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E’ difficile se non impossibile, a poche ore dalla festa più importante dell’anno – almeno per la parte del mondo in cui ci è toccato vivere – dire qualcosa che non sia banale, risaputa, consunta. Specie nel 2012, anno che ricorderemo tra i peggiori degli ultimi vent’anni, almeno dal punto di vista economico.

In realtà, non sarà un giorno poi così diverso dagli altri: qualcuno nascerà, qualcun’altro morirà; ci sarà gente felice per niente, altra triste per un nonnulla. Come ieri, come domani. Eppure è un giorno che sembrerà diverso. Un giorno perfetto, come sospeso, in case immerse in un’aria di festa che a molti, quest’anno più del solito, sembra finta.

Case come quella casa Cupiello del grande De Filippo, dove padri e figli, moglie e marito, fratello e sorella non hanno più molto da dirsi, dove tutto sembra inautentico, come in un teatro, o in un presepe. Un giorno perfetto, un piccolo sogno dove rifugiarsi dalla realtà, anche se solo per poche ore.

Perché passato Natale la vita riprenderà, esattamente dove l’abbiamo lasciata; e quel giorno perfetto fatto di ingenuo candore, di pacchi e pacchetti, cenoni, ipocrisia, dolci, noia, auguri, sorrisi veri e falsi lascerà il posto al riemergere del tran tran quotidiano, che ci amareggia il cuore e spegne i nostri sogni.

Eppure, proprio mentre tutto si confonde in questa melma di ipocrisia noiosa possiamo incontrare il “nostro” sogno, quello autentico, che ci trascina con sé riportandoci alla vita. E’ un sogno che ti guarda dritto negli occhi e ti regala un sorriso: uno splendido, semplice, tranquillo sorriso di bambino.

Un sogno che può, deve, diventare progetto. Ed è più facile se accanto a noi camminano gli Angeli. Non quelli che alcuni sognano volino nel cielo; ma quelli veri, che sono al nostro fianco ogni giorno: il padre a cui non rivolgiamo mai un sorriso, il figlio che ignoriamo mentre diventa grande, gli affetti e gli amici che quasi dimentichiamo, persi dal nostro correre quotidiano verso un nulla che prima o poi ci raggiungerà, sotterrandoci per sempre.

Sì, questo sogno è possibile: pensare che è il nostro dovere di uomini e di donne che camminano a tentoni su questo mondo continuare a camminare al fianco dei tanti angeli che, sporcandosi le mani, combattono per un buon domani. Per vivere, non per sopravvicere. E che, camminando controvento, rendono questo cammino più bello da fare.

Per un domani che non sarà mai perfetto. E per questo è bello aspettare che arrivi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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Happy Feet ha nuotato per giorni, percorrendo 4 mila chilometri di mare. E’ arrivato stanco, confuso e assetato, ed ha cominciato ad ingoiare ciò che trovava, ma anziché placare la sete si è sentito male. Happy Feet è un pinguino imperatore: cercava la neve dell’Antartide, ma è approdato su una spiaggia in Nuova Zelanda. Voleva il ghiaccio ma ha ingoiato sabbia, rischiando di morire. Forse guarirà, ma non si sa se potrà mai tornare a casa.

Un pinguino confuso da chissà cosa, forse destinato a finire i suoi giorni in uno zoo neozelandese. Sembra il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: un bimbo smarrito che vaga nel deserto in cerca di un po’ di acqua, per tornare a casa dalla sua rosa che l’aspetta, l’unica nell’Universo. Come tanti di noi che vagano a tentoni nel deserto buio di questi tempi incerti.

Speriamo che il pinguino imperatore guarisca e che in qualche modo qualcuno – come il pilota e il serpente nel Piccolo principe – lo aiuti a tornarsene a casa, tra i ghiacci e il cielo terso dell’Antartide. Un po’ come noi, che andiamo smarriti nel deserto di questo mondo alla ricerca di un senso che non c’è.  Speriamo con tutto il cuore che ce la faccia. E non per uno scontato “happy end”. Ma perché “ciò che abbellisce il deserto è che nasconde un pozzo in qualche luogo”. E soprattutto perché “Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Nuota, Happy Feet. E che il mare ti sia lieve.

Pubblicato su Giornalettismo

Una domenica come tante, in un posto come tanti, in attesa del pranzo. Un pensiero come tanti, mentre il mondo se ne va per i fatti suoi. Non è facile, in questa notte della repubblica, restare a guardare questo Paese che sta affondando nella melma senza neppure provare a reagire.

Già, perché pur se non mancano – lodevoli – scatti di orgoglio in certe nicchie di opinione pubbblica, il corpaccione molle di questo straordinario ma spesso irritante stivale che affonda il tacco nel mediterraneo è assolutamente indifferente alla "temepesta perfetta", alla danza immobile in cui è immerso da mesi e, per certi versi, da anni.

