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Tra meno di un mese si vota per le elezioni europee; sarà l’occasione di riflettere sull’Europa che vogliamo, sempre che la vogliamo ancora. Speriamo che qualcuno si ricordi di riflettere anche sulla questione demografica. Perché l’Europa è il continente con il più bassa natalità del mondo, e l’Italia è leader in questo campo, purtroppo.

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Non è (solo) colpa della crisi, ma anche – soprattutto? – di una visione di corto respiro sul “futuro” dell’Europa, sul suo senso di esistere non solo come continente, ma anche come singoli Stati. Fino ad oggi, classi dirigenti miopi (e vecchiotte) hanno proposto solo soluzioni di corto respiro: il fiscal compact, l’austerity, il rispetto rigido degli “stupidi” parametri di Maastricht. Idiozie alle quali si è risposto con i deliri anti euro: come se il modo migliore per affrontare il futuro sia tornare al passato. Ma quando mai è successo?

Le culle vuote crescono quasi ovunque in Europa, l’età media invecchia e si perde ancora più la voglia di “creare” futuro. L’unico rimedio proposto – semiserio, ma mica poi tanto -è quello di un’agenzia di viaggi danese, che invita le coppie danesi “a fare più sesso”, andando in vacanza mediante loro (ovvio) e regalando, in caso di “successo”, tre anni di fornitura gratuita di prodotti per bambini. Al netto della provocazione pubblicitaria, sarebbe un tema – quello del fare più figli, ovviamente, e dei modi in cui incentivarlo – di cui parlare.

Uno sforzo per riempire le culle, per più ciucciotti, più pannolini e meno pannoloni. Prima di rassegnarsi ad un’Europa e un’Italia di teste canute; oltre che vuote (le teste).

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C’è Zahira di un villaggio berbero nel Marocco: cammina sola, un velo nero in testa e uno zainetto sulle spalle in una montagna arida, sognando di diventare poliziotto per difendere i diritti delle donne e dei bambini; c’è Samuel della Baia del Bengala: figlio di pescatori, ha contratto la poliomielite da piccolo e percorre 8 chilometri su una sedia a rotelle sfidando piogge, sassi e buche. E poi c’è Carlito della Cordigliera delle Ande: fa 25 chilometri con la sorellina in groppa ad un cavallo; c’è Xiao Qiang sulle colline della città-prefettura di Yibin, provincia del Sichuan: disabile, percorre 9 miglia al giorno in groppa alle spalle del padre.

SCUOLA:TAR LAZIO,NO CLASSI-POLLAIO ORA PIANO MINISTERO

Dove vanno? A scuola, in classe: a scrivere e far di conto, come tutti i bambini del mondo: o meglio, non proprio come tutti, ma come tanti: bambini di Kenya, India, Patagonia, che si alzano presto e attraversano strade e fiumi, pianure e montagne, per andare a studiare. Per crescere e diventare adulti migliori.

Storie semplici, di quotidiano sacrificio, raccontate in un film di Pascal Plisson, “Vado a scuola”. Storie di un altro mondo, lontane; eppure vicine, perché appena 60 anni fa erano storie anche di casa nostra, di Bergamo, di Pesaro o di Avellino. Storie che ricordano che la scuola non è importante: la scuola è tutto, se vogliamo davvero un mondo migliore. Se vogliamo essere migliori. Perché, come ricordava Don Milani, “Quando avete buttato nel mondo di oggi un ragazzo senza istruzione avete buttato in cielo un passerotto senz’ali.”

Zahira, Samuel, Carlito, Xiao Qiang lo sanno. Noi, forse, lo abbiamo dimenticato. Abbiamo voltato la testa, mentre la scuola veniva stuprata, offesa umiliata: da politici incapaci, da media distratti, da sindacati ottusi. E abbiamo smesso di guardare al futuro. E si vede.

