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Ma chi l’ha detto che i politici italiani sono degli scansafatiche? I nostri parlamentari sono degli stakanovisti, degli instancabili lavoratori. E’ vero che non passano molto tempo in parlamento ma in compenso non disdegnano i doppi incarichi. Ce ne sono 18 – tra cui Lucio Stanca, (Pdl), amministratore delegato di Expo 2015, e Matteo Colaninno (Pd) – che occupano senza problemi posti importanti in consigli di amministrazione di grandi società. E ce ne sono 12 che, dopo essere diventati deputati nel 2008, si sono anche fatti eleggere sindaci o presidenti di Provincia.

Sono tutti di centro destra. 9 del PdL: i presidenti di Provincia Maria Teresa Armosino (Asti), Luigi Cesaro (Napoli), Edmondo Cirielli (Salerno), quello della legge sulla prescrizione, Antonello Iannarilli (Frosinone), Antonio Pepe (Foggia). E poi i Sindaci Nicola Cristaldi (Mazara del Vallo) Giulio Marini (Viterbo) e Marco Zacchera (Verbania). Poi ci sono 3 esponenti della Lega Nord: Ettore Pirovano, presidente della Provincia di Bergamo e Roberto Simonetti della Provincia di Biella. E soprattutto c’è il “fantuttone dei fantuttoni”: Daniele Molgora, che in questi 18 mesi prima è stato “nominato” deputato del Carroccio alla Camera, poi è diventato sottosegretario all’Economia ed infine è stato eletto presidente della Provincia di Brescia. Neppure ai tempi della prima repubblica, quella dei forchettoni, quella di “Roma ladrona”, nessuno aveva osato tanto.

Effettivamente non esiste una legge che vieti ad un deputato di farsi eleggere sindaco, mentre invece un sindaco o un presidente non può fare il deputato. Certo, ci sarebbe la decenza, il buon gusto, l’opportunità. Ma a chi volete che interessi? Infatti, i nostri stakanovisti della poltrona hanno sostenuto, durante la riunione della Giunta per le elezioni chiamata a decidere la loro eventuale incompatibilità, che non ci sono problemi. Il tripoltronista Molgara ha candidamente detto che, da capo della giunta provinciale di Brescia, decide lui quando convocarla e lo fa solo nei giorni in cui è libero da impegni parlamentari o di governo. Quindi, dov’è il problema? La giunta per le elezioni – a maggioranza di centro destra – ha deciso che ha ragione lui, e gli altri 11. Nessuna incompatibilità.

Sembra di vedere l’infaticabile Molgora fare il sottosegretario il lunedì, il deputato il martedì, il Presidente della Provincia di Brescia il mercoledì e così via. D’altronde il parlamento è stato ridotto ad un guscio vuoto, un legificio che si limita a convertire i decreti legge o a votare leggi ad personam. E questa è gente operosa che non è abituata starsene con le mani in mano, si annoia e vuole occuparsi d’altro. Però, anche tra questi insaziabili divoratori di incarichi ci sono dei pigroni: sono state raccolte firme bipartisan per una nuova legge che sancisca definitivamente l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di amministratore locale

Chissà perché, ma abbiamo il sospetto che non sarà urgente come la legge sul processo breve, o sul legittimo impedimento, o sull’immunità parlamentare.

Buon tutto!

L’articolo è stato pubblicato su Giornalettismo

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Il giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivano ad Auschwitz. Trovano l’orrore negli occhi dei pochi superstiti del campo di concentramento.

Shoah in ebraico significa “desolazione, catastrofe, disastro”. Parlare di un evento che ha portato alla morte di almeno 12,25 milioni di persone, tra cui 5,9 milioni di ebrei, dati che secondo alcuni sarebbero persino più tragici, senza fare retorica non è semplice. Come ha scritto auschwitz 27 gennaio 1945 – Una data da portare nella memoriada Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche, “Le immagini che apparvero agli occhi dei soldati sovietici che liberarono il campo, sono impresse nella nostra memoria collettiva” e i crimini commessi ad Auschwitz non furono solo contro il popolo ebraico e gli altri popoli e categorie oppressi, ma contro tutta l’umanità, segnando una sorta di punto di non ritorno nella Storia.

