alla notte coperta di stelle, si chiarisce bene perché nel mondo c’è ancora tanto da fare: perché anche nel buio che tutti ci avvolge, non siamo tutti uguali. C’è chi c’ha, come direbbe qualcuno, e c’è pure chi non c’ha. E’ vero, lo sapevamo già. Lo sapevamo che le stelle stanno a guardare. E che anche gli uomini e le donne di una bella fetta di pianeta, con la vita illuminata a giorno per 24 ore su 24, immersi di vita e di problemi noiosi e antipatici da sgridare, non sanno neppure cosa significhi l’idea di una notte nera e senza fine. Ma guardando quello sterminato spazio nero che è il continente africano, o buona parte dell’America latina, o della stessa Asia nelle sue aree abitate, il pensiero si schiarisce come nessuna lampadina o faro illuminato a giorno nella notte europea giapponese o americana riesce a fare. E la luce della voglia di cambiare e di combattere perché le cose cambino, perché  gli uomini la smettano di guardare il mondo come farebbero delle stelle immobili e lontane, perchè si costruisca un domani dove tutti insieme si viva in un mondo forse meno illuminato a giorno ma più illuminato per tutti torna ad essere forte, e chiara.

Buon tutto!

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Caro Silvio Berlusconi,

Lei ha annunciato che, per la prima volta da quando è un uomo politico, parteciperà ad una manifestazione per commemorare il 25 aprile, perché “di questa festa non se ne appropri soltanto una parte”. Lo accoglieremo a braccia aperte, come un figliol prodigo che torna alla casa. Sarà davvero bello vederLa sfilare in mezzo a noi. E non si preoccupi se qualcuno fischierà. La maggior parte di noi sarà contenta di vederLa festeggiare. Però, signor Presidente, mi creda: se Lei per anni non ha festeggiato il 25 aprile, è un suo problema. Perché il 25 aprile si festeggia il ritorno alla libertà. E Lei, che della libertà si è sempre definito un alfiere, Lei che ha addirittura fondato un partito che si chiama “Il Popolo delle libertà” avrebbe dovuto da sempre essere al nostro fianco. Ma non importa, meglio tardi che mai. Siamo lieti che si unisca a noi. Lo sarà anche un distinto signore di 80 anni. Lui, che nel 1944 a 16 anni abbandonò la casa per seguire l’esercito inglese nella risalita che lo portò dall’Umbria fino a Venezia. Lui che è sempre stato “comunista” ma che ha sempre amato il suo paese, la libertà, la democrazia. Lui che è sempre stato comunista ma ha sempre pianto davanti al cimitero anglo-americano di Anzio, dove tutte quelle croci bianche ci parlano di tanti ragazzi che vennero a morire in terra straniera per ridare la libertà ai nostri nonni, ai nostri padri, a noi. Certo Lei, signor presidente del Consiglio, avrà letto le dichiarazioni di un ministro del suo governo, un certo Ignazio La Russa, che distingue tra i “partigiani rossi” e gli altri, dicendo che i primi non possono essere celebrati come portatori di libertà. Parole che hanno dato un grande dispiacere a quel distinto signore di 80 anni che era contento della sua adesione alla festa del 25 aprile. Un signore di 80 anni che ha combattuto per la libertà rischiando la vita e la sua gioventù e che ha festeggiato con gioia ogni anno dal 1945 sino ad oggi, assieme ai suoi amici cattolici, liberali, repubblicani, socialisti. Mentre quel suo ministro non ha mai festeggiato, anzi, per molto tempo e anche recentemente, ha difeso coloro che combattevano – naturalmente, in buona fede – “dall’altra parte”. Che, per non essere ipocriti, era la parte della dittatura, di Hitler, dello sterminio degli ebrei. Quel distinto signore sa bene che  in nome del comunismo sono stati fatti tanti errori. Lo diceva già nel 1956, quando pochi se ne erano accorti. Ma sa anche che quei ragazzi di allora ci regalarono un sogno. Ci regalarono questo paese un po’ malandato e con tanti problemi. Ma tutto sommato anche vivo, vitale, con tante energie positive. Un paese che – come ci ricordano quei ragazzi italiani di allora, di diversa fede politica, di diverso orientamento religioso che scelsero di combattere tutti insieme per la libertà di tutti – non è di proprietà di nessuno. Ma in cui ognuno di noi, comunista o ex comunista, liberale o ex liberale, democristiano  o ex democristiano, post fascista, qualunquista, leghista ha il diritto di sentire “suo”. Tutti i giorni dell’anno. Anche il 25 aprile. Per questo, nel darle il caloroso benvenuto tra i partecipanti alla festa della liberazione, le ricordiamo di essere con noi non solo a parole e non solo per un giorno. A difesa della libertà, della Costituzione italiana (su cui Lei ha anche giurato), della democrazia non come costruzione formale ma sostanziale. Lo deve a se stesso, ai suoi figli, a noi, e a quel distinto signore di 80 anni che da giovane comunista regalò assieme a tutti gli altri e agli ango-americani la libertà. Quel signore che da 64 anni festeggia con gioia il 25 aprile: il mio papà.