Ecco un buon modo per guardare al futuro: non dimenticare che cosa significa, davvero, andare a scuola. Ieri, oggi e domani. Ricordiamolo, quando accompagniamo i nostri figli la mattina nel traffico. E anche dopo, nella nostra vita, nel nostro andare a tentoni come punti sperduti in questo mondo, quando leggiamo di come la scuola è mal trattata, e voltiamo la testa dall’altra parte.

E anche quando andiamo a votare; spesso – forse ci avrete fatto caso – lo facciamo proprio dentro una scuola.

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Robertino ha pochi anni, la testa grande e le gambe magre; non può né correre né giocare a pallone. Ogni giorno se la deve vedere con gli odiatori, bambini come lui, che lo isolano ed escludono dai giochi. Robertino, che una malattia rara, ha sempre meno voglia di combattere la malattia e anche la stupidità del mondo. Ma quando il pony Musica lo porta con sé nel Regno della Generezza, il regno dove tenerezza e generosità si tengono per mano, finalmente capisce la bellezza di essere quello che è, unico e raro come ciascuno di noi, e neanche la cattiveria di Zurlo può fargli più paura.

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Questa storia, che ci ricorda che in Italia ci sono 1 milione e mezzo di persone che soffrono di circa 110 mila patologie definite “rare”, persone spesso senza grandi speranze e attenzioni da parte di tutti, l’hanno scritta dei bambini delle elementari, e ne hanno fatto una video fiaba pubblicata qui dal Ministero della Salute.

Per ricordarci che di raro spesso c’è solo la voglia di occuparsi del nostro prossimo che non guardiamo con i nostri occhi mentre dovremmo sforzarci di provare a guardare con i suoi. Perché è unico, prezioso e raro. Proprio come noi.

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Lucio aveva una faccia dolce e un sorriso lieve, come la carezza di un bimbo; il suo grande cuore poco dopo mezzogiorno ha deciso di fermarsi. E il cielo ha iniziato a piangere. Lucio Parenzan aveva 89 anni, era figlio di un medico condotto e di una maestra, e amava i bambini; così tanto che ha dedicato a loro la sua vita, nell’unica maniera che conosceva: facendo il medico, il cardiochirurgo. Anni e anni di visite, sale operatorie, esami. Lo chiavano il dottore dei bambini blu.

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Tante Lucia, Barbara, Elena, Luca, Elisa. 15 mila interventi, 350 trapianti; poi, la sperimentazione di una tecnica per intervenire chirurgicamente sulla “tetralogia di Fallot”, una disfunzione neonatale che porta se non risolta a gravi problemi cardiaci. E, grazie a Lucio, tante Barbara, Luca, Carlo, Elena che sono cresciuti, diventati grandi, messo su famiglia e fatto figli.

Già. In quest’Italia troppo piena di gente tutta chiacchiere e distintivo, il dottore dei bambini blu ha vissuto facendo quello che fanno gli uomini giusti: ha piantato – in silenzio, con il suo viso gentile e il suo sorriso lieve – tanti alberi, che sono riusciti a crescere a dare i loro frutti. E adesso i tanti suoi bambini lo piangono, come lo piange il cielo che versa copioso lacrime soffici e bianche.

Se n’è andato in silenzio, Lucio. Chissà se si riposerà un po’, o se sta già girando per le stelle, vestito di bianco, con la sua faccia dolce e il suo sorriso lieve, tra i tanti bambini finiti lassù che non è riuscito prima ad incontrare. Mancherà a quest’Italia troppo piena di gente tutta chiacchiere e distintivo.

Solo un grazie. Grazie di esserci stato.

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Mi chiamo Sril Jacob, e ho 6 anni. Sono in questo posto – che mi dicono si chiami Auschwitz – dalla primavera del 1944, dopo un lungo viaggio su un carro bestiame, con il mio fratellino e mia sorella grande, che si chiama Lili, e i miei nonni avvolto nel mio cappottino con gli alamari, un po’rovinato da quella ridicola ed enorme stella gialla che ci hanno appiccicato sopra.