Comincio ad avere una certà età, ad averne viste molte. Alcune anche più brutte di questa. E so che passerà, perché – per fortuna o per disgrazia – tutto scorre. Il problema è come. Perchè, a guardarla da qui, da questo pigro mattino di domenica, l'Italia sembra davvero una vecchia bella addormentata: come preda di un incantesimo malriuscito, dorme da cent'anni, in attesa di un ipotetico principe azzurro che spesso è un rospo travestito. Ma non si è accorta che, dormendo e sognando, s'è fatta vecchia, ed è ormai un avvizzito pezzo di carne in attesa di decomporsi.

Ci vorrebbe un miracolo. Eppure, a dispetto dell'evidenza e del pessimismo della ragione che spesso mi prende, ai miracoli si può anche credere. Forse da queste macerie, come accadde nel 1945, riusciremo a trovare uno scatto d'orgoglio autentico e collettivo, non riservato alle sole elites illuminate. Proveremo a svegliarci tutti insieme da questo torpore, a liberare le energie positive – tante, ancora tante – che questo Paese ogni tanto tira fuori.

Nonostante tutto le tocchi, le vedi, le senti. Sono una piccola ragione d'allegria. Un ottimismo della volontà. Da coltivare.

Buon tutto!

Le mamme e i papà lo sanno: la vera grande preoccupazione della vita è che i figli si ammalino. La paura che si ammalino gravemente, il terrore inconfessabile che si ammalino di una malattia grave. Cancro, leucemia, tumore: parole che i genitori cercano di non ascoltare e a cui non si vuole pensare perché l’idea che possa toccare al proprio figlio è inconcepibile. L’idea, già, l’idea…Purtroppo però ci sono bambini e genitori che affrontano davvero questa realtà con tutto il carico di dolore che si portano appresso. E se alcuni tumori oggi sono curabili quasi al 100% altri, purtroppo, hanno ancora tassi di mortalità alti.

Tra questi il Neuroblastoma, che già dal nome somiglia ad un mostro dei nostri peggiori incubi. Una forma tumorale che colpisce le cellule nervose dei gangli simpatici, che rappresenta il 10% di tutti i tumori maligni dei bambini. Il Neuroblastoma è di gran lunga il tumore più frequente nei primi 5 anni di vita e, nonostante i tanti progressi della ricerca scientifica, ha ancora un tasso di mortalità di circa il 40%. Giornalettismo ha già parlato varie volte del Neuroblastoma. Non ci stanchiamo di farlo perché siamo convinti che sia necessario informare: solo conoscendo la malattia possiamo sperare sia di diagnosticarla in tempo (più è precoce la diagnosi maggiori sono le possibilità di curarla) sia di aiutare la Ricerca a trovare una cura definitiva.

Oggi vogliamo segnalare l’apertura su Giornalettismo di uno spazio interamente dedicato al Neuroblastoma e alle nostre iniziative informative e/o di raccolta fondi che si chiama “Insieme contro il Neuroblastoma” (http://neuroblastoma.giornalettismo.com) che nasce dall’unione delle forze dei Comicomix, dei giornalettisti e degli ZiiWeb. Uno spazio che vuole informare e fare da subito qualcosa. La prima iniziativa è un Concorso riservato agli alunni delle Scuole dell’Infanzia (le ex-materne). Perché la caratteristica curiosità dei bambini saprà smuovere l’interesse dei loro educatori e genitori verso un male che colpisce bambini loro coetanei. Il concorso è incentrato sul libro di favole, “C’era una volta… Il Regno di Ferro di Cavallo” degli ZiiWeb, già in vendita, e i cui ricavi sono interamente devoluti all’Associazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma (www.neuroblastoma.org).

Cosa bisogna fare? Semplice: va disegnata la copertina della seconda edizione del libro, che sarà arricchito da una nuova storia. Il disegno, predisposto dalle classi della scuola materna che parteciperanno, verrà pubblicato sul sito Insieme per il Neuroblastoma e sarà  scelto dai lettori. Quello che piacerà di più ai lettori vincerà una copia in versione Deluxe dello stesso, più una copia in edizione standard per ciascun alunno della classe da cui proviene il disegno. I disegni che arriveranno al secondo e terzo posto riceveranno una copia Deluxe.

Il disegno deve arrivare entro il 10 maggio 2010, via email a ziiweb09@gmail.com o via posta a  “ZiiWeb – Via Piastroni, 29 – 56121 Riglione – PI”, le votazioni online si terranno dal 21 maggio 2010 al 5 giugno 2010, i disegni vincitori saranno annunciati entro il 10 giugno 2010 e contestualmente verranno spediti i libri!. In ogni caso, il bando integrale lo trovate a questo link.

