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E così Mattarella sarebbe il cavallo di Troia per scardinare il patto Renzi – Berlusconi, per disintegrare l’oscuro patto del Nazareno che da un anno intossica la politica italiana: il “compagno” Mattarella è l’anello per (ri)celebrare un “nuovo inizio” tra la “sinistra democratica” e la maggioranza renziana.

Riforma elettorale: Renzi tenta l’intesa con Berlusconi

Oddio, tutto può essere. Ma – a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca – il sospetto è che siamo davanti alla solita pantomima, il solito gioco delle parti a cui la politica italiana ci ha abituati, in perfetta continuità tra la prima, la seconda e la terza repubblica.

Sembra un po’ strano che il centrodestra non gradisca un “gentiluomo democristiano”, il cui unico peccato sembra essere l’aver detto no alla Legge Mammì; ma era uno o due secoli fa. Sembra anche strano che la sinistra democratica (che tra i grandi elettori è tutt’altro che minuscola) sia tutta felice di votare un “gentiluomo democristiano” anziché i non pochi cavalli di razza della “ditta”, che comunque avrebbero ricevuto il gradimento di Sel e dei cani sciolti che non vogliono andare a casa e che il Pd tutto avrebbe comunque il dovere di sostenere, né più né meno di Mattarella.

Forse è solo un (bel?) videoclip, questo “litigio” Renzi Berlusconi. Come la vecchia gag di VIanello-Mondaini, sulle note di Charles Aznavour. E sembra già di leggere i titoli di coda: continuiamo così, a farci perculare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Non varrebbe la pena parlare ancora di Silvio Berlusconi, ma il comunicato da lui emesso ieri riguardo Forza Italia in vista delle europee vorrebbe sembrare una nuova alba, ma assomiglia tanto ad un tramonto. Dice, l’ex Presidente del Consiglio, che nel partito bisogna mettere “da parte interessi personali, ambizioni individuali e la difesa di rendite di posizione” e che tutti all’interno del movimento debbano comprendere “l’esigenza di rinnovarci che viene chiesta con forza dal Paese”.

berlusconi

Un concentrato di perle di saggezza rivolto a tutti; ovviamente, tranne lui. All’Ex Senatore ottuagenario non è richiesto “mettere da parte i suoi interessi personali”, né smettere di “difendere rendite di posizione” e neppure “rinnovarsi”. Perché è lui. Basta personalismi, anche se (dice lui) la sopravvivenza del partito dipende dallo scrivere il suo cognome nel simbolo.

Vedremo; magari Berlusconi, che sarà pure diventato un ex cavaliere ma è un cavallo di razza, riuscirà a tirar fuori un “dinosauro dal cilindro” anche stavolta, e rimetterli tutti sotto (amici, nemici, falsi amici ed ex nemici). E a ri-vincere, o almeno a cadere in piedi.

Ma far finta di pretendere che un movimento che ha incarnato per vent’anni – e ancora incarna – gli interessi personali di un uomo non proprio giovane possa “magicamente” mettere da parte quelli dei suoi non sempre giovanissimi vassalli e valvassori in cerca di salvezza è surreale.

Al limite del patetico.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Dopo il ritorno a casa del figliol prodigo Pierferdinando, è arrivata la decisione dei deputati “centristi” della Commissione di Presidenza di esprimere parere contrario alla costituzione di parte civile del Senato della Repubblica nel processo che vede coinvolto Berlusconi, accusato dal reo confesso De Gregorio di aver organizzato una compravendita di Senatori per far cadere Romano Prodi.

berlusconi_casini

Si è trattato ovviamente di una coincidenza: le due vicende, lo capiscono tutti, sono totalmente slegate. Ed è altrettanto evidente che la cosa ha soprattutto un valore simbolico, almeno per ora. Tanto è vero che il Presidente Grasso se n’è infischiato e ha deciso diversamente. E’ comunque sintomatico che quando c’è di mezzo Berlusconi, non si riesce mai a non pensare male (che come diceva uno che se ne intendeva, sarà peccato ma spesso ci si azzecca). Vedremo il seguito, anzi i seguiti, su altri incroci pericolosi dei prossimi giorni in Senato.

