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Fiumi di parole sulle tragedie dei migranti nel canale di Sicilia. Fiumi di parole e lacrime di coccodrillo. Perché, diciamocela tutta: finchè i migranti morivano in mezzo al deserto, prima di imbarcarsi sulle navi della morte, inosmma quando il “controllo dei porti”, il lavoro sporco, lo facevano Gheddafi e gli altri, a nessuno (a pochi) importava un piffero. Ma anche ora, si parla tanto, e si piange tanto, ma si fa finta di ignorare il vero problema.

migranti

Eh già. Potremo criticare le operazioni Triton e Poseidon, potremo prendercela con Renzi o con l’Unione Europea. Potremo invocare maggiore solidarietà nella gestione delll’emergenza dall’Europa, dagli USA, da chi vi pare. Potremo persino dire che servono progetti di aiuto concreto, oltre alle misure di “contenimento”. Ed avremo pure ragione. Ma fingeremo di non sapere che questi sono, e saranno sempre, palliativi.

Perchè la vera soluzione alla questione della marea montante ed inarrestabile dell’immigrazione la spiega la  Banca mondiale (non proprio un’organizzazione di educande vetero marxiste): nel Mondo ci sono 800 milioni di persone che vivono in condizioni di fame e di stenti, con meno di 1,85 dollari pro capite al giorno. Per queste persone provare a scappare dalle loro realtà e cercare fortuna in paesi più ricchi (anche se in declino, come il nostro) non è una scelta, è un obbligo. perché tutti vogliono viaggiare in prima. Anche loro.

Finchè non ci decideremo a guardare le cose da questo punto di vista – e scegliere di conseguenza una gigantesca operazione di redistribuzione del reddito tra ricchi e poveri del Mondo – tutto il resto saranno, appunto, palliativi. Accompagnati da inutili lacrime di coccodrillo.

La domanda è: siamo pronti per questo, e per ciò che significa, ovvero, mettere in discussione lo “sviluppo” economico così come lo conosciamo? Se non lo siamo (ed io temo che non lo siamo) almeno, evitiamo le chiacchiare al vento. Facendo finta che ce ne importi davvero qualcosa, o magari sperando che tornino dittatori che si accollano il lavoro sporco lavandoci la coscienza. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

I politici italiani, diciamolo, non sono un granché. Ma per fortuna, non sono i soli. Leggere la proposta contenuta in un documento discusso nel congresso della CSU, partito di governo “fratello” della CDU di Angela Merkel sull’obbligo per gli stranieri di parlare tedesco anche all’interno della loro abitazione, in famiglia, suscita più sollievo che sconcerto. Oddio, un rieccheggiare sinistro di quel “Deutschland uber alles” che bene o male è l’inno tedesco l’abbiamo sentito. Ma dopo, più forte, è stato il sorriso ironico.

Germania stranieri

Ma sì, perché credevamo che le boutade di cui è piena la politica italiana e le diecimila esternazioni sul nulla che la nostra classe politica ci riserva fossero un’esclusiva tutta italiana. Invece, per fortuna, anche i politici tedeschi, nel loro piccolo, scemeggiano. E come speso accade anche da noi, la boutade resterà tale. Il segretario generale della Cdu, Peter Tauber, ha sentenziato con teutonica saggezza che ‘‘la lingua che si parla in famiglia non è una questione che riguarda la politica’‘.

Purtroppo però, ci sono cose per cui i politici italiani sembrano imbattibili. E non è tanto la corruzione; anche quella, per fortuna o meglio per disgrazia, è un male non solo italiano. Ma è nella faccia tosta con cui i nostri politici restano in sella. Su questo, purtroppo, ad essere “uber alles” mi sa che ci siamo solo noi. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Tra il 2002 e il 2011 i residenti in età 15-39 anni si sono ridotti di 2 milioni. Il loro peso sul totale dei residenti è sceso da circa il 35 a meno del 30 per cento. I residenti in età 40-64 anni sono cresciuti di 2,6 milioni, passando da poco più del 32 al 35,5 per cento del totale. E questo nonostante gli “stranieri” – che sono tutti giovani avendo un età media poco superiore a 31 anni – siano arrivati a 4 milioni di persone, 2 milioni 693 mila in più che nel 2001.