Il tema del concorso è questo: “C’era una volta un brutto mostro cattivo di nome Neuroblastoma. Un giorno il mostro arrivò nel Regno di Ferro di Cavallo e decise di portarsi via il piccolo Principino dei Comicomix: da allora il Re, la Regina e le Principesse sue sorelle combattono assieme all’esercito dei buoni (l’Associazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma) per cercare di uccidere il mostro e liberare per sempre i bambini dalla sua minaccia. Qualche anno dopo, in occasione della nascita del Principino Angelo, son giunti nel Regno di Ferro  di Cavallo gli ZiiWeb (fate, streghe, folletti e maghi dai magici poteri della parola) che hanno donato i loro poteri all’esercito dei buoni cercando di radunare quante più persone possibile per sconfiggere il mostro. Gli ZiiWeb sanno  che se si è in tanti a fare anche un piccolo gesto ciascuno si possono ottenere grandi risultati. E adesso, anche grazie a tutti i piccoli gesti, il mostro Neuroblastoma non c’è più!”.

Allora, cosa aspettate? Andate a disegnare! E se siete un po’ troppo cresciuti o non avete bambini piccoli, comunque fare qualcosa anche voi: passate parola, passate parola, passate parola… E se vi va potete fare anche un Piccolo gesto. Una donazione, anche piccola, all’Associazione per la lotta al neuroblastoma.

Questo post è di Lisa Perni ed è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo. Partecipate numerosi!!!

Il capodanno è per definizione il momento dei bilanci, e dei propositi. Non siamo capaci di riflessioni di questo spessore. Noi siamo solo capaci di lasciare parole nel vento, piccole, inutili, e a volte pure scioccherelle. E’ trascorsa la notte di san Silvestro, in cui abbiamo (quasi) tutti festeggiato, come polli d’allevamento, brindando all’anno nuovo con il sorriso sulle labbra ma con la dannata voglia di fare un tuffo giù. La notte con cui abbiamo salutato un decennio che è stato chiamato “gli anni zero”. Un decennio piatto, nel quale non è accaduto nulla di buono, nessuna delle cose che sembravano a portata di mano all’alba del nuovo millennio. Un decennio attraversato dalla grande paura del terrorismo, e concluso con la più grande crisi economica dal dopoguerra ad oggi.

Anni pieni di speranza per un nuovo inizio di questo mondo, che invece si è avvitato su se stesso, si è perso in un’eterna transizione dove un’epoca al tramonto, una civiltà agonizzante non riesce a lasciare il posto ad una nuova era. Scorrono sotto gli occhi questi anni: gli anni dell’11 settembre, delle guerre preventive, dello Tsunami dell’oceano indiano che distrusse 230 mila vite, il fallimento di Lehman Brothers. E i problemi che incancreniscono: inquinamento, disuguaglianze crescenti tra nord e sud del mondo. E qui nel nostro paese, gli anni di Silvio, sempre Silvio, nient’altro che Silvio. Tutto finito: gli anni zero ci salutano, e noi li salutiamo, senza rimpianti

Adesso iniziano gli anni dieci. Siamo ancora tutti qui, come ieri, in questo mondo che sembra davvero volare, veloce come il vento, verso l’ignoto domani che al tempo stesso inquieta e incuriosisce, tutti ancora immersi in un’allegria un po’forzata che nasconde centomila punture di spillo, i piccoli e grandi dolori che ognuno si porta con sé, amarezze e disillusioni, per un torto subito, un amore perduto, per un senso che non c’è.

L’augurio, forse un po’ scontato, è che il pantano in cui è caduto il mondo, e in particolare l’Italia, cominci a dissolversi. Che in questi anni dieci si provi un po’ tutti, come individui e come paese, ad uscire dal guscio e ad esprimere quel qualcosa di speciale che ognuno di noi ha ancora dentro sé. Che i nodi e le contraddizioni smettano di essere rimossi, tra rassegnazione e impotenza: dal nuovo ordine mondiale al New deal della green economy, e da noi l’eterno dibattito tra berlusconiani ed antiberlusconiani che da più di un decennio soffoca il nostro paese.

Per tutti noi, si può partire da una cosa semplice, ma che molti sembrano avere dimenticato: VIVERE la propria vita, brutta o bella che sia, senza guardarla passare come spettatori inebetiti. Dieci anni sono lunghi, e sprecare anche i prossimi non sarebbe un peccato. Sarebbe un delitto.  Pensare con la propria testa, a partire da quest’anno, il 2010, in cui nel mondo e qui da noi non mancheranno problemi, contraddizioni, ostacoli da superare, grandi e piccoli. Come ha detto qualcuno: anche se il 2010 probabilmente non sarà eccellente, né ottimo né buono, forse neppure sufficiente, sperando almeno di sopravvivere.

In quest’anno che verrà noi di Comicomix, come è stato detto qui su Giornalettismo, “nel nostro piccolo, continueremo a provare a rompere le scatole a tutti. Anche a chi ci legge: offrendo i punti di vista più disparati senza concedere alcun privilegio o alcuna franchigia ad alcuno, per questioni di appartenenza”. Anche se siamo tutti consapevoli che l’anno che sta arrivando tra un anno passerà, oggi, sotto il cielo liquido di quest’Italia addormentata, in questo anno che verrà, in questo decennio che verrà, proviamo a scordare quel brivido freddo come una puntura di spillo che ci avvelena i pensieri. Smettiamo di aspettare ‘a nuttata c’ha dda passà. Perché come sappiamo tutti, il sole sorge ogni giorno.

