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C’era una volta un Paese buffo, chiamato Italia. Dove economisti, politici, editorialisti facevano a gara a spiegare che, siccome eravamo il Paese delle culle vuote, gli alunni diminuivano e sarebbe stata cosa buona e giusta ridurre il numero degli insegnanti. Un manipolo di geni della politica, il mai troppo rimpianto governo Berlusconi e il Ministero dell’Istruzione retto da una maga saggia chiamata Gelmini, decise di mandarne a casa un bel po’. E così fece.

Ma all’improvviso – è storia di oggi – da quello stesso ministero è arrivata una curiosa notizia: da 5 anni (5 anni!!!) il numero degli alunni delle scuole di quel buffo Paese chiamato Italia aumenta costantemente, e continuerà a farlo per un pezzo. Come mai?

Perché in quel buffo Paese era in corso un fenomeno, che tutti coloro che possedevano anche un solo granello di sale in zucca conoscevano benissimo: l’aumento della popolazione sotto i quindici anni. Perché in quel buffo Paese, le culle vuote erano vuote, ma da fuori arrivavano tante persone in cerca di fortuna. Che avevano tanti figli piccoli, o che li facevano nascere in quel Paese. Così, facendo, facevano crescere la popolazione con meno di 15 anni: quella che va a scuola.

Adesso in quel buffo Paese, il nostro Paese chiamato Italia, tutti quelli che predicavano sulla necessità di ridurre gli insegnanti, strillano per il pericolo di un numero eccessivo di classi pollaio, cioè di classi sovraffollate dove insegnare diventa impossibile. E noi leggiamo ed ascoltiamo senza neppure avere la forza (la voglia) di mandarli al diavolo.

Forse, più che buffo siamo un Paese di imbecilli.

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“Sei stato bocciato”. Non è bello, ma può capitare. Lo strano è che è accaduto a 5 bambini delle prime elementari dell’Istituto comprensivo Tifoni di Pontremoli; due stranieri, un disabile e due “precoci” di 5 anni.

I genitori sono inviperiti: quei bambini stavano in classi pollaio, con trenta e passa allievi. C’erano già state polemiche e pare “che da un’ispezione interna sia emerso che “la maggior parte dei bambini, oltre ai 5 bocciati, non ha raggiunto gli obiettivi minimi del programma ministeriale”.

La scuola si dfende: il preside Angelo Ferdani ha detto che i bimbi “non sono riusciti a raggiungere gli strumenti base per frequentare la seconda classe. Non hanno appreso né a leggere né a scrivere”. E per il loro bene sono stati – dopo una sofferta decisione – lasciati in prima elementare.

E’ vero che la scuola deve educare, e lo fa anche “punendo” chi non apprende. E’ anche vero che la cosiddetta “riforma” del ex-ministro Gelmini, che ha accorpato classi per risparmiare “facendo cassa”, è sbagliata. Si può polemizzare all’infinito. Ma il punto è un altro.

Se in un anno una scuola non riesce, in qualsiasi condizione, ad insegnare a 5 bimbi su 60 a leggere e scrivere, ad essere bocciata è la scuola. Se un genitore non s’accorge che il figlio di 6 anni non sta imparando a leggere e scrivere, ad essere bocciato è il genitore.

Strano che il Preside ed i genitori, l’un contro gli altri armati, non se rendano conto.

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L’Istituto Tommaso Pellegrini di Modena è una scuola paritaria, fondata nel 1846 da Mons. Tommaso Pellegrini. Ospita una materna, una scuola elementare e una scuola media. Non è la solita scuola cattolica: è specializzata nell’istruzione agli alunni portatori di handicap nell’udito e nella parola. Tra pochi giorni, finito l’anno scolastico, rischia di essere ridimensionato – forse, addirittura di chiudere – per problemi finanziari.

Il CdA, 4 membri nominati da Comune, Provincia, Provveditorato agli Studi e Curia, parla di un disavanzo di un milione di euro, che rende inevitabile eliminare “attività che non garantiscano l’equilibrio economico complessivo”. Così, 400 persone (docenti, genitori e alunni) hanno sfilato per protestare.