ius_soli

Dovremmo cominciare a capire, quando si parla di diritti di cittadinanza, di italiani e “stranieri”, di integrazione, di “ius sanguinis” o “ius soli”, che la situazione sta evolvendo rapidamente e che senza il contributo dei “nuovi italiani” saremmo ridotti in breve tempo ad essere un pensionato più che un Paese; con conseguneze immaginabili sul nostro già basso potenziale di crescita e sulla stessa sostenibilità del sistema.

E che una parte consistente del declino italiano sta anche nell’aver trattato il tema dell’immigrazione come una questione di ordine pubblico, anziché di sviluppo (e, per certi aspetti, di sopravvivenza) economico e sociale.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mentre Jorge Bergoglio grida a Lempedusa contro la globalizzazione dell’indifferenza, la maggioranza Pdl-Lega Nord al Consiglio regionale della Lombardia ha bocciato una mozione di Umberto Ambrosoli che prevede l’estensione ai bambini di stranieri “irregolari” l’assistenza sanitaria di base, con l’attribuzione del pediatra.

Per il centrodestra di Maroni e company basta e avanza garantire ai figli di irregolari le cure urgenti e quelle “essenziali”. Per il resto, no: si arrangino. E’ inutile ricordare che il pediatra per i figli degli irregolari è già previsto da un accordo tra Stato e Regioni del dicembre scorso; né che esso è già attuato in Friuli Venezia Giulia, Umbria, Toscana e a Trento.

Caro Papa Francesco, getta i crisantemi gialli nel mare, urla la tua disperata umanità a tutti, credenti e no. Ma devi rassegnarti: per molti quei bambini sono figli di un dio “straniero”. Dunque “minore”.

Chissà di che nazionalità è Dio.

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I cognomi “stranieri” stanno sopravanzando quelli “nostrani”: a Milano il secondo cognome più diffuso è Hu, a Prato il più diffuso è Cheng; ed è così anche Brescia, Torino, Firenze. In Norvegia Anders Breivik, autore della strage dei giovani ad Utoya, al processo si dichiara innocente: ha agito per difendersi, perché i norvegesi “rischiano di essere una minoranza nella loro capitale e nel loro paese in futuro”.

L’Italia e l’Europa stanno cambiando volto: è la sfida sempre più forte del multiculturalismo. Come tutte le sfide, non è priva di rischi. Ma è anche piena di opportunità. Fa riflettere, in un Paese come il nostro, dove fino a ieri potevamo sentire ministri ringhiare in Tv contro la minaccia degli “stranieri”, la diffusione di cognomi “diversi”.

Il bello – e stavolta, per fortuna, se ne sono accorti in molti – è che spesso questi bambini o ragazzini accoppiano al loro cognome “esotico” dei nomi come Matteo, Andrea, Marco, Lucia, Maria. Nomi familiari, nomi “nostrani”.

Ecco. L’Italia sarà un gran casino, e non ha certo estirpato la mala pianta dell’intolleranza con un semplice cambio di governo.

Ma non sentire Ministri della Repubblica gracchiare dopo la notizia sull’avanzata dei cognomi cinesi, eccheggiando parole simili a quelle di un pazzo criminale norvegese autore di una strage, un certo sollievo lo dà.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Chissà come sarà l’Italia di domani. Tra dieci, venti, trenta, quaranta, cinquant’anni. Forse più povera, o più infelice. O forse no. Chissà se si conteranno ancora le onde del mare. Se si scruterà il cielo quando le nubi s’addensano all’orizzonte per la paura – o la speranza – della pioggia.

Chissà, magari sarà tutto digitale, ipertecnologico: fare la spesa, andare in vacanza, forse anche fare l’amore (quello speriamo di no). I figli faranno ancora arrabbiare i genitori, i mariti le mogli. O forse sarà tutto perfettamente regolato dai computer, anche le liti familiari.