PER NON DIMENTICARE – Eppure, il vento della cronaca soffia impetuoso e spazza via la memoria.  Oltre a quelli che arrivano a negare l’olocausto,  ci sono tutti gli altri. Quelli per cui queste sembrano cose lontane, sfumate, “storiche”: una ricorrenza come tante, quasi un’assurda e tragica “favola” del passato, con tanto di streghe e orchi cattivi. Perché di guarda “ai problemi del presente e alle paure del futuro: la disoccupazione, l’esaurimento delle risorse, l’esplosione demografica”. Cose che cancellano quella “banalità del male” che è stata l’orrore dell’olocausto. Invece “ricordare che questo è stato” è indispensabile. Perché quello che è stato può accadere ovunque. Anzi, è accaduto e riaccaduto altre volte. Come ha scritto Amos Luzzato, servirebbe “la memoria della memoria”. Ricordare per capire e per rispondere al presente. Perché gli “scontri di civiltà” sono sempre in agguato, un fuoco su cui tanti continuano a soffiare, qui ed ora. Dimostrando che l’odio fra le genti e le stragi degli innocentila bestia umana”, ieri come oggi. Perché il Male è banale, e spesso si presenta in forme apparentemente innocue. Ad esempio, come ricorda Vittorio Foa,quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, è un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui termine, scrive Levi, c’e’ il Lager, il campo di sterminio”. Come ricordare? (armeni, ebrei, curdi, africani) non sono un incubo del passato, ma un mostro banale, sempre presente dentro “

L’ALBUM AUSCHWITZ – Theodor Adorno ha scritto che dopo Auschwitz sarebbe stato “impossibile scrivere poesie”. E’ vero. Ed è un bene non sprecare tante parole. Per ricordare questo giorno, può essere utile la lettura di Maus, un libro a fumetti, WaitingAuschwitz 27 gennaio 1945 – Una data da portare nella memoriaun’arte straordinaria ma in Italia considerata a torto di serie B. Oppure l’Album Auschwitz, pubblicato da Einaudi, un album di foto scattate da due ufficiali tedeschi per documentare l’efficienza del campo, ritrovato dalla deportata Lili Jacob alla fine della sua prigionia. Lili ritrovò le foto della sua famiglia sterminata, e gli fu richiesto di pubblicarle in un libro che è stato successivamente divulgato in tutto il mondo. Ecco, forse le parole che servono sono quelle delle immagini. Ma si può provare a ricordare guardando le cose con gli occhi di un bambino. E noi tempo fa abbiamo provato a raccogliere nel vento un racconto del fratellino di Lili, Sril. Per non dimenticare.

L’ARRIVO – “Mi chiamo Sril. Sril Jacob. Ho 6 anni. Sono arrivato in questo posto che mi dicono si chiami Auschwitz nella primavera del 1944. Ho viaggiato per giorni su un carro bestiame, con il mio fratellino e mia sorella grande, che si chiama Lili, e i miei nonni. Sono arrivato dall’Ungheria, dove dei signori cattivi ci avevano radunato del Ghetto di Budapest.  Mi hanno caricato su questo treno sporco e umido, dove siamo stati ammucchiati per giorni. Avevo un po’ paura, ma mi hanno insegnato a rimanere tranquillo e a non fare storie. Così ho sopportato il lungo viaggio,  avvolto nel mio cappottino con gli alamari, un po’rovinato da quella ridicola ed enorme stella gialla che ci hanno appiccicato sopra.”

LA SELEKTION – Quando siamo arrivati dei signori che parlavano tedesco, che mi hanno detto essere delle SS, ci hanno fatto sostare su di una banchina: Eravamo a migliaia, tutti radunati, un tipo in divisa ci scrutava per un po’, e poi alzava il braccio. Ora il destro, ora il sinistro. La Selektion 27 gennaio 1945 – Una data da portare nella memoriachiamavano Selektion. Quando è arrivato a Lili ha alzato il sinistro e ha detto: “Lagerstrasse!”, mentre quando siamo passati io, i nonni e mio fratello ha alzato il destro. Mi è dispiaciuto di abbandonare Lili. Mi hanno spiegato che lei è stata considerata “Abile al lavoro” e l’hanno mandata ai campi, mentre a noi spetta la “Villeggiatura”. Sapere che a lei toccherà di lavorare, mentre io potrò finalmente giocare in pace, mi fa sentire un po’ in colpa. Ci sono due uomini, due ufficiali, che ci fanno un sacco di fotografie. Ci hanno fatto passare per un bellissimo bosco di betulle, e una bimba, Gertel, l’hanno fotografata mentre faceva le polpettine con la terra. Ci hanno portato in un fabbricato, e fatto scendere nel sottosuolo.

LA DOCCIA – Ci hanno spiegato che bisognava spogliarsi, lasciare i vestiti, perché prima di andare agli appartamenti dovevamo farci una doccia, per la disinfestazione. Il medico ha detto di ricordarsi il numero dell’appendiabito, altrimenti al ritorno dalla doccia, con quella confusione, avremmo potuto perdere i nostri vestiti. E io, al mio cappotto con gli alamari, anche se rovinato da quella ridicola stella gialla, ci tengo. Appena entrati nelle docce, si è sentito un rumore, e dalla doccia è uscito uno strano fumo dall’odore acre. Improvvisamente mi sono sentito catapultato in aria, per un attimo è diventato tutto buio, ho sentito mia nonna urlare, mio fratello tremare. Poi, più niente, solo una grande quiete…E ho cominciato a vagare per il campo, come portato dal vento freddo di quassù. Ho visto la mia Lili che piangeva disperata. La chiamavo, ma sembrava che lei non potesse sentirmi, non so perché.

