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“Chi conosce il calcio e lo vive giorno dopo giorno sa cosa succede. In alcuni casi si dice meglio due feriti che un morto”. Per questa frase il portiere della nazionale  Gianluigi Buffon, potrebbe essere interrogato dalle procure che indagano sul calcio scommesse. Non si sa se sia un’indiscrezione (invenzione?) giornalistica o se sia vero.

Speriamo di no. Perché Buffon ha detto una banalità: ovvero, che in certi casi, ad un certo punto della stagione, senza neppure bisogno di mettersi d’accordo “nero su bianco”, certe partite finiscono senza “morti”. E come se avesse detto: “è meglio un punto che niente” o “è meglio un pareggio che una sconfitta”. Lo interroghiamo per questo?

E’ una banalità anche dire che scommettere sul risultato di una partita – e magari contro la propria squadra – non è la stessa cosa che un tacito patto di non belligeranza per “non farsi troppo male e muovere la classifica”. A meno di non mettere sullo stesso piano un omicidio e un’infrazione stradale.

Il mondo del calcio e dello sport in genere ha bisogno di aria pulita. Indaghino i magistrati, facciano chiarezza. E raccontino i giornalisti. Se serve fermiamo i campionati, come ha detto Monti; io l’avrei fatto, dopo l’incredibile episodio di Genoa-Siena, “fermata” da quattro ultras.

Ma il rischio che a fare di tutt’erba un fascio si finisce per dare una mano a chi dice “tutti colpevoli, nessun colpevole” è alto.

Non trasformiamo un’indagine che potrebbe essere una bella ramazzata allo sporco che c’é nel mondo del calcio in una colossale buffonata.

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E’ difficile dire qualcosa di non scontato e non banale in mezzo ai crolli, al terrore che leggi negli occhi dei bambini andando tra Finale Emilia e Cavezzo, tra San Felice sul Panaro e Cento, tra Mirandola e Concordia.

Parli dell’emergenza continua di un paese che non impara mai dalle sue mille tragedie, frutto della fragilità del suo suolo e della stoltezza e cupidigia dei suoi governanti ed abitanti? Già detto, ed inascoltato, chissà quante volte.

Parli del terrore dipinto negli occhi di quella bambina che sta nella tenda blu del campo di Finale Emilia, o del dolore di quella famiglia che ha perso un suo caro sotto un capannone di appena 10 anni, sbriciolato come cartone della furia del terremoto? Patetico, inutile, vuoto.

Quel senso di vuoto che ti prende camminando tra le macerie, ascoltando i racconti dei vecchi, guardando l’impegno dei soliti generosi volontari e operatori della protezione civile. E il pensiero va al futuro. Cosa ne sarà di questa terra, che fu ricca e grassa ed ora è martoriata, ferita a morte?

Perché, nell’epoca della spending review, dello spread e del fiscal compact, non c’è posto per parole come ricostruzione, solidarietà, case, pane, lavoro. Gente dell’Emilia, preparati ben presto, quando lo show del terremoto sarà concluso, a sentirti dire – in modo più o meno gentile – “arrangiatevi”. A sentirti chiamare: “terremotati”

Perché la crisi morde, e ognuno deve pensare ai casi suoi. Perché ora è il tempo dei tagli alla spesa, e sei troppo intelligente per non sapere che ad essere tagliati non sono quasi mai gli sprechi, ma le risorse per i servizi e per le cose che servono: ospedali, strade, difesa del suolo, interventi antisismici, e via dicendo.

Non terremotati. Ma amici emiliani: Luigi, Paolo, Cristina, Franco, Eros. Non ho altro da offrirvi che il mio sorriso muto, chino su quegli occhi spaventati di quella bambina della tenda blu di Finale Emilia.

E quella parola, che tra spread e bund abbiamo tutti dimenticato: sono con voi, sono qui. Fratelli miei.

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Elsa Fornero ha detto che al giorno d’oggi “prendere una laurea non è obbligatorio” e “imparare un mestiere è fondamentale”. La superministro che sfoggia il buonsenso popolare che s’ascolta al bancone dei Bar: “Ma che studi a fare? Imparati un mestiere!”

