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Del Ponte di Messina si parla da decenni, 33 governi e12 legislature, spendendoci pure denaro pubblico, 400 milioni di euro. Anche se si dice che si tratta di un’opera inutile, e se l’Europa ha eliminato il Ponte dalle sue grandi opere strategiche, prevedendo in sostituzione un’”autostrada del mare” da Bari a Malta.

Invece, il governo e l’autorità responsabile dell’opera insistono nel dire che i lavori – dopo la posa della prima pietra avvenuta l’anno scorso a Cannitello – partiranno entro breve e saranno conclusi entro il 2019. E i soldi? Il VI rapporto sullo stato di attuazione della Legge Obiettivo prevede per il Ponte un costo di 7,2 miliardi di euro, di cui – al momento – disponibili 2,5.

Ecco, in questi tempi in cui si taglia su tutto e tutti, e in cui si parla tanto di decreto sviluppo e di assenza di soldi pubblici, si potrebbe prevedere che i 2,5 miliardi di euro “disponibili” per il Ponte sullo Stretto vengano destinati a qualcos’altro.

Anziché la stretta sulla scuola, una stretta sullo Stretto. Non sembra una cattiva idea.

Pubblicato su Giornalettismo

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Sono le  5,21 del 28 dicembre 1908. E’ lunedì, è buio e fa freddo. A Messina gran parte della popolazione ancora dorme. C’è stata gran festa ieri sera: la festa di santa Barbara. Ora tutti riposano, anche se i panettieri iniziano a sfornare il primo pane caldo del mattino. Il silenzio è squarciato improvvisamente da un boato. Dopo la terra ha iniziato a tremare, per un tempo che è sembrato infinito, e subito dopo un silenzio assordante, mentre una nuvola di polvere ha oscurato il cielo. Immersi nella notte e nella pioggia dalle macerie sono usciti uomini seminudi, donne inebetite e bambini assonnati. Si sono guardati attorno, piegati da un attonito stupore, e hanno vagato nella terra piagata Alcuni si sono messi a correre verso il mare in cerca di riparo, altri sono rimasti a guardare le loro case sventrate e sono stati inghiottiti dalle esplosioni e dagli incendi scoppiati all’improvviso tra le voragini e le montagne di macerie, che hanno avvolto case e palazzi. All’improvviso, il mare ha cominciato a gridare e a gonfiarsi, e ha vomitato tre enormi conati di acqua salata sulla città, ingoiando tra i flutti migliaia di persone stordite. La città si è dissolta, liquefatta, ed è apparsa al chiarore dell’alba solo un cumulo di rovine. Macerie, distruzione e 80 mila morti, mentre le stelle restavano mute a guardare quella desolazione, quei corpi, quel pianto senza fine. E c’erano quelle stesse stelle anche alle 21,06 del  6 maggio 1976, quando le montagne del Friuli hanno spazzato via in un attimo Gemona, Osoppo, Bordano, Trasaghis e Venzone, sventrando case, fabbriche, e il muto ricordo di 989 persone. Stelle che splendono mute nel cielo ferme a guardare anche nella placida sera del 23 novembre 1980, quando alle 19,34 le colline e i monti dell’Irpinia cominciarono a tremare senza fine, e dopo quell’interminabile movimento del mondo  2.700 sogni furono spezzati per sempre sotto le macerie di case di sputo, fatte di cartapesta e cemento armato. E ancora trema, questa terra amara, trema sulle colline dell’Umbria e delle Marche nella notte del 26 settembre 1997, sempre con quel rumore sordo, questo cielo che aspetta in silenzio e guarda case e palazzi ballare un’assurda danza, di paura e di morte. Una lunga scia che continua, inarrestabile, nel silenzio attonito degli uomini e delle stelle. E di nuovo, dopo i bambini di San Giuliano, l’Appennino regala paura e morte a tanta povera gente d’Abruzzo. E ancora il pianto delle madri e dei padri, ancora orfani, ancora bestemmie, e grida e terrore. Ancora quelle stesse stelle, ora come allora, mute e silenziose davanti a quegli sguardi attoniti, a quel pianto antico, quell’ignaro chiedere dell’uomo una domanda senza riposta: “Perché?” Una lunga infinita scia di pianti e di dolore, mentre ora comincia il gran ballo di nuovi avvoltoi, che atterrano sul dramma per fare una trasmissione in Tv. E ci sono i soccorsi che arrivano a volte rapidamente e a volte no, ci sono uomini da poco che si lanciano accuse e scuse su quello che poteva essere fatto e non si è fatto davanti a quei morti con lo sguardo verso il cielo. Ma nel silenzio della notte, ora come allora, ci sono un padre e una madre che si chiedono “perché è morto mio figlio ed io non ho neppure un graffio?”. Ora come allora, tra le case sbriciolate, guardano verso quel cielo muto che, ora come allora, si lascia guardare e non può rispondere. Un silenzio che pesa su tutti gli uomini e le donne di buona volontà, mentre la terra continua a tremare, un bimbo che singhiozza davanti ad una bambola di pezza senza un senso né un perché. In quel silenzio, ora come allora, uomini e donne restano muti a guardare i loro figli sorridere, le loro case serene, gettando uno sguardo pietoso e distratto, senza fine e senza tempo verso quelle foto ingiallite o verso quelle urla così vicine, senza sapere cosa dire e cosa pensare, con il cuore che – anche lui – non riesce a smettere di tremare. Fuori, sotto la pioggia che batte sulla terra e dentro i cuori degli uomini e delle donne dell’Abruzzo ferito, un’altra notte italiana ed un cielo scuro coperto di stelle. Mute, immobili, placide. Eternamente silenziose.