Si sa, l’Italia è alle prese con gravi problemi; i tagli di Tremonti e Gelmini sono stati tanti, e altri ne verranno. La Chiesa ha tante cose a cui pensare. E allora, pazienza se qualcuno viene lasciato indietro. Pazienza per quei 100 bambini e ragazzi e per le loro famiglie che aspettano una risposta da Istituzioni locali, Ministero dell’Istruzione e Chiesa cattolica.

I veri sordi non sono al Tommaso Pellegrini. Sono fuori.

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L’inizio del nuovo anno scolastico è caratterizzato, come al solito, da roventi polemiche. Il fronte più caldo, manco a dirlo, è quello dei precari. La “riforma” della ministro Maria Stella Gelmini, fatta soprattutto di taglio delle classi e blocco del turn over – non si sostituiscono gli insegnanti di ruolo che vanno in pensione con nuovi insegnanti di ruolo – scatena le polemiche. Le classi dell’anno scolastico 2009/2010 saranno 366.923, quasi quattromila meno dell’anno prima, mentre gli alunni saranno 7.825.276, oltre 20 mila in più. Con un consistente aumento degli alunni per classe e molti casi dove si sforano i 25 alunni per classe, numero massimo consentito da un decreto ministeriale del 482ec7c130a7c zoom Quello che la Gelmini non dice26 agosto 1992.

L’ESERCITO DEI PRECARI – Lasciamo da parte per un momento se questa sia o meno la strada giusta per riformare la scuola, e concentriamoci sul problema dei “precari”. Sono effettivamente moltissimi. Secondo “La scuola statale: sintesi dei dati – Anno scolastico 2009-2010” gli insegnanti a tempo indeterminato nella scuola pubblica sono complessivamente 678.369. Quelli a tempo determinato (annuale o fino al termine delle attività didattiche), sono 116.973, a cui vanno aggiunti anche altri 21.235 e 42.076 impiegati a spezzoni, per un totale di oltre 180 mila “precari”. Che presentano situazioni non del tutto identiche. Quelli con il contratto annuale sono pagati dal 1 settembre al 31 agosto. Gli altri, la stragrande maggioranza degli insegnanti non in ruolo, vengono pagati fino al termine delle attività scolastiche, fino al 30 giugno.

COME SI DIVENTA UN PRECARIO – Ma perché si “diventa” precari? Gente che resta in attesa di un contratto a tempo indeterminato per anni? Le spiegazioni potrebbero essere molte. Una “vocazione” all’insegnamento che ti spinge ad accettare l’umiliazione di non sapere mai se riuscirai ad avere un posto “fisso”. La mancanza di alternative credibili, specie in molte regioni del mezzogiorno, che ti fa dire “meglio questo che niente, e poi se mi sistemo definitivamente, tanto meglio”. Probabile che questa sia una parte della spiegazione. Ma la questione dei precari ovvero la “regolarizzazione” e “stabilizzazione” del corpo docente è una faccenda seria, che ha origini lontane nel tempo e che dipendono soprattutto da tre questioni: il meccanismo con cui si diventa professori di “ruolo”, stabili e a tempo indeterminato; la carenza di risorse finanziarie per la scuola; la selezione “a monte” dei potenziali insegnanti.

UN GIRONE INFERNALE – Per molto tempo i precari sono stati un formidabile “esercito industriale di riserva” per la politica. Una massa di persone potenzialmente ricattabili, perché da “regolarizzare”. Specie in prossimità delle elezioni, fanno comodo. Ma sono stati anche una valvola di sfogo per la disoccupazione intellettuale, soprattutto femminile e soprattutto nel mezzogiorno. Sono stati, soprattutto, un “polmone” di persone in “riserva”: carne da sfruttare per coprire i “buchi” organizzativi del sistema scolastico italiano, buoni per rimandare all’infinito una vera politica del reclutamento e della mobilità del corpo docente. Un sistema in cui forse Quello che la Gelmini non dice alcuni precari hanno anche trovato un “tornaconto”. Ma che ha avuto come vittime prima la stragrande maggioranza degli stessi precari, che sopportavano il girone infernale di supplenze, incarichi, esami di abilitazione con l’obiettivo di arrivare prima o poi alla sospirata “cattedra”. E che ha soprattutto tra le vittime i ragazzi, gli studenti, e la qualità della formazione e dell’istruzione italiana.