Non si sa, e proprio questo è il bello. Ma una cosa la sappiamo. Sarà un’Italia molto più anziana, con meno gente in età da lavoro, e soprattutto molto più multirazziale. Nel 2065, secondo l’Istat, gli “stranieri” residenti saranno più di 14 milioni, forse addirittura 15 (oggi sono poco più di 4,6 milioni). In pratica, un residente ogni cinque.

Forse, per allora, i diversamente intelligenti – che hanno anche governato, fino a poche settimane fa, questo Paese – si saranno dati pace, e guarderanno i loro concittadini con la pelle più scura, o con gli occhi più a mandorla, non come nemici da abbattere ma semplicemente ciò che sono: le meravigliose variegate declinazioni di quella meraviglia del mondo che è la specie umana. Anche con i problemi d’integrazione, che pure possono esserci.

Sarebbe bello poterla vedere, quest’Italia multicolore di domani.

Pubblicato anche su Giornalettismo

La lettera dell’anonimo imprenditore che ha chiuso il caso dei bambini rimasti senza mensa ad Adro, in provincia di Brescia, pagando di tasca propria i 10 mila euro di debiti dei genitori che non pagano la refezione scolastica non è una lettera qualsiasi. E’ una bomba lanciata nell’assordante silenzio del conformismo, dell’intolleranza, dell’irresponsabilità sociale e della disumanità dell’Italia di questi anni.  Quest’imprenditore “figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità”, che ha fatto fatica per salire i gradini della vita e conquistarsi un’attività che oggi lo fa vivere bene, ha votato per Formigoni. Ma non si ritrova “in queste scelte del centrodestra” ed ha detto cose profonde, su cui riflettere.

La prima e la più importante è che esiste un pezzo di Paese – forse più grande di quanto non s’immagini –  che si riconosce in valori di centrodestra ma non confonde il perseguimento del benessere individuale con l’egoismo sociale, la fermezza per il rispetto delle regole e dei valori dell’occidente con l’intolleranza verso gli stranieri, che sa cos’è il rispetto per i bambini, per l’essere umano, in una parola per le persone. Un uomo che non confonde l’elemosina con il dono, la prima figlia di quello “stato compassionevole” che piace tanto al governo, il secondo che, parafrasando Gaber, significa considerarsi “felice solo se lo sono anche gli altri”.

Un uomo di destra a cui non piace la “crescente insofferenza verso chi ha di meno”, che porta ad essere durissimi con “furbetti che non pagano la retta scolastica” ma complici di quelli “milionari che vogliono anche fare la morale agli altri”, come ad esempio i tanti evasori fiscali. Un uomo di destra che si vergogna che proprio l’Italia “sposti progressivamente l’asticella dell’intolleranza”, specie verso quegli stranieri che poi ci lavano le auto, ci fanno da mangiare, ci accudiscono i genitori. Un uomo che agli immigrati chiede “il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi”, ma con “fermezza ed educazione, cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.” Un uomo religioso, ma che non fa finta di non vedere una Chiesa di Roma disponibile “a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo”. Che se la prende anche con il suo leader Berlusconi, “segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare partito dell’amore”.

Un uomo che non è un benefattore, ma che sa vedere bene cosa stiamo diventando e dove potremmo andare a finire. Un uomo che non appartiene a quel pezzo d’Italia – la sinistra – che con sprezzo del ridicolo si autodefinisce “la parte migliore del Paese”, ma capace di dire a chiare lettere a questa deriva disumana: “Io non ci sto”. Un uomo che ci fa capire con semplicità che un’altra Italia è possibile. E non deve necessariamente essere quella di Bersani o di Vendola o di Di Pietro. Io, da sempre di sinistra, con i miei valori e la mia storia, da lui certo distanti ma non sempre necessariamente diversi, vorrei abbracciarlo idealmente. Come un fratello.

