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Nella Foresta di Sherwood il tempo scorre tranquillo. Mentre gli abitanti della foresta, i Fondi dormienti, riposano, il prode Giulio Tremonti, in arte Robin Furb, è al lavoro per stupirci con un nuovo effetto speciale: la sparizione della social card, per coprire parte del buco dell’Alitalia..

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Come di consueto, lo scarabocchio del lunedì lo trovate su Giornalettismo. Torniamo mercoledì con il solito scarabocchio…

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Questa è una triste storia. Una storia che sembra inventata, ma forse non lo è.  Ce l’ha narrata un grande scrittore del passato, un grande poeta, Ugo Foscolo. In molti hanno cercato di confondere le acque, di nascondere come è realmente accaduta. Ma noi squarciamo il velo: questa è la vera storia, il manoscritto originale  delle Ultime Lettere di Walter Veltroni.

 

Walter Veltroni, il cui nome è nelle liste di proscrizione della repubblica berlusconiana, essendo egli un ex comunista (certo, pentito, ma non vale), dopo aver assistito al sacrificio della sua amata patria, l’Alitalia, si ritira, triste e inconsolabile nel Loft. Lì vive in solitudine, scrivendo al suo amico Mister X di Comicomix, trattenendosi a volte con il curato Rutelli, passato al clero dopo una vita dissolutamente radicale, con il medico D’Alema, curatore fallimentare di Partiti e di Governi, e con altre brave persone (Parisi, Franceschini, Bersani) leggendo ad essi e ai pochi elettori rimasti che gironzolano intorno a lui “Come persi le elezioni”. Walter conosce il signor B., suo figlio Silvio, Presidente del Consiglio, Gianni Letta, che è il suo promesso sposo, e poi anche il  fratellino editore Paolo, e ne comincia a frequentare la casa, la Casa della libertà, dimenticandosi della sua adorata Rosy Bindi. Questa per Walter, tormentato dal pensiero della sua patria Alitalia, schiava, sull’orlo del fallimento e infelice, è una delle poche consolazioni. Un giorno di festa aiuta i deputati della Lega a far passare il federalismo in Parlamento, commosso e pieno di malinconia, un altro giorno con Silvio e il padre  signor B. va a visitare il sepolcro del Craxi ad Hammamet. I giorni trascorrono e Walter sente che il suo amore impossibile per Silvio diventa sempre più grande. Walter viene a sapere dallo stesso Silvio che egli è infelice perché non ama Gianni Letta, al quale il padre  B. l’ha promesso in sposo per calcolo, nonostante l’opposizione della madre, Veronica,  che per questo ha abbandonato la famiglia. Ai primi di settembre Walter si reca a Fiumicino, dove si è riaperto l’Aeroporto. Conosce le hostess del bel mondo, trova i Piloti, falsi amici, s’annoia, si tormenta e, dopo qualche giorno, ritorna da Silvio. Gianni Letta è partito, lasciando il campo a quel incapace buono a nulla di Sacconi,  e Walter riprende i dolci colloqui con Silvio e sente che solo lui, se lo potesse sposare, potrebbe dargli la felicità. Ma il destino ha scritto: "l’uomo sarà infelice" e questo Walter ripete tracciando la storia di Enrico Berlinguer, un fanciullo infelice, nelle cui braccia è morto il partito “diverso” degli umili e degli uguali, i cui elettori sono dovuti anch’essi fuggire dalla patria. I giorni passano nella contemplazione degli spettacoli della CAI che prova a comprarsi la patria Alitalia senza pagare un euro, e nell’amore di Walter e Silvio, i quali finalmente si baceranno per la prima volta in tutta la storia. Walter sente che lontano da lui è come essere in un sepolcro ed invoca l’aiuto della divinità: chiede proprio l’Epifania o, se proprio lei non potesse venire, suo figlio Epifani. Walter si ammala e, al signor B. padre di Silvio, che lo va a trovare, rivela il suo amore per il figlio. Appena può lasciare il letto scrive una lettera d’addio a Silvio e parte. Si reca a Malpensa, Linate, Ciampino, Torino Caselle, portandosi sempre dietro l’immagine di Silvio e sentendosi sempre più infelice e disperato. Vorrebbe fare qualcosa per la sua infelice patria Alitalia ma il D’Alema, con il quale ha un ardente colloquio, lo dissuade da inutili atti d’audacia. Inquieto e senza pace decide di andare in Francia da Spinetta di Air France ma, arrivato a Nizza, si pente e ritorna indietro. Viene allora a sapere che Silvio si è sposato con Colannino e sente che per lui la vita non ha più senso. Va a Palazzo Chigi  per rivedere Silvio che ora si è trasferito lì, poi va al Loft per riabbracciare il suo padre Romano Prodi, poi sale al Colle e qui, dopo aver scritto una lettera a Silvio e l’ultima all’amico Mister X di Comicomix, si uccide, piantandosi un pugnale nel cuore.