L’ALBUM DI FOTOGRAFIE – Passavano i mesi ma io non avevo né fame né sete, giravo sfiorando i rami delle betulle, il viso di Lili che lavorava nel campo ma non mi rispondeva, e vedevo migliaia di altre persone che arrivavano e scendevano a fare la doccia. Un giorno, sono arrivati dei soldati con divise di altro colore, la gente li accoglieva stanca e triste, ma non Campi Concentramento 27 gennaio 1945 – Una data da portare nella memoriac’era paura, anzi. La mia Lili mentre cercava una coperta ha trovato un album di fotografie. E c’eravamo noi: io, mio fratello, i nonni. Lili, non so perché, è scoppiata a piangere, ha stretto a sé l’album, è uscita. Sono passati i giorni, i mesi, gli anni. Lili è diventata una donna. Un giorno dei signori sono venuti a chiederle quell’album di fotografie, ci hanno fatto un libro che è uscito in tutto il mondo.

I BAMBINI NEL VENTO – Adesso, anche se sono qui che viaggio nel vento, accanto a mio fratello, a Gertel, la bimba con le polpette di terra, ai tanti bambini svaniti in quelle docce di Auschwitz, ma anche assieme a quelli arrivati dall’Armenia, e poi a quelli che continuano ad arrivare tutti i giorni, dal Darfur, dall’Iraq, dalla Nigeria, mi piace che ci siano tanti che vedono la mia fotografia. Quella mentre sorrido felice a quell’ufficiale tedesco, nel bosco di betulle, a fianco di mia nonna, con negli occhi bambini la gioia della vita che mi attende, i fiori, l’amore, il lavoro, e tutte quelle cose che faranno di me un uomo. Forse, in questi giorni in cui la cronaca corre veloce come il vento, vedendo quelle foto qualcuno si ricorderà di me, di noi, di quello che è successo in quei giorni di primavera, in quel posto chiamato Auschwitz...“

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi)

Pubblicato anche su Giornalettismo

In principio fu il caso Berlusconi-D’Addario. Confessiamo: chi tra noi elettori e simpatizzanti del centrosinistra, non ha guardato dall’alto verso il basso “quelli” dello schieramento avverso di fronte a quella brutta vicenda di sesso e potere, con il sospetto – probabilmente fondato – di una possibile ricattabilità del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per una sua presunta satiriasi?

Poi c’è stato Piero Marrazzo e una squallida storia di trans, ricatti e cocaina, finita malissimo per chi crede nella “diversità” della sinistra e dei suoi rappresentanti. Ed ecco ora che arriva Flavio Delbono, sindaco di Bologna, che annuncia le sue dimissioni dopo soli 7 mesi per colpa del Cinziagate. Iniziato con una frase di Alfredo Cazzola, candidato a sindaco del PdL: “Le porto i saluti di Cinzia…”, è una storia di viaggi d’amore e lavoro nei weekend dell’ex vice presidente della Regione con sua segretaria personale, a spese della Regione. Poi la storia finisce, Cinzia finisce al Cup come centralinista e giura vendetta. Ma Delbono vince le elezioni comunali e – come disse il segretario Pd De Maria – il “giudizio sulla vicenda è già stato dato dagli elettori”. Brutta  frase, che puzza tanto di berluscones.

E invece in questi giorni, alla vigilia di un’altra elezione, il Cinziagate riesplode. Il sindaco indagato dichiara “Non mi dimetterò nemmeno se sarò rinviato a giudizio”. Poi viene fuori che i due si sono incontrati di recente, non si sa per iniziativa di chi e per dirsi cosa, e il sindaco è fritto. Gli resta solo un gesto, quello che – ed è l’unica cosa che può consolare gli elettori di centro sinistra – Berlusconi non si è mai sognato di fare: le dimissioni “per il bene della città”. Ma soprattutto per il bene di Vasco, il governatore Errani, candidato al terzo mandato alla Regione, quella dove Delbono è stato vice presidente e assessore fino a 7 mesi fa. Quella dove lavorava Cinzia come sua “segretaria particolare”. Il sindaco si dimette perché rischia di trascinare con sé Vasco, intorbidando una campagna elettorale dove l’esito in favore del centrosinistra è meno scontato del solito.

Ci mancava il sexy scandalo. Così, dopo il Lazio dove il Pd si è fatto imporre un candidato esterno, prigioniero dei suoi fantasmi e dell’incapacità di scegliere un nome, dopo la Campania dei rifiuti di O’ governatore dove solo un miracolo potrà salvare il Pd, dopo la Calabria, dopo la Puglia dove si è appena misurata, assieme al rito di primarie straordinarie per partecipazione di popolo, la sintonia tra la classe dirigente e la “gente” del Pd, dopo l’Umbria che ancora si aggroviglia in un gioco al massacro senza un candidato dopo aver già fatto fuori quella vincente, tocca alla roccaforte delle roccaforti: l’Emilia Romagna.