Buon tutto!

Il post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

P.s.:Giorgio Gaber ha lasciato questo mondo 7 anni fa, ma noi continuiamo a far finta di essere sani, dentro questa nave grande che va (anche se non si sa dove va), senza sottostare a questa libertà obbligatoria, non sentendoci tanto italiani (anche se per fortuna o purtroppo lo siamo). E continuando a pensare che c’era il pensiero. Ricordando che c’è una fine per tutto, e non è detto che sia sempre la morte. Non smettiamo di combattere, e non smetteremo. Non ancora

Il Natale 2009 è alle nostre spalle. La festa più importante, comunque la si pensi, per quest’angolo di mondo, è passata. Ed è difficile scrivere ora qualcosa che non sia già stato detto, pensato, scritto…Si può pensare, come ha fatto Dickens, ai nostri natali: quelli del passato, del presente e del futuro.

E’ ormai banale ripetere che ci sono tanti che l’hanno trascorso in qualche parte sperduta dell’Africa, o dell’Asia con poco da bere e da mangiare. E’ inutile parlare di chi lo ha trascorso appeso a una flebo di chemio in un grande ospedale. A chi può interessare, dopo la grande abbuffata di doni, regali, vivande di questi due giorni?  Per fortuna, come sempre, possiamo fare appello al bellssimo Natale in casa Cupiello di Eduardo de Filippo. Quella casa dove padri e figli, moglie e marito, fratello e sorella non anno più nulla da dirsi, dove tutto è nascosto in una melma di apparenza ed ipocrisia. Dove tutto è inautentico.
Come in un teatro, o se si vuole in un presepe. Un piccolo sogno dove rifugiarsi dalla realtà, anche se solo per poche ore.

A noi piace però pensare ad un mondo dove il sogno non è la fuga da una realtà brutta ed immodificabile, ma la proiezione verso l’utopia, magari irraggiungibile. un progetto per il quale vale comunque la pena di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Un sogno in cui non rifugiarsi, ma in cui credere, combattere, anche sporcandosi le mani con quella realtà così inguardabile, fatta di guerre, sangue innocente, indifferenza e ipocrisia.

Un sogno che può diventare progetto. Che deve diventare progetto. Ed è più facile se al nostro fianco camminano amici, persone. Angeli. Non quelli che alcuni sognano volare nel cielo. Quelli che camminano al nostro fianco ogni giorno. Il padre a cui non rivolgiamo mai un sorriso, il figlio che ignoriamo mentre diventa grande, i nostri affetti che quasi dimentichiamo, persi dal nostro correre quotidiano verso un nulla che prima o poi ci raggiugne e ci sotterra per sempre.

Sì, questo sogno è possibile: anche adesso che il natale è passato, anzi soprattutto adesso. Pensare che è il nostro dovere di uomini e di donne che camminano a tentoni su questo mondo far sì che ci sia un giorno in cui sarà davvero Natale in tutte le case Cupiello, per tutti coloro che, in Europa, in Africa, in Asia e ovunque nel mondo, si trovano a passare per un attimo breve come un sorriso, in questo pazzo mondo, pieno di tante meraviglie e di tante cose da cambiare.

Un sorriso per tutti gli angeli che, sporcandosi le mani e camminando controvento, rendono questo cammino più bello da fare.

Buon tutto!

Oggi, per la prima volta da quando è nato, cediamo lo SCrabocchio ad un amica, Lisa72, che ha pubblicato quest’articolo su Giornalettismo

Ci risiamo: tra poco più di un mese è Natale. Questo vuol dire che son qui a scrivervi perché voglio qualcosa da voi: cinque minuti del vostro tempo per finire di leggere il pezzo e infine un’opera di bene

Questa volta non sono da sola. Infatti con me ci sono cinque blogger che ho avuto il piacere di incontrare e che posso fregiarmi di chiamare amici: amici con i quali magari non sei sempre in accordo ma che al momento giusto sanno trovare il modo di darti una mano o che condividono le tue follie. Follie tipo quella di scrivere tutti assieme un libro: “C’era una volta… Il Regno di Ferro di Cavallo

“Nel Regno di Ferro di Cavallo, al maniero dei Comicomix è gran festa per la nascita del piccolo JuniorX. Il re MisterX e la regina LadyY, assieme alle principesse JollyViola e Nin@, ne han dato il lieto annuncio e la lieta novella ha travalicato i confini del regno giungendo fino alle lontane dimore degli ZiiWeb ( fate, streghe, folletti e maghi dai magici poteri della parola) che subito si son riuniti in Consesso per elargire i loro magici doni. “A te, piccolo nipotino, noi ZiiWeb ci apprestiamo a donare versi, paragrafi e strofe perché tu possa trascorrer lieti momenti ascoltando dalle voci di chi ami le parole che abbiam scritte per te. Ti auguriamo che possano aiutarti a coltivare la fantasia, il sorriso, l’amore e la voglia di sapere.”