Buon tutto!

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C’era una volta, nel paese più bello del mondo, Biancosilvio: il figlio del principe azzurro e di Biancaneve. Biancosilvio regnava felice nel suo bel castello con accanto i suoi servi più fidati, i 7 nani: Bonaiutolo, Bondolo, Tremontolo, Schifanolo, Dell’Utrolo, La Russolo e il più piccolo di tutti: Brunettolo. Brunettolo era il suo servo prediletto: per questo diceva sempre che era un Re nato. Brunettolo veniva da una città incantata, la città più bella del belpaese: Veneziola. Era una città costruita tutta sull’acqua, piena di monumenti, di scorci unici al mondo. E calli, campi, chiese, palazzi, canali, sottoporteghi. Un posto talmente bello che è difficile persino immaginarlo. Purtroppo, anche quella città, come nel resto del Belpaese, era prigioniera di una terribile dittatura di un manipolo di briganti ed assassini, una setta terribile che tutti chiamavano La sinistra. Brunettolo viveva a corte, circondato da tutti gli onori e favori delle damigelle, attratte dalla sua avvenenza e dalla sua statura unica al mondo. Era ricco, bello e famoso: Il suo padrone Biancosilvio se lo teneva sempre accanto, sentendosi così più alto e dunque più vicino alle vette della sapienza. E gli aveva concesso una onoreficienza mai assegnata prima: lo aveva nominato signore dei tornelli. Ma Brunettolo non era felice: soffriva di una grande nostalgia per la sua amata Veneziola, da cui si era allontanato da tanti anni. E in cuor suo aveva un sogno: liberare Veneziola dal giogo oppressivo di Mastro Cacciaro, che teneva schiava la città e ne soffocava la sua naturale vocazione.

Perché Mastro Cacciaro era un fautore dell’”urbanistica bulgara”, e dalla sua abitazione, Ca’Farsetti, pensava per la città appoggiata sul mare la conservazione di un patrimonio unico che tutto il mondo invidiava al Belpaese, mentre per i suoi quartieri di terraferma lo sviluppo di piste ciclabili per incentivare l’uso della bicicletta, un noto simbolo comunista. Brunettolo, invece, che tanto aveva imparato dal suo signore e padrone Biancosilvio in materia di case e di edilizia, sognava per la sua adorata città una pioggia sana e vivificatrice: una pioggia di cemento. Per questo, si preparava a cacciare il Cacciaro, ed aveva chiamato un mastro architetto veneziano, Sior Carraro l’Umberton, che era stato un politico famoso nell’epoca d’oro di Santo Craxio, e che da sempre immaginava per la sua Veneziola  un nuovo sviluppo economico fatto di case, palazzi, ponteggi e costruzioni. Ci aveva provato molte volte, il povero Brunettolo a diventare il doge di Veneziola. Ma senza successo. Stavolta, sentiva nel Belpaese l’aria giusta: neuroni a pezzi, sinapsi arrugginite, coscienza civile ridotta ai minimi termini. Era pronto per modernizzare la città e sottrarla alla dittatura della sinistra. Il primo obiettivo era costruire in riva alla laguna, che Brunettolo sognava “luogo di connessione della città antica con la città di terraferma”, la povera Mestrole di cui nessuno parlava mai, che per Brunettolo doveva conquistare “la sue residenze sul proprio waterfront, in un paesaggio comune che avrebbe legato le due città, l’antica e la moderna”, Veneziola e Mestrole, costruendo quartieri residenziali lungo l’area della Laguna, liberandola dai vincoli paesistici ventennali che La Sinistra dittatrice imponeva ai poveri Venezianoli derelitti.

