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Anche i professori, nel loro piccolo, si sbagliano. E anche nel governo tecnico, il “Barcellona” dei Governi, qualcuno sbaglia: una rimessa laterale o un calcio di punizione. E’ successo con la nomina del sottosegretario all’Agricoltura.

Dovrebbe essere – o forse è meglio dire, doveva essere – Francesco Braga, docente all’ università di Guelph e incaricato alla Cattolica, da 28 anni in Canada, esperto del ramo. Il neo ministro Mario Catania ne era addirittura entusiasta. E lui, molto soddisfatto. Migliaia di congratulazioni, tra cui il consorzio del parmigiano-Reggiano e la comunicazione mail del Ministero in Canada.

Però dopo le prime ore è spuntato un altro nome: Franco Braga, docente di Tecnica della Costruzione alla Sapienza. Segnalato da Altero Matteoli, ma per le infrastrutture, date le specifiche competenze. Dicono che se la sia presa. La confusione è sovrana. Né Francesco né Franco hanno giurato. A domanda su chi sia il sottosegretario, viene risposto ancora che “la situazione è fluida”.

Speriamo che sulle misure il “Barcellona” faccia un po’ più di attenzione: errare è umano, perseverare è diabolico.

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Nei mercatini di Firenze, la città di Matteo Renzi, il sindaco rottamatore del Pd, dovranno vendere esclusivamente prodotti “Made in Italy” o, meglio ancora, della Toscana o di Firenze. Si darà una mano all’artigianato locale in crisi, con l’obiettivo  di preservare la “fiorentinità”. Non sarà facile, ha detto il vice di Renzi, Dario Nardella, per colpa delle leggi e della “liberalizzazione del mercato”.

Perbacco che idea originale: neppure Bossi, Calderoli e Tremonti ai tempi d’oro ci avrebbero pensato. Accidenti che idea vincente: immaginiamo cosa accadrebbe se fosse applicata in ogni città, in ogni regione, in ogni Paese. Per l’Italia, paese ad alta vocazione all’export, un vero toccasana.

Investimenti in tecnologia, innovazione di prodotto, green economy, ricerca? Roba vecchia. La ricetta per salvare l’economia di Firenze, della Toscana e dell’Italia è il made in Florence: una buona dosa di protezionismo, con qualche spruzzata di demagogia.

Meno male che c’é questo nuovo che avanza, pronto a rottamare il vecchiume della politica italiana.

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Claudio Baglioni, il cantante che ha fatto innamorare milioni di ragazze sulle note di “Questo piccolo grande amore” è un uomo di successo. Strada facendo, ha girato il mondo e conosciuto gente importante. Gente come Silvio Berlusconi, di cui – in un’intervista al settimanale A – svela di essere un grande amico. Un uomo che, dice Claudio, “è meglio, molto meglio, di come viene raccontato”.

Ora vorrebbe cantare assieme a lui e a Bobo Maroni a Lampedusa. Perché – rivela sempre Claudio – Silvio è sfinito e sfiduciato. Si sfoga con lui al telefono, dicendogli “Claudio sei fortunato. Beato te che canti, suoni, fai innamorare le ragazze”. La ragione di tanta tristezza è sempre quel maledetto viziaccio della politica, che però ora lo ha stancato. Dice Silvio al telefono: “Claudio sono stanco, questa politica mi ha sfinito, mi ha deluso. Sai, continuo a chiedermi chi me l’ha fatto fare”.

Chissà. Magari qualche motivazione risiede in norme come quella dell’ultima manovra finanziaria, quella che avrebbe salvato Fininvest dall’ammenda di 750 milioni di euro per il Lodo Mondadori. Pare che la ritireranno. Per ora.

 

Claudio, Silvio e Bobo potrebbero scriverci una canzone, da cantare assieme a Lampedusa. Questo piccolo grande comma.

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Poste Italiane ha bandito una gara per la fornitura ai suoi 79 mila postini di un kit completo di abbigliamento estivo: giacca a vento, tre pantaloni (o tre gonne), quattro camicie, un maglione con collo a “V”, due maglioni a collo alto unisex ed un cappellino. La Lega Nord, ha presentato un’interrogazione al ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani che il capogruppo Reguzzoni ha fatto firmare a tutti i suoi deputati, nessuno escluso.