UN LIBRO PER UN PICCOLO GESTO – Sì, noi 6 siamo gli ZiiWeb del piccolo junior, al secolo Angelo e il libro lo abbiamo scritto in occasione della sua nascita, un libello di fiabe, filastrocche e racconti senza grandi pretese letterarie, scritto con la speranza di far sorridere lui e tutta la sua splendida famiglia, sempre capace di regalare un sorriso nonostante la vita. I Comicomix fanno parte di quella cerchia di amici di cui scrivevo sopra anzi, forse ne sono il perno perché in realtà ci siamo trovati grazie ai loro scarabocchi e grazie al sorriso del loro splendido Alessandro che accoglie i lettori del loro Scarabocchio. Alessandro è il fratello più grande di Angelo, ma nessuno di noi lo ha potuto incontrare perché se lo è portato via quattro anni fa un tumore dell’infanzia che si chiama Neuroblastoma; una malattia che colpisce circa un bambino ogni mezz’ora nel mondo, e che rappresenta la prima causa di morte per i bambini di età inferiore ai 6 anni. Il 23 luglio 1993, 20 persone tra medici e genitori, fondano un’associazione: l’Associazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma con l’obiettivo di riuscire a debellare questo male e i Comicomix sono affianco dell’Associazione in questa lotta però, come avete letto qui su Giornalettismo, anche la solidarietà risente della crisi e questo è il punto in cui vi chiediamo un’opera di bene. Un piccolo gesto.

IL WEB E LA BLOGSFERA POSSONO FARE QUALCOSA – L’ho scritto molte volte: a differenza di certi politici che vanno in tv a parlare senza conoscere l’argomento, noi siamo convinti, perché ne facciamo parte attiva e perché ne conosciamo diversi, che il mondo “virtuale” dei blogger non sia fatto tutto di delinquenti bensì di persone e come nel mondo al di qua dei monitor ci sono i cattivi e i buoni così nel web. A questi ultimi ci rivolgiamo chiedendo il loro appoggio per una iniziativa solidale che ci sta a cuore. Convinti che sia comunque, se non proprio obbligo, almeno responsabilità di ciascuno di noi fare quanto è in suo potere per rendere questo mondo il migliore possibile e seguendo l’idea che molti che fanno “poco” possono portare un buon risultato alla causa che promuovono.  E qui finiamo: il libello scritto per Angelo è stato rieditato e illustrato con i disegni realizzati dai Comicomix e in questa nuova veste noi ZiiWeb abbiamo deciso di pubblicarlo e venderlo devolvendo tutti i ricavi all’Associazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma con la speranza di regalare qualche sorriso non solo a chi ci volesse leggere ma anche a chi potrà essere aiutato da questo piccolo gesto. Se avete voglia di darci una mano intanto vi lasciamo il link del blog creato per promuovere l’iniziativa e una data, la data ufficiale del lancio: il 25 novembre 2009.. e non è una data scelta a caso…

Scitto da Lisa72 e pubblicato originariamente su Giornalettismo

Vi chiediamo di condividere, di far sapere a più persone possibile di quest’ iniziativa e di acquistare il libro. Regalerete un sorriso a tanti bambini che hanno tanto bisogno di sorridere.

Grazie!

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Viviamo un periodo in cui, come ha scritto Antonio Tabucchi, “Il tempo invecchia in fretta”. Tempi moderni, anzi post-moderni, nei quali “il tempo della durata” si sta perdendo. Le persone vivono come se fossero eterne. Lo si vede in vecchi politici che danno di sé immagini giovanili, nei corpi esposti (più spesso femminili) sempre giovani e perfetti. Uno spaventoso eterno presente in cui si è obbligati a vivere un tempo unico, finendo per diventare anche un unico essere indistinto, si chiami “popolo” o “gente” All’eterno presente si affiancano così modelli unidimensionali di comportamenti, stili di vita, modelli sociali. Quelli che portano al rifiuto della multietinicità e della multiculturalità, viste come mostri spaventosi e non come fatti “naturali”, anzi occasioni di confronto e di crescita reciproca.

 

Una società non più liquida, ma semplicemente evanescente, fatta di un eterno presente di milioni di corpi con una testa sola ed un pensiero unico, dove la diversità diventa un pericolo, l’analisi una stranezza e la memoria un orpello inutile. L’omogeneità scivola nel conformismo. Viene da chiedersi se questo tempo che invecchia in fretta, questo pantano dell’anima che vive (o sopravvive) in un eterno presente sia la causa o l’effetto di questo conformismo imperante. Un eterno presente artificiale che discende da una rimozione della morte. Un conformismo imperante che annulla diversità e confronti che discende dalla rimozione della memoria.