MOLTI PROBLEMI, NESSUNA SOLUZIONE – Dietro le proteste degli insegnanti precari ci sono problemi diversi. Il primo è quello dei precari che hanno già fatto l’esame di abilitazione – indispensabile per iscriversi nelle graduatorie per accedere alla cattedra. Abilitazione conseguita o all’interno dei vecchi concorsi oppure tramite le scuole di specializzazione universitarie (Sis). Finalizzate sia alle immissioni in ruolo (il “posto fisso”) oltre che al conferimento di incarichi temporanei annuali. Ovviamente, si entra mano a mano che si creano i fabbisogni. Che sono originati sia dal numero dei posti delle dotazioni organiche, ovvero le cattedre necessarie in base al numero di classi formate, sia dal collocamento a riposo (pensione) dei “vecchi” docenti. Questo tipo di precario è diventato così ampio in primo luogo perché i concorsi per l’abilitazione sono stati programmati non in base agli effettivi fabbisogni futuri del sistema scolastico ma per ragioni di “gestione del consenso”. In secondo luogo, perché i posti di insegnamento sono stati ricoperti da personale di ruolo in misura del tutto insufficiente: si è preferito dare incarichi temporanei, spesso pagati solo per la durata delle attività didattiche, fino a giugno. Per risparmiare. Problema acuito dall’”autonomia scolastica”. Con il risultato che il numero dei precari è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni, mentre aumentavano contemporaneamente le cattedre scoperte, gli incarichi annuali rinnovati di anno in anno – ma spesso cambiando scuola e classi, creando quindi una discontinuità formativa che è stata scaricata sugli studenti – o peggio con le supplenze. Il blocco dei pensionamenti e il taglio delle classi (quindi delle cattedre) imposto dalla Gelmini è stato la ciliegina sulla torta.

IL SISTEMA DI RECLUTAMENTO – Il secondo problema dei precari riguarda invece coloro che aspirano all’abilitazione, sobbarcandosi supplenze su supplenze in attesa di un concorso che prima o poi arriverà. Già, perché il governo Berlusconi ha nel frattempo anche chiuso le Sis, ufficialmente perché con il blocco delle protesta precariato Quello che la Gelmini non dicegraduatorie era inutile produrre nuovi abilitati creando ulteriori precari. Ma senza fare altro: quindi, quei giovani che hanno conseguito la laurea specialistica o magistrale dopo il settembre 2007 non possono neppure prepararsi a insegnare. Una cosa che aveva senso solo se si fosse affrontata la questione delle nuove modalità di reclutamento. E magari anche la questione del numero chiuso nelle facoltà che “fabbricano” i potenziali insegnanti. Finora però, nulla di tutto questo è stato fatto. E, mentre si parla di un piano per riassorbire 200 mila precari in 6 anni, il progetto per il nuovo reclutamento giace nelle menti della ministro e dei suoi collaboratori. Così come nulla si sa di come gestire la distribuzione dei posti che verranno coperti riassorbendo le graduatorie in essere e quanti ai nuovi abilitati. Finora si faceva fifity-fifty, ora che si farà? Non è un problema da poco, perché impatta sulla questione dell’età media dei docenti, di oggi e del futuro.

COSA SI DOVREBBE FARE – Affrontare in modo improvvisato o ragionieristico la questione dei precari rischia di lasciare sullo sfondo la vera vittima: gli studenti. Esposti a causa di questo meccanismo infernale ad un turnover dei docenti, che così sono poco incentivati ad “investire” nei loro ragazzi. Che fare? La via maestra sarebbe non tanto la semplice regolarizzazione dei precari – che tra l’altro avrebbe il risultato di sbarrare la strada alle nuove leve di potenziali insegnanti che nel frattempo l’Università continua a sfornare – ma un blocco dell’ingresso nelle lauree più direttamente legate alla professione dell’insegnamento, i concorsi per l’abilitazione o Sis a numero chiuso con selezione, in base ad un programma di offerta formativa che tenga conto dei bisogni reali per materia – altro tema non banale, un conto è la matematica un conto l’educazione artistica – e per territorio. Nell’immediato, servirebbe anche l’attivazione di una politica di sostegno ailiceo Quello che la Gelmini non dice processi di apprendimento che si prenda carico delle realtà più sguarnite: gli asili e le scuole materne nel mezzogiorno, gli istituti tecnico professionali dove il tasso di fallimento scolastico è più alto, un sostegno a studenti e famiglie nelle regioni nord-orientali, dove si registrano tassi molto alti di mancato conseguimento dei titoli secondari.

