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Non so se quella della “discesa in campo” di Marina Berlusconi sia una boutade, un’idea, una promessa o una minaccia. E non so quale potrebbe essere il suo “appeal” elettorale: se pari a quello paterno di un tempo, o a quello (scarso) di oggi.

Di certo, sarebbe un segnale autentico – molto più di qualsiasi altro – della palude nel quale l’Italia si è invischiata negli ultimi vent’anni. E della crisi della destra italiana, che non riesce a proporre non dico un’idea, un programma, un pensiero, ma neanche una persona che è una spendibile. Se non ricorrendo agli eredi, come nelle monarchie medioevali.

Certo che dopo il “trota” di Bossi, stoppato dalle inchieste più che dalla decenza, il “delfino” (anzi, la delfino) di Berlusconi per raggiungere le vette della farsa manca solo una cosa. La discesa in campo di qualche figlio di Tremonti.

Dopo la destra dei padri, quella dei figli. Il segno che è arrivato il giorno del giudizio per questa nostra povera Patria.

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Domenica. Caldo soffocante, la luce azzurrina della tv mi culla. Gioco con il telecomando, saltando dal congresso della Lega nord a un vecchio film del ’52, pieno neorealismo italiano, di Vittorio De Sica. M’assopisco, forse m’addormento. E il film mi sembra di ricordarlo così:

C’è un tale, Umberto B., vecchio leghista e ministeriale. Dopo aver preso per il culo per vent’anni i cosiddetti padani – dei bauscia che più bauscia non si può – con cose tipo secessione, Roma ladrona e altre menate, viene scoperto dalla magistratura con le mani nella marmellata e gentilmente pregato di levarsi dalle balle dal suo ex amico e socio in affari, un certo Bobo.

Costretto a vivere da Presidente a vita con una pensione insufficiente, si dibatte tra difficoltà economiche insuperabili. Occupa una misera camera ammobiliata, dalla quale Bobo, esoso padrone di casa, minaccia pure di sfrattarlo. Alla disperata ricerca di un argomento qualsiasi – che so, uno statuto poco regolare – per tenersi la casa, ammalato e rincoglionito entra all’ospedale, dopo aver affidato il suo fedele Trota, un cagnolino bastardo, al tesoriere Belsito, che gli dimostra una certa comprensione, anche con argomenti “liquidi”.

Uscito dall’ospedale dopo qualche giorno, non trova più a casa il suo diletto Trota; non si sa se si sia fregata la cassa e scappato con Belsito. Dopo febbrili ricerche ritrova in Tribunale i due che stanno per finire al fresco. Rispolverando la sua vecchia abilità retorica, al grido di “Complotto! Complotto!” se li riscatta. Torna a Pontida ma si ripresenta, più urgente e minaccioso, il pericolo dello sfratto.

Umberto B. allora va in cerca di qualche suo vecchio amico: Silvio, Denis, Giulio. Ma nessuno vuole o può aiutarlo. Gli viene allora l’idea di stender la mano ai padani passanti; ma a parte due o tre irriducibili pirla, lo prendono a pesci in faccia o gli ridono dietro. Così rinuncia, lasciando la casa a Bobo, continuando però ad abbaiare alla luna, raccontando frottole e storie su Re Salomone e sul bambino tagliato a metà ai beoti che passano all’osteria.

Disperato, decide di suicidarsi assieme al cagnolino Trota. Si reca ad un passaggio a livello; ma spaventato dal rumore del treno in arrivo, il cagnolino Trota – che sarà un po’ tonto, ma non è mica scemo – gli sfugge dalle mani dicendo: “Sei proprio un pirlone! Vuoi ammazzarti? Guarda che ci sono un sacco di soldi in Svizzera, alle Cayman e in Tanzania. Io ci vado!”

Per Umberto B. è la salvezza: deciso a riconquistare la fiducia e l’affetto di Trota, si mette a giocare con lui al lancio del terrone. E s’allontanano assieme, al grido di “Italia di merda”, andando a riposarsi in qualche isola tropicale, mentre i bauscia se la continuano a prendere in saccoccia, e non pensa più al suicidio.

Sui titoli di coda del grande film di De Sica mi sono svegliato; era tutto un sogno.

O forse era realtà?

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Illustri politologi stanno interrogandosi sui sorprendenti – a loro dire – risultati elettorali della tornata amministrativa in Italia. Fervono dibattiti animati soprattutto sulle motivazioni che hanno spinto gli elettori ad abbandonare il PdL e le Lega Nord.

C’è chi dice che dipende dall’antipolitica. Chi pensa che la colpa è dello scandalo Ruby. Chi urla che l’elettorato non ha capito la scelta del PdL di appoggiare Monti. C’è chi paventa per la Lega Nord l’effetto Belsito-The family.