 

“La morte è il fatto più importante della vita”. E la memoria è il seme della coscienza e della conoscenza. Rimuovere la morte vuol dire rimuovere l’eterna domanda sul senso della vita. Rimuovere la memoria, per chi come noi è fatto di tempo,significa trasformarci in massa, carne fluida. Il senso della vita finisce per diventare il potere e il senso della storia si confonde con la cronaca, anzi con una caricatura della stessa. Fatti e illusioni finiscono nel tritacarne di una reale irrealtà. Memoria, realtà, vivere individuale ed agire sociale: i quattro punti cardinali per il “voglio trovare un senso a questa vita”. Probabilmente la migliore risposta a questa domanda continua ad essere quella della splendida canzone di Vasco Rossi, “anche se questa vita un senso non ce l’ha”.

 

Il senso della vita per coloro che sono stati illuminati dal dono della fede, è nell’immanenza della virtù, nel Dio creatore. Come ha scritto in modo limpido, pieno di poesia e di saggezza, quell’uomo straordinario che è il cardinale Carlo Maria Martini, la risposta sta nel messaggio d’amore che Dio ha sparso sulla terra, grazie a suo figlio Gesù cristo. Per chi, come chi scrive, tutto termina con il nostro ultimo respiro, il senso di questo viaggio per noi, piccoli puntini sperduti nell’universo, sta non nell’eterno presente che tutto omogeneizza, ma proprio nel fluire del tempo. Come ricorda Eugenio Scalfari, nel divenire dove esiste la consapevolezza della memoria e il senso del futuro, l’eredità che ognuno lascia ai propri figli, in senso più lato, alle generazioni future.

 

Ma se viene visto (o meglio rivisto) nel suo divenire, il tempo non invecchia in fretta. Si entra (o meglio si ritorna) in un mondo in cui i fatti e gli atti hanno una sequenza e, forse, un senso. Un tempo in cui non ci si aggrappa al conformismo del potere da conservare ad ogni costo ma alla passione, alla compassione, all’amore verso se stessi, e gli altri. Ecco il senso, il messaggio, la via: per chi crede, quel messaggio d’amore lo manda Dio e il Cristo che in lui si è incarnato. Per gli altri, per noi poveri piccoli punti sperduti senza fede e alla ricerca di un senso che non c’è, il messaggio lo manda quell’uomo di nome Gesù, nato circa 2000 anni fa dalle parti di Nazareth.

Buon tutto!


(Scusateci se abbiamo osato volare così in alto, prendendo spunto dalle riflessioni di tre grandi menti. Torneremo prestissimo ai nostri piccoli scarabocchi senza senso)

Quella notte tra il 3 e il 4 novembre pioveva a dirotto. Anni difficili, boom economico ma tanti fermenti ed inquietudini sotto il cielo d’Europa, d’Italia, di Firenze. E’ il 1966, la cinquecento c’é ma è un auto spartana per la famiglia, la tv c’é ma si vede solo in bianco e nero. Sono giorni che piove forte, ma anche quella sera la gente di Firenze sta tornando a casa, inghiottita dal buio della notte, in attesa del giorno di festa, la festa della Vittoria, scansando i passanti e le vie piene di tricolori e stendardi gigliati. L’Arno in questi giorni è cresciuto, si è gonfiato sempre di più, ma nessuno se ne è preoccupato:  governo, provincia, comune. E allora chi se ne importa? C’é chi è andato al cine, chi fa l’amore alle Cascine in macchina, chi russa ignaro nel suo letto. Ognuno per sé. In una sala dell’Hotel Minerva alcuni consiglieri comunali, assessori e il sindaco sono riuniti, ma solo perché la giunta è in crisi. Nessun allerta meteo: la protezione civile non c’è ancora, e chi se ne importa se piove forte e il livello del fiume è ormai vicino al filo delle spallette.

Verso le 23 però qualcuno comincia ad allarmarsi. I vigili del fuoco hanno ricevuto 130 chiamate di piccoli allagamenti di scantinati e garage. Dalle campagne toscane arrivano durante la notte notizie di straripamenti, smottamenti, frane. Alle 2,30 qua e là scoppiano le fogne, e in molte zone di periferia la gente comincia a scendere in strada. Alle 3,30 prefetto e comune cominciano a mandare allarmi a Roma, ma nessuno se ne cura. E’ notte, è festa. Chissà cosa vogliono, questi maledetti toscani!

E l’alba, e l’Arno inizia a inghiottire sotto un cumulo di acqua e di fango Lastra a Signa,  frazioni del comune di Scandicci, Signa. Silenziosamente entra in città, straripa al Lungarno Acciaioli e a quello alle Grazie. Poi arriva in centro, sommerge musei, chiese, luoghi d’arte. Alle 9 arriva a Piazza Duomo e a Palazzo Vecchio. La piena arriverà a quasi 6 metri di altezza, prima di cominciare lentamente a defluire, dopo le 22 di quella maledetta sera di festa, lasciandosi alle spalle 34 morti, tanti sfollati, preziosi manoscritti della Biblioteca Nazionale Centrale, il Crocifisso di Cimabue, la Basilica di Santa Croce e i depositi degli Uffizi.