UNA SCUOLA ALLO SBANDO – Intendiamoci: l’accesso al posto fisso per tutti i precari non è un “diritto acquisito”. E anche tra coloro che stanno in questo esercito industriale di riserva non mancheranno di certo coloro che preferiscono insistere – più o meno volontariamente – nella loro condizione “precaria”, sperando di “sistemarsi” prima o poi. Ma il punto è che l’idea che si migliori la qualità della scuola italiana riducendo le ore d’insegnamento, le risorse finanziarie e il numero di docenti è a dir poco bizzarra. Anche perché i risparmi di bilancio, al contrario di quanto promesso a settembre del 2008 dalla ministro Gelmini non sono stati impiegati per i meccanismi premianti per i docenti più meritevoli, né per un piano per l’edilizia scolastica che recuperasse le situazioni di maggior degrado. Insomma, la riforma non ha riformato, ma fatto risparmiare soldi. Mentre nelle classifiche Ocse siamo agli ultimi posti per la spesa per l’istruzione, e in tutti i paesi – anche in quelli dove si fanno manovre restrittive sui conti pubblici, come in Germania – sulla scuola si aumentano le risorse. Mala tempora currunt.

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dati dei risultati dell’ultimo esame di maturità ripropongono una realtà non nuova, ma sempre sorprendente: la concentrazione di voti altissimi nelle regioni del sud. Pochi dati per capirici: dei poco più di 4 mila maturandi cum laude, oltre 600 sono pugliesi e 362 calabresi. In Lombardia i 100 con lode sono stati 262, in Piemonte 208. Se scendiamo ai maturandi con 100, il risultato non cambia. E nella classifica degli istituti con la più alta presenza di studenti eccellenti, ai primi 10 posti ci sono 7 istituti calabresi, due siciliani ed un pugliese.

Insomma, mentre i test internazionli PISA ci dicono che gli studenti del sud sono mediamente molto meno attrezzati di quelli del nord, i voti della maturità sono molto più alti al sud. Un paradosso che si spiega solo in parte con la presenza nel meridione di realtà scolastiche effettivamente eccellenti mentre il resto delle scuole è di livello più modesto, rispetto ad una situazione nel nord in cui la qualità media è decisamente più alta. Ma il sospetto che ci sia anche dell’altro resta. Se il mitico Parini di Milano regala solo 3 eccellenze ed è agli ultimi posti, il Mamiani di Roma ne conta 5 mentre il Liceo Da Vinci di Reggio Calabria arriva a 26 la sproporzione sembra davvero eccessiva.

Questa selettività non omogenea provoca dei paradossi. Intanto, la diffusa consapevolezza che una maturità e una laurea al sud valgano meno di una del nord. E che finisce per penalizzare qualche studente davvero brillante. Poi, una selettività a senso unico in tutti quei concorsi in cui il voto di maturità o di laurea è un requisito per l’accesso o aiuta nei punteggi. C’è poi una specie di “migrazione” scolastica all’incontrario, con studenti mediocri del nord che finiscono a fare gli esami di abilitazione nel sud – come ha fatto la stessa ministro Gelmini – forse perché sanno che laggiù è più facile ottenere il pezzo di carta.

Ma non è solo un fatto di ingiustizia. E’anche un problema di sviluppo economico-sociale. Perché la meritocrazia, in un paese che è malato anche per la sua assenza nella vita economica, poltica, sociale, dovrebbe essere imparata da piccoli, a scuola. E il voto di maturità è il primo test su cui essa si misura. Bisogna prendere il toro per le corna. La riforma della scuola, con buona pace del ministro Gelmini, non si fa con il ritorno del voto in condotta, con i tagli alle classi e alle risorse.

