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La Merkel la odiano tutti. Pare che la colpa di quanto stia capitando in Europa sia tutta la sua. E che se non si trova una via d’uscita alla crisi dipende solo da lei. Adesso poi Super Mario l’ha pure fatta fuori dall’europeo. Quindi, stai zitta maledetta crucca!

Però, Angela non ha proprio tutti i torti. Perché se è vero – ed è vero – che chiedere l’austerità e il rigore dei conti pubblici proprio nel mezzo di una crisi di domanda è un paradosso (per molti, quasi una bestemmia) è anche vero che chiedere alla Germania di pagare il conto per la dissennatezza greca, spagnola e anche italiana e francese senza pretendere nulla in cambio è altrettanto incomprensibile.

Già. Perché la povera Angela una proposta l’ha fatta: facciamo l’unione fiscale e, per quella via, politica. Se facciamo quella, allora sarà giusto fare gli eurobond, sarà giusto chiedere a tutti di accollarsi un debito collettivo. Perché chiedere – come ha fatto per giorni l’Europa ai tedeschi di dare il via agli Eurobond senza neppure un controllino sui conti pubblici significa, semplicemente, chiedere ad Hans Muller di Colonia di pagare il conto per le pensioni d’invalidità “regalate” ad Atene o per la progettazione del mai realizzato Ponte sullo stretto.

La Germania ha una “colpa storica” che, giustamente, non va dimenticata. E dall’Euro ha guadagnato (e dalla sua fine ci rimetterebbe forse più di altri). Però, nella trattativa che si svolge in questi giorni a Bruxelles, tener conto anche delle sue ragioni – che ci sono – potrebbe essere non un segno di debolezza.

Ma di forza.

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Mentre la ministro Fornero partoriva, assieme alla sua “riforma” l’ennesima gaffe – stavolta, diciamolo, davvero eccessiva: ma non è ora di dimettersi, cara Ministro? – Bankitalia diffondeva l’ennesimo de profundis sui giovani italiani.

Le opportunità di lavoro per le fasce di età più giovani continuano a deteriorarsi a Nord e a Sud, gli occupati under 35 – indicatore ben più preoccupante del semplice tasso disoccupazione giovanile – è bassa rispetto alla media europea e cala, così come la quota di giovani non occupati, che o restano parcheggiati a scuola o, peggio, non fanno proprio nulla.

Non bisogna stancarsi di ripeterlo; è questo il vero fallimento del sistema Italia. Il segnale che la crisi non solo è profonda, ma che durerà ancora a lungo. Non solo per ragioni “economiche”. Ma perché il fardello di una generazione intera che entra nel mondo del lavoro dalla finestra di servizio o, peggio, non ci entra affatto condizionerà la vita del Paese per almeno cinquant’anni.

Una generazione a cui hanno bruciato il futuro. E’ questo il vero fallimento italiano. E quello di chi, politici fannulloni di ieri e tecnici saccenti di oggi, non ha voluto o saputo fare nulla per sconfiggerlo.

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E’ tempo di risparmiare. Per tutti. E il Senato della Repubblica è pronto. Queste cose si devono fare bene. E allora, per approfondire l’argomento dei tagli agli Enti locali, su cui c’è un disegno di legge, ha pensato bene di avvalersi di un esperto. Siccome siamo in epoca di risparmi, è statopescato tra le tante competenze “interne” della Pubblica amministrazione.

L’importante è che l’esterno nominato sia uno a posto, uno “giusto”. E il Senato è andato a colpo sicuro. Al Ministero dell’Istruzione hanno pescato il candidato ideale; lo hanno “distaccato” ed ovviamente, per il disturbo, gli hanno concesso un rimborso spese di appena mille euro al mese. Il “consulente” è Diego Cammarata.

Cammarata chi? L’ex sindaco di Palermo? Quello che è stato “commissariato” per aver portato al dissesto finanziario la sua città? L’amministrazione comunale con più personale d’Italia, 9.594 occupati, uno ogni 69 abitanti? Che ha pescato per la gestione ordinaria persino i soldi del fondo di riserva, quelli per le calamità naturali? Sì, è proprio lui.

Non c’è che dire, Presidente Schifani: è stato scelto l’uomo giusto.