Sia come sia, la vicenda conferma senza ombra di dubbio che ci sono troppi Casini per un Senato solo. E che da un Casini nasce un altro Casini. Provare, per credere.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Non so voi, ma le tecnicalità sulle leggi elettorali – pur comprendendone l’importanza – mi appassionano quanto i mitici film polacchi con sottotitoli in aramaico del mitico Fantozzi. Ma, lasciando a chi ne capisce più di me le riflessioni sui pregi e difetti della proposta del segretario del Pd Renzi, e lasciando alle dinamiche da azzeccagarbugli dei D’Alema, Salvini, Casini e soci le modifiche “migliorative” del Parlamento, una cosa non mi è chiara.

legge-elettorale

Il “Porcellum” aveva, tra le sue tante porcate, anche l’espediente di produrre “scientificamente” maggioranze non omogenee tra i due rami del Parlamento con il meccanismo dei premi regionali per il Senato. Bene: non mi sembra molto chiaro – e non mi pare che qualcuno lo abbia chiarito – come funzionerebbe l’italicum per il Senato. Obiezione: ma tanto è previsto che l’aboliranno. D’accordo. Però, a parte il fatto che tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare, visto che la Legge elettorale dicono di volerla approvare adesso mentre per il Senato i tempi saranno sicuramente più lunghetti, che Legge elettorale approverà il Parlamento?

Una Legge elettorale solo per la Camera? E cosa dovrebbe fare il Presidente della Repubblica, se non respingerla? Una Legge elettorale per entrambi i rami del Parlamento? Ma per quale diavolo di motivo dovrebbero inventarsi una complicata Legge che tenga conto della necessità della “regionalizzazione” del premio per il Senato per poi abolirlo subito dopo?

Sul Senato e sull’italicum, non ho le idee chiare. Forse sono ignorante. O forse qualcuno non la racconta giusta. Magari hanno in mente un bel Senato all’italicum; perché a prenderci per il didietro, non li batte nessuno.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Non c’è giorno che politici e media non si vergognino di qualcuno o di qualcosa. Sono ondate di indignazione: ieri per un motivo, oggi per un altro e domani per un altro ancora. Prima c’era stato il caso Mps, poi la vicenda Cancellieri, poi la storia delle mutande verdi, poi il caso Di Girolamo. Da ultimo, l’onorevole Fassina si è vergognato per l’incontro del segretario del Pd nella sede del Pd on il pregiudicato Berlusconi, anche se non risulta si sia vergognato di averci fatto un governo assieme.

boom-fallimenti

Il prossimo motivo di vergogna lo scopriremo solo vivendo. Adesso tutti (renziani, antirenziani, berlusconiani, antiberlusconiani, lettiani, alfaniani, bersaniani, leghisti, grillini) sono eccitati per un’altra ragione: mettersi d’accordo o scannarsi – dipende dal tempo, dall’umore e soprattutto dalla convenienza del momento – sul nuovo sistema elettorale: doppio turno di coalizione, proporzionale maggioritario, con collegio triplo come se fosse Antani con scappella mento a destra o sinistra o chissà.

Nel frattempo, in Italia falliscono due imprese al giorno; mezzo milione di lavoratori è in cassa integrazione a zero ore da almeno un anno. La disoccupazione è ai massimi storici. Centinaia di migliaia di giovani non trovano un lavoro, neppure precario ed indecente. E nessuno fa niente. E nessuno se ne occupa. E pochi ne parlano.

Di questo, però, nessuno si vergogna.

