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“Un mese di vacanza va bene. Ma non c’è bisogno di farne 3.”  Bravo ministro Poletti. E come impiegare gli altri due? “Non troverei niente di strano se un ragazzo lavorasse 3 o 4 ore al giorno per un periodo durante l’estate, anziché stare solo in giro per le strade”. Ecco delle vacanze intelligenti! Bravo ministro. Puro buonsenso. E dalla platea, giù applausi.

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Bene, bravo, bis. Solo alcune domande.
A che età inizierebbe questo percorso formativo: a 14 anni? E per quelli prima? Vogliamo fare direttamente dalla prima elementare? Perché così sarebbe lavoro minorile
Questi ragazzi lavorerebbero retribuiti? E con che stipendio? Perché sennò sarebbe sfruttamento.
Ma se venissero pagati come da contratto, i datori di lavoro sarebbero “obbligati” ad assumerli o potrebbero scegliere? Perché magari non gli interessa.
E non è che “fregherebbero” il posto ad altri lavoratori? Perché così addio benefici da jobs act.
Mi sa che questo puro buonsenso assomiglia a una stronzata. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Leggi la proposta di Ricolfi per creare molti nuovi posti di lavoro a costo zero (anzi, con un aumento di gettito per lo Stato ) con il Job-Italia e pensi: accidenti, ma perché non ci ha mai pensato nessuno? Rileggi la proposta, ne analizzi i dettagli, guardi i conti. Sembra tutto in regola, a parte che non è nuovissima: creare lavoro aggiuntivo riducendo il cuneo fiscale (la differenza tra quanto costa il posto di lavoro all’impresa e quanto percepisce il lavoratore, ergo “la cresta” che lo Stato incamera come gettito) non è la prima volta che la senti.

Ricolfi lavoro

Poi il keynesiano che è in te si sofferma su questa frase di Ricolfi:

Si potrebbe pensare che un contratto del genere ridurrebbe il gettito della Pubblica Amministrazione, a causa dei minori contributi sociali. E in effetti così sarebbe se, pur in presenza del nuovo contratto, le imprese non creassero alcun posto di lavoro addizionale; se, in altre parole, lo sgravio contributivo si limitasse a rendere più economici posti di lavoro che sarebbero stati creati comunque.

Dunque, il gioco funzionerebbe – dice Ricolfi – ammettendo che il lavoro creato sia “addizionale”, aggiuntivo, ovvero che un’impresa che assume n dipendenti nuovi li assumerebbe in più rispetto a quanto previsto. Ricolfi assicura che, da indagini svolte, questa addizionalità ci sarebbe. E sarebbe consistente. E che ci sarebbero meccanismi semplici per evitare “furbate” che la facciano sembrare aggiuntiva mentre non lo è.

Il keynesiano che è in te non dubita di questo: Ricolfi non è mica uno sprovveduto! Ma il keyneisiano che è in te pensa anche che le imprese assumerebbero dipendenti “in aggiunta” a quelli programmati se (e solo se) prevedessero un aumento della domanda aggregata, per aver trovato nuovi mercati esteri e/o per un rilancio della domanda interna. Che non si fa con i contratti di lavoro, ma o rilanciado la domanda privata, o aumentando la domanda pubblica. Con la spesa pubblica, magari quella in conto capitale.

E poi, il keynesiano che è in te si ricorderebbe che le imprese italiane hanno un problema di produttività, perché da troppo tempo non fanno investimenti e non “incrementano” il capitale. E che per convincerle a farlo, again, serve che abbiano prospettive di rilancio della domanda. E se la domanda privata langue, e non si sa come incentivarla, servono programmi di investimento pubblici.

Il lavoro non c’é, e Ricolfi fa bene a proporre idee per favorirne l’incremento. Ma mi sa che oltre alle sue proposte, servono azioni che rilancino la domanda aggregata. E il keynesiano che è in te si dispera che questa cosa così evidente fatichi a passare nella testa di politici, giornalisti e anche di parecchi che di economia ne sanno molto, ma molto più di te. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Si parla spesso di lavoro in questi giorni: il lavoro che non c’é, quello precario e quello tutelato, e molto altro ancora. Il jobsact, la guerra di religione sull’articolo 18, e molto altro. Blowing in the wind, parole al vento.