Bersani riuscirà a metterci una pezza e dare un senso a questa storia. C’è da augurarselo non solo per gli elettori di centrosinistra ma in generale per il bene del Paese. Oggi però a guardarlo da vicino questo Pd sembra davvero al capolinea. Le lenzuolate non ci sono più, sono rimaste solo le lenzuola. E sotto le lenzuola sembra non esserci più niente. Pare che molti sapessero della passionaccia di Delbono e dei siluri che potevano arrivare: forse era meglio non rischiare. Sì, forse non succederà niente, ma la prospettiva di trovarsi a fine marzo con un Pd che non solo perde alcune regioni “in bilico” ma che rischia anche – per sua esclusiva colpa, e non perché ha male governato – nelle sue roccaforti sembra meno fantascientifica di qualche mese fa. E questo, con un governo sull’orlo di una crisi di nervi che pensa più alla giustizia che a quello che serve all’Italia, non è un buon viatico per la tenuta della democrazia.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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Guido esce di casa in una fredda mattina di gennaio. E’ il 1979, su Genova spira un vento leggero, quasi impercettibile. Guido si avvia verso la sua 850 parcheggiata sotto casa per andare al lavoro. Non ci sono già da qualche giorno i suoi angeli custodi, alcuni suoi compagni di lavoro che lo sorvegliano. Guido non li ha voluti. Lui non è una persona importante, dice, è un semplice operaio dell’Italsider. A che gli serve una scorta?

 

Ma Guido non è un uomo qualunque. E’ un operaio, un sindacalista, un comunista. Uno che vuole cambiare questo mondo. Ma quando, ad ottobre ha visto un  uomo distribuire volantini delle Brigate Rosse, quelle che hanno ammazzato tanta gente e pochi mesi prima l’onorevole Moro della Dc, nella sua fabbrica non ha avuto paura e l’ha denunciato. Perché Guido sa che questo mondo non va, che ci sono tante ingiustizie e tante cose da cambiare, ma sa che si può farlo solo con la forza chiara e limpida delle idee, della libertà e della giustizia.

 

Guido entra in auto, e tre uomini gli si parano davanti. Non sono angeli, sono demoni. Sparano alle gambe e scappano. Guido resta in auto, e pensa alla sua giovinezza, alle montagne che ama tanto, quando la scali la montagna è dura ma se la rispetti non ti fa del male. E poi la puoi affrontare a viso aperto, non ti spara a tradimento nell’ombra di una fredda mattina di gennaio mentre su Genova sorge il sole e si va a specchiare nel mare disegnando riflessi rossi e azzurri nell’aria.

 

Pensa a Sabina che cresce e che diventerà grande e dovrà vivere in un paese migliore, dove c’è più verità e più giustizia, dove la gente combatte in quello che crede ma nel rispetto della vita e della libertà di tutti. Se ci riuscirà proverà a spiegarglielo ancora, anche se adesso le gambe fanno male e il sangue esce copioso. Ma uno dei tre demoni torna indietro e gli spara un colpo al cuore. Guido affonda in un buio freddo, mentre il sole accarezza la sua 850 ferma ai bordi della strada.

 

In tanti lo piangeranno: saranno più di 250 mila. Ci saranno tutti, anche quelli che l’hanno lasciato solo a denunciare il mostro orrendo che alcuni chiamavano compagni che sbagliano e molti altri semplicemente terrorismo. E intanto il tempo passa, le bandiere cadono, ma c’è sempre la stessa ingiustizia, ora come allora. Ma di Guido, semplice operaio dell’Italsider che ebbe il coraggio di denunciare le Brigate Rosse e fu ucciso in una fredda mattina di gennaio di tanti anni fa, nessuno si vuole più ricordare. A lui non si dedicano strade o piazze d’Italia, a lui il Senato ha negato tempo fa quella sala data per commemorare Bettino Craxi. Forse perché Guido non era uno “statista”, era solo un semplice operaio comunista che ora scala le montagne del cielo con il sorriso amaro che hanno i montanari.

 

Ma a lui, in questo giorno freddo di gennaio, va un sorriso ed un pensiero. Un grazie, per aver insegnato la strada, la lotta faticosa e quotidiana contro l’ingiustizia si combatte con la forza gentile delle idee e con la dignità ed il coraggio delle persone semplici. Perché questo mondo che continua a non andare possa cambiare.  

A Sabina Rossa, a Guido, a tutte le vittime del terrorismo e alle loro famiglie

 

Buon tutto!

Renato Brunetta ci riprova. Dopo aver a lungo accarezzato il sogno di essere il doge della sua Venezia, il Ministro della Funzione Pubblica e dell’Innovazione è stato candidato a Sindaco da Silvio Berlusconi in persona. Dopo aver lottato come un leone contro la regola – chiesta dal suo capo e dal suo partito – di non sommare cariche da Ministro con quelle da parlamentare, da vero cultore della regola del non c’è due senza tre, Renato il fantuttone si lancia nella nuova sfida. Qualcuno ha parlato di un fallimento mascherato da vittoria.