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Cari onorevoli, non appartengo alla schiera sempre più nutrita di coloro che disprezzano il vostro lavoro. Penso che il vostro sia uno dei più indispensabili: fare le leggi. Leggi importanti, riforme che cambiano la storia delle nazioni. Come la riforma del lavoro, che si sta discutendo proprio in queste ore.

E’ una riforma importante, che ha diviso il Paese, provocando scioperi, proteste, approvazioni e disapprovazioni, tensioni, discussioni. Come’è giusto che sia, nelle democrazie, sulle riforme importanti. Possono piacere o meno (a me, per esempio, non convince affatto) ma sono il momento più alto del vostro lavoro.

Ecco perché leggere che a discutere della riforma del lavoro, la riforma delle riforme secondo i media, i mercati, l’Europa, il governo, fossero in tutto venti deputati su seicentotrenta mi ha preoccupato. Ho temuto che ci fosse. O una sciagura tipo un altro terremoto. Invece, no.

Chissà, forse eravate stanchi dopo aver seguito gli azzurri nel quarto di finale contro l’Inghilterra. Forse avevate qualcosa di ancora più importante da fare, tipo decidere sull’entrata in guerra. Forse un’improvvisa epidemia – un’influenza intestinale, il morbillo, o qualcos’altro – vi ha distolto dal vostro lavoro.

Perché se mi sfiorasse il sospetto che non ve ne frega niente rischierei di entrare a far parte di quella schiera – che s’ingrossa ogni giorno – di coloro che sperano di vedervi presto disoccupati, “licenziati” o “esodati” dal vostro naturale “datore di lavoro”, che poi saremmo noi.

Di onorevole, scusatemi, non vi resta nulla. Poi non lamentatevi se la gente vota Grillo.

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Che noia, che barba, che noia. Che barba che noia che barba. Ma oltre che sbraitare – spesso a sproposito – ed a squadernare quest’idea mistica della “rete” come panacea dei guai del mondo, l’ex comico genovese ha un’idea, dico una, per il futuro dell’Italia? Se ce l’ha sarebbe ora di tirarla fuori.

Di uomini politici – o pseudo tali – solo “chiacchiere e distintivo” ne abbiamo avuti tanti, troppi, in Italia. E a dire che i “politici sono tutti ladri”, i “giornalisti tutti pennivendoli” e via sloganando non è mica difficile. Lo dicono anche Renzi, Di Pietro, un sacco di giornalisti che per decenni hanno leccato il culo prima a Craxi, poi a Berlusconi e adesso già s’accodano in fila verso Sant’Ilario, Genova.

Un’idea che non siano le solite litanie. Che non sia il solito gridare ai complotti, altro vizio che da Mussolini in poi non manca mai nei demagoghi che s’affollano sul palcoscenico della politica nazionale. Un’idea, anche banale. Un progetto per l’Italia.

Nel programma del movimento, purtroppo, non c’è. Ci sono diversi slogan su cui è difficile non essere d’accordo; qualche proposta condivisibile, ma non facilmente realizzabile (passare dalle parole ai fatti, come insegna l’inizio faticoso della non Giunta Pizzarotti, non è facile). Ma non c’è un’idea di Paese. Non c’è un programma di governo.

Per un “movimento” che potrebbe vincere le elezioni non è una lacuna da poco. Anche perché l’Italia è ridotta male, e di questo Grillo e i suoi non hanno nessuna colpa, anzi. Ma, come insegna la parabola di altri movimenti senza idee ma gonfi di slogan (Lega e Pdl, per non far nomi), con gli slogan si vincono le elezioni.

Ma non si governa, neanche a Parma.

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Chissà perché.

Succede sempre, in questi giorni caldi di inizio estate. Riguardo i vecchi album di fotografie, osservo il solo oltre le colline, e penso ad un mattino opaco di ottobre. Cammino tra i saliscendi verso il Gaslini, l’ospedale dei bambini, gli occhi spenti. Passo, tra le auto in sosta, tra padri disperati che dormono per terra o si fanno la barba per strada. Entro in corsia, passo accanto a stanze semibuie, studi di medici, la cucina.

La tua stanza è piccola, tu dormi ancora, un avviso di sole accende la spiaggia e il luccichio del mare. Ti rigiri assonnato nel letto, mentre tua madre ci saluta dolcemente e se ne va. Siamo qui soli, e penso che prima o poi passerà questo tempo indeciso, quest’odore di medicine, questa stanza a due passi dal cielo. E questo vento dentro di noi volerà via, svanirà come la neve al sole; e i ricordi del cuore che gelano il sangue mentre aspettiamo davanti a una sala operatoria saranno solo cose che avremo dimenticato.

