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In tutta Italia sono cominciati i saldi. E sembra che non stiano andando un granché. Le cause, secondo gli esperti, sono le solite: le manovre che erodono i risparmi delle famiglie, la crisi che toglie il lavoro, e la diffusa incertezza per il futuro. Tutto giusto, ma forse c’è di più.

A gironzolare per le vetrine dei negozi, non si può non notare che spesso (praticamente sempre) la merce esposta sembra essere una lontana parente di quella che si vedeva negli stessi negozi poco più di due settimane fa. Magari è solo un’impressione, ma si sa che le impressioni contano.

E allora potrebbe essere che – dopo la sbornia collettiva che ci ha fatto scambiare per un ventennio dei bancarottieri da strapazzo per grandi manager industriali e finanziari, mediocri comici per novelli Totò e Peppino, sgallettate di quart’ordine per star del cinema e sgangherati politicanti dilettanti per grandi uomini di Stato – finalmente gli italiani si siano svegliati. E all’illusione del consumismo da finti ricchi preferiscano un sano – anche se un po’ triste – realismo.

E non fanno più finta di confondere un saldo di fine stagione con una svendita di fondi di magazzino. Non è una cattiva notizia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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Luca Zaia, governatore del Veneto è stato attaccato sui giornali dal senatore del Pdl ed ex ministro Maurizio Sacconi, che lo ha invitato ad andare “oltre l’impegno dell’ordinaria amministrazione, perché i tempi ci chiedono di alzare lo sguardo e di costruire il futuro del Veneto”.

Il leghista ha duramente replicato, ricordando il lunghissimo excursus ministeriale di Sacconi negli ultimi 10 anni, chiedendo all’ex ministro di “spiegare a tutti il motivo per cui il Paese è ridotto così, a meno non arrivi a pensare che il suo pensiero fosse così alto da non essere compreso da nessuno”.

L’osservazione di Zaia ha un suo fondamento. Specie se ci si dimentica – e in questo Paese accade spesso – che la Lega nord ha sistematicamente partecipato a quei 10 anni di governi in cui Sacconi praticava il suo pensiero alto. Governi a cui lo stesso Zaja ha personalmente preso parte.

Che sia finito un amore è possibile. Che quando finisce una more volino gli stracci accade spesso. Che si perda completamente memoria del passato è un po’ meno comprensibile. Ricordiamocelo quando commentiamo gli incerti e non sempre azzecati passi del governo Monti.

Pubblicato su Giornalettismo

Non è una novità che le donne in Italia fatichino a trovare spazio sia in politica che nella società. L’ultimo Global gender gap report del Worl economic forum colloca l’Italia al 74 esimo posto su 134 nazioni per la parità tra i sessi, dietro tutto l’occidente a anche a paesi tipo Malawi o Ghana.

Tra gli incontri con partiti, parti sociali, ed associazioni per presentare la manovra, c’è stato anche quello con il forum nazionale dei giovani. Che si è seduto al tavolo con i suoi rappresentanti, tutti maschietti. Provocando la reazione della ministro del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero.

L’Italia, si sa, è messa male. Anche se molti fanno fatica a capirlo, uno dei motivi è la sclerotizzazione della sua società, condizionata da decenni di maschilismo travestito da familismo. Una società che esalta la donna “angelo del focolare” e intanto sbava dietro a culi e tette di modelle quasi minorenni vestite da escort.

“Se neanche i giovani hanno la consapevolezza che il contributo delle donne deve essere valorizzato non si riesce ad andare da nessuna parte”, ha detto la ministro Fornero.

Stavolta, è difficile dirlo meglio.

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Vanessa Russo e Doina Matei si sono incontrate una sola volta, per pochi secondi, il 26 aprile 2007. Eppure quell’incontro ha completamente cambiato le loro vite. Vanessa è morta, Doina è finita in carcere.

Ora Doina ha vinto un premio per un racconto sul perdono. In cui si chiede se ha senso pensare al futuro, dopo che la vita le ha sbattuto in faccia che i sogni non si avverano. Piccoli sogni: comprare una piccola casa, riunire i suoi figli, togliersi dal marciapiede.

Doina è davvero pentita. Quando uscirà dal carcere, andrà a piangere sulla tomba di Vanessa. L’ha uccisa quel giorno, nella metro di Roma, infilandole senza motivo un ombrello nell’occhio. Una storia così, con due giovani vite spezzate. Una storia di follia, pentimento, perdono.

Forse qualcuno penserà che Doina debba riprendere presto i suoi sogni spezzati. Ma anche i sogni di Vanessa sono finiti per sempre, quel giorno. E per Vanessa, neppure un racconto da scrivere.