Nessuno piangerà sulla sua tomba, neppure Silvio, che ha sempre  fatto finta (non sa far altro) e che potrà così proclamare l’impero di Berluscone primo, tra gli applausi scroscianti della folla.


Questa triste storia ci è tornata in mente nel corso di un colloquio con una carissima amica, al quale lo dedichiamo con tanto tanto affetto e simpatia. Per lei e per tutti coloro che passano da queste parti:

Buon tutto!

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Quanto è bello il capitalismo! Un sistema perfetto, che regala la felicità ed il benessere a tutti. C’è la fastidiosa complicazione di quel miliardo di persone circa che soffre la fame, ma è un piccolo sciocco dettaglio. C’è il crescente inquinamento e l’uso a volte un po’ dissennato delle risorse naturali, ma è una quisquilia senza importanza. Insomma, ammettiamolo: il capitalismo è quanto di meglio si possa desiderare. Soprattutto da quando, a partire dagli anni 80, ci si è accorti che per essere ricchi e felici basta buttare al mare lo Stato, togliere i risparmi faticosamente accumulati in 50 anni di lavoro, metterli in mano ad un broker finanziario e lasciar fare a lui, mentre si dormono sonni tranquilli. Come d’incanto, nel giro di poco tempo, i risparmi raddoppieranno, triplicheranno, e anche più. Altro che quel dilettante di Gesù di Nazareth, con i suoi miseri pani e pesci! Viva i broker, viva la finanza, viva Wall Street. Viva il capitalismo e i suoi profeti! Quelli che spiegavano che basta lasciar fare agli animal spirits, al mercato, alla concorrenza, e tutto si aggiusta da solo. Via regole, via lacci, via lacciuoli. Un calcio nel didietro a quelle cassandre patetiche dei pensatori liberali che ricordavano che servono sempre regole chiare e un’autorità che le fa rispettare. Un bel vaffa a quelle stupide donnicciole socialdemocratiche degli economisti keynesiani, che pensano che senza l’intervento dello stato in certi settori il mercato combini dei guai. Al rogo, a morte, quei terroristi menagrami dei politici di sinistra, specie quelli italiani, che puzzano tutti di comunismo da lontano un miglio! Grazie ai profeti dell’ultraliberismo spinto, i Reagan, i Bush, avete visto che crescita record, che sviluppo? E’ facile: basta fare in modo che il denaro non costi nulla, e che tutte le banche lo prestino, senza preoccuparsi se verrà restituito. Chi se ne importa: c’è il mercato, no? Basta impacchettare tutto in una bella cartolarizzazione, emettere un titolo, darlo a un broker che – libero e bello come un dio greco – lo venderà, magari a credito, a qualche risparmiatore in cerca di un rapido guadagno. E via così, senza freni, senza regole, senza controlli, senza lacci e lacciuoli. Fai debiti, che paghi facendo altri debiti, tanto l’economia tira, la nave va, come diceva quel saggio e onesto politico italiano. E vedrai che tutto andrà per il meglio. Ma in questo mondo perfetto un giorno qualcuno, certamente seguace del marxismo leninismo, in qualche landa sperduta dell’America profonda, decise di fallire. Che insolvente, senza il minimo senso del mercato! E se l’insolvente non mi ridà i soldi, resto senza soldi anch’io. E divento pure io un insolvente. Il virus dell’insolvenza è tremendo. Gira che ti rigira, diventano tutti insolventi. Prima le piccole formichine. E chi se ne importa, è solo una piccola crisi passeggera. Disse Bush, il profeta: “Continuate ad investire in questa montagna di carta, mettete fiumi e fiumi di denaro a comprare altro denaro, carta che compra carta. Vedrete, che il mercato tutto aggiusterà”. Ma quando a fallire sono le grandi banche, e il panico si diffonde, la musica cambia. E allora i paladini del mercato, del capitalismo selvaggio e senza regole, si accorgono che lo Stato non fa così schifo e quella puzza che si chiama intervento pubblico, a pensarci bene è un buon profumo. Ed ecco la bella pensata: un fondo dello Stato che compra tutta quella montagna di debiti spazzatura, di carta fatta di niente, che ha arricchito per anni broker, assicurazioni, capitalisti liberisti economisti linotipisti ma certamente non i poveri cristi. Lo Stato invece paga, con soldi veri. Mille miliardi di dollari, sembra una favola, come cappuccetto rosso. Ma chi se ne importa, i broker sorridono felici, come il ragazzaccio che l’ha fatta grossa ma sa che il suo buon papà lo ha perdonato. Il conto salato di un debito pubblico grande come mezzo universo che verrà scaricato sui poveri cristi americani, che un po’ se lo terranno e la gran parte lo regaleranno ai poveri cristi europei, che ne regaleranno gran parte ai poveri cristi cinesi e brasiliani e russi, che ne daranno la gran parte ai poveri cristi che muoiono di fame, che se lo terranno loro, che ben gli sta così imparano a non lodare il capitalismo anche loro. Se questa fosse una favola, adesso arriverebbe un principe, un cacciatore, che se la prenderebbe con i draghi, i lupi, i cattivi: i broker, i profeti del capitalismo selvaggio, Bush e tutti i suoi amici. E che salverebbe i buoni: tutti noi poveri cristi e quei poveri cristi più poveri cristi di noi. Ma questa non è una favola. Cari poveri cristi, anche stavolta, grazie al capitalismo selvaggio e senza regole, gli animal spirits lo metteranno nel didietro proprio a voi!