In effetti, facendo il bilancio di questi due anni da ministro, si ricordano moltissime chiacchiere e pochissimi fatti. Polemiche tante: sulle donne, sui bamboccioni, attacchi quotidiani a Tremonti, la battaglia mediatica ma con poca sostanza contro i cosiddetti fannulloni. Tolte queste cosa resterà di lui? Poco o niente. E adesso continuare a fare il ministro mentre si fa il Sindaco di una città straordinaria per bellezza ma anche per complessità dei problemi da affrontare non sembra possibile. Antonio Bassolino fu qualche anno fa ministro a Roma e sindaco a Napoli. Durò poco e non andò benissimo.

Se passiamo poi ai progetti per la città il re dei tornelli ha espresso in tempi non recentissimi idee su Venezia da bar dello sport. Per lui la modernizzazione della città significa costruire quartieri residenziali lungo l’area della Laguna, liberandola dai vincoli paesistici ventennali, significa fare un nuovo porto alla bocca di Malamocco, la sublagunare fino al Lido, fare strade più larghe e scorrevoli per farci girare le auto e stimolare il commercio in città. L’idea di modernizzazione che fa rima con cementificazione oltre che far rabbrividire – stiamo parlando di Venezia, mica di San Donato Milanese – è anche economicamente “preistorica”.

L´amministrazione di una città complicata come Venezia non può essere a mezzo servizio. Per uno che – parole sue – vuole fare la più grande riforma che si sia mai fatta in Italia, quella della Pubblica Amministrazione, non può esserci il tempo per amministrare una città-stato come Venezia. Specie con idee che definiscono moderno quello che si annuncia come un vero e proprio “sacco di Venezia”. Resti a  fare il ministro. Lì, almeno, continuerà a dichiarare a 360 gradi e a combinare poco.  Non serve a nulla, ma non fa danni. Venezia merita di meglio. Un altro sindaco, per esempio: se non ci pensa da solo speriamo ci pensino i veneziani.

L’articolo è stato riadattato da questo pubblicato su Giornalettismo

La vignetta originaria è stata pubblicata in questo post

Nel desolante panorama della riduzione di ordini, produzione, fatturati che ha colpito tutti i settori manifatturieri facendoci conoscere la peggior crisi dal dopoguerra, c’è chi brinda con lo champagne. L’industria cosmetica, i centri estetici, gli specialisti in chirurgia plastica. Alla faccia del pessimismo.

drhauschka cosmetics La crisi non ferma l’industria della bellezzaIL BOOM DEI COSMETICI – Mentre l’intera economia soffre di un ridimensionamento strutturale, i consumatori non rinunciano all’acquisto di prodotti cosmetici. In una fase di revisione dei consumi si risparmia sull’ abbigliamento, sulla tecnologia, ma non sulla bellezza. Prendersi cura di sé è diventato un gesto naturale e diffuso, non più un luss” dice Gian Andrea Positano, direttore del centro studi Unipro, l’ associazione italiana delle imprese cosmetiche. Secondo i dati presentati da Fabio Franchina, il presidente di Unipro, il settore ha tenuto bene e, dopo la crescita del 2008, il consumo di cosmetici – nonostante il rallentamento nel primo semestre – è aumentato anche nel 2009. I consumi totali nel 2009 in Italia si sono attestati sui 9,1 miliardi di euro. La crescita è più sensibile nella grande distribuzione (il canale di vendita prevalente, con circa il 40% delle vendite totali), nelle farmacie e in erboristeria, mentre rallenta la vendita nelle profumerie. Anche la vendita nei centri estetici e nei negozi di acconciature è in calo. Insomma, non si tratta di un boom dovuto al lusso, ma di un fenomeno di massa. Per questo gli italiani sono diventati più selettivi, attenti al prezzo. Un fenomeno soprattutto italiano: le imprese hanno calato I  fatturati (circa 8,3 miliardi di euro), per colpa dell’export.

IL “RITOCCHINO” – Nel 2009 sono aumentati di circa il 15% anche gli italiani che hanno fatto ricorso al chirurgo estetico. Secondo il chirurgo plastico Alessandro Gennai della European Academy of Facial Plastic Surgery, un vero boom è stato registrato a Natale, dove molti hanno regalato (o si sono regalati) un trattamento estetico, anziché un capo o un accessorio di abbigliamento. L’esplosione è legata anche ai progressi della tecnologia, dove la chirurgia estetica (il bisturi) è stata sostituita dalla medicina estetica, dai filler, i gel riempitivi che regalano rapidamente ed in modo indolore un aspetto più “ggiovane”- Con “l’utilizzo della tossina botulinica e la possibilità di utilizzare acidi ialuronici si ottengono risultati, anche se non paragonabili a quelli del bisturi, estremamente evidenti utilizzando semplici aghi”. In Italia non abbiamo una sistema di rilevazione ufficiale e certo degli interventi di chirurgia estetica, ma si stimanoalmeno 120 mila prestazioni. La crescita annua, che non si è arrestata nel 2009, è dell’ordine di un 10-15% all’anno. I chirurgi estetici negli ultimi 10 anni sono passati da circa 1.500 a circa 4.000. circa 100 mila interventi chirurgici all’anno, di cui 18 mila solo a Milano. Gli interventi di medicina estetica, quelli con botulino e acidi  ialuronici) viaggiano su