Eravamo migliaia all’arrivo, e dei signori in uniforme che parlavano tedesco ci scrutavano, alzando il braccio, ora il destro, ora il sinistro; la chiamavano Selektion. Quando è arrivato a Lili ha alzato il sinistro e ha detto: “Lagerstrasse!”, mentre quando siamo passati io, i nonni e mio fratellino ha alzato il destro. Mi è dispiaciuto di abbandonare Lili al suo destino, e mi sono intristito perché mi hanno spiegato che lei è stata considerata “Abile al lavoro”, mentre a noi è toccata la “Villeggiatura”. Che fortuna!

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Ci hanno fatto passare per un bellissimo bosco di betulle e ci facevano un sacco di fotografie, ne hanno fatta una ad una bimba che faceva polpette di terra. Poi, arrivati ad un fabbricato, un avvocato ben vestito che capisce il tedesco, ci ha spiegato che bisognava spogliarsi, lasciare i vestiti, perché prima di andare agli appartamenti dovevamo darci una rinfrescata e farci una bella doccia. Che bello! Il medico ha detto di ricordarsi il numero dell’appendiabito, per non perdere i nostri vestiti; l’ho segnato per bene, perché io al mio cappotto con gli alamari, anche se rovinato da quella ridicola stella gialla, ci tengo.

Appena entrati nelle docce, è uscito uno strano fumo dall’odore acre; improvvisamente, per un attimo è diventato tutto buio e mi è sembrato di sentire i nonni urlare; poi solo una grande quiete…ho cominciato a vagare per il campo, come portato dal vento freddo di quassù, ho visto l’avvocato, delle donne, mia sorella Lili che piangeva. Era bello: passavano i mesi, ma non avevo né fame né sete, giravo con gli altri bambini sfiorando i rami delle betulle, vedevo Lili lavorare nel campo e piangere, altri bambini che arrivavano e scendevano a fare la doccia e venivano a giocare con noi.

E un giorno sono arrivati altri uomini, con divise di altro colore, la gente li accoglieva stanca e triste ma senza paura. Io ho seguito la mia Lili entrare nell’infermeria per cercare una coperta. E lì, che bello, ha trovato un album di fotografie. E c’eravamo ie lo ha portato con sé a casa. Sono passati anni, è diventata una donna, e un giorno dei signori sono venuti a chiederle quell’album di fotografie. Le hanno chiesto di farci un libro che si chiama Album Auschwitz.

E bellissimo: c’è mio fratello, c’è Gertel, la bimba con le polpette di terra. E soprattutto ci sono io, mentre sorrido felice a quell’ufficiale tedesco, nel bosco di betulle, a fianco di mia nonna, con nei miei occhi bambini la gioia della vita che mi attende là fuori: i fiori, le ragazze, l’amore, il lavoro, la famiglia i figli, e tutte quelle cose che faranno di me un uomo.

E adesso che sono qui e continuo a viaggiare nel vento, accanto a mio fratello, a Gertel, ai tanti bambini ungheresi, italiani, polacchi, e di chissà dove svaniti in quelle docce di Auschwitz, ma anche assieme a quelli arrivati dall’Armenia, e poi ancora dal Darfur, dall’Iraq, dal Vietnam, dalla Nigeria (mamma mia quanti ne arrivano, tutti i giorni!), spero sempre che la gente si ricorderà di me, di noi, di quello che è successo in quei giorni di primavera, in quel posto chiamato Auschwitz.

Album Auschwitz, pubblicato in Italia da Einaudi, raccoglie oltre 200 foto scattate da due ufficali delle SS per documentare l’efficienza del campo, e ci mostra Auschwitz prima dell’orrore. La marcia ignara, quasi felice, verso lo sterminio. Ne abbiamo già parlato qui, perché sembra il modo migliore per “ricordare che questo è stato” e che può accadere ovunque; anzi, è accaduto e riaccaduto altre volte. Come ha scritto Amos Luzzato, a questo mondo servirebbe “la memoria della memoria”. Perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi), per capire e per rispondere ad un presente dove continuano gli “scontri di civiltà”, alimentati dai piccoli fuochi dell’intolleranza su cui “la bestia umana”  continua a soffiare, qui ed ora.