Un sogno bello, nuovo moderno. Come l’altro che Brunettolo accarezzava: Dracula Presidente dell’Avis. A nulla servivano i pareri di illustri architetti ed urbanisti del Belpaese e di Veneziola, che dicevano che “il waterfront lagunare va salvaguardato nelle sue unicità, soprattutto dai Pili a Campalto, magari anche proprio attraverso nuovi collegamenti ciclabili e pedonali che uniscano le sue isole, come previsto dal piano regolatore” o che si trattava di “una proposta demenziale perché è noto che nel Veneto e nel veneziano ci sono molte più case di quelle che servono e che il problema è semmai quello degli affitti troppo alti”. Pareri di gente invidiosa, mediocre, senza slanci e senza visione del futuro. Brunettolo per la sua adorata città voleva il meglio. E già immaginava, una volta finito il Mose, un nuovo porto alla bocca di Malamocco, la sublagunare fino al Lido, scavando canali fino a 14 metri. Sorridendo alle calunnie di chi lo accusava che ogni 50 centimetri scavati c’è un milione di metri cubi di fanghi da sistemare, e che raccontava che ai Moranzani ne erano già stati messi 3 milioni e mezzo. E già vedeva i quartieri residenziali spuntare come funghi lungo l’area vincolata della gronda lagunare, con meno aree pedonali e meno piste ciclabili, e invece strade più larghe e scorrevoli per stimolare il commercio in città. Che meraviglia, che sogno: una Veneziola finalmente libera, leggera, pronta ad occupare il posto che le spetta tra i capolavori dall’avidità umana.

Se vuoi continuare a sorridere con Brunettolo il nanolo, leggi loa conclusione del post su Giornalettismo