Ci vogliono investimenti per innalzare la qualità media dell’offerta scolastica, specie nel sud. Perché non ci deovno essere scuole di serie B e studenti di serie B. Ma ci vuole un test nazionale che, con criteri obiettivi renda trasprente la “graduatoria” di merito tra i ragazzi, in modo che un 100 sia 100 a Milano come a Crotone. Ci vuole una maggiore attenzione al ruolo degli insegnanti, sia sul versante della loro valorizzazione – anche economica – sia su quello della loro responsabilizzazione. Finché lasciamo la scuola a se stessa, continueremo a stupirci dei tanti paradossi del sistema dell’istruzione. Compreso quello di una regione che è agli ultimi posti in tutte le graduatorie di competitvità, ma vince la sfida dell’eccellenza scolastica.

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Se fossimo stati ancora nel 1982 sarei stato uno dei 500 mila ragazzi che ieri hanno affrontato la prova d’italiano all’esame di maturità. E avrei trovato la traccia sul ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Anche io, come la ministro Gelmini avrei fatto “quello”. Sorpreso per la citazione di un discorso di Mussolini. E non tanto la scelta del responsabile di un ventennio di dittatura, dell’abolizione delle libertà fondamentali, delle leggi razziali, della tragedia della guerra accanto al nazismo di Hitler, stonata accanto a persone come Moro e Giovanni Paolo II.

Ma sorpresa soprattutto per la scelta di “quel” discorso di Mussolini: l’intervento in Parlamento del 3 gennaio 1925. Il “discorso sul delitto Matteotti” con cui il duce di fatto rivendicava quell’assassinio e il fascismo, dopo la crisi apertasi con l’assassino del deputato socialista, si consolidava come regime e diventava compiutamente una dittatura. All’interno del quale risuona la tragica eco di “quel” passo inserito nella traccia: “se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana”.

La “meglio gioventù” del fascismo era quella che marciava su Roma, bruciava i libri per strada, riempiva di botte ed olio di ricino gli oppositori. Tra i tanti, oltre a Giacomo Matteotti, i fratelli Rosselli, Antonio Gramsci e Piero Gobetti. Piero Gobetti fondò la sua rivista, “La Rivoluzione liberale” nel 1922, quando aveva 21 anni, e scrisse lo splendido saggio omonimo nel 1924, a 23 anni. Morì in esilio, a 25 anni, anche in seguito alle percosse, aggressioni e violenze più volte subite in Italia – dove si ostinò a restare da perseguitato – perché soffriva di scompensi cardiaci.

Piero Gobetti nel saggio “La Rivoluzione liberale” aveva scritto che “il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l’assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente, per il formarsi di un’attività economica moderna e di una classe tecnica progredita”. Quella classe dirigente che porta, oggi come allora, persone da poco a grandi responsabilità: capi del governo e ministri per l’Istruzione.

Piero Gobetti scrisse nel famoso articolo “Lettera a Parigi” pubblicato il 18 ottobre 1925, pochi mesi prima di morire, che “bisogna amare l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista”. La stessa passione e lo stesso amore con cui i ragazzi del 2000 devono ancora ostinarsi ad amarla oggi, nonostante questa gente che – indegnamente – la rappresenta al governo e in Parlamento.

Questo avrei scritto, su quella meglio gioventù di allora. In quest’Italia senza memoria che affoga per colpa di una classe dirigente che si crogiola nella sua ignoranza storica e nella sua mediocrità politica, affogando il futuro della migliore gioventù di oggi. Lo avrei scritto se fossi stato seduto su quel banco, come nel 1982. Ma non siamo più nel 1982. E almeno, quell’anno lì, abbiamo vinto i mondiali di calcio.

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La ministro dell’Istruzione ha proposto un tetto del 30% alla presenza di alunni non italiani per ogni classe. L’intenzione è “di favorire l’integrazione tra italiani e stranieri” e di evitare “la creazione di classi ghetto con soli stranieri”, dove l’offerta formativa è più scadente. E’ una proposta che da un punto di vista teorico non può che essere condivisa. Quando però si passa dal principio alla sua applicazione pratica, le cose cambiano.