Buon tutto!

Mi chiamo Abdul ho 19 anni e vengo dal Burkina Faso, ma vivevo felice a Milano, in Italia, un bel paese caldo, accogliente, con tanta bella e brava gente. Ero un cittadino italiano. Ora volo nel vento, in questa notte piena di stelle. E questa è la mia piccola storia, una storia di ordinario razzismo.

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Come di consueto, il lunedì lo Scarabocchio esce anche su Giornalettismo. Mercoledì, invece, torniamo alla pubblicazione "tradizionale". Se vi va, vi aspettiamo qui su Lo Scarabocchio!
Buon tutto!


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Come passa il tempo! Sembra ieri, quando  parlavamo delle grandi doti di Silvio Berlusconi come uomo di governo. Purtroppo, anche lui, nonostante le sue incredibili capacità, non può tutto. Ogni tanto invidiosi e cattivi gli mettono i bastoni tra le ruote. E così, la vicenda dell’Alitalia, proprio quando sembrava arrivata al lieto fine, ha subito uno stop, forse definitivo. Il presidente della CAI, la cordata di imprenditori coraggiosi che con sprezzo del pericolo e grande faccia tosta si erano fatti regalare Alitalia scaricandone i costi sul contribuente italiano in cambio di qualche favore più o meno confessabile, ha gettato la spugna. Niente da fare. E dire che Berlusconi e i suoi avevano varato un piano davvero geniale,  dividendo Alitalia in due società: una, riservata alla cordata di amici e amici degli amici, con tutto  il “buono” residuo, mentre la gestione degli esuberi e tutti i debiti accumulati dai grandi manager sarebbero finiti allo Stato, facendo pagare il salato conto di oltre 1 miliardo di debiti agli entusiasti contribuenti. Un brutto colpo per Berlusconi. E siccome i brutti colpi non vengono mai da soli, nel corso di uno dei frenetici incontri per risolvere la faccenda il nostro Silvio ha rimediato anche un pestone sul piede sinistro (e ti pareva), proprio dove un callo particolarmente fastidioso lo tormenta da anni, più o meno da quando, nel 1994, scese in campo. Berlusconi si lamentava ululando dal dolore, e nessuno sapeva se fosse per il brutto colpo o per la brutta figura. Tutti i suoi uomini hanno fatto quadrato: bisognava trovare un colpevole. Qualcuno ha suggerito che fosse chi aveva responsabilità di governo quando, tra il 2001 e il 2006, un manipolo di supermanager pagati milioni di euro disintegrarono quel poco che restava di quella che un tempo fu una compagnia aerea. Ma non è sembrata una buona idea. Qualcun altro se l’è presa con i sindacati, ma alcuni hanno fatto notare che quando, 3 mesi fa, i Sindacati fecero naufragare l’offerta  dei francesi di Air France (decisamente più vantaggiosa di quella montata dalla CAI) tutto il centrodestra si fregava le mani dalla gioia. Qualcuno ha detto che era colpa di Prodi, ma quando sono stati visti Fede e Bonaiuti ridere davanti a quest’affermazione, si è capito che non era il caso. Qualcun altro, forse arrivando più vicino alla verità, ha suggerito che il colpevole fosse Marx. In molti hanno annuito: finalmente il vero responsabile del fallimento della cordata Alitalia e del dolore al piede del presidente del Consiglio era stato trovato! Ma poi quel tale ha spiegato che stava facendo dell’ironia, che non si riferiva a Karl, il filosofo ed economista tedesco, ma a Groucho, l’attore comico americano. Qualcuno allora ha chiesto: “Ma cos’è l’ironia? Una nuova cordata per Alitalia?” e la cosa è stata lasciata cadere lì. Insomma, cerca che ti cerca, nessuna soluzione era a portata di mano. Il colpevole non si trovava. E improvvisamente non si trovano neppure i soldi per la cassa integrazione, che il Ministro Sacconi sino a qualche ora prima giurava e spergiurava  pronti per “soccorrere” la compagnia costretta a liberarsi del personale in eccedenza. Si è sentita volare nell’aria la parola ricatto, ma dopo un po’ si è tornati ad occuparsi della unica cosa che interessa: trovare un colpevole, qualcuno su cui scaricare una delle più brutte figure che un governo abbia mai fatto in 60 anni (e sì che di governi di cialtroni e di pagliacci ne abbiamo avuti!). Perché a nessuno interessa, naturalmente, trovare una soluzione. Non interessava nel 2001, nel 2006, 3 mesi fa. Figuriamoci se interessa ora. L’importante è cercare un rassicurante colpevole. E alla fine, cercando bene, il colpevole si è trovato. Ovviamente lo ha trovato lo stesso Berlusconi, che non a caso è il capo dei capi. L’hanno sentito gridare “Ti ho trovato, finalmente!”. E tutti sono accorsi sulla porta del bagno, dove Berlusconi era andato a prendere un calmante. L’hanno visto tutti, il grande Silvio, puntare il dito contro lo specchio che rifletteva la sua immagine.

Buon tutto!