Lavoro

Perché è puerile sostenere che lo scandaloso livello di disoccupazione (non solo giovanile, ormai) e la incivile sottoccupazione che si registrano in Italia siano frutto solo di una poca flessibilità in uscita (leggi: maggiore facilità di licenziamento): non basterà cambiare le regole del mercato del lavoro per suparare lo stallo in cui l’Italia è impantanata. Perché è patetico sostenere di difendere il lavoro ed i lavoratori aggrappandosi al feticcio di uno Statuto dei lavoratori scritto in un’altra era geologica dei sistemi economici e produttivi globali, che ha creato più di una distorsione: il sistema attuale, disegnato sul modello anni ’70, è troppo iniquo e va cambiato.

Perché tutti – politici, sindacalisti e compagnia cantante – continuano ad evadere una questione cruciale. Non esiste una bacchetta magica per creare lavoro; ma, quali che siano le regole del mercato del lavoro, se non c’é una domanda – interna, ed estera – ad alimentare la produzione, nessuno assume. E se si continua a puntare su produzioni vecchie, mercati in declino, ostacolando i non pochi innovatori intraprendenti che ci sono, la domanda esistente, che pure c’é, la intercettano gli “altri”: tedeschi, americani, cinesi.

Noi preferiamo ciurlare nel manico, alimentando le solite litanie stantie della nostra inadeguata classe dirigente, che nascondo feroci lotte di potere per conquistare o conservare rendite di posizione e uno strapuntino da cui latrare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Blocco stipendi PA. Nella guerra tra Madia e i sindacati si alternano falsi miti, tristi verità e un oceano di dichiarazioni intrise di ignoranza (o malafede).

Stipendi PA

Il blocco degli stipendi PA dà ossigeno alle casse dello Stato, dice la Madia. Giusto, ma con effetti depressivi su consumi, domanda interna e Pil, che si scaricheranno sui famosi rapporti Deficit/Pil e Debito/Pil. Il blocco sottrae potere d’acquisto alle famiglie, dicono i sindacati; sì, anche se in un periodo di deflazione il salario reale di fatto cresce. Il blocco colpisce una categoria di privilegiati, dice la pubblica opinione; gente che produce poco e non rischia mai il posto di lavoro, mentre il resto del Paese soffre. Forse, anche se insegnanti, infermieri, poliziotti e tanti altri pubblici dipendenti sembrano più poveri cristi con famiglie da far campare che nababbi nullafacenti.

Il blocco degli stipendi PA serve per dare risorse ai più bisognosi, dice la Madia riferendosi al bonus di 80 euro. Certo, ma è difficile pensare ai travet da poco più di 1.500 euro al mese con figli a carico come a dei nababbi mentre gli evasori brindano a champagne. Il blocco è ingiusto ed iniquo, dicono i sindacati; meglio la “vera spending review mai partita. Cosa certo buona e giusta, anche se la spesa corrente della PA si dilata non per gli acquisti di beni e servizi (che calano da tre anni, proprio come gli stipendi) ma per crescita della spesa per pensioni; perché le riforme sin qui fatte stabilizzano i conti nel medio lungo termine, ma non hanno intaccato gli squilibri ereditati dai “regali” fatti da governi (e avallati dai sindacati) sciagurati, negli anni ’70 e ’80.

Un governo e sindacati coraggiosi avrebbero potuto negoziare recuperi di risorse per il bilancio statale con cose tipo la proposta “Patriarca-Poletti”, ovvero un prelievo sulle pensioni d’oro nel differenziale tra contributi versati e assegni erogati, un vero e proprio “regalo” a pensionati benestanti se non ricchi. Magari accomapgnata da norme anti evasione, e non per quella da “sopravvivenza”.Ma i sindacati sanno solo strillare, ed il governo ha subito ceduto alla pressione di parte della sua maggioranza.

Almeno, si potrebbe negoziare il blocco del monte stipendi complessivo ma come risultante da riduzioni per le retribuzioni di manager e dirigenti pubblici (ad esempio, sulla parte variabile dello stipendio) e da un aumento, anche piccolo, per i travet, bidelli, infermieri ecc…

Governi e sindacati così in Italia non c’erano ieri e non ci sono oggi. E chissà che verrà dopo o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXtquotidiano

Mi chiamo Sam, e lavoro da anni alla fabbrica McCormick di Chicago: 6 giorni alla settimana, 10 – 12 ore al giorno. Non sono tanto intelligente e non ho studiato, ma penso che non è giusto essere trattati così, come bestie per pochi dollari a settimana. Ma devo lavorare per dar da mangiare ai miei figli. Siamo in tanti, qui a Chicago. E alcuni, forse perché hanno letto qualche libro, o più intraprendenti degli altri, ci hanno detto che non dobbiamo farci calpestare così.