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Berlusconi e il suo governo sono encomiabili. Si stanno spendendo per i nostri concittadini abruzzesi, così duramente colpiti da sisma che ha raso al suolo buona parte della Provincia de L’Aquila come nessun governo aveva mai fatto. Instancabili. Incredibili. Formidabili. Silvio Berlusconi si è recato per giorni e giorni nell’Abruzzo sconvolto dal sisma. Ha stretto mani, ha pianto con dolore sincero accanto ai parenti delle vittime. Ha promesso che farà qualsiasi cosa per far tornare tutto come prima, anzi meglio. E, da uomo d’affari, pragmatico e che non promette invano qual è, si è subito messo in cerca della cosa che, passata la prima emergenza, è più importante per gli Abruzzesi. La fiducia nelle istituzioni, in una ricostruzione delle case rapida ed efficiente. Per queste cose, Berlusconi – che è anche un palazzinaro, pardon costruttore, di gran livello – servono i danè. I soldi, insomma. E per questo lui, capo indiscusso e indiscutibile del centro destra (“Non si muove foglia che Silvio non voglia” è il motto), ha subito preso, una decisione che va proprio nella giusta direzione: non accorpare alle elezioni amministrative ed europee del 7 giugno il referendum abrogativo di parte della Legge elettorale. La legge-porcata, così come la definì colui che l’ha scritta e fatta approvare: il genio della lampada Alì Babà Calderoli. Una scelta che avrebbe permesso di risparmiare minimo 180 milioni di euro, secondo la stima – forse un po’ risicata, alcuni parlano di 300-400 milioni – di un altro genio, Bobo Saxofone Maroni. Quelli che contestano questa scelta e che protestano che in questo modo si sprecano risorse preziose che sarebbero potute andare – per esempio – per la realizzazione delle strutture abitative provvisorie in cui gli oltre 20 mila sfollati dell’Abruzzo potranno passare il prossimo inverno, in attesa che le case comincino ad essere costruite, sono i soliti disfattisti. Silvio Berlusconi ha fatto la cosa giusta, come sempre: ha preferito accontentare la Lega Nord nella sua sacrosanta richiesta di andare a votare in un’altra data, per rendere più difficile il raggiungimento di votanti necessario a rendere valido il referendum. Se passasse il referendum, infatti, la Lega nord avrebbe meno possibilità di ricattare continuamente l’esecutivo. A chi ha l’ardire di contestare al governo il piccolo e insignificante spreco di questi soldi, che sarebbero potuti andare agli sfollati abruzzesi, Silvio Berlusconi può opporre una nobilissima ragione: se non avesse deciso (da capo assoluto ed indiscusso del centro destra) di fare questo regalino alla Lega nord, Bossi avrebbe fatto cadere il governo. Meno male che Silvio c’é. Già sembra di vederlo dopo il referendum, tornare in pellegrinaggio a L’Aquila, a Onna, nell’Abruzzo sventrato tra i terremotati. A stringere mani, fare promesse, piangere con dolore sincero sulle tombe delle vittime. E rassicurare tutti. I soldi per l’emergenza li avrà trovati un altro genio, il Rag. Ugo Tremonti:ad esempio, rubandoli alle associazioni di volontariato che ricevono i soldi del 5 per mille: malfattori matricolati come l’Associazione per la ricerca contro il Cancro, l’Associazione per la lotta al neuroblastoma, Medici senza frontiere, Amref, e molti altri come loro. Non basteranno, forse, ma saranno comunque meglio di niente. E per le associazioni di volontariato, ci saranno molte strette di mano e pacche sulle spalle da dare.

