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Sia chiaro da subito che questi non sono auguri di “Buon anno”. Non è molto chiaro che razza di festa sia, dato che – ad essere obiettivi – il “vero” inizio del ciclo annuale della nostra vita è casomai da collocare attorno al 15 settembre. Senza contare che, per ragioni profondamente personali, dal 2005 l’espressione “Buon anno” per me è priva di significato.

Eppure, mentre il sole scende inesorabilmente verso il tramonto di questo 31 dicembre 2011,  ricordo una bella frase di Antonio Gramsci “Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”.

Ecco. Auguro allora a tutti coloro che passano da queste parti in queste ore che bisogna vivere ogni giorno della propria vita come se fosse il giorno di capodanno. Guardare a ciò che ci circonda con l’ottimismo della volontà, senza tralasciare un “sano” pessimismo della ragione. Facendo i conti con se stessi, con le proprie azioni e le proprie idee, ogni giorno.

Buon tutto.


C’è un po’ di gente, nel mondo, che sta guadagnando fior di quattrini scommettendo sul fallimento dell’Europa. Nessuno scandalo: è il mercato, bellezza! Però, se fallisce l’Europa fallisce il più grande mercato del mondo, a parte gli USA.

C’è da scommettere che gli effetti negativi sarebbero molto pesanti per l’intero continente, ma anche per le altre economie: USA, Cina, Brasile e il resto. Con effetti negativi su produzione, reddito e consumi di tutti gli abitanti della terra. Il mondo sarebbe molto più povero di beni, di consumi, di ricchezza.

Quale possa essere il “guadagno” di questa situazione, anche per chi incasserà un bel po’ di dollari (o sterline, yen, o altro) scommettendo sul fallimento dell’Europa – ipotesi che man mano che passano i giorni sembra sempre meno irrealistica – è un mistero non facile da spiegare.

Non dovrebbe essere divertente – a meno che non si sia Paperon de Paperoni – vivere bene con una montagna di soldi nel conto corrente senza beni da acquistare e servizi da comperare. Scommettiamo?

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Chissà come sarà l’Italia di domani. Tra dieci, venti, trenta, quaranta, cinquant’anni. Forse più povera, o più infelice. O forse no. Chissà se si conteranno ancora le onde del mare. Se si scruterà il cielo quando le nubi s’addensano all’orizzonte per la paura – o la speranza – della pioggia.

Chissà, magari sarà tutto digitale, ipertecnologico: fare la spesa, andare in vacanza, forse anche fare l’amore (quello speriamo di no). I figli faranno ancora arrabbiare i genitori, i mariti le mogli. O forse sarà tutto perfettamente regolato dai computer, anche le liti familiari.

Non si sa, e proprio questo è il bello. Ma una cosa la sappiamo. Sarà un’Italia molto più anziana, con meno gente in età da lavoro, e soprattutto molto più multirazziale. Nel 2065, secondo l’Istat, gli “stranieri” residenti saranno più di 14 milioni, forse addirittura 15 (oggi sono poco più di 4,6 milioni). In pratica, un residente ogni cinque.

Forse, per allora, i diversamente intelligenti – che hanno anche governato, fino a poche settimane fa, questo Paese – si saranno dati pace, e guarderanno i loro concittadini con la pelle più scura, o con gli occhi più a mandorla, non come nemici da abbattere ma semplicemente ciò che sono: le meravigliose variegate declinazioni di quella meraviglia del mondo che è la specie umana. Anche con i problemi d’integrazione, che pure possono esserci.

Sarebbe bello poterla vedere, quest’Italia multicolore di domani.

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Basta sacrifici! Sono troppi e troppo duri. Gli italiani sono costretti a ridurre drasticamente (-18%) la spesa per il cibo durante le festività natalizie: è stato, secondo la Coldiretti, il peggior Natale dal 2000. La conferma che non bisogna tirare troppo la corda, che la gente è stufa e sfibrata.