Dopo quella notte nera la città si sveglia. C’è chi continua a pensare solo a sé, in quei villini in collina risparmiati dal fiume di fango. Ma sono pochi: dopo la notte e il giorno della paura, arrivano i giorni della speranza. Un esercito di giovani e meno giovani, senza chiedere nulla, giunge dalle città vicine, da Perugia, da Roma, da Bologna. Da tutta Italia. Altri arrivano anche da più lontano: tedeschi, francesi. C’è un po’ di tutto: ragazzi e ragazze, studenti e militari, sono a migliaia in città per salvare le opere d’arte e i libri, strappando al fango secoli di arte, di storia e di memoria. Qualcuno li chiamerà gli “Angeli del fango“. Qualcun’altro dirà che erano “la meglio gioventù”, il primo germoglio di una lunga storia che altri ancora, chi con odio e disprezzo e chi con amore e nostalgia, avrebbero chiamato il ’68.

Anche oggi sull’Europa, sull’Italia e su Firenze piove. Una pioggia fitta. Una pioggia acida, fatta di inquinamento, intolleranza, paura del futuro, di chissenefrega di tutto e di tutti. Anni di merda che passano sui pensieri dei ragazzi e delle ragazze di ieri e di oggi. E in mezzo scorre il fiume. Scorre e s’ingrossa. A molti sembra di vederlo già sul filo delle spallette, a ridosso degli argini. Chissà se arriverà una meglio gioventù a fermarlo, prima che sommerga la città, il paese, l’Europa.

Questo post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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E’ una storia che non si vorrebbe raccontare, perché ogni parola è una ferita che si riapre. Ma bisogna raccontarla, anche se è una piccola storia come tante. La storia del danno che la crisi economica sta provocando per le ONLUS in Italia, che colpisce i più deboli ed indifesi. Come i bambini del neuroblastoma, e dell’Associazione che lotta per combattere questo male e che adesso deve combattere una battaglia per resistere e non fermarsi.

 

Il neuroblastoma rappresenta il 10% dei tumori maligni dell’infanzia, il più frequente nei primi 5 anni di vita. Io l’ho conosciuto da vicino. Sono entrato nelle corsie dell’oncologia pediatrica del Gaslini, piene di bambini senza capelli e senza futuro. Ho passato lì dentro dei mesi, aggrappato alla speranza che le cure salvassero mio figlio. Ho conosciuto medici ed infermieri eccezionali. Ho visto bambini arrivare, occupare quelle piccole stanze, tornare più volte e poi sparire. Ho visto passare quei mesi troppo in fretta e finire in un pozzo nero senza fondo. Non sono il solo. In Italia ci sono circa 120 casi nuovi all’anno, nel mondo sono 15 mila, forse di più. Succede ad un bambino ogni mezz’ora. Non sono numeri enormi, se si pensa alla fame nel mondo. Ma se lo andate a dire ai genitori di quei bambini guardandoli negli occhi, loro risponderanno che il neuroblastoma è uno dei tumori più studiati al mondo, perché secondo molti medici e ricercatori, scoprirne le cause e trovare una cura potrebbe servire a curare anche molti altri tumori, anche quelli degli adulti. Quindi a salvare non solo i loro bambini, ma molti altri.

 

Dopo che il neuroblastoma mi ha fatto a pezzi, mi sono avvicinato agli angeli dell’Associazione per la Lotta al neuroblastoma che volevano scalare quella montagna cattiva. Mi sono unito ai tanti altri genitori senza più voce, innamorati dei loro bambini che per scalare la montagna si sono messi tutti insieme, con alcuni medici del Gaslini di Genova.Grazie a loro in questi anni le cure sono migliorate, la ricerca ha fatto passi avanti, la mortalità si è ridotta. L’Associazione, attraverso la sua Fondazione ha finanziato la diagnostica per tutti i bambini italiani colpiti da Neuroblastoma. Le ricerche hanno ottenuto diversi successi, ma resta tanto da fare. Per i bambini che si ammalano delle forme più gravi, com’è successo a mio figlio, ci sono solo il 20% delle probabilità di sopravvivere. Da molti anni si cercano delle cure più efficaci, e un gruppo di ricercatori qualche mese fa ha fatto una scoperta che ha aperto interessanti prospettive per la cura. Tra di loro c’era anche un ricercatore dell’Associazione. Ma le ricerche costano, e per finanziarle servono tanti soldi, che l’Associazione trova con l’impegno dei suoi volontari. Purtroppo da qualche mese una terribile bufera, la crisi economica, si è abbattuta sulle ONLUS italiane. E la recessione è arrivata ben presto a colpire duramente anche l’Associazione per la lotta al neuroblastoma.

Colpi duri, che rallentano le attività di ricerca. Che rischiano di bloccare la scalata alla montagna. Ne abbiamo parlato con Filippo Leonardo, Direttore dell’Associazione, che combatte 365 giorni contro la malattia, e che avevamo già intervistato un anno e mezzo fa.

 

Come sono colpite le ONLUS Italiane? E quando supereranno la crisi e se la supereranno?