PIU’ BELLI, PIU’ SANI ? – Nessun freno, anche se Nicolò Scuderi, ordinario di Chirurgia plastica all’università la Sapienza di Roma, puntualizza che “gli specializzati in materia iscritti alla Sicpre (Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica) sono un migliaio o poco più” e gli altri sono medici che s’improvvisano specialisti. Le cose non cambiano se si prendono in esame le beauty farm: secondo l’Aiceb, l’associazione italiane dei centri benessere, il volume d’affari legato agli istituti di bellezza e alle attività dei centri benessere è oltre 16 miliardi di euro, il 2% della spesa annua per consumi delle famiglie italiane, e sono escluse le spese per la salute, per l’igiene personale e i parrucchieri. Sono più o meno 275 euro pro-capite annui. Ci sono circa 30 mila aziende, tra beauty farm vere e proprie e alberghi, agriturismi, palestre, piscine e strutture che si sono dotate di un’area o di un vero e proprio centro benessere che offrono questi servizi. Insomma, l’industria della bellezza sembra in crescita inarrestabile: neppure gli avvertimenti sul rischio di un uso massivo del botulino sembrano rallentare la folla corsa alla “bellezza e giovinezza”. Non ci riesce neppure la crisi economica, quella che ha messo in ginocchio il tessile, alcuni settori della meccanica o del made in Italy. Un fenomeno che fa riflettere, in un Paese dove si lesinano fondi per ricerca, istruzione, dove si comprano sempre meno libri. Almeno per la bellezza, non c’è la crisi, bellezza. Se questo sia anche sano, è un altro paio di maniche.

Grazie a Teresa Scherillo

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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Caro Presidente Napolitano,

Lei oggi, in occasione dei 10 anni dalla morte, ha scritto una lettera alla moglie di Bettino Craxi. In questa lettera, ella dice di porsi “dal solo punto di vista dell’interesse delle istituzioni repubblicane”, parlando di questa “ricorrenza carica oltre che di dolorose memorie personali di diversi e controversi significati storici, per favorire una più serena e condivisa considerazione”. Siamo d’accordo. Per questo è necessario dire la verità, tutta la verità, niente altro che la verità. Lei lo fa?

Lei afferma che Bettino Craxi “decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Non è esatto, Presidente e lei lo sa bene: Craxi lasciò il paese quando, non ricandidato alle elezioni nel 1994, sapeva che avrebbe potuto essere arrestato, come normalmente dovrebbe avvenire per un cittadino che ha una condanna con sentenza passata in giudicato. E fuggì all’estero e venne dichiarato latitante. Non è la stessa cosa, ne converrà.

Caro presidente, Lei poi si sofferma sul bilancio dell’esperienza di Craxi come uomo politico e di governo,  citando le sue idee e la sua azione in materia di politica estera nel mediterraneo, della firma di un nuovo concordato con la Chiesa cattolica, e quella della grande riforma istituzionale che però non trovò attuazione. E’ strano che Lei non parli della politica economica di Craxi, e soprattutto della gestione dei conti dello Stato e del debito pubblico negli anni in cui egli era un leader politico e, per molto tempo, anche presidente del Consiglio. Glielo ricordiamo noi.

Negli anni del suo governo, dal 1984 al 1987, come risulta dai documenti di Banca d’Italia, il debito pubblico passò da 240 miliardi di euro a 430 miliardi di euro. E nei 5 anni successivi, dove anche se non al governo era comunque componente essenziale del famoso CAF, il debito arrivò, prima dell’esplodere di Tangentopoli, alla cifra di 800 miliardi di euro. Quindi da questo punto di vista il lascito di Craxi e di quella classe politica, se si vuole una “più serena e condivisa considerazione” è un debito pubblico che fu quadruplicato in 10 anni. Per un giudizio sereno e condiviso, ci sembra un tema da non dimenticare.

Infine, se come Ella sostiene attorno al sistema dei partiti “avevano finito per diffondersi degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità” non va dimenticato che di quel sistema Craxi non fu uno dei complici, ma uno dei principali artefici, come i numerosi processi svolti hanno accertato. Ed è soprattutto per questo che su di lui “era caduto con durezza senza eguali il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista”. Quindi, se come Lei dice, non si vuole “mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono”, è un po’ipocrita sorvolare su questo fatto.