Però, sempre secondo le stime della Coldiretti la spesa è stata complessivamente di circa 2,3 miliardi di euro. Che sono una cifra niente male: ad esempio, più dell’ammontare dell’intero Fondo nazionale Trasporti, su cui Regioni e Governo si sono accapigliate per mesi.

Grandi sacrifici, che non hanno però impedito che – sono sempre stime della Coldiretti – circa un quarto di quel cibo sia finito nella spazzatura. Insomma, se anzichè spendere 2,3 miliardi gli italiani ne avessero spesi di meno, 1,8 miliardi, nessuno ci avrebbe fatto caso, a parte gli operatori ecologici.

Forse servono più sacrifici. Specialmente pensando che in tanti, troppi, durante il Natale hanno seguitato a fare la fame.

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Alice ha gli occhi grandi e guarda verso il mare mentre il sole scivola lento oltre l’orizzonte. Pensa ai giorni del suo Natale: l’albero, i pacchi, il cibo, i regali. Anche quest’anno non le è andata male, nonostante la crisi: una borsa, un vestito, un bracciale, un cd e altre piccole cose.

Alice ha gli occhi stanchi nella sera senza parole. Pensa che il suo amico Nicola ha avuto un regalo più bello del suo: alla vigilia il suo datore di lavoro gli ha detto che da gennaio avrà il contratto a tempo indeterminato. Per lei, che vaga da un precariato all’altro, praticamente un sogno.

Alice ha gli occhi asciutti nella notte scura, e il freddo nella pelle per un domani senza futuro. E allora stringe quella coperta che sua nonna le ha regalato per Natale. L’ha fatta lei, con le sue mani, “che così ti ricorderai di me”. Quelle cose stupide che dicono i vecchi.

Alice stringe a sé la coperta. Ha il calore antico di un amore che non conosce la fretta del mondo, e attende paziente lo scorrere dei giorni di noia moschina dell’estate e i brividi bianchi dell’inverno. Alice la stringe più forte e nel buio si accendono le stelle. E non è più freddo.

Alice ha gli occhi pieni di rugiada, mentre un po’ di nebbia annuncia il sole.

Come ogni anno, è la viglia di Natale. Una delle occasioni in cui è più facile essere banali. Tra le tante banalità, quella degli auguri di Buon natale a tutti, ai buoni come ai cattivi ai belli come ai brutti. Di solito ci viene in soccorso il Natale in casa Cupiello del grandissimo Eduardo De Filippo.

Stavolta, senza prendere a prestito le sue parole, nel salutare i nostri 36 piccoli lettori nell’imminenza di quel momento in cui si accavallano serenità, ipocrisie, consumismo (quest’anno forse meno sfrenato), buoni sentimenti e banalità, basta ricordare una frase semplice: per essere davvero felici, o almeno sereni, ci piacerebbe che lo fossero anche tutti gli altri  che transitano di questo pazzo, meraviglioso, terribile mondo. Purtroppo, non è così. Forse non lo sarà mai.

Ma ci piace pensare che – noi e anche molti altri – faremo tutto il nostro possibile perché questo accada.

Buon tutto.

Francesco Guidolin, allenatore dell’Udinese, alla fine dell’ultima partita di campionato con la Juve ha detto: “non è umano giocare tre partite in 5 giorni e 21 ore, e sempre al freddo”, per giustificare la prova non particolarmente brillante della sua squadra.

Piero Scardini fa il muratore. Sta lavorando alla ristrutturazione con piccolo ampliamento di una casa. Arriva tutte le mattine alle 8, lavora fino alle cinque del pomeriggio per cinque giorni alla settimana. Anche in questa settimana, con le temperature attorno allo zero.

 Chissà come definirebbe Guidolin la vita di Piero.

Mia cara, quando sei nata – in un paese scassato da una guerra devastante che si era trasformata in una guerra civile, figlia orgogliosa della voglia di rinascita dopo vent’anni di dittatura – facevi tenerezza. Sei cresciuta negli anni del boom, violentata da politici forchettoni e cittadini distratti, attraversando anni di piombo, anni da bere e di merda. Ma te la sei sempre cavata.