Prendere una laurea non è obbligatorio, però in Europa il 25 per cento degli adulti è laureato, mentre in Italia siamo sotto al 18 per cento. I trentenni laureati in Europa sono oltre il 30 per cento, in Italia attorno al 20. Ancora più grande è la distanza con i paesi più evoluti, più ricchi e più dinamici – tipo Germania, Olanda, Gran Bretagna – e cresce anche quella dai Paesi “latini”.

Prendere una laurea non è obbligatorio, ma uno degli 8 obiettivi chiave a cui l’Unione europea ha deciso di dedicare più impegno – e risorse finanziarie – è quello di portare entro il 2020 la quota di trentenni laureati al 40 per cento. E le regioni più distanti da quell’obiettivo sono le italiane e le romene.

Laurearsi non è obbligatorio, ma nel Paese dove l’”ascensore sociale” è fermo, dove i figli di non laureati non si laureano quasi mai, e di conseguenza non arrivano in posizioni “direttive”, è un invito che emana uno sgradevole odore di “classismo”.

Laurearsi non è obbligatorio. E in Italia purtroppo non sempre serve: perché mancano quelle politiche che hanno permesso agli altri paesi di essere più evoluti, più ricchi, più dinamici e con molti più laureati che in Italia.

A questo dovrebbero servire i ministri. Il buonsenso da Bar, lasciamolo agli avventori che si bevono i grappini, ubriachi della loro ignoranza.

 

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Roma, la capitale. Roma, caput mundi. Roma capoccia. Roma, alle prese con l’emergenza rifiuti. Dopo la fine der pasticciaccio brutto de Corcolle, la discarica a due passi da Villa Adriana, la guerra Stato contro Stato, con dimissioni finali del Prefetto Pecoraro.

Roma capoccia, viziata – ha detto il ministro Clini – dalla discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa, che ha permesso d “rinviare” per 15 anni il problema dei rifiuti. Già, perché la legge dello Stato (il decreto legislativo n.105 del 2006) fissa l’obiettivo del 65 per cento di raccolta differenziata al 2012, mentre Roma secondo i dati dell’AMA, è appena al 25,6 per cento.

Colpa di Alemanno, certo; ma anche di chi c’era prima di lui e ha governato per anni la città. Adesso Roma capoccia deve trovare alla svelta una soluzione: una nuova discarica, dicono “temporanea”, mentre nelle zone dei potenziali siti già proliferano decine di comitati di cittadini pronti a fare le barricate.

Adesso a Roma, nella capitale, dicono che la discarica – se decideranno dove farla – durerà “solo” 18 mesi. Perché nel frattempo la raccolta differenziata “esploderà”, raggiungendo percentuali tedesche, da “capitale del mondo”. Dove in un anno e mezzo si farebbe quello che non si è fatto in 15 anni.

Magari ci riescono davvero, ma c’è qualcuno che ci crede, in questa Roma capoccia der monno infame?

Poi dice che uno si butta a Grillo.

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Ieri su Giornalettismo Massimo Zamarion ha invitato il governo a sbrigarsi a riformare la Pubblica amministrazione. E’ opinione comune – espressa anche in un commento a quell’articolo – che “sarebbe necessario rimuovere la massa di mangia-pane-a-ufo e di assenteisti, di imbroglioni e arraffoni che occupano i posti con grave danno per tutto il Paese e per la nostra vita di tutti i giorni”.

Bene, facendo due conti, i dipendenti pubblici in Italia sono 3,3 milioni, su 22,5 milioni di occupati. I disoccupati sono 2,1 milioni. Supponiamo che metà dei dipendenti pubblici (un milione e mezzo di persone) sia “inutile”, quindi da licenziare. Il tasso di disoccupazione salirebbe dall’8,5 al 15 per cento; il Pil calerebbe di circa 200 miliardi di euro, il 13 per cento in termini monetari e l 8 per cento in termini reali.