Un altro capitolo dell’aspra guerra del Carroccio contro gli sprechi delle Pubbliche amministrazioni e delle loro aziende, al grido di “Roma ladrona”?. No. La Lega Nord protesta perché per la fornitura è stato previsto un prezzo troppo basso: Poste Italiane pagherà infatti per ogni kit solo 210 euro. Le potenziali aziende fornitrici non avranno grandi margini di guadagno.

Tra i leghisti più indignati, si segnalano i parlamentari che vengono dalle zone ricche di industrie tessili.

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Aveva promesso sfracelli con la rivoluzione liberale. Ha finito a difendere tutte le corporazioni: avvocati, farmacisti, tassisti. E Politici.
Aveva promesso la semplificazione, la sburocratizzazione. Ma non è cambiato nulla.
Aveva promesso il federalismo. Ma le autonomie locali sono sempre più strangolate dai debiti e nuovi vincoli dal potere centrale.
Aveva promesso la crescita. Ma è arrivato il declino.
Aveva detto meno tasse per tutti. Ma la pressione fiscale è aumentata.
 
Chissà che aspetta la tanta brava gente che lo vota a svegliarsi e a prenderlo a calci nel didietro. O almeno a spennacchiarlo.
 
Buon tutto!

Dopo la sberla elettorale di Venezia, qualche sberleffo interno e memorabili “incomprensioni” con Tremonti, Renato Brunetta finalmente torna a farsi sentire e parte all’attacco delle auto blu. Ma non con la furia iconoclasta riservata a quei fannulloni dei dipendenti della Pubblica amministrazione. Eroe popolare all’incontrario, forte con i deboli e debole con i forti, il nostro si affretta a spiegare di aver voluto censire le auto blu italiane non per tagliare sprechi e spese inutili ma solo per “fare chiarezza sulla questione delle auto della Pubblica Amministrazione, contrastando leggende metropolitane spesso propagandate senza statistica metodologica”.

Le auto blu non sono 600 mila, come si è detto sulla stampa, ma appena 90 mila. Anzi 10 mila blu blu per i politici, 20 mila blu per i dirigenti e le altre “grigie”, a guida libera per le missioni e i dipendenti, dice il signore dei tornelli. E’ un monitoraggio adffidato al Formez, che ci dice anche che il costo di queste auto nel 2009 avrebbe sfiorato 88 milioni di euro, e il personale impegnato è stato pari a circa 40 mila unità. Piccolo insignificante dettaglio: gran parte delle amministrazioni consultate non ha ancora risposto. I risultati presentati oggi rappresentano le stime sul parziale di 2.221 centri (il 26%) sulle 9.199 amministrazioni consultate.

Ma il ministro non intende fermarsi a questo già utilissimo sondaggio, del quale ci piacerebbe sapere se e quanto è costato all’erario. Brunetta promette infatti nuove regole contro l’abuso dei lampeggianti sulle auto blu. “Sto cercando di riscrivere una regolazione per questi bulbi luminosi che disturbano la popolazione. Vogliamo capire, ha aggiunto, chi ha diritto a usare i lampeggianti e chi no”.

Nel mentre combatte questa fondamentale battaglia, ci piacerebbe sapere se ha intenzione di spiegare i motivi per i quali non ha battuto ciglio quando la “sua” riforma della PA, quella che doveva premiare i bravi e bastonare i fannulloni, millantata come capace far risparmiare 20 miliardi di euro all’anno nei documenti di finanza pubblica del 2008, è stata praticamente abrogata in quattro e quattr’otto dal decreto legge sulla manovra finanziaria. Un altro avrebbe detto: va bene, ragazzi, torno a fare il professore. Ma lui no, è troppo impegnato a limitare l’uso dei lampeggianti della auto blu: questa sì che è una riforma urgentissima.

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Ha la barca più bella dei Caraibi, la villa alle Bermuda, la villa ad Antigua. Potrebbe godersi la vita. Potrebbe riempirsi il tempo di vacanze, belle donne, canzoni con chitarra e mandolino. Potrebbe vivere come a noi comuni mortali non è concesso neppure nel più impossibile dei sogni. Stiamo parlando – lo avrete capito – di Silvio Berlusconi, e delle dichiarazioni riportate in un articolo accorato di Salvatore Dama su Libero. Libero 17 06 10 Perché Berlusconi resiste e non se ne vaE invece, che fa? Anziché godersi gli anni – speriamo tanti – che ancora gli restano, si è fatto impantanare nello stillicidio del governo: mediare con Formigoni che gli rompe le palle per la manovra finanziaria, Bossi che prima gli intima di fare un passo avanti e subito dopo fa lui due passi indietro. Tremonti che gli scrive la manovra senza neppure consultarlo e non perde occasione per tentare di fargli le scarpe. E questi sono gli amici.