Pubblicato su Giornalettismo

La corte di Cassazione, con la sentenza n.5856 del 10 marzo 2010 ha confermato l’espulsione decisa dalla Corte di Appello di Milano di un immigrato albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori. L’uomo aveva invocato, per evitare l’espulsione,  il diritto a “un sano sviluppo psico-fisico” dei due figli. I Giudici hanno invece replicato che è consentito ai clandestini di restare in Italia solo in nome di “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d’emergenza“, tra cui non rientrerebbe il caso in oggetto, ritenendo che la tutela della legalità delle frontiere prevalga anche sul diritto allo studio dei minori. La sentenza mette anche in guardia contro il rischio di strumentalizzazione dell’infanzia da parte dei clandestini. E’ curioso che il 19 gennaio 2010, con sentenza n.823, la stessa Corte aveva acconsentito alla richiesta di restare in Italia di un genitore extracomunitario, stabilendo che “il permesso di soggiorno va rilasciato perché l’allontanamento del genitore costituisce in ogni caso un pericolo per lo sviluppo psicofisico del minore, specie se in tenera età“. Ci saranno sicuramente ragioni validissime, che sfuggono a menti semplici e poco avvezze ai complicati codicilli del diritto, per giudicare in un modo una cosa due mesi fa e in modo totalmente opposto oggi. E certamente la Corte di Cassazione avrà validissime ragioni giuridiche per emettere certe sentenze.

Però la Corte di giustizia europea, riferendosi ad altre ragioni giuridiche, che dovrebbero essere altrettanto valide, con la sentenza C-540/03 del 2006 ha stabilito che in tema di diritto al ricongiungimento, anche in caso di espulsione, va considerano centrale l’interesse del minore. Ragioni giuridiche valide le avrà avute anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, quando ha sanzionato “gli Stati che assumono comportamenti contrari a quanto previsto dall’articolo 8 della Convenzione sul rispetto della vita privata e familiare”. Ci saranno ragioni giuridiche valide anche nella direttiva comunitaria 2004/83, che ribadisce “il potere discrezionale degli Stati in fatto di espulsione ma individua un limite proprio nel diritto al ricongiungimento e nella tutela della famiglia.”

Insomma, la Corte di Cassazione avrà pure ragione da un punto di vista giuridico, nonostante il diritto internazionale e quello comunitario affermino cose diverse. Ma l’idea che nel nostro ordinamento giuridico venga ritenuto “legittimo” separare un padre dai propri figli perché “clandestino”, infischiandosene di quello che possano provare quei bambini,  ci fa un po’ vergognare di essere italiani.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

La ministro dell’Istruzione ha proposto un tetto del 30% alla presenza di alunni non italiani per ogni classe. L’intenzione è “di favorire l’integrazione tra italiani e stranieri” e di evitare “la creazione di classi ghetto con soli stranieri”, dove l’offerta formativa è più scadente. E’ una proposta che da un punto di vista teorico non può che essere condivisa. Quando però si passa dal principio alla sua applicazione pratica, le cose cambiano.

Anche se viene prevista un’applicazione graduale, anche se nella quota non dovrebbero essere inclusi gli stranieri nati in Italia o comunque già dotati delle “competenze linguistiche necessarie”, le perplessità non mancano. La più rilevante è che l’eccessiva concentrazione di alunni di cittadinanza straniera nelle classi non è un problema generalizzato, ma specifico di alcune zone del nord est italiano e di alcune città grandi e medie, dove la presenza di comunità di cittadini non italiani è particolarmente elevata. Comuni in cui la quota di alunni non italiani è elevata, sopra il 50%, e la scuola più vicina è a decine di km. Quartieri di Torino, Milano, Roma ed altre città in cui la presenza di alunni non italiani è molto elevata.

In questi posti la soluzione sarebbe uno “scambio” di studenti tra scuole di comuni o quartieri vicini. Come si concilia la sacrosanta preoccupazione del ministro di favorire l’integrazione con il diritto allo studio di questi alunni, che dovrebbero necessariamente andare a scuola lontano dal luogo di residenza delle loro famiglie? E cosa succede se il tetto del 30% non si riesce a rispettare: si chiudono le scuole per “mancanza di italiani”? Si trasferiscono d’ufficio alunni in altre scuole, magari a decine di km di distanza?