 

Per una volta, scusateci, ma non riusciamo a scrivere Buon tutto.

Il Governo è pronto a mettere circa 6 miliardi di euro per a far rinascere la Sicilia. Non preoccupatevi, non li useranno per costruire o completare l’Autostrada fantasma, la Messina Palermo, né superstrade o tangenziali mai finite. E neppure per raddoppiare i binari ferroviari, velocizzando le percorrenze da Napoli in giù. O per risolvere il problema della siccità, costruendo dissalatori, completando dighe e invasi mai utilizzati e realizzando canalizzazioni e acquedotti. Queste opere sono inutili. Come ha detto il Presidente siciliano, quel sant’uomo di Raffaele Lombardo, il futuro della Sicilia dipende solo dalla costruzione del Ponte sullo stretto di Messina. Un’opera monumentale, faraonica, straordinaria, che farà parlare della Sicilia in tutto il mondo. Immaginate un ponte sospeso, lungo 3666 metri, il più lungo del mondo; retto con cavi d’acciaio lunghi 5.300 metri e con un diametro di 1,24 metri: l’accecante bellezza di 166.000 tonnellate di acciaio arrangiato in cavi di un metro e venti centimetri di diametro. Immaginate poi due torri enormi, alte fino a sfiorare i 400 metri, più della Tour Eiffel o dell’Empire State Building, e le 100.000 tonnellate del ponte sospese a circa 65 metri di quota. Pensate al magnifico oscillare del ponte, circa 12 metri in orizzontale e 9 in verticale, nel settore centrale, per resistere ai venti che, nello stretto, possono superare i 200 km/h. Un ponte collocato in una zona ad alto rischio sismico, in grado di resistere senza danni a sollecitazioni fino a magnitudo 7,1. Non avete i brividi anche voi? Don Raffaele aveva addirittura le lacrime agli occhi, quando Pietro Ciucci, numero uno della società Stretto di Messina, ha dettato i tempi per la realizzazione dell’opera, scrivendo al Ministro per le Infrastrutture, Altero Matteoli: Avvio dei lavori a metà 2010, apertura al traffico nel 2016. Pietro Ciucci sa quello che dice, non è un ciuccio, è un grande manager: da quando è al timone della Società Stretto di Messina, i costi del personale sono passati dai 2 milioni di euro del 2002 a 9,2 milioni di euro del 2006 con un incremento di appena il 300 per cento, mentre gli stipendi e gettoni di presenza degli amministratori erano 526 mila euro nel 2002 e sono nel 2006 1,6 milioni di euro, con un più modesto incremento di circa il 200 per cento. L’ex Ministro Di Pietro disse che la Società Stretto di Messina era costata alla collettività la modica cifra di 150 milioni di euro, dalla sua nascita, senza neppure aver messo la prima pietra del Ponte. Ma non importa perché, come dice Don Raffaele, la società è di proprietà privata: infatti, i soci principali sono Treni Italia, ANAS, le Regioni Calabria e Sicilia. Più privata di così! E la costruzione, dice Don Rafaè, non costerebbe nulla allo Stato, perché sui 6 miliardi di costo, 3 li pagherebbero le Ferrovie, il cui proprietario, lo sanno tutti, si chiama Pantalone, e un altro 10-20 per cento i fondi della UE, che pare vengano da Marte (o forse da Saturno). E poi l’opera si autofinanzia: i ricavi dovrebbero compensare l’investimento, l’ammortamento del manufatto, la sua manutenzione e le spese di gestione per l’esercizio dello stesso. Ci vogliono 9000 auto al giorno e 200 treni. Facile: ora sullo stretto passano con il traghetto circa 7 mila auto al giorno, a convincere gli altri ci penseranno gli amici degli amici di Don Raffaele. Sanno essere convincenti. E poi chi se ne importa, il progresso ha un prezzo, a volte esagerato? Per vedere quel Ponte ballare la Contradanza tra Scilla e Cariddi siamo tutti disposti a pagare salato: Messina val bene una messa! Purtroppo, i nemici del progresso si oppongono. I soliti comunisti, ambientalisti, gente capace di dire solo no: come Pasquale Pistorio, il vice presidente di Confindustria, che ha detto che il Ponte è come avere il caviale e lo champagne quando mancano il pane e la pasta. Di parlare di sviluppo dei collegamenti portuali tra Sicilia e i porti di Genova, Livorno, Napoli, non ci sembra il caso di parlare: siamo Comicomix, ma abbiamo il senso della misura, noi. Aspettiamo con fiducia il 2016: ci sarà il ponte di Messina mentre l’autostrada Messina-Palermo continuerà a passare tra le bancarelle di Santo Stefano di Camastra, e mentre per percorrere la tratta ferroviaria Messina-Palermo continueremo ad impiegare mezz’ora in più rispetto a quando e’ stata inaugurata agli inizi del ‘900,  e mentre da Ragusa – Messina continueranno a volerci circa 5 ore per coprire i 200 km di distanza. Ma in compenso, ogni giorno, sul Ponte di Messina risparmieremo una mezz’ora di tempo e balleremo nel vento, felici e contenti. Le due cosche, pardon coste,  saranno unite. Immaginate che festa?
Buon tutto!

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