Prima di tutto bisogna sottolineare che all’inizio l’Associazione e la Fondazione Neuroblastomaaffiancavano lo Stato nel finanziamento della ricerca scientifica sul neuroblastoma ed i tumori solidi pediatrici, mentre oggi nel primo caso la finanziano per oltre l’85% in Italia, e nel secondo per circa il 50%, ricorrendo solo a risorse private. Come sempre quando un ente privato funziona, lo Stato arretra e lascia questo ente completamente solo a svolgere un certo ruolo. nel corso di 15 anni

Ma non c’è il 5×1000?

Notizie non pervenute. Certo, come tutti anche noi vantiamo dei crediti. Ma oggi non si può fare affidamento su un qualcosa che ci spetta ma di cui non si vede traccia all’orizzonte.

E allora?

E allora si conta sempre e solo sulla solidarietà degli oltre 100.000 soci, di alcune aziende, di molti genitori e nulla più. Ma tutto ora è maledettamente più difficile.

Fammi capire con qualche esempio

Pensa che se nel 2008 la donazione media era di 15 euro, nel 2009 è diventata di 12, e le donazioni non sono mica aumentate. Se nel 2009 una manifestazione aveva portato 12.000 euro, nel 2009 la stessa ne ha portati 8.000. Se un’azienda aveva donato 100 euro ora dona 70.

E quindi?

Quindi, con un maggiore impegno lavorativo si ottengono risultati del 25 – 30% in meno.

Insomma, siete costretti a ridurre le spese?

Per noi c’è poco da ridurre: l’Associazione ha solo 4 dipendenti, e opera esclusivamente con il volontariato gratuito dei suoi soci  e sostenitori. Le uniche “spese” sono i finanziamenti ai progetti di ricerca. Ridurre vuol dire fermarli. Se le entrate diminuiscono le uscite aumentano, perché la ricerca costa ed ora è quasi a totale carico dell’Associazione e della Fondazione NB.

Insomma, anche la solidarietà degli italiani ha un limite?

Nel paniere degli italiani, con la diminuzione del potere d’acquisto, scompaiono o vanno in decrescendo quelle spese non strettamente necessarie alla sopravvivenza: si va meno in vacanza, anche perché molti da quest’anno sono in vacanza perenne. Si risparmi persino sul mangiare, si cambiano meno gli abiti. E si fa meno solidarietà, quindi si fa meno ricerca. E gli enti come i nostri sono costretti a tagliare i progetti e a ridurre i finanziamenti.

Nell’attesa del 5×1000?

No, come ti ho già detto: notizie non pervenute. Solo nella speranza che la solidarietà ritrovi il suo posto pieno, con il passare della crisi, nelle spese possibili degli italiani, perché enti come i nostri vivono per dare speranza solo grazie alla solidarietà e all’aiuto dei privati.

 

Filippo si ferma qui, perché è un angelo. Io invece sono arrabbiato. Non con gli italiani che hanno smesso di fare donazioni, perché hanno paura di perdere il lavoro o sono costretti a “tagliare” qualche spesa familiare. Sono arrabbiato perché in questo paese che si riempie la bocca di famiglia e di bambini, si abbandonano al loro destino quelli più deboli ed indifesi. Quei genitori con gli occhi spenti, quei bambini senza capelli che ho ogni giorno davanti agli occhi. Quelli che dormono nelle corsie dell’ospedale mentre i papà si radono dentro le loro auto parcheggiate nei viali attorno al Gaslini, perché non hanno un posto dove andare.

Ogni giorno rivedo Noemi, Luca, Gaia, Alessandro giocare con le flebo attaccate al petto. Bambini dal destino spezzato finiti dentro un pozzo nero. Penso che sia uno scandalo che il 5 per 1000 arrivi con anni di ritardo e nessuno dica niente. Penso che sia uno scandalo che il finanziamento di ricerche che servirebbero a molti venga lasciato quasi esclusivamente sulle spalle di privati “volenterosi”. Penso che sia uno scandalo che di queste cose non parli mai nessuno, mentre tutti corrono dietro alle dichiarazioni piene di niente di politici senza cervello e senza cuore, di destra e di sinistra. Ma quei genitori andranno avanti lo stesso. Perché non possono abbandonare quei bambini.

 

Perché la bufera passerà, e anche in mezzo ad essa arriveranno comunque altri amici. Perché con uno Stato assente o addormentato, solo la solidarietà può salvare quei bambini. La solidarietà degli italiani, anche se messa a durissima prova da chi li ha abbandonati 5 x 1.000 volte, li sorreggerà. Speriamo anche con questa piccola ed insignificante storia. Gli angeli continuano ad agire. Ma hanno ancora, oggi più che mai, bisogno di tutti noi: non abbandoniamoli, facciamo qualcosa. Un piccolo gesto può essere di aiuto. Non abbandoniamoli. Facciamolo. Fate qualcosa, diffondete questo post, o date concretamente una mano. Per favore.

 

Giornalettismo (in cui questo post è stato originariamente pubblicato) e Comicomix sostengono la lotta al neuroblastoma

 

Grazie a Elisa Cortese

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