Anche se viene prevista un’applicazione graduale, anche se nella quota non dovrebbero essere inclusi gli stranieri nati in Italia o comunque già dotati delle “competenze linguistiche necessarie”, le perplessità non mancano. La più rilevante è che l’eccessiva concentrazione di alunni di cittadinanza straniera nelle classi non è un problema generalizzato, ma specifico di alcune zone del nord est italiano e di alcune città grandi e medie, dove la presenza di comunità di cittadini non italiani è particolarmente elevata. Comuni in cui la quota di alunni non italiani è elevata, sopra il 50%, e la scuola più vicina è a decine di km. Quartieri di Torino, Milano, Roma ed altre città in cui la presenza di alunni non italiani è molto elevata.

In questi posti la soluzione sarebbe uno “scambio” di studenti tra scuole di comuni o quartieri vicini. Come si concilia la sacrosanta preoccupazione del ministro di favorire l’integrazione con il diritto allo studio di questi alunni, che dovrebbero necessariamente andare a scuola lontano dal luogo di residenza delle loro famiglie? E cosa succede se il tetto del 30% non si riesce a rispettare: si chiudono le scuole per “mancanza di italiani”? Si trasferiscono d’ufficio alunni in altre scuole, magari a decine di km di distanza?

Vogliamo credere alle buone intenzioni della Gelmini, senza pensare – come qualche malpensante dice – che questa sia una “cambialetta elettorale” pagata alla Lega Nord in vista delle elezioni regionali, che tanto non sarà mai applicata e quindi non farà danni. Se la Gelmini vuole davvero dare una risposta concreta al problema dell’integrazione, meglio lasciare spazio al “federalismo scolastico”, all’autonomia degli istituti e dei circoli didattici: saranno loro, che conoscono le specificità della loro zona, a trovare gli strumenti per “favorire l’integrazione”. Caso per caso, scuola per scuola.

Per parte sua, la ministro dovrebbe investire in offerta didattica e pedagogica, dare risorse economiche ed umane alle scuole per la mediazione culturale e l’integrazione, anziché tagliare fondi e cancellare classi e plessi scolastici come ha fatto fino ad ora, talvolta contribuendo ad aggravare il fenomeno della concentrazioni di alunni non italiani in classi ghetto. Altrimenti, si rischia solo di fare demagogia: il contrario di quello che ci si aspetta da un governo del fare.

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Un ragazzo di 17 anni, studente brillante dell’Istituto per geometri Fontana di Rovereto ha abbandonato gli studi: “Mio padre ha perso il lavoro. Devo cercare io qualcosa da fare per sostenere la famiglia. Ho riflettuto, ma non ci sono alternative: lascio la scuola”. La preside dell’Istituto, Flavia Andreatta, ha comunicato questa notizia, ed ha raccontato con toni accorati una realtà che – a partire da questo caso limite – riguarda sempre più famiglie, colpite dalla crisi economica.

Perché se è dura mantenere i figli alle superiori anche in una situazione normale, diventa ancora più difficile quando uno o entrambi i genitori finiscono in cassa integrazione o perdono il lavoro. E che rischia di inchiodare buona parte dei giovani talenti al destino di un lavoro purchessia, per cercare “di sbarcare il lunario“. E’ un tema che meriterebbe una qualche riflessione, in questo paese dove si corre dietro solo alle liti tra comari nel Governo, alle convulsioni sulla giustizia per la salvezza dell’uomo solo al comando e a storie più o meno torbide di  mignotte e  di trans.

Un paese in cui i proclami sulla meritocrazia e la “personalizzazione” dei servizi resi dallo stato ai cittadini mascherano le tentazioni di un modello sociale “darwiniano” dove chi ha i mezzi si salva e chi non li ha s’arrangia (e spesso affonda). Dove la scarsissima mobilità sociale, bloccata da tempo per motivi di censo, rischia di precipitare in un sistema completamente bloccato dove “il figlio dell’operaio deve fare l’operaio”, quello del geometra il geometra e quello dell’avvocato l’avvocato. Un paese che soffocando i suoi talenti precipita nelle classifiche dell’istruzione, che ha la classe dirigente più ignorante d’Europa e che produce un quarantesimo dei brevetti di tutta l’Europa.