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Da noi non ha mai avuto buona fama. Eppure Lao-tzu l’aveva scritto circa duemila e seicento anni fa nel Tao Te Ching. Adesso lo certifica la rivista New Scientist che, nel suo ultimo numero, esalta l’importanza della nullità.

Gli italiani – che sono il popolo più saggio dell’occidente – spesso non resistono al suo fascino: non a caso, siamo il Paese degli Scilipoti. Ma anche da noi il nulla ha un suono negativo, anzi spaventoso: “sei una nullità”, “l’ozio è il padre dei vizi”, la paura del vuoto, le carriere dei Bossi, padre e figlio,  e via disprezzando.

Ma scherzi a parte, dovremmo davvero cominciare a riappropriarci del valore positivo del silenzio e del nulla, vere essenze del nostro mondo: cosa sarebbe la ruota della bicicletta senza il vuoto attorno ai mozzi? E una casa senza finestre?

Vale la pena di rifletterci: la riconquista del vuoto, del silenzio, dopo decenni troppo “pieni” e rumorosi, potrebbe persino essere un nuovo inizio.

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L’analisi del voto in Spagna è uno spettacolo affascinante. Vediamo: il centrodestra di Rajoy ha vinto, semplicemente mantenendo i voti che aveva alle precedenti elezioni, poco più di 10 milioni e mezzo. Il Partito socialista ha perso, perchè i suoi consensi sono scesi di oltre 4 milioni di voti. Dove sono finiti?

La sinistra-sinistra ha raddoppiato i suoi voti (più 700 mila). Una scissionaria socialista, Rosa Diaz, ha preso più di un milione e mezzo di voti. Le schede bianche, nulle e le astensioni sono aumentate di un milione e seicentomila. Un successo della campagana degli “indignados” che chiedevano di non votare. Tutto chiaro, ma qualche domanda sorge spontanea.

La sconfitta socialista renderà le ragioni di chi lo ha abbandonato più forti o più deboli? Il centro destra farà politiche più vicine alle ragioni degli “indignados” e dei delusi? L’indignazione – sentimento di “pancia”, in Spagna come altrove – è la risposta giusta per chi vuole “un altro mondo possibile”? Mah. E i partiti cosiddetti “riformisti” debbono ascoltare le istanze della “gente”, gettando il cuore oltre l’ostacolo, o fare i “notai” dell’esistente con qualche spruzzata di novità, senza esagerare? Chissà.

Nel frattempo, i centri destra del mondo governano. Politici e tecnici, non è poi una grande differenza.

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In mezzo a tanti momenti duri, alle preoccupazioni per il futuro lacrime e sangue che ci aspetta, ecco una buona notizia: dopo ripetuti rinvii, sembra sia in uscita l’ultima fatica canora del duo Apicella-Berlusconi.Titolo dell’album, “il vero amore”.

Un capolavoro denso di canzoni d’amore e ballate, alcune in napoletano, con un’imprevista virata sirtaki e una certa ispirazione samba. Impreziosito da un’imperdibile dedica di Mariano a Silvio.Meno male: qualche maligno cominciava a far girare la voce che questo album fosse l’ennesima promessa mancata del noto paroliere.

Invece no: il ritardo è dovuto, ha spiegato Apicella, solo a motivi tecnici, che – un po’ come i governi tecnici – risultano ad alcuni particolarmente indigesti. Sembra che ci sia stato un problema con un nuovo arrangiatore, con cui il duo Apicella-Berlusconi aveva deciso di incidere di nuovo un pezzo, “Ma se ti perdo”. Il vero amore, naturalmente, non il governo.

Non si sa chi sia questo misterioso “tecnico”, l’arrangiatore del pezzo. Qualcuno dice che si chiama Mario.

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Eccoci qui, “con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova”. Noi che non siamo mai sicuri che “quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più”. “Genova per noi, che stiamo in fondo alla campagna e abbiamo il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”.

Genova, sommersa dall’acqua. Genova e i suoi oltre 40 torrenti. Il Polcevera, lo Sturla, il Bisagno. E il Fereggiano, che l’altro ieri ha seminato paura e morte. Torrenti violentati da decenni di cementificazione selvaggia, in un Paese dove la gente applaude ai condoni, e assiste compiaciuta alle inaugurazioni di cavalcavia e centri commerciali, ammaliata dalle promesse di “meno tasse per tutti” o di un “nuovo miracolo italiano”. Gente soddisfatta perché non si “mettono le mani nelle tasche degli italiani”, mentre si tagliano i fondi per la difesa dell’ambiente e quelli per il dissesto idrogeologico. Perché la nave va e chissenefrega se nello scafo le crepe aumentano, “tanto non è mica roba mia, ci penserà lo Stato”.