Uno di questi era August Spies, un tipo a posto: parlava di diritti, di dignità, diceva che sulla costituzione americana, la nostra Costituzione, c’è scritto “Tutti gli uomini sono stati creati uguali”. Un altro era Albert Parsons; fu luici convinse a scioperare, il primo maggio 1886, perché nel nostro stato, l’Illinois, dal primo maggio del 1867 c’è la legge sulle 8 ore lavorative, ma pochi dei nostri padroni la rispettavano. E poi c’era anche Adolph Fischer.

Eravamo tanti, più di 80 mila. Ci siamo dati appuntamento il 3 maggio, davanti alla fabbrica McCormick, dove mi spezzo la schiena per costruire mietitrici, quelle che servono per mietere il grano e con il grano ci fanno il pane e Bert e Tom, i miei figli, mangiano il pane. La polizia ci ha caricato, ci sono stati dei morti. Io sono vivo per miracolo, quella sera quando sono tornato a casa la mia Beth era pallida, gli avevano ammazzato Mark, il fratello, che lavorava in fabbrica con me.

Quella sera un altro di quegli amici, George Engelci ha invitato ad andare tutti ad Haymarket Square per protestare e chiedere giustizia. Era pomeriggio, il 4 maggio 1886, e c’era una leggera pioggia. August parlava da un carro ai lati della strada. Eravamo tanti. Improvvisamente, mentre la pioggia cadeva e il vento soffiava sui nostri visi, si è scatenato l’inferno. La polizia sparava all’impazzata e molti sono rimasti lì per terra, e i poliziotti hanno detto che era colpa di August, di Albert, di Adolph, di George. E anche di Louis Lingg, Michael Schwab, Samuel Fielden e Oscar Neebe.

Ma non era mica vero, bastava guardare le carte. La loro colpa era solo quella di essere dei sindacalisti, degli anarchici, di aiutarci a lottare per i nostri diritti. Ci fu un processo, ma fu una vergogna. E così, l’11 dicembre 1887 August Spies, Albert Parsons, Adolph Fischer, e George Engel sono stati impiccati. Io c’ero, soffiava un vento leggero e cadeva una pioggia ghiacciata e ostile su Chicago. Non so se qualcuno di voi ha mai visto gli occhi di un uomo che muore. Io sì. Loro ci hanno messo ore e ore a morire soffocati, e anche qualcuno di quei signori che ghignavano ad un certo punto è impallidito e ha gridato: “Basta, basta! Pietà!”. Mi sembra ancora di sentire la voce di August, che prima di morire ha detto “Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che strangolate oggi”.

Li hanno sepolti nel German Waldheim Cemetery di Forest Park, un sobborgo di Chicago. E poco tempo fa, era il 1893, venne innalzato il monumento ai martiri di Haymarket, come li hanno chiamati. E sempre in quell’anno, il 26 giugno 1893 il governatore dell’Illinois firmò i provvedimenti di grazia per Fielden, Neebe e Schwab, dopo aver constatato l’innocenza di tutti gli imputati: già, August, Adolph, Albert e George erano morti innocenti. Ed è per questo miei cari figli, miei adorati Bert e Tom, che ormai siete due ragazzi grandi, ogni anno il primo maggio vengo qui, a piangere davanti a questo monumento. Anche oggi con questo pallido sole, con i fiori colorati che galleggiano davanti agli occhi.

Sono qui per ringraziare chi è morto per la giustizia, per la libertà e per un mondo migliore. E perché ci sia sempre la memoria nei nostri cuori, anche quando i visi degli uomini e le loro parole diventano ricordi sbiaditi. Penso a voi, alla mia Beth che prepara la focaccia la domenica, e a loro, ai martiri di Chicago. Alle loro mogli e ai loro figli, a cui resta solo il ricordo lontano di un marito, di un padre. Di un uomo da piangere.

Anche adesso, che molte famiglie piangono per un lavoro che non c’é, che molti sono disposti a barattare la loro dignità per un lavoro disumano purchessia, bisogna dirlo, ridirlo. Forte e chiaro.