Poi ci sono l’opposizione che – non si sa perché – si oppone, i giornali che pubblicano le notizie, Fini che gli tende una trappola al secondo anche se non prenderebbe neppure un voto, quel comunista del presidente della Repubblica che si ostina a mettersi di traverso, quei giudici impiccioni che vogliono ascoltare le conversazioni dei potenti birbaccioni. E lui, poveretto, non può né governare né campare tranquillo. Un onnipotente, unto dal signore, ma – dice lui – senza poteri. Un principe senza scettro. Per forza che poi, nonostante il grande amore che nutre per l’Italia e gli italiani, ogni tanto sbotta e si domanda, “ma chi me lo fa fare”, dicendo “torno a fare l’imprenditore o me ne vado in pensione”.

Già, perché Berlusconi non va in pensione? In fondo, i cimiteri sono pieni di gente indispensabile, e fare il nonno è sicuramente meglio che rompersi le scatole con questi omuncoli da quattro soldi. Qualche maligno dice che non lo fa perché è da presidente del Consiglio ostacolato che le sue aziende, in crisi, hanno ripreso vigore e adesso prosperano. Perché da primo ministro imbavagliato, come viene definito sempre su Libero dal direttore Maurizio Belpietro, ha varato qualche decina di leggi ad personam che gli hanno permesso di non essere condannato in diversi processi per corruzione. Malignità di qualche inguaribile comunista, s’intende. Noi siamo sicuri che non lo fa per un solo ed unico motivo: lo smisurato amore che ha per la gente. Gente che ha fiducia in lui e sa che troverà una soluzione ai loro guai. Gente che lavora e che produce. Gente come il presidente del Milan, il proprietario di Mediaset, il papà di Piersilvio e Marina.

Pubblicato su Giornalettismo   (anche se non se n’è accorto nessuno…)

Ho fatto un incubo terribile. Mi sono addormentato beato, con i miei governanti che mi coccolavano e tranquillizzavano, dicendo che la crisi era alle spalle, un fatto “psicologico”, pronti ad affrontare i veri problemi dell’Italia, intercettazioni in testa, quand’ecco che l’Istat se ne esce con dati che mostrano che la crisi si è abbattuta sui redditi delle famiglie, riducendo i loro risparmi al lumicino. Già: nel 2009 “il reddito disponibile è diminuito del 2,8% rispettoTremonti mago Tranquilli, la crisi c’è. La manovra correttiva, si  vedrà al 2008, la contrazione più ampia dagli anni ‘90, e la propensione al risparmio è scesa al 14%, il livello più basso sempre degli ultimi vent’anni”. E’ pure calato del 2,6% il potere di acquisto, e con meno soldi nel portafogli gli italiani hanno ridotto anche i consumi dell’1,9%. Le imprese hanno visto la quota di profitto scendere ai minimi da quando esistono le serie storiche dell’Istituto di statistica. L’incubo peggiora. Epifani dice: Non siamo usciti fuori da questa crisi. Non mi interessa dirlo perché penso che il Governo abbia fatto poco e invece poteva fare di più – ha spiegato – ma solo per dire che se da questa crisi usciamo in questo modo i problemi, per tutti, sono destinati a rimanere pesanti”.