Nessuno che si soffermi sulla curiosa circostanza (una coincidenza?) che PdL e Lega Nord abbiano governato l’Italia 8 degli ultimi dieci anni. E che forse, anche se purtroppo con un colpevole ritardo, anche gli italiani – dai e dai – potrebbero essersene accorti e si siano comportati di conseguenza.

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L’Italia, dopo una disastrosa gestione ultra decennale che l’ha portata sull’orlo del disastro totale sotto la guida – tranne una breve parentesi – dall’asse Berlusconi-Bossi-Tremonti si è affidata al “governo dei tecnici”. Un governo che ci ha provato. Troppo timidamente, forse.

Soffice contro le banche, moderato su liberalizzazioni, cauto sulla riforma del lavoro, non incisivo finora nella lotta agli sprechi. Adesso, complice la crisi aggravata ed amplificata dalle non-scelte degli ultimi quindici anni, comincia ad avere il fiato corto. Ma qualcosa ha fatto, ci prova ancora e gode tutt’ora di un prestigio internazionale che gli altri se lo sognano.

E’ giusto che ci siano critiche e malcontenti. Ma guidate da chi? Le critiche più dure arrivano da Tremonti, da Berlusconi (via Alfano-La Russa-Cicchitto, che terzetto!) e da Bossi, che intende ri-candidarsi a guidare la Lega ladrona!

Con ricette salva-Italia del tipo: uscire dall’Euro, fare lo sciopero fiscale, non tagliare gli sprechi e i costi della politica. E tappare la bocca alla magistratura che indaga, naturalmente.

Cari concittadini, ma quando cominciate a spernacchiarli davvero come meritano?

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E adesso, che succederà? Quale altra disgrazia s’abbatterà su questo paese? Perché, per chi se lo fosse dimenticato, nel 1992, in seguito ad una drammatica crisi del Paese che ci portò sull’orlo della bancarotta, il Caf (il terzetto Craxi Andreotti Forlani) cadde e tutti pensavano ad un futuro radioso per l’Italia.

La storia insegna che l’Italia finì, più o meno, dalla padella nella brace: se il Caf non era un granché, il BB (il binomio Bossi Berlusconi) è stato peggio. Colpa di chi? Di un generale infantilismo di una buona fetta di italiani? Della inconsistenza della sinistra che non è riuscita neppure in queste situazioni a proporre alternative credibile (e durature) di governo?

Chissà. Ai posteri l’ardua sentenza. Di certo, c’è solo che, da italiani – penso che siano molti – che vorrebbero vivere, finalmente, in un Paese normale, con politici normali, governi normali, opposizioni normali, imprese normali, fisco normale, sindacati normali si potrebbe cominciare a tremare pensando a chi potrebbe occupare il vuoto politico causato della caduta degli Dei (Dei? Mah…) del nord.

Speriamo di cavarcela, almeno stavolta.

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C’era una volta la Lega padrona. Quella che diceva di voler cambiare l’Italia e di travolgere l’intero sistema politico. Poi arrivò la Lega forchettona, sempre a caccia di posti di governo e sottogoverno. Un triste tramonto che solo in pochi riuscirono a capire, in tempi non sospetti. Ora, dopo la riconversione a partito di lotta – dopo un decennio da partito di governo – il gruppo dirigente leghista si vanta di interpretare la rabbia dell’Italia contro Monti. O, almeno, quella dei “popoli padani”.

Sarà, ma i sondaggi d’opinione dicono che è ancora piuttosto alta la percentuali di italiani che crede in Monti. E soprattutto che tale quota è molto più alta nel nord che nel sud. Non sarebbe un caso, dunque, né il famoso sondaggio di Radio Padania – che mostrava un alto gradimenti del premier, subito fatto sparire – né il fatto che le proteste di questi giorni sono soprattutto a sud del Tevere.

Forse per i reduci irriducibili – imbiancati da vent’anni di “strenua lotta” al centralismo con i piedi al caldo nel Parlamento di “Roma ladrona” – è venuto il tempo di tornarsene a casa.

Giù al nord, forse, il vento è cambiato.

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Qual è la questione più grande da risolvere per le genti operose del Nord, quella per cui – secondo la Lega, partito tornato di lotta dopo 10 anni di (fallimentare) governo – sarebbero disposte a morire per la Padania? La disoccupazione? La sicurezza? La salute? Il rilancio dell’export?

Quisquilie. I rappresentati delle genti operose del Nord non hanno dubbi: la priorità da difendere sono le sedi periferiche dei ministeri a Monza. Quelle che, nel pieno della crisi che stava travolgendo l’Italia Bossi, Calderoli e compagnia avevano aperto qualche mese fa, con raro sprezzo del ridicolo.