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Non è chiaro quanto si allargherà la cosiddetta protesta dei forconi. Ma è invece chiarissimo dove arriverà: a nulla. E non perché il “palazzo” è sordo cieco e muto (e lo è, purtroppo, da anni se non da decenni). Ma perché è una protesta priva di sbocchi. La storia insegna che una protesta basata su slogan come “la gente è stanca” e che indica come rimedi che “i politici se ne devono andare” o si sgonfia così com’era cominciata dopo un po’ di tempo, o fa imboccare una pericolosa deriva demagogica che rischia di sfociare nell’autoritarismo.

forconi_torino

Alcuni populisti di vecchia data (Berlusconi) e di più recente conversione alla politica (Grillo) si agitano, consapevoli che questo movimento, se finisse per trasformarsi in “partito”, potrebbe rubare loro consensi. Gli altri? Immobili, fermi al tragico errore dell’establishment politico, finanziario, mediatico, imprenditoriale, che dopo le elezioni di quest’anno ha ignorato il vento del cambiamento per aggrapparsi alla travicella della “stabilità”. Renzi, ammesso che sia una soluzione, potrebbe esser arrivato troppo tardi.

Una cecità di cui forse il Paese pagherà un prezzo altissimo. Un Paese che, diciamocelo, per parte sua si ostina a ripiegare nell’infantilismo anche in politica, capace solo di frignare contro i “grandi”, gli “altri”o il destino cieco e baro. Anziché decidersi a crescere.

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Come passa il tempo, avrà pensato il vecchio (ahi…) leader del centrodestra italiano, aprendo gli occhi a questa lugubre mattina di un improvvisamente gelido novembre. Tra una carezza a Dudù ed una a Bondi – indistinguibili, se non fosse che quello che scodinzola non ha 4 zampe – e un’amara colazione, avrà pensato a quel 12 novembre di due anni fa nel quale si recò dal Presidente Napolitano per rassegnare le dimissioni; “Giuda Escariota, al suo cospetto, era un dilettante” avrà ripetuto ad un quieto Dudù.

berlusconi

Erano i bei tempi dell’Olgettina; Calderoli e Bossi erano ministri, e anche Alfano. Da allora, come avviene in questo Paese di Gattopardi, tutto è cambiato perché tutto resti come prima. Il vecchio (ari-ahi…) leader del Centrodestra  avrà guardato pensoso fuori dalla finestra, incerto se seguire l’istinto da killer che gli suggerisce Daniela o i consigli alla mediazione di Fedele, Ennio e Gianni. Si sarà depresso, pensando che allora poteva scegliere tra passare una serata elegante con Ruby o Nicole, mentre ora l’alternativa è tra abbracciare Fitto oppure Alfano.

Ma il vecchio (e basta, abbiate un po’ di pietà!!!!) leader del Centrodestra si sarà rianimato, perché – proprio mentre un gruppo di lealisti ringhiosi si avvicina, spaventando Dudù a morte, che corre ai piedi di Bondi facendo un bisognino – gli sarà venuto in mente che, come sempre avviene in questo splendido Paese, i Gattopardi fanno posto alle iene.

E allora il vecchio leader avrà sorriso, pensando che prima o poi – nel suo caso, più poi che prima – tutto passa alla storia, diventando parte di un tutto dove cronache, torti e ragioni si stemperano e si confondono; specie in questo Paese che forse sarà di Gattopardi o forse di iene, ma sicuramente ha la memoria corta. E avrà certezza che tra qualche anno il 12 novembre nelle case italiane diverrà solo un giorno come tanti, di quelli in cui si raccontano favole ai bambini dispettosi, che non vogliono andare a scuola:

C’era una volta Silvio, il Presidente dai 28 trofei in 26 anni, il più grande premier di tutti i tempi, l’innovatore della politica italiana, il più grande imprenditore del mondo e chi più ne ha più ne metta.

A noi piace ricordarlo, in questo paese dalla memoria corta, come Mister spread 585.

