You are currently browsing the monthly archive for settembre 2013.

La cupio dissolvi del berlusconismo diventa la cupio dissolvi della Repubblica italiana; senza offesa, non è che ci volesse molto a capirlo. Farebbero sorridere – se non fosse che ne pagheremo pesantemente dazio – le cassandre che ora ricordano le conseguenze della scelta scellerata di Berlusconi (pateticamente giustificata con il mancato provvedimento sull’Iva) per la situazione esplosiva del nostro debito pubblico. E i piagnistei per il bisogno di riforme strutturali che non si fanno, e per i rischi per la tenuta del nostro sistema.

Il fatto è che siamo tutti nudi di fronte ad una questione semplice, che tutti fanno finta di non vedere: in un Paese “sano” uno come Berlusconi nella migliore delle ipotesi fa il leader di una formazione estremista del 5 per cento, che nessuno caga. In Italia diventa uno “statista”. E la colpa è di tutti: berlusconiani, antiberlusconiani e “diversamente” berlusconiani.

Siamo un Paese che preferisce costantemente ciurlare nel manico anziché prendere di petto i suoi problemi; che c’erano anche prima di Berlusconi e che il suo ventennio ha semplicemente aggravato, esaltando i nostri vizi come se fossero virtù. L’Italia è al tramonto e l’unica fortuna è che il Mondo non può permettersi il default dell’Italia, perché sennò con questa classe dirigente ci saremmo già dentro.

Mentre la possibilità di un commissariamento del nostro paese si fa sempre più concreta, cerchiamo almeno uno scatto di reni. Facciamoci, tutti, un bell’esame di coscienza. E, per favore, stavolta liberiamocene.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Tra il 2002 e il 2011 i residenti in età 15-39 anni si sono ridotti di 2 milioni. Il loro peso sul totale dei residenti è sceso da circa il 35 a meno del 30 per cento. I residenti in età 40-64 anni sono cresciuti di 2,6 milioni, passando da poco più del 32 al 35,5 per cento del totale. E questo nonostante gli “stranieri” – che sono tutti giovani avendo un età media poco superiore a 31 anni – siano arrivati a 4 milioni di persone, 2 milioni 693 mila in più che nel 2001.

ius_soli

Dovremmo cominciare a capire, quando si parla di diritti di cittadinanza, di italiani e “stranieri”, di integrazione, di “ius sanguinis” o “ius soli”, che la situazione sta evolvendo rapidamente e che senza il contributo dei “nuovi italiani” saremmo ridotti in breve tempo ad essere un pensionato più che un Paese; con conseguneze immaginabili sul nostro già basso potenziale di crescita e sulla stessa sostenibilità del sistema.

E che una parte consistente del declino italiano sta anche nell’aver trattato il tema dell’immigrazione come una questione di ordine pubblico, anziché di sviluppo (e, per certi aspetti, di sopravvivenza) economico e sociale.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

I media italiani, complice un rapporto presentato ieri dalla Commissione europea, hanno riempito vagonate di pagine con articoli sull’allarme deindustrializzazione dell’Italia. L’occasione propizia l’ha fornita anche la coincidenza delle vendite di Alitalia e Telecom. Ma la deindustrializzazione non è il cuore del problema.

crisi-italia

Non che perdere 20 punti nell’indice di produzione industriale in 6 anni sia uno scherzo; ma, lo dice anche il rapporto, l’Italia resta comunque un Paese con un ampia base produttiva, più alta della media europea. Il vero problema è che l’Italia perde produttività, o se preferite competitività: è questo che ne fa la grande malata d’Europa.

La competitività dipende certo dall’industria, ma anche dal resto dell’economia. Soprattutto, la competitività dipende dalla capacità d’innovazione; che non è solo scienza e tecnologia – che ne costituiscono comunque due ingredienti fondamentali – ma è prima di tutto la disponibilità ad accettare il cambiamento. E qui nasce un problema.

L’Italia ha una “naturale” resistenza al cambiamento. Perché è un Paese storicamente corporativo. E le corporazioni irrigidiscono il sistema politico economico e sociale, perseguendo principalmente obiettivi redistributivi e di acquisizione di rendite anziché di crescita della produzione e della produttività. Con ciò condannando il Paese ad un apparentemente ineluttabile declino.

La deindustrializzazione è un sintomo. Non la malattia. E la cura, che ci piaccia o meno, si chiama cambiamento.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Kayal cammina da mezz’ora per la strada polverosa, verso un’altra giornata di lavoro. Lavora in una piccola fabbrica di scarpe, è contento perché così può aiutare la famiglia. Kayal vorrebbe giocare con i ragazzini che tirano calci ad una palla di stracci, 11 anni, proprio come lui. Ma non può perché dalla scorsa settimana gli hanno aumentato le ore di lavoro, e sono 12 al giorno.

lavoro_minorile

Margherita è seduta in cucina; le piace stare a casa, ha più tempo per i suoi figli piccoli. Ma è triste, perché la scorsa settimana la fabbrica di scarpe dove lavorava è fallita e lei ha perduto il lavoro. Le piaceva ed era anche brava. Adesso è finita, nessuno assume: neanche a lei, che ha meno di trent’anni. E non sa se lo stipendio di Marco, suo marito, basterà per andare avanti.