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La scuola italiana è stata finalmente liberata. A salvarla,  dopo 1245 anni di dittatura comunista, ci ha pensato una bella, brava e buona ragazza bresciana, pragmatica, volitiva, intelligente: la nuova Stella del firmamento della politica italiana: la ministro dell’Istruzione Gelmini, che ha varato una riforma organica, completa, inattaccabile. Una riforma pensata nell’esclusivo interesse delle famiglie, per riavvicinare gli italiani, disgustati dall’occupazione della scuola da parte della sinistra, alla pubblica istruzione. Talmente organica e meditata da essere stata varata in un pacchetto di decreti legge emanati a distanza di mesi l’uno dall’altro. Il cui caposaldo è contenuto nel decreto legge n. 154 emanato il 7 ottobre 2008 (poi convertito dalla legge 4 dicembre 2008, n. 189), tutto rivolto alla riforma della scuola, ai desideri delle famiglie, al bene di docenti e di studenti, come si capisce dall’inequivocabile titolo “Disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali”. Un disegno organico: il ritorno del voto in condotta, la revisione dei piani di studio e di insegnamento, cioè la revisione del numero di ore settimanali che prevede per la scuola primaria la preferenza per l’attivazione di classi affidate ad un unico maestro e funzionanti per 24 ore settimanali, La riduzione del numero di scuole per non superare la consistenza numerica dei punti di erogazione dei servizi scolastici relativi al precedente anno scolastico 2008/2009, adeguandole ai parametri già fissati dal D.P.R. n. 233 del 1998, ossia allo standard compreso tra i 500 e i 900 alunni, quale requisito per il conferimento dell’autonomia. Qualche piccolo malumore questa organica riforma lo ha destato: disfattisti che hanno osato persino insinuare che la logica unificante e dominante degli interventi normativi è più quella di razionalizzare e contenere la spesa pubblica nell’Istruzione che quella di fare una vera ed effettiva riforma del sistema coerente e con specifiche finalità pedagogiche di fondo. Ma fortunatamente la ministro Gelmini non si è fatta intimidire: ha tirato dritto per la sua strada, forte del consenso del 255% dei docenti e del 345% delle famiglie, finalmente libere dal ricatto della sinistra. Un consenso forte, evidente, netto. Tutti a lodare la giovane ministro, per aver finalmente liberato la scuola dal giogo oppressivo della sinistra, a ringraziarla con tutto il cuore. E lei, buona e generosa, pronta a tendere una mano anche a quella sinistra che ha odiosamente occupato per 1245 anni la scuola, ha fatto una piccola concessione. Piccola, è vero. Una cosa da nulla: ha rinviato la riforma di un anno. E ha trasformato la scelta obbligatoria del maestro unico alla scuola elementare in una opzione facoltativa, a richiesta delle famiglie. Le famiglie che erano tutte dalla parte della ministro. Infatti, appena il 95% della famiglie ha scelto il tempo pieno e il mantenimento dei plessi con la compresenza dei maestri. Ben il 10% delle famiglie hanno scelto le 24 e le 27 ore in prima elementare, il modello di riferimento per il futuro secondo la giovane ministro, brava, bella e competente: per lei si è trattato di un grandissimo successo personale. Le famiglie tutte dalla sua parte, la scuola liberata dal giogo oppressivo della sinistra. Gioisce, pensando che se si rispetteranno scrupolosamente le sue disposizioni, su quasi 294 mila famiglie che hanno richiesto un tempo scuola di 30 ore a settimana, ci saranno risorse per accontentarne meno di 16 mila. Ma anche questa è una quisquilia.Perché le 278 mila famiglie che non vedranno accolte le loro richieste capiranno. Si renderanno conto che il successo di una scuola italiana finalmente liberata dalla sinistra, una scuola efficiente e  pragmatica vale qualche piccolo e insignificante sacrificio. Ma la ministro Gelmini non dimentichi che la sinistra è infida, e non bisogna mai abbassare la guardia, perché la propaganda comunista è sempre in azione. Infatti, ecco un articolo pubblicato sul Piccolo.it in cui si parla di Cristina Canciani, una signora che abita a Muggia, in provincia di Trieste. Secondo quel giornale, la signora avrebbe iscritto per il prossimo anno scolastico, la propria figlia Stefania alla prima elementare in una scuola slovena, la “Pier Paolo Vergerio il Vecchio”. Un istituto, con lingua d’insegnamento italiana, che si trova a Crevatini, a soli 7 chilometri dal centro di Muggia. La signora, poveretta, avrà certamente iscritto la propria figlia a quell’istituto per ragioni logistiche, per la vicinanza con la propria abitazione. Ma quei disfattisti della sinistra hanno subito montato un caso contro la povera ministro Gelimini. E, senza alcun pudore, hanno rilanciato un’intervista alla mamma di Stefania, che spiega di avere scelto convinta “dalla disponibilità, dall’organizzazione e dalla chiarezza mostrataci da subito dal personale della scuola di Crevatini.” Le insinuazioni che dietro questa scelta, fatta – oltre che dalla signora Canciani, da altre 7 famiglie di Muggia si debba all’incertezza legata ai provvedimenti firmati dal ministro Maria Stella Gelmini e ai tagli del governo italiano a confronto con l’efficienza riscontrata nella scuola d’oltre confine, sono rozze e volgari, tipiche della sinistra disfattista. Ma non si preoccupi, ministro Gelmini. Noi italiani dell’entroterra siamo tutti con lei. Iscriveremo i nostri figli nelle scuole pubbliche delle nostre città, paesi, isolette. Anche se dovremo fare 100 km per trovarne una aperta, anche se non ci saranno più gli insegnati, i banchi, le aule. Capiremo, sopporteremo, applaudiremo: dalle nostre case, la Slovenia è troppo lontana.

Buon tutto!