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C’era una volta, in un paese lontano, un piccolo bambino (che chiameremo Enrico) al quale avevano insegnato fin da piccolo – era una tradizione di famiglia – come si esercitasse, in quel Paese, il potere. Il piccolo, che aveva tanto studiato e viaggiato, pensava servissero competenza, capacità comunicativa, propensione a pensare lungo, ad avere una visione del futuro da coniugare nell’esercizio quotidiano della gestione degli interventi. Ma capì presto che non era così.

Steel-Balls

Nel suo Paese, il paese delle ball of steel, ci voleva ben altro: faccia di bronzo, capacità di non decidere nulla dando l’impressione di fare rivoluzioni, rinviare a domani quello che serviva ieri ma non avevi la forza di fare oggi. E soprattutto sparare ogni giorno dichiarazioni alla stampa, più mirabolanti possibile, meglio se sui giornali di altri Paesi. Il bambino, che non era affatto stupido, imparò ben presto la lezione. La mise in pratica, e diventò capo del governo.

Il paese delle balls of steel affondò, sotto il peso delle ball (e anche dello steel). Ma tutti erano felici e contenti. Mostrando ciò che era davvero: il Paese delle heads of dick; o, per chi sa l’inglese, delle shitheads.

Ed arrivò un Angela bionda dal grosso didietro (fatass, in inglese) e se ne fece un sol boccone.

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Caro Silvio, e cari figli di Silvio,

non so se davvero vi sentite come gli ebrei sotto Hitler. Non so se siete stati privati, com’è accaduto a loro, del proprio lavoro di dipendenti dello Stato, della propria professione medica o di avvocato. Non so se siete stati espropriati della vostra attività imprenditoriale, o del vostro negozio. Non so neppure se vi abbiano mai rintanato in ghetti cenciosi. Non credo.

auschwitz

Sono sicuro invece che nessuno vi ha prelevato mai dalla vostra casa, rinchiuso in un campo di concentramento, marchiato con un numero indelebile sul braccio. E nessuno vi ha costretto a “fare una doccia” per poi gasarvi e bruciarvi, com’è accaduto ad almeno 6 milioni di ebrei sotto Hitler.

Perciò, caro Silvio e cari figli di Silvio, “Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici, Considerate se questo è un uomo”.

E se proprio non riuscite a scusarvi per la castroneria che avete detto, fate almeno una gita ad Auschwitz. Entrate nel museo, guardate quelle stanze, visitate quel luogo.

Vi farà bene.

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Il match tra “diversamente berlusconiani” contro “lealisti” che sta dilaniando quel che resta del centrodestra italiano è uno spettacolo finalmente divertente nel desolante panorama della politica italiana. Si tratta di scontri fra autentici titani: Alfano contro Fitto, Lorenzin contro Santanché, Sacconi contro Brunetta.

fitto_alfano

Meglio di Eva contro Eva, Frazer contro Clay, Gambadilegno contro Macchia Nera. Perché se il “diversamente berlusconiani” detto da gente che pugnala alla schiena l’ottuagenario leader pregiudicato a cui deve praticamente tutto è divino, il “lealisti” è addirittura mitico.

Lealtà è una gran bella parola: alta, nobile, anche se poco praticata. Ma “lealista” non è esattamente uguale a “leale”; il lealismo della lealtà è la versione parossistica, al limite del caricaturale: è una lealtà tributata a un leader forte, autocratico, in genere ad un sovrano assoluto. Non a caso durante la guerra per l’indipendenza americana, i lealisti stavano con la corona inglese; in Libia i lealisti erano quelli di Gheddafi.

Scambiare la leatà con il lealismo (pardon, servilismo) è il tipico errore dei cortigiani di professione. E, oltrettutto, il termine lealtà deriva dal latino “legalitas”: e questo sembra davvero troppo.

Il berlusconismo, purtroppo, è un male che ci resterà attaccato ancora a lungo. Ma voi che ve ne state spartendo le spoglie, prima di gettarvi allo sbaraglio in un’impresa impossibile, ripensateci; o almeno, cambiate nome.

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