Genova oggi somiglia a questa povera Italia assassinata dal cemento, governata da tanti incapaci e molti farabutti, con una pubblica opinione (se questa parola ha un senso nella lingua italiana) distratta se non addirittura complice di questi continui scempi. Se e quando questa classe dirigente se ne andrà, ricostruire in questo deserto delle idee, della coscienza civile e dell’umanità (altra parola che sembra priva di senso, ormai) sarà davvero un’impresa ai limiti dell’impossibile.

Ma in questa pioggia che ci bagna arriva anche un lampo giallo di sole: la solidarietà e la grandezza, che sempre riscopriamo nei momenti più duri. Genova vista da qui, accanto al Marassi silenzioso, sembra ancora la superba. Con i suoi angeli dell’acqua che formano catene umane per tirare su chi è rimasto inghiottito dal torrente. Con i suoi angeli del fango che – senza che qualcuno chieda loro niente – scavano e danno una mano per ridarle il suo magnifico volto.

Ma quella grandezza che ritroviamo nei momenti “un po’ così con l’espressione un po’ così” finiamo per dimenticarla appena la piena è passata, per tornare ognuno ai cazzi nostri. Come prima, più di prima. Chissà se un giorno “in quest’immobile campagna con la pioggia che ci bagna” capiremo che i cazzi nostri sono anche cambiare questo Paese. E non solo ripararlo dopo la tempesta.

Adesso, mentre guardiamo Genova immersa nel fango, “i gamberoni rossi sembrano ancora un sogno. E il sole è un lampo giallo al parabrise” che chissà se arriverà mai.

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In Italia ogni mille abitanti ci sono 600 automobili, quasi un record mondiale: 76 veicoli per 100 abitanti a Roma, contro i 27 di New York, i 36 di Londra e i 45 di Parigi. Un fiume di auto che va a passo di lumaca, inquinando e congestionando le nostre città: a Milano circolano 800 mila automobili al giorno, una superficie pari a 2.250 stadi di San Siro.

Colpa anche di cattive abitudini, ma qualcosa potremmo pur fare per cambiare la rotta. Incentivare l’uso dei mezzi pubblici, anziché tagliare in due anni del 75% le risorse per il trasporto pubblico locale, con conseguenze immaginabili sui servizi. E incentivare l’uso di mezzi privati “soft”, tipo la bici, che usiamo meno della media europea. Ma anziché piste ciclabili, costruiamo parcheggi per le auto.

Parliamo di sviluppo, senza pensare a “quale” sia quello che vogliamo, nelle grandi e nelle piccole cose. Finendo per non alzare mai lo sguardo dal nostro ombelico, o meglio dal nostro cruscotto. Una piccola cosa, come smettere di prendere l’auto per distanze sotto i due km, che sono un terzo del totale dei viaggi al volante. Partire da lì, per poi chiedere un futuro diverso per la politica del trasporto nazionale e locale.

Altrimenti in fila dentro le nostre auto, finiremo per morire.

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L’Italia è in crisi. Per salvarla serve un miracolo. Ebbene, sabato scorso in molte città del Veneto un miracolo è effettivamente accaduto. A Venezia, Verona, Belluno e Rovigo gli incassi di molti locali sono improvvisamente aumentati di almeno il 30%. Un fortunato parrucchiere di Rovigo ha visto i suoi incassi salire di oltre il 600% rispetto ai 4 sabati precedenti.

Economisti e politici di tutta Italia stanno interrogandosi sulle cause. Non si hanno indizi precisi al riguardo. L’unica cosa che si sa è che proprio in quel giorno l’Agenzia delle Entrate del Veneto ha disposto un’operazione di controlli a tappeto dei suoi ispettori, che hanno presidiato per tutto il giorno l’attività di cassa di quei locali. Si tratta, ovviamente, di una pura coincidenza.

La spiegazione più probabile è che una misteriosa “mano invisibile”, quella che regola i mercati, abbia spinto i consumatori di quelle città ad un irrefrenabile impulso all’acquisto, scatenando una voglia matta di caffè e cappuccini, di messe in piega e di pizza in tutto il Veneto.

Se si riuscisse a replicare questo miracolo della moltiplicazione di scontrini e di incassi con maggiore frequenza, estendendolo a tutte le città italiane, forse una buona parte dei problemi italiani potrebbero essere risolti. Non c’è allora che da sperare nella divina provvidenza, pregare e sperare.

E tra una preghiera e l’altra, magari estendere i controlli a tappeto del fisco davanti alle casse.

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