Non ci sembra neppure giusto sorvolare sul fatto che quel finanziamento illecito, che si nutrì di corruzioni, servì a incanalare fondi neri verso i partiti ma anche – secondo numerose sentenze passate in giudicato o di prime e secondo grado poi estinte per la morte dell’imputato – in qualche caso verso conti personali all’estero. E che comunque quel sistema ha causato una distorsione del normale funzionamento di un economia di mercato qual è quella italiana, che ha alterato non solo la democrazia, ma anche il sistema economico nazionale con conseguenze gravi sulla competitività dell’Italia.

A questo proposito ci piace ricordare un altro italiano, un uomo di destra, che  mentre Craxi era già potente segretario del PSI operava in Italia. Si chiamava Giorgio Ambrosoli, Lei certo lo conoscerà. Quell’uomo pagò con la vita il prezzo del servire lo Stato con assoluto disinteresse, con cristallina onestà, con l’unico obiettivo di perseguire l’interesse del Paese. A lui pochissimi regalano un pensiero,  e meno che mai una via. Forse qualcuno gli avrà anche scritto una lettera, ma nessun uomo di Stato ha mai detto di ispirarsi alla sua azione, alle sue idee, ai suoi pensieri. Ci perdoni se a lui va, davvero, la nostra ammirazione e il nostro ricordo, anche oggi.

Caro presidente, non si tratta di odiare nessuno. Ma se si scrive una lettera pubblica, è necessario dire tutta la verità. Anche alla donna che giustamente ricorda il marito, anche ai figli che giustamente piangono il padre. Perché la Sua lettera è politica. Sarebbe stato bene, per quella serena condivisione che Lei auspica, dire la verità, tutta, senza piegarla con qualche “dimenticanza” ad un’interpretazione parziale di quanto accadde in quegli anni. Quello che secondo noi, ha fatto Lei con la sua lettera. Stasera, ci scusi, la sentiamo molto meno del solito il "nostro" presidente.

Commentando la condanna di quel padre costretto da un giudice a pagare gli alimenti ad una figlia trentaduenne ancora fuori corso all’università, il ministro Renato Brunetta ha detto che l’Italia è vittima dei suoi giovani bamboccioni e che per risolvere la situazione lui farebbe una legge che “obblighi i figli ad uscire di casa a 18 anni”.

Un’idea geniale. I vecchi ammiratori dell’Unione sovietica ad esempio ne sarebbero entusiasti. Ovviamente, bisognerebbe – sempre per legge, immaginiamo – obbligare questi giovani ad avere una casa, possibilmente di proprietà. Dovrebbero anche essere obbligati ad avere un lavoro, possibilmente  non precario e possibilmente ben remunerato. E via obbligando.

Per ora non si riesce ad obbligare il ministro Brunetta a dire cose che abbiano un senso. Ma confidiamo che dentro il partito che nacque per fare una “rivoluzione liberale” prima o poi qualcuno ci riuscirà.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Dici Haiti e pensi alla struggente bellezza di una terra che i signori coloniali chiamavano l’“Isola libertina”. Pensi ai Caraibi: panorami mozzafiato, clima mite, natura incontaminata, gente allegra, balli, canti e un po’ di sesso facile. Adesso però ci sono migliaia di morti, urla disperate di chi ha perso la casa, i propri cari, che ci ricordano che Haiti è anche il “giardino del diavolo”: la “terra della alte montagne” nella lingua dei creoli che l’abitavano, terra sismica e vulcanica, martoriata dagli uragani che passano spesso da queste parti. Adesso sui nostri schermi scorrono strade inondate di cadaveri, palazzi accartocciati, un’umanità dolente con gli occhi asciutti e si parla di una crudele tragedia naturale, straordinaria e incomprensibile. Ma in questa tragedia c’è poco di naturale, di straordinario e di incomprensibile. Certo, il terremoto c’è stato, ed è stato molto forte. Ma terremoti di quest’intensità ce ne sono molti ogni anno, e nessuno ha mai provocato simili devastazioni. Quei palazzi sono sbriciolati perché sono costruiti con la sabbia, in una zona sovraffollata di umanità e miserie.

Perché a poca distanza dal paradiso caraibico, dai resort per occidentali con le pance gonfie, dalle case di quelle poche centinaia di famiglie che posseggono tutte le risorse del Paese ci sono – anzi, c’erano – immense bidonville, senza elettricità, con abitazioni indecenti fatte di sabbia, bambini denutriti. Ad Haiti si è costruito con la sabbia, nonostante il rischio sismico fosse noto, perché – anche se alla fine del XVIII secolo Haiti era la più ricca colonia francese in America ed è pure stata una delle prime nazioni del continente a dichiarare la propria indipendenza – oggi questo è il paese più povero delle Americhe ed uno dei più poveri del mondo: l’80% della popolazione vive in una condizione di povertà degradante e più della metà tirava avanti con meno di un dollaro al giorno. E questi due secoli di povertà sono trascorsi tra fierezza creola e voglia di indipendenza, sotto il continuo ricatto e sopruso di francesi, inglesi, tedeschi, americani, che hanno favorito la distruzione del tessuto socio-economico delle campagne e l’esodo verso la capitale, che è diventata un immensa accozzaglia di gente senza futuro. Haiti è stata oppressa e sventrata da feroci dittature, come quella di Francois Duvalier, “papa doc” e di suo figlio baby doc, sempre con la “benevola” complicità dei vicini amici americani.