Un paese che schiaffeggia i suoi giovani giorno dopo giorno, chiudendo loro gli spazi per costruirsi il futuro. E che costringe un bravo studente a lasciare la scuola, senza che nessuno – a parte la preside dell’Istituto Fontana di Rovereto – sia accorga che non è solo il futuro di quel diciassettenne ad andare in malora.

Ma quello del nostro paese.

Buon tutto!

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Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università, ha commentato con evidente soddisfazione l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del suo disegno di legge sull’Università. “È un disegno di legge coraggioso che vuole affrontare i problemi dell’università. Tutte le novità contenute nel nuovo regolamento “per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca, ad iniziare dai 525 milioni di euro pari al 7% del cosiddetto Fondo ordinario, si riconducono ad una parola chiave: meritocrazia”. I contenuti del disegno di legge sono al momento intenzioni, promesse. Ma questo è il governo del fare. I fatti seguiranno. Diciamo un bravo a Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università!

Chissà che  relazione di parentela ci sarà con Gelmini Maria Stella, ministro dell’Istruzione. Quella che ha dimezzato l’unico incentivo esistente a favore degli studenti italiani che si distinguono per bravura, il Fondo destinato alla valorizzazione delle eccellenze, che è passato da 5 milioni a 3 milioni e 800 mila euro. Quest’anno, infatti, i quasi 4mila ragazzi che hanno ottenuto il massimo dei voti alla maturità (100 e lode) dovranno accontentarsi di appena 650 euro, mentre chi ha conseguito il diploma nel 2008 ha avuto mille euro netti da spendere per viaggi d’istruzione, accesso a biblioteche e musei, ammissione a tirocini formativi ed altro.

E chissà che cosa avrà pensato, Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università ed alfiere del merito, quando avrà scoperto che la sua collega Gelmini Maria Stella ha assistito senza fiatare all’ultima trovataai rapporti di lavo­ro a tempo determinato” e quindi su quel bonus va pagata la “tassa sulla lode”. dell’Agenzia delle Entrate, che ha stabilito con una circolare, alla luce delle leggi vigenti, che quei bonus non van­no considerati come borse di studio, ma come redditi otte­nuti in base ai risultati raggiun­ti e quindi assimilabili a termi­ni di legge “

Cari studenti che vi date da fare e che credete nel premio alla bravura, nell’incentivo al merito, state tranquilli: il governo dei fatti veglia su di voi!

Buon tutto!