In quel milione e mezzo di persone da licenziare, oltre agli “imboscati” nei ministeri e negli enti locali (che sono il 20% del pubblico impiego, 700 mila persone), andrebbero quindi inclusi anche moltissimi insegnanti, medici, infermieri, poliziotti e magistrati. Con relativa chiusura di scuole, ospedali, stazioni di polizia e tribunali.

Sbaglierò, ma non sembra la strada giusta.

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Secondo l’Ocse in Italia per la sanità si spende meno della media dei paesi ricchi, meno di Francia e Germania e molto meno degli USA; che si calcoli la spesa in rapporto al Pil o per abitante. E sempre secondo l’Ocse, la nostra Sanità è persino migliore della media nella capacità di curare la salute dei cittadini.

Eppure, non passa giorno che non si senta parlare di casi di malasanità, di sprechi nel settore sanitario, di deficit nei conti di diverse regioni. E spunta qualcuno che dice o scrive che bisogna tagliare ancora risorse al sistema sanitario, cosa che il governo Berlusconi ha già fatto abbondantemente. E pare che il Monti voglia fare altrettanto, scatenando le ire dei Presidenti delle Regioni.

Tutti pazzi per la sanità? Qualcosa non torna: dipenderà dalla bizzarrie della statistica, scienza che fa venire in mente sempre il “mezzo pollo” di Trilussa. O dall’italico vizio di sparare nel mucchio, senza preoccuparsi mai delle evidenze e dei fatti. O dal fatto che gli sprechi sono in tutto il mondo, ma questo non è un buon motivo per non ridurli da noi. O forse è che siamo semplicemente fatti così.

Incazzati se entriamo in ospedale e non ci sono subito tre medici e due infermieri a nostra disposizione, ma anche contro i fannulloni imboscati che lavorano in ospedali. Pronti a firmare petizioni per salvare il punto nascita del nostro paesello (dove ci sono più medici che nascituri) ma anche a protestare per l’eccesso di posti letto negli ospedali della nostra regione.

Fare pace con il cervello non guasterebbe. E non solo in sanità.

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E’ un giorno come tanti nel reparto di maternità di un ospedale come tanti in una città come tante di quel Paese che chiamano Italia. Anche oggi, come ieri, e come domani, sono nati dei bambini. Quattro maschietti: Fabio, Luca, Alessandro e Michele. Quattro femminucce: Mara, Rachele, Yara e Grazia.

Loro ancora non lo sanno, ma Fabio, Luca e Rachele non andranno mai all’Università: sono figli di operai, e in questo Paese sono molto rari i figli di operai che andranno all’Università o che riescono a prendere un diploma. E solo l’8,5% di coloro che hanno un padre operaio riesce a divenire dirigente, imprenditore o libero professionista.

Non sanno neppure che Mara e Rachele non troveranno mai un lavoro e Yara dovrà faticare e accontentarsi di poco, perché in questo Paese in una coppia ogni tre la donna non lavora, non accede al conto corrente e deve solo pensare ai figli e alla casa. E ben il 33,7% delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce reddito.

Non sanno che nessuno, né nuovi movimenti né vecchi partiti, né leader navigati né comici imprestati alla politica se ne cura. Adesso pensano solo alla pappa che non arriva, a quella persona che li tiene in braccio e sorride.

Speriamo saranno loro, e non con le chiacchiere in Parlamento o le buffonate su un blog, a cambiare questo paese diseguale.

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Domenica sera, prima della finale di Coppa Italia, durante l’esecuzione dell’Inno di Mameli sono partiti una considerevole mole di fischi dalla curva dov’erano stipati i tifosi del Napoli. Non era avvenuto – non in queste dimensioni – neppure a Bergamo durante i “bei tempi” della Lega ladrona.

C’è chi, come il sindaco di Napoli, se l’è cavata dicendo che “qualche imbecille si trova dappertutto”. Intanto, a giudicare dal rumore, gli imbecilli erano più d’uno. E comunque, fischiare un inno nazionale già è una cosa sgradevole; fischiare il proprio è incomprensibile.