No, non c’è niente di naturale, di straordinario e di incomprensibile in questa tragedia. E’ tutto chiaro, anche per i sopravvissuti che camminano sopra un tappeto di morti in un silenzio spettrale, mentre dalle case sbriciolate riemergono, come zombi evocati dai riti voodoo, facce imbiancate di sopravvissuti dagli occhi spenti, gente a cui non resta neppure tempo per piangere e seppellire i propri familiari e la propria vita di merda di un tempo. Non c’è fatalità sulla tragedia di Haiti, mentre un vento caldo sparge l’odore di morte tra case e strade squarciate dalle grida dei sepolti vivi che nessuno riuscirà a salvare. E’ tutto ordinario e comprensibile. Adesso Haiti non è più un paradiso perduto ma solo un inferno presente. Adesso arrivano i cargo pieni di solidarietà tardiva e un po’ipocrita,  lacrime di coccodrillo che si asciugheranno quando tra pochi giorni si spegneranno i riflettori dello show mediatico. Forse ci sarà il soffocante abbraccio di “protezione” degli amici americani, brasiliani, francesi. Ma Haiti è morta. Per le migliaia di bambini nella polvere in cerca di genitori che non torneranno più, resta solo l’eco di una antica ninna nanna:  “Haiti, il più bel paese del mondo”.  Già. Un mondo che guarda, piange distratto e se ne va. Dalla Repubblica Dominicana, che occupa l’altra metà dell’isola “hispaniola”, il viceministro del turismo assicura che a Santo Domingo “tutto procede normalmente e non ci sono stati danni causati dal terremoto che ha colpito Haiti. Tutte le destinazioni turistiche stanno lavorando normalmente, così come tutti gli aeroporti sono operativi”. Show must go on, goodbye, Haiti.

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Secondo l’ultimo supplemento al bollettino statistico di Bankitalia il debito pubblico in Italia nel mese di novembre è sceso a 1.783,8 miliardi di euro, dopo aver toccato il record di 1.801,7 miliardi nel mese di ottobre. Non c’è molto da festeggiare, però. Non tanto perché il debito pubblico sia alto: come ha fatto notare qui Luca Conforti, ormai l’Italia è in numerosa compagnia, e non può più essere considerata un’eccezione. E neppure per la continua flessione delle entrate, che nei primi undici mesi 2009 sono state complessivamente 330,3 miliardi di euro, 11,6 miliardi di euro in meno rispetto allo stesso periodo del 2008, il -3,4%. La colpa è in gran parte della crisi.

La vera preoccupazione è che nei primi 11 mesi del 2009 la Spesa dello Stato è cresciuta in modo anormale ed inspiegabile. La spesa corrente in particolare è stata di 404,5 miliardi rispetto ai 359,7 dello stesso periodo del 2008, un aumento di ben 44,8 miliardi, pari al +11,1%. Il saldo corrente, cioè la differenza tra entrate tributarie e spese correnti, un indicatore fondamentale per capire la solidità dei conti pubblici di un paese, nei primi 11 mesi del 2009 è pari a -74,2 miliardi di euro, rispetto ai -17,8 dello scorso anno, dato che già peggiorava notevolmente la situazione rispetto al 2007.

Un’esplosione totalmente fuori controllo e senza nessuna spiegazione plausibile da parte del governo. Che contribuirà a peggiorare l’opinione dei mercati sulla sostenibilità di lungo periodo del nostro debito. Come ricordava qui Pietro Salvato, ci sono miliardi di ragioni per essere preoccupati, soprattutto perché il nostro debito non è dovuto a massicci piani di investimenti pubblici o a politiche temporanee di contrasto alla crisi, ma sostanzialmente allo scarso controllo di una spesa corrente “inerziale” e talvolta improduttiva: sprechi che producono deficit che mettono a rischio la sostenibilità di lungo periodo dei conti dello Stato.

Come abbiamo notato anche in altre occasioni, il fatto più grave è che l’argomento continua ad essere praticamente ignorato da tutti i commentatori, politici, economisti, dal governo e dall’opposizione. Intanto i debiti pubblici crescono in tutto il mondo assieme alla concorrenza nei mercati di paesi più solidi di noi per collocarli. Quei mercati che preferiscono i titoli a breve, come dimostra la grande domanda per i Bot trimestrali: per i grandi debitori come noi non è un bel segnale, perché significa che si aspettano che i tassi bassi di oggi, frutto delle montagne di liquidità in circolazione, non duraranno  a lungo. Ma che c’importa? Aspetteremo così, accapigliandoci allegramente sui temi più vari (alcuni importanti, altri meno), che arrivi il grande botto. Non è detto che manchi molto.

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