Buon primo maggio, ieri, oggi, domani.

Già pubblicato qui

Si sa: il problema dei giovani italiani diplomati e laureati è il lavoro: trovano lavoro con grande difficoltà, ed hanno una gran fatica ad essere stabilizzati. Ma c’è pure un’altra questione: sono sottopagati. L’ennesima conferma dai recenti rapporti di Almadiploma e Almalaurea. Lo stipendio di un giovane che ha la fortuna di lavorare a meno di un anno dalla “maturità” è di 611 euro; a 3 e 5 anni, si sta sotto i 1000 euro mensili. Per i laureati le cose vanno solo un po’meglio: si arriva, in media, a mille euro scarsi all’inizio e a 1.440 dopo 5 anni. Per i non diplomati e laureati le cose vanno peggio.

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Sono cose note, che finiscono per scivolarci addosso quasi come se non fossero una notizia. Invece stiamo assistendo ad un dramma che ha gravi conseguenze per l’oggi e che avrà gravissime conseguenze domani e dopodomani. In termini economici (consumi, redditi, future pensioni) e sociali (famiglie, figli, sistemi di welfare, ecc…). Ma si affrontano con la testa ovattata della domenica mattina, al rallentatore, come una fastidiosa questione da sbrigare, distrattamente, tra le mille altre (ben più importanti) che ci aspettano al varco oggi, adesso, qui.

L’andamento lento dei giovani nel mondo del lavoro, e dunque nella vita, è la principale emergenza nazionale. Ma si sperde e confonde tra le mille beghe quotidiane. Solo un Paese di imbecilli patentati può ostinarsi ad ignorare che è l’unica cosa che ci potrà salvare dalla fine.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

La Triangle Shirtwaist Company è una fabbrica di camicette alla moda. Un prodotto da donne, prodotto da donne. Donne che fanno turni anche di 14 ore. Donne fatte, donne bambine, donne arrivate da tanto lontano. Piccole donne chiuse a chiave dai padroni della fabbrica, per paura che si riposino troppo, o rubino qualche camicetta. Una fabbrica che, in un pomeriggio di marzo del 1911, viene sommersa da lingue di fuoco. Un fuoco che avvinghia quelle donne chiuse a chiave, in un abbraccio bollente, bruciate tra disordine, fumo e imprecazioni.

Piccole donne che muoiono in un pomeriggio di marzo, distese l’una accanto all’altra sul selciato. Donne che non vedranno i loro figli crescere, innamorarsi, sposarsi. Che non sentiranno più il profumo dei fiori. Neppure ora che il palazzo bruciato è sommerso di fiori di mimosa, gialli che anche il sole si nasconde a guardarli sotto il cielo della primavera di New York. Piccole donne che non avranno giustizia, solo un risarcimento di 75 dollari a famiglia.

Piccole donne che non sanno che il loro sacrificio finirà confuso, in un giorno, l’8 di marzo, in cui si festeggia la bellezza, la forza e il coraggio dell’altra metà del cielo, tra feste e cene e canti. Bello, perché è bello vedere le piccole donne di oggi cantare, ballare e scherzare. Anche se l’ingiustizia c’è ancora, come allora. Per una piccola donna che deve faticare il doppio di un uomo sul lavoro, per una piccola donna che lavora oscuramente nel salotto di casa o in cucina. Per una piccola donna umuliata, stuprata, abbandonata. Piccole donne che, ieri come oggi, muoiono un po’. Giorno dopo giorno. Ogni giorno.

Per questo, ballando, ridendo e cantando, sarebbe bello ricordare quanto è preziosa la vita, quanto è meravigliosa la libertà e quanto è piacevole la giustizia. Ricordare tutti insieme, uomini e donne della terra, quanta strada è stata fatta e quanta ce n’è ancora da fare sulla via di un mondo più umano, per quelli in o e per quelle in a.

Buona festa, piccole donne.

 

L’unico vero leader di statura mondiale che può vantare l’Europa in questo momento, Mario Draghi, ha detto chiaro tondo che la crisi d’Europa è ancora ben lungi dall’essere finita. Bisognerà che i tanti soloni che si baloccano sull’imminente ripresa dell’Italia si rassegnino; e anche che qualcuno si ricordi che sino a quando Big Mario terrà i tassi bassi, un Paese come il nostro, con un debito grande come una casa, non potrà che essergliene grato, ma che anche questo non durerà all’infinito.