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Che giornata memorabile, amici! Di quelle che, quando la Padania sarà stata finalmente liberata dall’oppressione del governo romano, chi era lì potrà dire, con l’occhio velato di commozione: “Io c’ero!” Tutti riuniti per festeggiare la grande vittoria della Lega Nord. Finalmente, dopo millenni di oscura prigionia, i padani possono battersi il petto e gridare: “Siamo liberi!” La folla è già in delirio quando lui, il mito vivente, il capo dei capi, l’Umberto, sale sul palco ad annunciare la grande vittoria. “Finalmente ci hanno dato il federalismo!” Il popolo fradicio per la pioggia battente esulta.  E la vittoria è ancora più bella, perché ottenuta senza spargimenti di sangue, anzi, tra il tripudio generale dell’Italia intera. Dalle Alpi a Capo Passero, tutti festeggiano e cantano in coro: “Viva il federalismo!” L’Umberto, il capo dei capi, sorride felice. Il popolo padano ha vinto la sua guerra, e lui può annunciare il trionfo del Federalismo gentile. A spiegarlo al popolo estasiato, vien mandato il più fine degli strateghi, il più sottile degli intellettuali che la Padania abbia mai espresso dalla notte dei tempi. Mario Borghezio. E’ lui che ci spiega questo federalismo gentile. “Non ci rompete più i co@#ioni con gli immigrati, vecchie facce di mer#a! Roma, sono ca##i tuoi, ti facciamo un cu@o così!” Che poesia, che finezza, che chiarezza. Lì vicino, l’altro eroe di giornata, il prode Calderoli, seduto in cerchio sotto gli ombrelli assieme ad un manipolo di uomini in camicia verde, svela ad un giornalista del Giornale, il terzo segreto di Carate Brianza: il mistero dell’Onorevole Trombetta. Non ricordate? Quello che prendeva il treno, assieme a Totò (De Curtis) per un ignota destinazione. Spiega Calderoli, con la voce rotta dal pianto: “La vittoria sul federalismo è il frutto di un magnifico tandem: Bossi alla guida, io a pedalare come un matto, e Tremonti davanti a suonare la trombetta per far spostare la gente“. Forse un giorno lontano qualcuno scriverà un libro su queste vicende. La sostenibile leggerezza del tandem. Intanto, Borghezio continua a spiegare alla folla cosa è il federalismo gentile: “E d’ora in poi, romani, i nostri sghei col ca##o che li vedete!”