L’incubo continua: Adusbef e Federconsumatori, che quando li leggo mi tocco sempre perché secondo me portano iella, affermano che questi dati sono “la gravissima dimostrazione del fatto che la situazione in cui versa il Paese è ben diversa da quella continuamente invocata dal partito degli ottimisti”, mentre per il Codacons i dati “confermano per la millesima volta che il Governo non ha saputo e voluto difendere il potere d’acquisto delle famiglie”. Secondo Confesercenti, serve “una terapia d’urgenza che comprenda meno tasse e, a copertura, un taglio coraggioso delle spese e degli sprechi”. Ma basta con tutti questi disfattisti, fatemi leggere una voce amica. Eccola qui: il segretario confederale dell’Ugl Paolo Varesiinterventi strutturali per alleggerire la pressione del fisco”, a cominciare dai nuclei più numerosi, con l’introduzione del quoziente familiare. Bene, bravo bis! chiede “

Ma l’euforia dura poco:  arriva Bersani con tutti i capelli in testa – un parrucchino? – che legge ridacchiando (disfattista!) un’altra agenzia e mi ributta di nuovo giù:  “secondo voci parlamentari, il governo dovrà recuperare almeno 4,5 miliardi di risorse necessarie alle spese correnti. I tecnici del ministero dell’Economia sarebbero al lavoro per preparare il decreto di mantenimento della manovra triennale del 2008”, quello che una volta – quando si facevano chiamare democristiani – si chiamava stangata d’estate. Altro che riforme, altro che riduzione delle tasse! L’incubo si è fatto insopportabile: già vedo Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti travestiti da Visco e Padoa Schioppa che, con gli occhi iniettati di sangue preparano un bel condono tombale o uno straordinario abracadabra contabile per rimandare a domani quello che non sono stati capaci di fare ieri.

Ma per fortuna mi sveglio. C’è il sole del mattino, l’Italia è sempre bella, anche se il reddito delle famiglie è calato.  Mi appare Littorio Feltri con Il Giornale fresco di stampa, quello che ha scritto proprio ieri che tutto va bene, che l’Italia a Pasqua era invasa di turisti. E leggo che era tutto uno scherzo, un complotto, una burla. Leggo la tranquillizzante dichiarazione del viceministro all’Economia, Giuseppe Vegas, che smentisce dicendo “Mai saputo niente“. Gli fa eco il ministro Tremonti, avvicinato da alcuni cronisti che gli chiedevano conferma di una manovra correttiva a giugno: “Confermo l’impegno della Repubblica italiana ad una correzione dello 0,5% nel 2011 – ha affermato il ministro  – Smentisco le altre voci“.  Nessuna correzione dei conti quest’anno: solo spese da rifinanziare per alcune misure già stabilite, ad esempio un miliardo servirebbe per le missioni internazionali. Ah, ma allora è diverso! E comunque un quadro chiaro si avrà dall’andamento delle entrate, a maggio.  Non importa se nel frattempo i bollettini di Bankitalia segnalano mese dopo mese l’esplosione del debito pubblico e  l’aumento delle spese correnti. Tutto inventato, meno male. Posso pensare alle cose serie: intercettazioni e semipresidenzialismo. E soprattutto alle mie vacanze estive. Direi in Grecia, dove mi sentirei come a casa. Che ne dite?

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George Orwell diceva che tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri. E vale per qualsiasi tipo di animali: statali compresi. Una circolare del ministro “fantuttone”, Renato Brunetta invita all’immediata applicabilità delle norme per la trasparenza delle Pubbliche amministrazioni. La legge n. 69 del 18 giugno 2009 ("Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile") impone, all’art. 21, comma 1, che tutte le pubbliche amministrazioni debbano rendere note, attraverso i propri siti internet, le e-mail, dei curriculum vitae, degli stipendi dei dirigenti pubblici e delle assenza delle strutture che essi dirigono. L’obiettivo è quello di ottimizzare la produttività del lavoro dei pubblici dipendenti e la loro efficienza.

 

A quelli che si stanno chiedendo cosa c’entri questo guardonismo con l’efficienza chiediamo di non preoccuparsi: non è di questo che vale la pena parlare. Il punto è un altro: questa norma severa, questa regola ferrea che con piglio decisionista ed efficientista il ministro ha imposto con la circolare n.1 del 14 gennaio 2010 a tutte le amministrazioni regionali, locali, comunali e statali prevede il divieto di erogazione della retribuzione di risultato ai dirigenti preposti inc aso di mancato adempimento.