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Ci sono storie che sembrano favole. Prendiamo Tyler Doohan di Rochester, New York. Povero in una famiglia povera, viene svegliato nel cuore della notte dal crepitare del fuoco. Mette subito in salvo i tre bambini di casa; poi due ragazzi e l’anziana padrona di casa. Non contento, rientra, sfida il fuoco per salvare anche il marito e il figlio, che è pure disabile. Un eroe.

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E il bello è che Tyler ha solo 8 anni. Un ultimo tra gli ultimi, un vero grande, piccolo eroe. di quelli che la loro storia t’illumina la vita, ti fa sperare che questo mondo sia come una bellissima favola in cui il bene trionfa sul male.

Ma il mondo non è una favola. E Tyler in quella casa che bruci è morto, assieme al nonno e allo zio disabile che non è riuscito a portare in salvo. Ultimo tra gli ultimi, così povero che hanno dovuto fare una colletta per pagargli il funerale. Un bellissimo funerale: l’hanno commemorato, e dicono che lo ricorderanno sempre. Bello.

Sarebbe ancora più bello se arrivasse quel giorno in cui i milioni di Tyler, piccoli grandi eroi di questo pazzo pazzo mondo, venissero ricordati da vivi; considerati, aiutati, accompagnati com meritano nel loro percorso su questa terra. E non dimenticati, magari dopo una bella commemorazione del loro eroismo, dopo una pietosa colletta per il loro ultimo viaggio su questa terra.

Ci piace pensare che questo giorno arriverà. Perché ci piace credere ancora alle favole.

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Al Pronto soccorso dell’Ospedale San Biagio di Domodossola si è presentata sabato mattina una donna al sesto mese di gravidanza con le doglie e due gemellini da partorire in fretta. Il centro non era attrezzato e ha chiamato Novara, che però era pieno; ad Alessandria invece avevano la Stam (l’ambulanza specializzata) impegnata. Se n’è infine trovata una a Verbania, che si è fatta 170 chilometri per portare la mamma ad Alessandria, dopo più di 7 ore. Aurora è morta domenica mattina, Cristian versa in condizioni critiche.

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Difficile dire se la fine del viaggio di Aurora e la lotta per la vita di Cristian dipendano in qualche modo dall’accaduto. Le polemiche comunque non mancano: la Giunta regionale ricorda che il punto nascita di Domodossola avrebbe dovuto essere già chiuso, perché non conforme agli standard previsti dall’Oms; l’opposizione aveva denunciato che la riforma dei punti di nascita e della rete del 118 erano poco adatte, per una regione con molte zone di montagna e aree poco collegate a città e ospedali più attrezzati.

Una certezza c’è: alla Sanità italiana da anni si chiedono “risparmi di spesa” e si impongono “tagli alle risorse”, senza mai pensare dove finisce la giusta lotta a sprechi e inefficienze e dove inizia la riduzione di quantità e qualità dei servizi resi. E le possibili conseguenze.

Una riflessione pacata ma approfondita, mentre si discute il nuovo Patto per la Salute tra governo e regioni, mentre si straparla di spending review, di costi standard e si pretendono altri tagli, mentre alcuni vorrebbero però destinare risorse del Sistema Sanitario nazionale per cure di più che dubbia efficacia, sarebbe gradita.

Lo dobbiamo ad Aurora. E a Cristian.

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Jacopo è un bambino dagli occhi scuri che vive nel quartiere dove mio figlio va alla scuola materna. Jacopo vive in una famiglia “povera”. Già, ne esistono ancora, tra le prime mosse di Renzi, Berlusconi padre e figlia al capezzale del Milan e i vaffa di Grillo.