. Infatti, l’Onorevole trombetta, guidando il tandem con Bossi e Calderoli, i soldi ha deciso di portarli al Lombardo. Se Borghezio avesse imparato a leggere, saprebbe che nel testo che porta la firma dell’eroe padano Roberto Calderoli, l’art.20 prevede che l’accisa sugli oli minerali, la quarta tassa italiana, quella che ogni cittadino italiano e padano paga quando acquista del carburante  – vale circa 20 miliardi di euro – finiranno tutti al Lombardo. Chissà se qualcuno ha spiegato a Borghezio che non si tratta dell’oste di Orio al Serio, o dell’artigiano di Mantova, o del carpentiere di Vigevano, ma di Raffaele, il Governatore della Sicilia. Se Borghezio avesse imparato a leggere (non ci fu verso, ci provò per 12 anni di fila, ma niente)  saprebbe anche che l’art. 13 assegna quote di gettito da tutta Italia per Roma capitale, che saranno definite – senza nessun criterio oggettivo – d’accordo tra l’Onorevole Giulio Trombetta, Roberto pedalatore solitario del tandem e i ministri romani. Borghezio forse non lo sa, che quando passa ride tutta la città, e che sta prendendo in giro i poveri elettori della Lega che si bagnano sotto la pioggia, e magari ci credono davvero ai suoi discorsi. E non si sa neppure se Roberto Calderoli sappia leggere (uno dei suoi ultimi eroici neuroni, seduto in cerchio e con in mano un ombrello disse di sì in un’intervista al Giornale, ma magari ha perso l’abitudine, chi lo sa). Invece, l’onorevole che suona la trombetta, il divo Giulio da Sondrio, sa leggere. E le cose le sa. Infatti ha finito il suo viaggio ed è arrivato nella terra di Totò (Cuffaro) con un pacco di soldi e li ha dati al Lombardo (Raffaele) che li conta si frega le mani. E in quest’epica storia, che forse ispirerà ai posteri un film “L’ultima presa per i fondelli del popolo padano”, saranno in tanti (i soliti) a fregarsi le mani e i soldi. E in tanti (sempre i soliti) a essere fregati. Intanto, mentre gli eroici militanti padani ripiegano le loro bandiere, Calderoli, Bossi, Borghezio e tutta la compagnia si trasferiscono tra servizi d’ordine, scorte della Digos, motoscafi d’altura, ragazze padane con i tacchi a spillo e la gonna corta, verso un’antica dimora veneziana, all’Hotel Metropole, una bettola misera da 500 euro al giorno, bevande escluse. E noi gridiamo tutti in coro: “Viva il Federalismo gentile, viva la Lega, viva Lombardo!”

Buon tutto!

Qualche sera fa attendevo con ansia la fine del TG per  potermi gustare una delle mie trasmissioni preferite in una delle reti TV di proprietà di Silvio Berlusconi, quella dove belle ragazze svestite si dimenano sottoponendosi a prove di grande difficoltà, come il salto della cavallina, lo schiaffo del soldato o la danza del ventre….

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Come di consueto, lo Scarabocchio del lunedì lo trovate anche su  Giornalettismo. Commentateci, se vi va, qui o là.
Mercoledì torniamo con lo scarabocchio "tradizionale"
Buon tutto!