Lo si dimentica spesso: quella canzone l’ha scritta un ventenne che assieme a tanti altri ventenni come lui si è messo in testa un’idea meravigliosa, fare del posto in cui viveva – che era “straniero”, perché governato da stranieri – una nazione, uno Stato, una casa. La sua casa. E per questo non ha brontolato o fischiato durante un concerto o un evento mondano. Ma ha sacrificato la sua vita.

L’Italia non sarà un granché, ma è la nostra casa. E se è ridotta male, a nord come a sud, non è solo colpa degli “altri” (politici, giornali, dirigenti d’azienda o vicini di casa). E’ anche colpa nostra. Se la si vuole cambiare, cosa buona e giusta, non lo si fa certo prendendola a sputi in faccia.

E a questi imbecilli che sputano sul piatto (dove anch’essi mangiano, talvolta anche abbondantemente) con la scusa che tutto va male una sola cosa andrebbe detta: rimboccatevi le mani, e datevi da fare per il vostro Paese.

Oppure, andatevene affa.

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Si apre oggi la 64esima assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, nel corso della quale verranno presentate le Linee guida sugli abusi sessuali compiuti da chierici su minori, già approvate a gennaio dal Consiglio Episcopale permanente.

Pare che in queste linee guida sarà prevista piena collaborazione della Chiesa Cattolica con la giustizi civile in caso di accuse di abusi sessuali contro dei suoi rappresentanti ma nessun obbligo di denuncia da parte dei vescovi, perché “l’ordinamento costituzionale italiano prevede tale obbligo solo per i pubblici ufficiali”

Dunque, se un vescovo dovesse venire a conoscenza di un caso di abuso sessuale, non sarebbe obbligato a denunciare il caso all’autorità giudiziaria, e questo “per rispetto verso il diverso ruolo tra Stato e Chiesa”. L’eventuale denuncia sarà a carico esclusivamente delle vittime.

Ora, a parte il fatto che non si ricorda altrettanto rispetto nel caso di alcune leggi dello Stato (fecondazione assistita, fine vita, interruzione di gravidanza, ecc…) ma una domanda nasce spontanea.

Dove finisce il rispetto e dove comincia l’omertà?

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La crisi finanziaria dal 2008 ad oggi ha bruciato 21,3 milioni di posti di lavoro nei Paesi del G20. Nell’Unione Europea ci sono 24,7 milioni di disoccupati, con un aumento del 9,4%. Maglia nera è l’Italia, dove solo nell’ultimo anno i disoccupati sono aumentati del 23%. La situazione è ancora più grave guardando alla sola popolazione giovanile. Lo dice l’Ocse.

Tornare al tasso di occupazione pre-crisi sembra un’impresa impossibile, che comunque richiederebbe uno sforzo titanico. Ma i “mercati”, le Agenzie di Rating, i grandi della Terra e quelli d’Europa, sembrano affaccendati in altre faccende. Cose evidentemente più importanti: lo spread, gli eurobond, il fiscal compact, l’austerità, le politiche dei “sacrifici”.

Ci deve essere stato, da qualche parte, una sorta di cortocircuito, una dissociazione mentale che ha colpito quei club esclusivi che governano il globo. Che agiscono come se l’economia fosse una cosa separata dall’umanità, una scienza grigia e fredda che si occupa di numeri anziché, letteralmente, di “come massimizzare la felicità e il benessere degli esseri umani”. E non di alcuni esseri umani, ma di una buona parte. Meglio ancora, di tutti.

Perché un sistema basato su una società dei consumi di massa – che, almeno fino a che qualcuno non avrà scoperto una ricetta migliore, resta una buona “invenzione” che dovrebbe semmai essere diffusa a tutti, temperandone le storture e le disuguaglianze – non funziona senza una massa che lavora e che poi spende.

Quando questa follia – che purtroppo è ricorrente, una cosa simile successe negli anni ’30, non duemila anni fa – cesserà, oltre che contare le perdite e lo spreco di umanità che ci saremo lasciati alle spalle, bisognerà mettersi all’opera per scolpire in ogni piazza di ogni città e scrivere: “Chi non lavora non consuma”.

A futura memoria. Sperando che basti.

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