Vogliamo credere alle buone intenzioni della Gelmini, senza pensare – come qualche malpensante dice – che questa sia una “cambialetta elettorale” pagata alla Lega Nord in vista delle elezioni regionali, che tanto non sarà mai applicata e quindi non farà danni. Se la Gelmini vuole davvero dare una risposta concreta al problema dell’integrazione, meglio lasciare spazio al “federalismo scolastico”, all’autonomia degli istituti e dei circoli didattici: saranno loro, che conoscono le specificità della loro zona, a trovare gli strumenti per “favorire l’integrazione”. Caso per caso, scuola per scuola.

Per parte sua, la ministro dovrebbe investire in offerta didattica e pedagogica, dare risorse economiche ed umane alle scuole per la mediazione culturale e l’integrazione, anziché tagliare fondi e cancellare classi e plessi scolastici come ha fatto fino ad ora, talvolta contribuendo ad aggravare il fenomeno della concentrazioni di alunni non italiani in classi ghetto. Altrimenti, si rischia solo di fare demagogia: il contrario di quello che ci si aspetta da un governo del fare.

Questo post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

I gravi fatti accaduti a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, con il ferimento di alcuni extracomunitari giovedì, a cui sono seguite ore di tensione, scontri tra extracomunitari e cittadini del paese della piana di Gioia Tauro che ne hanno chiesto lo sgombero, sono stati così commentati dal ministro Roberto Maroni: “In questi anni è stata tollerata l’immigrazione clandestina che ha alimentato la criminalità e ha generato situazioni di forte degrado”. Una dichiarazione sorprendente, perché dal 2001 ad oggi – con la parentesi dei 20 mesi del governo Prodi – è il centrodestra di cui Maroni è esponente di spicco a governare. E la legge n.189/2002 sull’immigrazione, attualmente in vigore, è comunemente chiamata “la Bossi-Fini”.

Ma non è solo questo a lasciare di stucco. Il ministro dovrebbe sapere della situazione disumana della Calabria, dove a fronte dei 6.400 autorizzati si stima vi siano circa 20 mila lavoratori stranieri stagionali impiegati nel settore agricolo. E dovrebbe conoscere benissimo la situazione della Piana di Gioia Tauro – il porto, la ‘ndragheta, i circa 15 mila immigrati presenti – più volte denunciata e mai risolta. Lo stesso comune di Rosarno è commissariato per infiltrazioni mafiose. Ma, a parte il recentissimo impegno – positivo, anche se tardivo – sul fronte dell’impiego delle forze di polizia e dei magistrati, è forte la sensazione che questo pezzo di paese sia stato lasciato anche in questo decennio in balia forze oscure e criminali e dei suoi potentati locali, che ne soffocano le non poche energie positive presenti.

Ma anche limitandosi all’analisi solo dal punto di vista del fenomeno immigrazione, il caso di Rosarno  mostra casomai la prova dell’inutilità delle misure volute dal governo, le scelte sbagliate fatte in tema di immigrazione. Non si può pensare che migliaia di persone vivano come animali e che questo non provochi prima o poi delle tensioni. Insomma, come ha detto Don Pino de Masi, Vicario Generale della Diocesi di Oppido-Palmi: “quello che è accaduto a Rosarno è frutto della mancanza di una pianificazione adeguata per i lavoratori stagionali e della totale assenza di una politica dell’integrazione”.

Perché le scelte del governo di centrodestra anziché risolvere i problemi legati al fenomeno immigrazione – che esistono – hanno contribuito invece ad aggravarli, oltretutto essendo pure stupide, di difficile applicazione e crudeli più che razziste. Punire i responsabili dei fatti è giusto, prendersela genericamente con gli immigrati è demagogia, è scaricare la propria incapacità di gestire l’ordine pubblico e il complesso fenomeno dell’immigrazione dando la colpa ai “nuovi schiavi” anziché combattere la schiavitù e gli schiavisti. Se ne è capace, caro ministro, sia serio e provi a fare davvero il suo mestiere. Altrimenti, la smetta di dire sciocchezze, e se ne vada.

L’articolo è stato orginariamente pubblicato su Giornalettismo

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