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Mi chiamo Estrella. Estrella Sanchez. Sono una bambina americana. Ho 11 anni, sono nata e vivo a New York. Oggi per me è un giorno speciale. Oggi è l’11 settembre del 2001. Oggi, come ogni anno, quando papà e mamma torneranno dal lavoro, andremo insieme alla Chiesa dove ricordiamo ogni anno mio nonno Hugo. Mio nonno Hugo era nato in un paese lontano da qui, il Cile, ed era venuto a New York, come tanti, in cerca di fortuna. Qui aveva avuto dei figli, tra cui Miguel, il mio papà. Io non l’ho mai conosciuto, mio nonno. Mio nonno era un ingegnere. Papà racconta che partì per il suo paese, il Cile, nel giugno del 1973. Il Cile, diceva, dopo tanti anni di buio, ha rialzato la testa. C’era un grande presidente, Salvador Allende, che aveva riportato la speranza. E mio nonno partì, anche se mia nonna gli diceva di stare attento, che il Cile è una terra bella e maledetta, non si sa mai. Papà ha raccontato tante volte che lo vide partire, in quella mattina di Giugno, dall’aeroporto, con le sue grandi mani che lo stringevano forte, gli facevano male. E non lo vide più, puf. Dissero che uscì di casa, la mattina dell’11 settembre del 1973, e sparì nel nulla. Missing, come diciamo noi in America, o Desaparecido, come dicono quei nostri parenti di Santiago del Cile che ogni tanto andiamo a trovare. Per questo il mio papà, che ride sempre dietro i suoi baffetti scuri, ogni 11 settembre, si sveglia cupo, e non ha voglia di andare a lavorare. Gli manca tanto quel padre che è sparito nel nulla, in quella mattina, senza che nessuno abbia mai spiegato dove sia finito, e perché. Papà si rabbuia se gli chiedo del nonno, e mi racconta che il nostro paese, l’America, gli USA, aiutò degli uomini cattivi vestiti da soldati a uccidere quel grande Presidente e tutti gli uomini che gli stavano dando una mano. Papà ama tanto il nostro paese, quest’America immensa e gioiosa, bella come lo zucchero filato che papà mi compra sempre quando andiamo al Luna park. Papà che ogni tanto è preoccupato perche il nostro presidente, quel George Bush, non è un grande presidente. Dice papà che non capisce nulla, che non fa nulla di buono, che parla troppo spesso di guerra e troppo poco di scuole e ospedali. Papà anche stamattina si è alzato di malumore, ha salutato tutti ed è andato al World Trade Center, lì, in quel bel posto di New York dove ci sono le due torri, le torri Gemelle, dove si trova il suo ufficio. Non è lontano da casa nostra, e molte volte, quando non vado a scuola, mi affaccio dalla finestra e le vedo dritte nel cielo, enormi e belle, indistruttibili come quest’America bambina che guarda il mondo come mio fratello Josè guarda il suo palloncino, quello che papà gli compra sempre quando fa i capricci al Luna Park. Ed io, che sto crescendo, penso a mio nonno, a come doveva essere bello, e forte – dalle foto sbiadite somiglia tutto al mio papà, con quei baffetti scuri – e di come è ingiusto sparire così, nel nulla, senza un perché, solo perché ci sono uomini nel mondo che gli piace giocare alla guerra, e accumulare denaro e potere. Uomini che non pensano alle scuole, e agli ospedali, e al bene della gente. Ma adesso si è fatto tardi, papà e mamma non tornano, a casa c’è mia zia che mi dice piangendo che uomini cattivi hanno attaccato la mia città, che non si sa cosa è successo bene. E presto sapremo che in questa bella mattina di sole, ora, come allora, un uomo che partiva da casa con in tasca i suoi sogni e un piccolo regalo per i suoi figli è sparito nel nulla, senza un perché, dissolto nel vento. E continuerà a vagare, senza un perché, ogni 11 settembre, ogni giorno dell’anno, fino a quando ci saranno uomini odiosi e senza cuore che escono di casa per spezzare i loro sogni, le loro speranze, le loro vite.

Dedicato a tutte le vittime di tutti gli 11 settembre, di tutti i giorni del calendario. Con l’ingenua speranza che venga davvero un giorno in cui ogni uomo possa uscire di casa certo di potervi tornare quando vuole.

Buon tutto.