In molti hanno provato a cambiarti, ma tu sei ancora qui, con la forza tranquilla di chi ha dalla sua le ragioni della storia. Forse anche tu – come tutti – potresti aver bisogno di una ritoccatina. Ma tutti quelli che ci hanno provato, sembravano più avere l’intenzione di peggiorarti, piegandoti ai loro sporchi comodi.

I tuoi genitori non andavano molto d’accordo, e per farti nascere hanno dovuto fare molti compromessi, non tutti riusciti. Tanti, troppi, ti hanno tradito spesso e volentieri. La vita ti ha lasciato qualche segno. Eppure, a guardarti, sembri davvero bella.

Hai ormai 64 anni, una bella età, ma non puoi ancora andare in pensione. E non perché il governo dei professori abbia allungato l’età pensionabile, ma semplicemente perché abbiamo ancora tanto bisogno di te.

Buon compleanno, Costituzione. Con immenso amore.

Giovanni fa l’operaio da trent’anni. E quando sente “loro” parlare di articolo 18 non gli piace. Perché significa licenziamenti facili. Giovanni non ha studiato, non sa fare grandi discorsi, ma per istinto pensa che se si toglie a certa gente il freno della legge, ne approfitterà di sicuro per fare qualche pasticcio. E a pagare, c’é da scommeterci, saranno i soliti.

Giovanni però sa che suo figlio ha venticinque anni e per lui flessibilità fa rima con precarietà. Sa che per se e i suoi compagni con la crisi c’é almeno la Cassa integrazione, per suo figlio c’è un “arrivederci e grazie”, se va bene. Giovanni vede da troppo tempo che nel mondo del lavoro non c’è uguaglianza tra chi è tutelato e chi non ha niente.

Giovanni non ha studiato, ma si arrabbia se qualcuno pensa o dice che per rendere tutti uguali nel lavoro bisogna abbassare le tutele a tutti. Ma non si arrabbia se qualcuno gli chiede di sedersi intorno ad un tavolo e cercare una soluzione, un modo nuovo, per salvaguardare tutti, facendo le cose giuste.

Giovanni non ha capito perché i sindacalisti sono così arrabbiati prima ancora di cominciare a discutere. Anche quelli che prima, quando c’era l’altro governo, erano disposti a chinare la testa sempre e comunque.

Giovanni non è convinto che abolire l’articolo 18 sia una buona soluzione. Ma, mentre guarda suo figlio con il capo chino sul divano,  gli piacerebbe almeno vedere tutte le proposte concrete prima di mettersi a scioperare.

Divertirsi con la politica non è facile. Eppure può succedere. Diverte la conversione della Lega nord sull’Imu, il nuovo nome dell’Ici, la tassa sulla casa. Reintrodotta da Monti per la prima casa e potenziata per le seconde e terze case. I leghisti propongono la disobbedienza fiscale nei comuni del nord, invitando i cittadini a non pagarla.

Diverte che anche esponenti istituzionali di primo piano, come Zaia e Maroni, abbiano mostrato interesse e condivisione. Diverte non tanto per la sfida alla coerenza e alla memoria degli italiani: l’Imu era prevista già dai decreti legislativi sul federalismo fiscale, i  “sacri testi” che Bossi & c. vantavano fino a un mese fa come “il più grande successo politico dopo il big bang” del loro partito. In fondo sono dei politici, no?

Diverte invece pensando che una parte non piccola dell’Imu sarà gestita proprio dai Comuni. Quindi, assisteremo allo spettacolo di Sindaci della Lega nord, chiamati ad applicare la tassa (decidendone anche alcuni aspetti non banali) e ad intascarne parte del gettito, che guidano la rivolta fiscale dei loro concittadini. Contro la loro amministrazione comunale.

Peccato che  sarà solo l’ennesima boutade del partito di “lotta e di governo” . Perché sarebbe un bello spettacolo. Il più grande, a parte averli visti ministri della Repubblica.

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