Questo post è stato pubblicato su Giornalettismo

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In questi giorni di festa, mentre continuano a scorrere le tristi immagini di gente che ha perso tutto (a volte anche le vita) a poche decine di chilometri da qui, può bastare un piccolo raggio di sole ad illuminare pensieri addormentati da pranzi troppo abbondanti e da incontri con parenti lontani. Un pensiero piccolo, forse fin troppo semplice, da sembrare quasi insignificante. Un pensiero forse troppe volte scritto, masticato, digerito, in un mondo dove le parole spesso perdono il loro significato per diventare una specie di colonna sonora senza senso dello scorrere  noioso delle nostre vite apparentemente prive di senso. Questo pensiero è l’amore. Amore, tante volte cantato da mille poeti, e forse troppo poco vissuto in quella che è la sua essenza profonda, semplice e vera, che è il volere bene a se stessi, alle persone che ci sono vicine, e in generale a tutta questa pazza e variegata umanità, a volte generosa e a volte meschina, a volte insopportabile e a volte necessaria. Non l’amore aulico, angelicato, celeste, “virtuale”, algido dei poeti. Quello vero, “reale”, umano che si confonde in sguardi, sorrisi, carezze. Quello stesso amore che guidò quel Gesù di Nazareth, quel cristo che salì sulla croce, proprio 2009 anni fa, o giù di lì. Quell’amore descritto da Alvaros de Campos, o meglio Fernando Pessoa, grandissimo scrittore portoghese, che mi è capitato per caso di rileggere in questi giorni. Perché scrivere d’amore può sembrare ridicolo, e invece è ancora – oggi e sempre – la via migliore (forse, l’unica) per affrontare le giornate che ci attendono vivendo pienamente l’essenza stessa del nostro essere persone “reali”. Per questo, in questi giorni di festa, facciamo parlare un poeta e un grande cantautore che meglio di chiunque altro è riuscito ad interpretare questo nostro confuso pensiero.

Buon tutto!

Dedicata a tante persone, ma soprattutto ad Angelo. E ad Alessandro, ovunque ora sia. A mercoledì con il solito Scarabocchio. Se vi va.

 

LE LETTERE D’AMORE  (Roberto Vecchioni)

Fernando Pessoa chiese gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo…
così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì
di fingere fogli
di fare male ai fogli…
e la finì di mascherarsi
dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c’è
e alla fine chiederle "scusa
se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me…"
e le lettere d’amore,
le lettere d’amore
fanno solo ridere:
le lettere d’amore
non sarebbero d’amore
se non facessero ridere;
anch’io scrivevo un tempo
lettere d’amore,
anch’io facevo ridere:
le lettere d’amore
quando c’è l’amore,
per forza fanno ridere.

E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.
Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena
di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano…
e capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…
e scrivere d’amore,
e scrivere d’amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere;
e non aver paura,
non aver mai paura
di essere ridicoli:
solo chi non ha scritto mai
lettere d’amore
fa veramente ridere.

Le lettere d’amore,
le lettere d’amore,
di un amore invisibile;
le lettere d’amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d’amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo

se avessi ancora il tempo

per potertele scrivere…

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La Pasqua porta grandi novità. Il decisionismo della nuova Italia Berlusconiana trionfa ancora. Ai decisionisti della nuova Italia sono bastati appena 374 giorni dall’assegnazione dell’Expo Universale a Milano per creare la società di gestione dell’Evento. Ora la grande iniziativa "Nutrire il pianeta, energia per la vita" potrà tranquillamente decollare. E sarà una straordinaria opportunità per riflettere su un tema epocale come la nutrizione del mondo e per offrire all’Italia una grande vetrina internazionale, e per permettere a Milano di essere finalmente all’altezza con le metropoli europee. Mancano solo 2  trascurabili dettagli: la sede della società (dal primo aprile non ha più quella vecchia)e  i soldi per finanziare le opere da realizzare e l’evento. Ma sono quisquilie senza importanza. Per gestire un evento così importante e così complesso è stato chiamato un uomo eccezionale: Lucio Stanca, nominato Amministratore delegato della società. Un uomo che, per la gravosità del compito che lo aspetta, è stato compensato in modo parco, senza scialacquare. D’altronde, sono tempi di crisi e bisogna essere rispettosi della povera gente che perde il posto di lavoro, e ora – con il sisma d’Abruzzo – soprattutto di coloro che hanno perso proprio tutto. Quindi, per il compito gravoso al povero ex Ministro e attuale deputato al parlamento sono stati offerti solo  480mila euro, tra retribuzione e bonus: una vera miseria. Per dargli questi pochi soldi il governo Berlusconi è stato anche costretto a derogare le leggi vigenti in materia di retribuzione per incarichi di società a capitale pubblico, facendo ad hoc una norma nel decreto con cui Berlusconi ha fissato i criteri di governance dell’Expo. Povero Lucio, per un compito così Stanca-nte bisognava pur fargli un piccolo omaggio. Ma il nostro ex ministro è un uomo eccezionale, lo abbiamo già detto. E nonostante il compito sia molto impegnativo, ha deciso di restare al suo posto in Parlamento, sfidando le assurde regole sull’incompatibilità  tra incarico di parlamentare e amministratore di società. Le norme, infatti, sono controverse, e Lucio Stanca è molto rispettoso delle leggi: ha detto che lascerà che a decidere sia la Giunta per le elezioni. Nel frattempo, si sacrificherà per il bene del popolo, della nazione e di Milano: continuerà a fare il parlamentare dal lunedì al venerdì, e farà l’Amministratore delegato dell’Expo il sabato e la domenica. Dovrà mettere in moto una macchina complessa, che parte con appena un anno di ritardo, che deve ancora trovare i soldi per le opere e che richiede il coordinamento di molte istituzioni locali, mediazioni tra punti di vista e interessi non sempre convergenti. Sarà certo un’attività che lo Stancherà un po’, ma l’Expo di Milano val bene una messa, no? E poi, l’infaticabile Lucio potrà contare sull’aiuto di un’altra campionessa del disinteresse e della dedizione al lavoro: Diana Bracco, la presidente dell’Expo 2015, che anche lei è costretta per il bene della nazione a ricoprire contemporaneamente la carica di presidente degli industriali milanesi. La poveretta, massima rappresentante degli interessi degli imprenditori privati di Milano, resterà alla guida della società che dovrà gestire miliardi di euro pubblici da distribuire tra le imprese private che costruiranno strade, metropolitane, padiglioni, residenze a Milano. Un sacrificio notevole. Anche perché nel frattempo la poverina, si è vista – di certo con sua grande sorpresa e sconcerto – anche modificare la destinazione d’uso di un’area industriale di sua proprietà a cinque minuti di auto dai padiglioni dell’Expo dalla giunta di centrodestra, e su quell’area sarà costretta a costruire alberghi e centri commerciali. Un impegno faticosissimo, al quale – per non essere da meno al suo Amministratore delegato – anche lei si dedicherà ovviamente durante il tempo libero. Nel frattempo, la macchina dell’Expo continuerà ad andare. Liscia, come l’olio. Quell’olio che serve per ungere tutte le ruote. Possiamo stare tranquilli. Sarà una fatica improba, sarà  Stanca-nte, ma Bracco e Stanca non lasceranno indietro nessuno. Neppure a Milano.

Buon tutto!

(Auguri a tutti i 36 piccoli lettori dello Scarabocchio!!!)

(Forza, Abruzzo!!!! Siamo con voi!)