Secondo l’ILO nel 2012 nel mondo quasi 168 milioni di minori erano al lavoro, il 10,6 per cento della fascia di età tra i 5 e i 17 anni; 73 milioni di loro hanno meno di 11 anni.

Secondo l’ILO, nel mondo nel 2012 circa 73,4 milioni di giovani adulti (il 12,6 per cento) erano senza lavoro. Sempre secondo l’ILO i disoccupati nel mondo sono arrivati a 200 milioni di persone, 67 milioni in più prima della crisi.

Dicono che il lavoro manca per colpa della crisi. Ma non dappertutto, non per tutti. Forse c’é qualcos’altro che non va. Qualcosa che non torna.

Fino a quando?

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Secondo il DEF appena presentato da Letta e Saccomanni, dal 2014 l’economia italiana cambierà marcia: tornerà la crescita economica, grande assente da più di un decennio, con percentuali che dal 2015 si avvicineranno al 2 per cento all’anno. Merito, secondo il documento, dell’ impatto delle riforme economiche del Governo Monti e del Governo Letta, in via di realizzazione.

Saccomanni_Tremonti

Ottimo. C’é un piccolo trascurabile dettaglio: tutti gli istituti economici – che conoscono le riforme tanto quanto il governo – prevedono per l’Italia una crescita futura molto, molto più timida. Da cui conseguono minori introiti fiscali e quindi – a parità di spese – un quadro di finanza pubblica molto meno roseo. Purtroppo pare che gli investitori istituzionali credano più agli istituti economici che alle previsioni dei governi.

Fabrizio Saccomanni sta usando i “giochetti innocenti” del Tremonti 2008-2011 per far sembrare meno drammatiche le prospettive di finanza pubblica (e degli interventi da compiere) degli anni a venire? Forse. Così aiuta a rendere un po’ più tranquilla la navigazione del governo delle “vaste pretese”.

Certo, dove ci hanno condotto l’ultima volta questi giochetti innocenti lo ricordiamo tutti. Sicuramente, lo ricorderà anche l’ottimo Ministro dell’Economia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Federica oggi è andata a trovare gli zii. E’ felice, perché erano mesi che non usciva di casa. Sta guardando le nuvole volare allegre nel cielo, mentre un mucchio di ragazzini e ragazzine corre giù in cortile. Una ragazza alza la testa, la vede e grida: “Ehi, tu. perché non scendi con noi?” Federica accenna un sorriso dietro gli occhi grandi ma non risponde. L’altra aspetta.

ciechi

Non lo sa che Federica non può uscire. Perché due anni fa un’auto l’ha investita, addormentandola per mesi. E quando si è svegliata, le sue orecchie hanno continuato a dormire, e i suoi occhi scorgono solo ombre confuse, come nuvole nel cielo. Federica è una degli oltre seicentomila italiani con disabilità gravi con meno di 65 anni, una dei quasi tre milioni di italiani con problemi di disabilità.

A Federica dispiace non poter andare fuori a giocare; esser costretta a stare in casa per giorni, il mondo nebbioso dietro ai vetri come compagnia; le spiace, ma neanche più di tanto. Resiste: è forte e ha capito che la vita, anche questa vita, è una storia comunque fantastica da vivere.

Quello che le dispiace davvero, mentre guarda verso la ragazza che aspetta impaziente una risposta, è quest’Italia confusa, sprofondata nel silenzio dell’indifferenza, che non ha tempo, risorse, idee da regalare a chi “resta indietro”.

Federica continua a sorridere alla ragazza che non riesce a capire; scrolla le spalle, rimettendosi a correre: non ha tempo da perdere con quella spocchiosa. Come quest’Italia distratta di persone “normali”, troppo prese a guardarsi l’ombelico per fermarsi ad ascoltare, parlare e capire.

Cieca, sorda e muta. Molto più di Federica.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

La storia del concorso scandalo di cardiologia alla Sapienza – quello dei vincitori già noti un mese prima che si svolgessero le prove e fossero noti i risultati – mi ha gettato nello sconforto. Non per la storia in sé. Ma perché non mi ha provocato neppure un briciolo di indignazione.

Sono, anzi siamo talmente assuefatti ad un sistema marcio, dove chi ha solo il merito come compagno quasi sempre non ce la fa e dove quasi sempre ad esser premiati sono i figli di qualcuno o comunque i ben introdotti che certe cose ci lasciano quasi totalmente indifferenti.

Sentirsi rassegnati per l’ennesimo caso di concorso truccato è lo specchio di un Paese che ha digerito come un dato di fatto l’ingiustizia, l’illegalità, il sopruso. Che scambia il diritto con un favore. La connivenza con il cinismo.