Sì, tutto passerà, come milioni di cose della vita che ti passano accanto e sono già perse nel mare dei ricordi. Dimenticate. Passerà il Gaslini, passeranno questi bambini senza capelli e senza futuro. E il nome di questa malattia crudele che ti ha preso sarà solo un’altra delle cose che dimentico. Passerà, come passano i governi, le guerre insensate, gli inverni freddi e le notti d’estate.

La nostra vita scivolerà via, e passeranno le nostre corse in bicicletta, e la musica che urla nelle radio verrà dimenticata. Passeranno anche le canzoni che cantavi squarciagola,  e anche gli ultimi giorni della tua vita troppo breve. Tutto passerà, come questa triste scia di auto che vanno verso un cimitero dietro a una piccola bara bianca, tutto finirà in fondo al pozzo dei ricordi. Cose che gli uomini dimenticano.

Passeranno così le emozioni, le giornate di sole senza più calore, le notti d’amore, senza più amore. E anche i visi, i colori, gli odori del presente scivoleranno silenziosi nell’oblio. I primi giorni di scuola, gli amori, il lavoro che non va, le auto in coda, le ipocrisie, le strette di mano, i manifesti con la pubblicità, le piccole gioie, le falsità, sono tutte cose che dimentico.

E adesso che è quasi sera, la mia sera scende sul cuore, e continuo a pensare che in questo grande quadro bianco che è la vita molti lasciano tracce del loro cammino, come piccoli scarabocchi di passaggio. Scarabocchi che il tempo, o un soffio di vento, cancellano dolcemente. Ma alcune linee, brevi o lunghe che siano, sono più luminose, più vere, e lasciano una scia, una traccia che fatica a passare, che non si dimentica. Pensieri felici anche nella tristezza.

E allora mi alzo, e c’è un leggero sorriso, e mi sembri tu, come quelle mattine di allora. Sempre, anche adesso, in questo mio giorno che tramonta, davanti a questo cielo freddo e a questo tempo che non perdona. Lo so che sei qui, in qualche modo sei qui. E c’è il tuo sorriso.

Una cosa che non dimentico, piccolo amore mio.


Il tuo papà.


Dedicato a tutti i bambini senza futuro, a tutte le vite spezzate, e anche a medici e infermieri del Gaslini. Per non dimenticare.

Qui nel reparto intoccabili
dove la vita ci sembra enorme
perché non cerca più e non chiede
perché non crede più e non dorme
Qui nel girone invisibili
per un capriccio del cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo
il gelo
Cose che Dimentico
C.De André – F.De André – C.Facchini

Non so cos’abbia in mente Antonio Di Pietro; scrutare nell’animo umano è un esercizio che non mi appassiona, oltre che – piuttosto spesso – inutile. Siccome non è uno sprovveduto, immagino si renda perfettamente conto che l’attacco a Napolitano sulla vicenda dei rapporti Stato Mafia non è casuale.

Immagino anche che si renda perfettamente conto che – a meno di un anno dalla scadenza del suo mandato presidenziale – si tratta non di un complotto (dei complotti diffido sempre) ma dell’inizio della lunga campagna per la corsa al Colle più alto. Penso che sappia che qualcuno il cui nome inizia per Silvio e il cui cognome inizia per Berlusconi abbia un certo interesse (mai negato) per quella poltrona.

Ritengo anche che sia consapevole che l’aspirazione dell’ex Presidente del Consiglio per il Quirinale è forse destinata all’insuccesso, ma non del tutto impossibile. Spero che Di Pietro sia davvero – come ha sempre mostrato di essere – un uomo di Legge e per il rispetto della Legge.

Non mi piace pensare male, anche se un tale che se ne intende ha detto che spesso ci si azzecca. E allora, ci sono solo due possibilità: o è sull’orlo di una crisi di nervi, forse pentito di aver portato in parlamento gente come Razzi, Scilipoti, De Gregorio.

Oppure, di politica non capisce nulla.

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Giada è distesa sul letto, bellissima nei sui vent’anni; sembra che dorma. Giada, vent’anni, sposata di fretta, oggi avrebbe dovuto essere sui banchi di scuola per la maturità. Invece è morta, all’improvviso. Così come a volte si muore nel mondo.