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Le cose della vita, lo sanno tutti, non sono mai semplici. Lo sa anche il sindaco di Roma, Gianni l’Alemanno, che ha recentemente affermato sul Corriere della Sera e sul Messaggero che “Il fascismo non fu il male assoluto, ma un fenomeno più complesso”. In quella definizione, ha detto l’ottimo sindaco di Roma, rientrano solo “le leggi razziali emanate nel settembre del 1938”. Il Sindaco della nostra capitale ha perfettamente ragione. Il fascismo fu un fenomeno complesso. Per certi versi, anche simpatico. Anzi, diciamola tutta, smettiamola di dire bugie: fino al 1938 fu un’allegra scampagnata. Un regime che abolì la libertà di stampa, rese illegali tutti partiti politici, mandò al confino i suoi principali oppositori. Complicato e pieno di allegria: si marciava su Roma, si cantava e si scherzava. Si bastonavano quelli che non la pensavano come il regime, si eliminavano i sindacati. Sempre allegramente, con l’esuberanza tipica dei giovani, ogni tanto ci scappava il morto. Come Piero Gobetti, morto a Torino a 25 anni nel 1926 per le botte ricevute perché pubblicava un giornale che si chiamava “Rivoluzione liberale”, titolo indubbiamente sovversivo. O come Giacomo Matteotti, che accusò di brogli elettorali in parlamento il capo del governo Benito Mussolini nel 1924 (un po’ come fece Berlusconi con Prodi). O come Antonio Gramsci, morto in carcere. Ma come non sorridere orgogliosi pensando a quelle bande che partivano con la mazza, bevendo, cantando e brindando con l’olio di ricino. Certo, se non ti iscrivevi al partito ti mettevano in galera. Era obbligatorio. Ma solo perché al regime piaceva che gli italiani si facessero compagnia: più si è e più ci si diverte. E comunque, complessivamente, non si stava male. Certo, poi ci fu quel piccolo errore delle leggi razziali che rovinò tutto. Ma prima, ammettiamolo, era proprio un bel periodo. Complesso, ma divertente. Poi si sa, che un errore tira l’altro, come le ciliegie. E così, all’errore delle leggi razziali seguì la guerra assieme ai tedeschi di Hitler, la rovinosa sconfitta e la guerra civile del 1944-1945. Ma a soccorrerci per ricordare anche quel periodo come si deve arriva il simpatico e affabile Ministro della Difesa, Ignazio “Frankestein” La Russa. In occasione dell’8 settembre, Ignazio ha voluto celebrare come meritavano gli eroici soldati della Repubblica Sociale Italiana che in quegli anni combatterono al fianco di quei galantuomini della SS, mentre quei banditi e anti-patrioti dei partigiani davano una mano all’odioso invasore, gli anglo-americani, in nome di quella cosa che sventola oggi nella bandiera del partito di maggioranza: la Libertà. Meno male che ci sono loro, questi revisionisiti storici all’amatriciana, a raccontarci davvero come sono andate le cose. In 60 anni di squallida e vergognosa propaganda ci avevano convinto che i buoni erano gli americani e i cattivi gli altri, che la democrazia va difesa e le dittature vanno combattute. Di qualsiasi colore esse siano. E se è giusto pensare con malinconia anche ai tanti giovani che in buona fede chiusero gli occhi per sempre in quel triste periodo di storia, combattendo dalla parte sbagliata, non si può e non si deve dimenticare che da una parte c’erano quelli che ci hanno regalato questa Italia di oggi, con tutti i suoi difetti, ma dove ieri al Governo c’era Prodi, oggi c’è Berlusconi e prima o poi ci sarà qualcun altro. Questa Italia  in cui un Sindaco, un Ministro, un giornalista o un blogger (insomma, qualsiasi perfetto cretino) possono dire sciocchezze prive di fondamento e senza senso sulla storia di questo paese. Quest’ Italia imperfetta, ma dove (ancora) se ti va puoi anche dire che un Sindaco, un Ministro, un giornalista o un blogger hanno detto un enorme ca@@ata (e scusate il francese!).

Buon tutto!

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Brindate, amici! Se tutto va come deve andare, tra pochi giorni festeggeremo un altro grande successo del Governo Berlusconi. Un’altra promessa mantenuta. Tutti ricorderanno, in campagna elettorale, quando il prode Silvio si oppose come un leone alla svendita dell’Alitalia ai francesi….

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