Non meravigliano dopo i casi di corrotti impuniti, le leggi ad personam, gli equilibrismi da azzeccagarbugli. Che accetta lo schifo quotidiano come normalità e fa spallucce. O, peggio, sorride da perfetto “uomo di mondo”.

Ecco, ce l’ho fatta. Mi sono arrabbiato. Viva l’indignazione!

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

L’aumento dell’Iva va evitato. L’Imu va abolita. La cassa integrazione in deroga va garantita. Le missioni internazionali vanno rifinanziate. Il cuneo fiscale va diminuito. La spending review è inopportuna. L’abolizione delle Province e il disboscamento di enti, uffici periferici dello Stato portano più danni che benefici. Il finanziamento pubblico ai partiti serve perché la democrazia costa. Di tagli alla sanità ce ne sono stati già troppi. Gli enti locali hanno già dato e quest’anno non riescono neppure a fare i bilanci. La riforma delle pensioni l’abbiamo già fatta e comunque le pensioni d’oro sono diritti acquisiti. Il deficit al 3 per cento è un impegno con l’Europa e non si tocca perché siamo appena usciti dalla procedura d’infrazione e rientrarci significherebbe riaccendere lo spread.

Pesci-pani-Letta

Nel Paese con un debito pubblico tra i più grandi del mondo, con la stagnazione più lunga e prolungata dell’occidente, con la maggioranza parlamentare più ampia che si possa pensare di avere, la Legge di stabilità e il bilancio sono all’orizzonte.

Se non ci pensa prima Silvio a spegnere i fuochi, il governo Letta ha già la soluzione: fare come quel tale che circa duemila anni fa con cinque pani e due pesci ha sfamato cinquemila uomini, oltre a donne e bambini. Facile, no?

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mentre su Arcore calano le prime ombre della sera, una nazione intera resta con il fiato sospeso. Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, le stesse domande rimbalzano di casa in casa: Romperà o non romperà? Si dimetterà o non si dimetterà? Lo farà o non lo farà?

Così, percossa ed attonita, la Patria attende il video messaggio di un pregiudicato; muta pensando all’ultim’ora dell’uomo della provvidenza. Di fronte a questo, tutto scompare.

I bambini che giocano rumorosamente nelle loro camerette, mentre parte il video a reti unificate, vengono zittiti da padri e madri inebetiti, metà dal dolore e metà dalla gioia. Un dio sconosciuto guarda dall’alto alcuni di loro, i più piccoli ed indifesi, sollevare la manina e provare a dire qualcosa.

Uno, con la faccia più da impunito degli altri, lo grida forte tirando una palla che manda in mille pezzi il televisore:

“Mamma, Papà. A me sta storia di Berlusconi mi ha rotto le balle. Cambiamo canale?”

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Se l’IMU sarà realmente abolita, al suo posto – lo hanno capito tutti – nascerà nel 2014 un’altra imposta: la Service Tax o TASER. Natura, imponibile, aliquote, modalità di calcolo sono ancora un po’nebulose. Si sa che la pagheranno tutti i residenti, proprietari ed inquilini: una sgradevole novità. Si sa che avrà due componenti, la TARI per i rifiuti e la TASI per il resto. Non si sa se avranno in comune modalità di calcolo, aliquote, base imponibile o se andranno ognuna per conto suo.

Sembra che la TASI si baserà o sul valore catastale (come l’IMU) o, più probabilmente vista la secolare mancata riforma del catasto, sulla superficie abitativa. Scelta non banale: nel primo caso si incorporano più o meno bene i valori di mercato degli edifici, nel secondo no; magari, una famiglia di 5 persone che vive in una casa popolare di media grandezza pagherà più di un manager single in un mini appartamento in centro. E non è chiaro come si ripartirà l’onere tra proprietari ed inquilini, anche se è facile prevedere che sarà l’inquilino – che oggi paga un affitto che in qualche modo “incorpora” l’IMU – a rimetterci.

E la TARI? Dovrebbe esser pagata in base ad una stima dei rifiuti prodotti. Ma non è detto: un interessante siparietto tra il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando e il direttore del dipartimento Finanze Fabrizia Lapecorella, durante un convegno tenutosi alla Bocconi dà qualche indizio. Il primo ha dichiarato che la TARI sarà commisurata ai rifiuti prodotti; Lapecorella qualche minuto dopo ha detto che l’imposta sui rifiuti, “conoscendo la realtà degli 8.000 comuni italiani, laddove non è possibile misurare la quantità prodotta” sarà “quasi certamente commisurata alla grandezza dell’immobile”.

Aridatece l’IMU. Senza se e senza ma.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Regala un sorriso

Associazione per la lotta al Neuroblastoma

Scarabocchiamo anche su…

Archivi

Abbiamo vinto il z-blog awards 2007

Un sorriso lungo un anno

In ricordo di Libero 83