Giada aveva vent’anni e adesso è lì, sdraiata sul tavolo, in attesa che qualcuno la porti via. Il suo esame di maturità è andato storto. Le sue compagne non sanno ancora che Giada se n’è andata così, come neve a contatto del sole. Non ce l’ha fatta, la bellissima Giada, per un’emorragia, dopo il parto.

Non sanno che ogni anno centinaia di migliaia di donne se ne vanno mentre fanno nascere un bambino. Soprattutto in Africa e in Asia, ma anche in USA ed Europa. In Italia capita 12 volte ogni centomila parti. Un numero alto, molto di più che in Francia, in Germania e in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale. E se sei siciliana, come Giada, succede 24 volte ogni centomila parti.

Le compagne di Giada chine sui libri non sanno che di parto si può ancora morire. Per fatalità o per povertà, certo. Ma anche per incuria e superficialità: almeno metà delle volte, si poteva evitare. Quando lo sapranno, forse qualcuna piangerà un po’; ma hanno vent’anni e la vita davanti. Domani è un altro giorno.

Il giorno muore, il sole tramonta, tra odore di disinfettante, pianti soffocati e bestemmie in corsia. Giada è sempre distesa sul letto, bellissima nei suoi vent’anni, in attesa che qualcuno la porti via.

Chissà se sua figlia riuscirà a crescere in un mondo meno disumano.

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Secondo non meglio precisate “fonti governative”, la prima fase della cosiddetta spending review (che nel nostro italiano sarebbe “revisione della spesa”) consisterebbe, oltre che interventi per limitare acquisti di beni e servizi, in una “stretta sul pubblico impiego”.

Dietro questo termine ci sarebbero 276 mila “esuberi”. Come trattarli? Semplice: si prendono i dirigenti e dipendenti oltre i 60 anni, li si mette “in disponibilità”, che significa che stanno per due anni all’80% dello stipendio, dopodiché o vengono in qualche modo ricollocati oppure vengono “dismessi”. Come? A parte rare eccezioni (altri esodati?) probabilmente andando in pensione.

A casa mia, questa più che “spending review” è il classico “scivolo” da prepensionamenti. Un’idea non proprio nuova. Ma efficace: il risparmio è del 20% sulle retribuzioni e poi a regime anche più alto. Perché, al contrario che nei lavoratori del privato, per cui la pensione è un aggravio di spesa corrente, per il pubblico impiego la collocazione a riposo è un vantaggio, essendo le pensioni più basse degli stipendi.

 Ok, d’accordo, sembra un’idea. Solo una cortesia: qualcuno può spiegare perché si è fatto un gran casino solo pochi mesi fa per allungare l’età di pensionamento degli statali?

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Fior di economisti e premi Nobel non sanno che pesci pigliare per far ripartire la crescita. I leaders mondiali non trovano soluzioni per far ripartire l’economia. I super tecnici del governo Monti – Passera in primis – s’arrovellano senza risultati sui Cresci-Italia e i decreti sviluppo. Eppure, la soluzione è a portata di mano.

La indica il sempre ottimo sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo, purtroppo un genio incompreso sinora dai suoi illustri colleghi di governo. Per far ripartire l’economia nel brevissimo periodo e aumentare la produttività del Paese serve uno choc.

Lo choc sarebbe l’aumento dell’input di lavoro senza variazioni di costo. Come? “se rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”. Accidenti, e come mai nessun altro ha avuto questa idea – semplice come sono solo le idee dei geni – per rilanciare l’economia nazionale?

Chissà. Forse la scienza economica è più complessa. Magari bisogna essere competitivi per vendere i prodotti che escono dalle aziende. Forse è tutto un complotto delle multinazionali americane controllate da quei comunisti di Obama, Monti e Draghi. Ed è questo il motivo per cui a Polillo nessuno ha pensato di dare il Nobel, che per l’economia ha un discreto senso.

Bisognerebbe seguire il ragionamento di Polillo: bandire un bel concorso delle idee per proposte semplici e geniali come la sua.

Io, ad esempio, per tagliare la spesa pubblica proporrei di dimezzare il numero di ministri, parlamentari e sottosegretari. E abolire il loro stipendio. Non so se servirebbe alla crescita. Ma al mio buonumore – e quello di molti altri – penso di sì.

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