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Nel frattempo, continuiamo a sperare (certo, non ancora per molto) che chi deve prendere decisioni – il governo e la sua maggioranza – si svegli: l’annunciata abbuffata di riunioni e le tante proposte generiche saranno buone (forse) per le campagne elettorali, ma non risolvono un problema che è uno. Quanto ai latrati delle peggiori opposizioni della storia repubblicana (senza distinzioni di sigla, dal 5stelle alla Lega, passando per Forza Italia), anch’essi fanno disperare per l’assenza di un anche minimo accenno di proposta che non siano boutade come l’uscita dall’Euro.

Mentre la base produttiva italiana si sgretola, i livelli occupazionali sono oltre il livello di guardia, e la coesione sociale è ad un passo dal disintegrarsi, ci si può distrarre con il cognome delle madri ai figli o la legalizzazione delle cannabis; temi certo importanti, ma che varranno poco se non riusciremo prima a sopravvivere.

O forse siamo semplicemente già rassegnati al (non ineluttabile) declino.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Kayal cammina da mezz’ora per la strada polverosa, verso un’altra giornata di lavoro. Lavora in una piccola fabbrica di scarpe, è contento perché così può aiutare la famiglia. Kayal vorrebbe giocare con i ragazzini che tirano calci ad una palla di stracci, 11 anni, proprio come lui. Ma non può perché dalla scorsa settimana gli hanno aumentato le ore di lavoro, e sono 12 al giorno.

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Margherita è seduta in cucina; le piace stare a casa, ha più tempo per i suoi figli piccoli. Ma è triste, perché la scorsa settimana la fabbrica di scarpe dove lavorava è fallita e lei ha perduto il lavoro. Le piaceva ed era anche brava. Adesso è finita, nessuno assume: neanche a lei, che ha meno di trent’anni. E non sa se lo stipendio di Marco, suo marito, basterà per andare avanti.

Secondo l’ILO nel 2012 nel mondo quasi 168 milioni di minori erano al lavoro, il 10,6 per cento della fascia di età tra i 5 e i 17 anni; 73 milioni di loro hanno meno di 11 anni.

Secondo l’ILO, nel mondo nel 2012 circa 73,4 milioni di giovani adulti (il 12,6 per cento) erano senza lavoro. Sempre secondo l’ILO i disoccupati nel mondo sono arrivati a 200 milioni di persone, 67 milioni in più prima della crisi.

Dicono che il lavoro manca per colpa della crisi. Ma non dappertutto, non per tutti. Forse c’é qualcos’altro che non va. Qualcosa che non torna.

Fino a quando?

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Giuseppe Sbalchiero, capo di Confartigianato Veneto, 60 mila associati, in un’intervista ha detto, commentando la sua delusione e quella di molti suoi associati sull’evoluzione di Grillo e del suo movimento, ha detto: abbiamo votato Grillo per “dare un segnale forte a centrodestra e centrosinistra, per dire guardate che la nostra pazienza sta finendo, datevi una mossa, dopo anni in cui il 70-80 per cento della nostra categoria aveva premiato Pdl e Lega”. Testuale.

Qualche considerazione. La prima è che di politica c’è gente che ne mastica pochina: perché cosa fosse il Movimento 5 stelle era molto chiaro, e lo stesso CasalGrillo lo aveva spiegato per filo e per segno. Non averlo voluto capire, è un problema su cui qualche milione di nostri connazionali dovrebbe interrogarsi.

La seconda è un’altra: vorrei capire se per tutti coloro che leggono è evidente che se voti per anni Pdl e Lega, e ti deludono, è normale sentire il bisogno di dare loro un segnale forte. Meno normale è sentire il bisogno di darlo anche allo schieramento che non hai votato: infatti, conosco molti delusi del Pd che hanno votato Movimento 5 stelle, ma di dare un segnale a Pdl e Lega non ci hanno proprio pensato.

Vine un dubbio: Sbalchiero e i suoi associati veneti non voterebbero in nessun caso per il centrosinistra. Bisgnerebbe chiedersi perché. Lo si dovrebbe chiedere a Sbalchiero. Ma se lo dovrebbe chiedere soprattutto il centrosinistra.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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