L’articolo è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo

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La scuola italiana è stata finalmente liberata. A salvarla,  dopo 1245 anni di dittatura comunista, ci ha pensato una bella, brava e buona ragazza bresciana, pragmatica, volitiva, intelligente: la nuova Stella del firmamento della politica italiana: la ministro dell’Istruzione Gelmini, che ha varato una riforma organica, completa, inattaccabile. Una riforma pensata nell’esclusivo interesse delle famiglie, per riavvicinare gli italiani, disgustati dall’occupazione della scuola da parte della sinistra, alla pubblica istruzione. Talmente organica e meditata da essere stata varata in un pacchetto di decreti legge emanati a distanza di mesi l’uno dall’altro. Il cui caposaldo è contenuto nel decreto legge n. 154 emanato il 7 ottobre 2008 (poi convertito dalla legge 4 dicembre 2008, n. 189), tutto rivolto alla riforma della scuola, ai desideri delle famiglie, al bene di docenti e di studenti, come si capisce dall’inequivocabile titolo “Disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali”. Un disegno organico: il ritorno del voto in condotta, la revisione dei piani di studio e di insegnamento, cioè la revisione del numero di ore settimanali che prevede per la scuola primaria la preferenza per l’attivazione di classi affidate ad un unico maestro e funzionanti per 24 ore settimanali, La riduzione del numero di scuole per non superare la consistenza numerica dei punti di erogazione dei servizi scolastici relativi al precedente anno scolastico 2008/2009, adeguandole ai parametri già fissati dal D.P.R. n. 233 del 1998, ossia allo standard compreso tra i 500 e i 900 alunni, quale requisito per il conferimento dell’autonomia. Qualche piccolo malumore questa organica riforma lo ha destato: disfattisti che hanno osato persino insinuare che la logica unificante e dominante degli interventi normativi è più quella di razionalizzare e contenere la spesa pubblica nell’Istruzione che quella di fare una vera ed effettiva riforma del sistema coerente e con specifiche finalità pedagogiche di fondo. Ma fortunatamente la ministro Gelmini non si è fatta intimidire: ha tirato dritto per la sua strada, forte del consenso del 255% dei docenti e del 345% delle famiglie, finalmente libere dal ricatto della sinistra. Un consenso forte, evidente, netto. Tutti a lodare la giovane ministro, per aver finalmente liberato la scuola dal giogo oppressivo della sinistra, a ringraziarla con tutto il cuore. E lei, buona e generosa, pronta a tendere una mano anche a quella sinistra che ha odiosamente occupato per 1245 anni la scuola, ha fatto una piccola concessione. Piccola, è vero. Una cosa da nulla: ha rinviato la riforma di un anno. E ha trasformato la scelta obbligatoria del maestro unico alla scuola elementare in una opzione facoltativa, a richiesta delle famiglie. Le famiglie che erano tutte dalla parte della ministro. Infatti, appena il 95% della famiglie ha scelto il tempo pieno e il mantenimento dei plessi con la compresenza dei maestri. Ben il 10% delle famiglie hanno scelto le 24 e le 27 ore in prima elementare, il modello di riferimento per il futuro secondo la giovane ministro, brava, bella e competente: per lei si è trattato di un grandissimo successo personale. Le famiglie tutte dalla sua parte, la scuola liberata dal giogo oppressivo della sinistra. Gioisce, pensando che se si rispetteranno scrupolosamente le sue disposizioni, su quasi 294 mila famiglie che hanno richiesto un tempo scuola di 30 ore a settimana, ci saranno risorse per accontentarne meno di 16 mila. Ma anche questa è una quisquilia.Perché le 278 mila famiglie che non vedranno accolte le loro richieste capiranno. Si renderanno conto che il successo di una scuola italiana finalmente liberata dalla sinistra, una scuola efficiente e  pragmatica vale qualche piccolo e insignificante sacrificio. Ma la ministro Gelmini non dimentichi che la sinistra è infida, e non bisogna mai abbassare la guardia, perché la propaganda comunista è sempre in azione. Infatti, ecco un articolo pubblicato sul Piccolo.it in cui si parla di Cristina Canciani, una signora che abita a Muggia, in provincia di Trieste. Secondo quel giornale, la signora avrebbe iscritto per il prossimo anno scolastico, la propria figlia Stefania alla prima elementare in una scuola slovena, la “Pier Paolo Vergerio il Vecchio”. Un istituto, con lingua d’insegnamento italiana, che si trova a Crevatini, a soli 7 chilometri dal centro di Muggia. La signora, poveretta, avrà certamente iscritto la propria figlia a quell’istituto per ragioni logistiche, per la vicinanza con la propria abitazione. Ma quei disfattisti della sinistra hanno subito montato un caso contro la povera ministro Gelimini. E, senza alcun pudore, hanno rilanciato un’intervista alla mamma di Stefania, che spiega di avere scelto convinta “dalla disponibilità, dall’organizzazione e dalla chiarezza mostrataci da subito dal personale della scuola di Crevatini.” Le insinuazioni che dietro questa scelta, fatta – oltre che dalla signora Canciani, da altre 7 famiglie di Muggia si debba all’incertezza legata ai provvedimenti firmati dal ministro Maria Stella Gelmini e ai tagli del governo italiano a confronto con l’efficienza riscontrata nella scuola d’oltre confine, sono rozze e volgari, tipiche della sinistra disfattista. Ma non si preoccupi, ministro Gelmini. Noi italiani dell’entroterra siamo tutti con lei. Iscriveremo i nostri figli nelle scuole pubbliche delle nostre città, paesi, isolette. Anche se dovremo fare 100 km per trovarne una aperta, anche se non ci saranno più gli insegnati, i banchi, le aule. Capiremo, sopporteremo, applaudiremo: dalle nostre case, la Slovenia è troppo lontana.

Buon tutto!

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