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Sono le  5,21 del 28 dicembre 1908. E’ lunedì, è buio e fa freddo. A Messina gran parte della popolazione ancora dorme. C’è stata gran festa ieri sera: la festa di santa Barbara. Ora tutti riposano, anche se i panettieri iniziano a sfornare il primo pane caldo del mattino. Il silenzio è squarciato improvvisamente da un boato. Dopo la terra ha iniziato a tremare, per un tempo che è sembrato infinito, e subito dopo un silenzio assordante, mentre una nuvola di polvere ha oscurato il cielo. Immersi nella notte e nella pioggia dalle macerie sono usciti uomini seminudi, donne inebetite e bambini assonnati. Si sono guardati attorno, piegati da un attonito stupore, e hanno vagato nella terra piagata Alcuni si sono messi a correre verso il mare in cerca di riparo, altri sono rimasti a guardare le loro case sventrate e sono stati inghiottiti dalle esplosioni e dagli incendi scoppiati all’improvviso tra le voragini e le montagne di macerie, che hanno avvolto case e palazzi. All’improvviso, il mare ha cominciato a gridare e a gonfiarsi, e ha vomitato tre enormi conati di acqua salata sulla città, ingoiando tra i flutti migliaia di persone stordite. La città si è dissolta, liquefatta, ed è apparsa al chiarore dell’alba solo un cumulo di rovine. Macerie, distruzione e 80 mila morti, mentre le stelle restavano mute a guardare quella desolazione, quei corpi, quel pianto senza fine. E c’erano quelle stesse stelle anche alle 21,06 del  6 maggio 1976, quando le montagne del Friuli hanno spazzato via in un attimo Gemona, Osoppo, Bordano, Trasaghis e Venzone, sventrando case, fabbriche, e il muto ricordo di 989 persone. Stelle che splendono mute nel cielo ferme a guardare anche nella placida sera del 23 novembre 1980, quando alle 19,34 le colline e i monti dell’Irpinia cominciarono a tremare senza fine, e dopo quell’interminabile movimento del mondo  2.700 sogni furono spezzati per sempre sotto le macerie di case di sputo, fatte di cartapesta e cemento armato. E ancora trema, questa terra amara, trema sulle colline dell’Umbria e delle Marche nella notte del 26 settembre 1997, sempre con quel rumore sordo, questo cielo che aspetta in silenzio e guarda case e palazzi ballare un’assurda danza, di paura e di morte. Una lunga scia che continua, inarrestabile, nel silenzio attonito degli uomini e delle stelle. E di nuovo, dopo i bambini di San Giuliano, l’Appennino regala paura e morte a tanta povera gente d’Abruzzo. E ancora il pianto delle madri e dei padri, ancora orfani, ancora bestemmie, e grida e terrore. Ancora quelle stesse stelle, ora come allora, mute e silenziose davanti a quegli sguardi attoniti, a quel pianto antico, quell’ignaro chiedere dell’uomo una domanda senza riposta: “Perché?” Una lunga infinita scia di pianti e di dolore, mentre ora comincia il gran ballo di nuovi avvoltoi, che atterrano sul dramma per fare una trasmissione in Tv. E ci sono i soccorsi che arrivano a volte rapidamente e a volte no, ci sono uomini da poco che si lanciano accuse e scuse su quello che poteva essere fatto e non si è fatto davanti a quei morti con lo sguardo verso il cielo. Ma nel silenzio della notte, ora come allora, ci sono un padre e una madre che si chiedono “perché è morto mio figlio ed io non ho neppure un graffio?”. Ora come allora, tra le case sbriciolate, guardano verso quel cielo muto che, ora come allora, si lascia guardare e non può rispondere. Un silenzio che pesa su tutti gli uomini e le donne di buona volontà, mentre la terra continua a tremare, un bimbo che singhiozza davanti ad una bambola di pezza senza un senso né un perché. In quel silenzio, ora come allora, uomini e donne restano muti a guardare i loro figli sorridere, le loro case serene, gettando uno sguardo pietoso e distratto, senza fine e senza tempo verso quelle foto ingiallite o verso quelle urla così vicine, senza sapere cosa dire e cosa pensare, con il cuore che – anche lui – non riesce a smettere di tremare. Fuori, sotto la pioggia che batte sulla terra e dentro i cuori degli uomini e delle donne dell’Abruzzo ferito, un’altra notte italiana ed un cielo scuro coperto di stelle. Mute, immobili, placide. Eternamente silenziose.

 

Per una volta, scusateci, ma non riusciamo a scrivere Buon tutto.

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