 

Ma come tutte le regole, anche questa – seppur ferrea – ha un’eccezione. E l’eccezione, guarda caso,  riguarda i dirigenti e i dipendenti di palazzo Chigi e dei suoi dipartimenti. Tra i quali, oltre alla Protezione civile di Guido Bertolaso, c’è – accidenti, che sorpresa! – anche la funzione pubblica, ovvero il ministero diretto da Renato Brunetta. Forse quest’eccezione fa parte di quei provvedimenti ad personam che tanto piacciono a questo governo. Forse è una specie di sottoprodotto del legittimo impedimento, o una sorta di immunità trasparentale, concessa ai fuinzioanri del ministro. Forse è un provvedimento anti-bamboccioni. Forse è un nuovo gioco di società, la trasparenza a corrente alternata. O forse ancora è, più semplicemente, è l’ennesima dimostrazione che questo ministro, il Fantutton dei fantuttoni, appartiene alla razza di coloro che predicano bene e razzolano male. Pubblica virtù e vizio privato, tanto la gente questa cose non le sa o non gli interessano. E questa sarebbe la parte migliore di questo paese! Speriamo che prima o poi gli italiani aprano gli occhi.

 

Buon tutto!

Sarà certamente vero che dovremmo dire bravo a Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Fs per il suo lavoro di ammodernamento delle ferrovie Ma ci sono volte in cui passa la voglia. Questi due giorni di maltempo assomigliano ad una Caporetto delle ferrovie: disagi, cancellazioni, ritardi di ore che non hanno risparmiato nulla: treni a lunga e lunghissima percorrenza, Eurostar, Intercity e treni regionali.

Di fronte a questi disservizi e problemi vari la risposta di Moretti di nota fede francescana, quindi propenso alla sofferenza e alla frugalità, è stata più o meno questa: signori passeggeri, è vero che ci sono stati e ci sono ritardi o disservizi, ma Trenitalia non può farci nulla. Portatevi acqua e panini, qualche maglione in più, perché potrebbe capitare che il treno si fermi per motivi di sicurezza. E non provate a chiedere il rimborso del biglietto per i treni soppressi o in ritardo, perché Trenitalia non ha certo colpa per il maltempo. Casomai chiedeteli alla natura o al padreterno.

Caro Moretti, sul fatto che Trenitalia non abbia colpa del maltempo non ci piove, o se preferisce non ci nevica. La responsabilità di questo, da che mondo è mondo, è del governo ladro. Ma sul resto le consigliamo toni più consoni al suo ruolo ed alle sue responsabilità. Trenitalia dovrebbe avere la capacità, la professionalità e il personale per gestire le emergenze, organizzando piani all’altezza della situazione. E i passeggeri pagano con biglietti, abbonamenti e anche – come contribuenti – con salatissime tasse i costi della gestione del servizio di trasporto ferroviario, anche quella delle emergenze climatiche, soprattutto quando sono previste da giorni e giorni.

C’è un’altra cosa: da noi i ritardi dei treni sono la norma anche nei giorni “normali” e il servizio che viene offerto non è sempre di standard europeo, anzi diciamolo: molto spesso è un po’ micragnosetto. Ed anche l’educazione e l’attenzione al cliente che paga non è proprio di standard europeo: i dirigenti di Eurostar hanno rimborsato e chiesto scusa (150 sterline, un biglietto omaggio e, appunto, scuse con una inchiesta affidata a esperti indipendenti) alle oltre 2000 mila persone rimaste per ore intruppate nel tunnel della Manica sui treni congelati dal maltempo. Questione di stile, appunto.

E a proposito di Europa, un nuovo Regolamento comunitario entrato in vigore il 13 dicembre scorso prevede precisi obblighi di informazione sugli orari previsti di partenza e di arrivo e di assistenza gratuita, che deve avvenire sia in stazione che durante il viaggio, in caso di ritardi superiori ai 60 minuti: con pasti e bevande, albergo e trasporto dalla stazione all’albergo, se necessario, oppure trasporti alternativi, anche in caso di blocco del treno sui binari.

Caro Moretti, lei sarà sotto stress, come ha detto il ministro Matteoli, e va capito. Immaginiamo che non gli abbia fatto piacere neppure la presa di distanza di alcuni suoi vecchi amici, come Pierluigi Bersani, anch’egli Dalemiano. Quindi non pretendiamo troppo. Anche se dovrebbe essere lei a garantire informazione ed assistenza a noi viaggiatori, fornendoci coperte, pasti e alloggio, siamo consapevoli di vivere in Italia, dove una nevicata un po’ più abbondante del solito crea un caos inenarrabile. Facciamo così: noi portiamo l’acqua e i panini. Almeno alle coperte però ci pensi lei.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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