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Di bambini – merce rara, in questo Paese dalle culle vuote – non si parla mai. Figuriamoci di bambini in condizioni di povertà. Eppure sono tanti: oltre un milione, come spiega il rapporto l’Italia sottosopra di Save the Children. Sono tanti, e sono aumentati a dismisura durante la crisi.

Jacopo è uno di loro: fa fatica a mettere assieme il pranzo con la cena, come si diceva una volta. E’ uno dei tanti bambini che non può permettersi un apparecchio per i denti; non si può permettere svaghi, e la sua famiglia non può certo investire nella sua educazione. Come la stragrande maggioranza di quelli come lui, gli occhi scuri di Jacopo passeranno la vita a guardare gli “altri” avere occasioni per salire l’ascensore sociale; lui, è nato povero e povero morirà.

Eppure è qui, che mi guarda con i suoi occhi scuri. Non mi accusa per il Natale che passerà senza regali, né per i denti che fanno male o per le scarpe sfondate. Mi guarda, con gli occhi scuri di bambino intelligente, e sembra chiedere: perché?

Purtroppo, non so rispondere. E me ne resto qui, senza parole, come un cretino, con il culo al caldo e un piccolo rimorso che – ci scommetto – durerà lo spazio di un breve articolo su un giornale on line.

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E’ bella la storia di Miles, il bambino americano malato di leucemia che per un giorno è diventato Batman grazie alla Make-a-Wish Foundation, che ha mobilitato la città di San Francisco e gli interi USA per realizzare il suo sogno. Autorità, cittadini, investimenti; persino Obama e sua moglie si sono mobilitati. Tutto per far felice come merita il piccolo Miles, che ricorderà questo giorno per la sua – speriamo lunghissima – vita. Una storia bellissima e molto commovente.

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E significativa: perché dimostra che allora si può fare: si possono mobilitare tanti per realizzare il sogno di uno; uno che se lo merita, un debole, un indifeso. Ma allora perché non dovrebbe essere possibile mobilitarsi per realizzare il sogno di tanti, piccoli ed indifesi: ad esempio, i milioni di bambini che muoiono ogni giorno per malnutrizione, mancanza di medicinali salvavita o altro.

Comprendere perché si riesca a far smuovere tanti per uno, e non invece pochi o nessuno per molti sarebbe il primo passo per risolvere alcune delle grandi contraddizioni del nostro tempo. E, probabilmente, farci capire che anche una risposta per i grandi problemi di molti, oltre che per quello di un singolo, sono alla nostra portata.

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Non so perché (o forse lo so bene) ma oggi riesco a pensare solo a Brooke Greenberg, la bambina che non invecchiava mai, perché affetta da una sindrome rarissima che blocca la crescita. Brooke è morta a vent’anni, avendo l’aspetto, la mente e il comportamento di una bambina di circa 4 anni. Non mi interessa il clamore che si farà attorno al suo patrimonio genetico, al contributo che potrebbe darci per la scoperta di meccanismi biologici, terapie mediche e niente altro di scientifico.

Brooke_Greenberg

No. Penso alla sua lunga vita di eterna bambina, e penso all’infinita bellezza dell’infanzia, che è bellezza proprio quando è una condizione che ci fa evolvere verso il futuro e l’età adulta, e non quando diventa una trappola da cui è impossibile fuggire. Penso che Brooke è stata costretta dalla sua malattia mentre tanti altri crescono con il corpo ma non riescono (forse, non vogliono) a crescere con la mente e i comportamenti. Penso all’infinita dolcezza di tanti piccoli angeli che ho conosciuto e che malattie impronunciabili hanno rapito nel vento.

Penso che questo tempo che ci passa svelto come un temporale d’estate dobbiamo afferrarlo, comprenderlo, viverlo. Per non essere eterni bambini imprigionati non da una trappola biologica ma dalla loro vigliaccheria emotiva. Per cambiare noi stessi, il mondo, la vita.

Ti sia lieve la terra, Brooke.

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