Che quelle sedi siano incostituzionali, secondo il parere del Presidente della Repubblica, non importa. Che siano inutili – in due mesi e mezzo di operatività sono rimaste pressoché deserte – importa ancor meno. Servono perché rappresentano il principio del decentramento.

E allora, professor Monti, ascolti il grido di dolore dei rappresentanti delle operose genti del Nord: anziché salvare l’Italia dal fallimento, salvi i ministeri decentrati.

Le operose genti del Nord, senza dubbio, le saranno grate. Per la risata che così regalerà loro.

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“Una volta c’erano gli imprenditori che inventavano il lavoro. Oggi, sono invecchiati anche loro e quelli che lo inventano sono in Cina”. L’ha detto Umberto Bossi, e come si può dargli torto? In effetti, la Cina fa oggi quello che l’Italia faceva negli anni ’50 e ‘60. E cresce a ritmi vertiginosi, come accadeva all’ìItalia degli anni ’50 e ’60. Erano gli anni del boom economico, del miracolo italiano.

Quello che ci venne promesso nel 2001 da Berlusconi e Bossi: “Un nuovo miracolo italiano”. Fatto di meno tasse, meno burocrazia, più libertà, e molto altro ancora. Promesse non mantenute, anche prima che la crisi economica globale venisse a far saltare il tappo dell’economia italiana. Ma non è che quelle promesse erano un clamoroso inganno, come l’idea che basterebbe fare come in Cina (ovvero, tornare agli anni ’50 e ’60) per tornare ad essere l’Italia del boom?

Perché pare che alle economie mature non basti tirare sui costi, sfruttando come bestie i dipendenti e lavorando come formichine. Servono idee, progetti,  pensieri lunghi, mobilità sociale, valorizzazione del talento. Investire nella scuola, stroncare le lobby, incentivare l’innovazione. Un’idea di Paese che vada oltre la sagra paesana. Chiedere alla Finlandia, dove dal niente, mettendosi a studiarci su, è spuntata Nokia.

 

A fare Boom Boom si ottengono titoli sui giornali e il consenso dei gonzi. Sempre meno, per fortuna. Poi passata la sbornia padana ci si ritrova, più che invecchiati, semplicemente fuori gioco.

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Un giorno, forse, i posteri spiegheranno le tante contraddizioni dell’Italia di inizio millennio. Una delle tante è l’ostilità verso gli extracomunitari, diffusa in molte parti d’Italia e che un partito di governo – la Lega Nord – ha usato ed usa quasi come bandiera identitaria. Alimentata dal mantra che questi stranieri verrebbero “a rubare il lavoro a noi e ai nostri figli”.

I dati però raccontano un’altra storia. Un’inchiesta pubblicata dal New York Times, ad esempio spiega che senza la mano d’opera straniera, ed in particolare indiana, il Grana padano – eccellenza italiana che nel nome porta il seme di quella “padanità” di cui tanti sproloquiano – non riuscirebbe semplicemente ad essere prodotto.

Come ha raccontato un recente film, senza il contributo di tanta gente che in Italia non è nata, saremmo da un pezzo con il sedere per terra: in molte fabbriche, nei campi, nelle nostre città. D’altronde, gli USA hanno prosperato grazie al contributo di tanta gente che arrivava da lontano, molta anche partendo dall’Italia.

Come diceva Einstein, apparteniamo tutti – che ci piaccia o no – alla razza umana. Con buona pace dei tanti somari che sull’argomento pensano di sapere qualcosa, solo perché hanno imparato a ragliare.

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Bossi, Berlusconi, Tremonti e tutti i loro amici, con l’aggiunta anche di Casini, si addannano per “trovare la quadra” alla manovra finanziaria. Tra le correzioni più in auge l’aumento dell”Iva, l’imposta sul valore aggiunto. Un recente rapporto di Price Water House Coopers, commissionato dall’Unione Europea, che analizza l’andamento dell’Iva in tutta Europa, ricorda che in Italia il gettito di quest’imposta è di circa 102 miliardi all’anno.

Lo stesso rapporto stima il gettito potenziale italiano in circa 130 miliardi di euro; questo significa che il 22% del gettito potenziale non viene “introitato”, causa evasione. Tra i grandi paesi europei, solo la Gran Bretagna ha scarti così elevati tra gettito potenziale e quello effettivo. In Spagna l’evasione sembra sia praticamente irrisoria, mentre in Francia ed in Germania si attesta attorno al 10% del gettito.

Se il gettito Iva che viene evaso in Italia scendesse al livello della Germania, l’incasso annuo sarebbe di 117,7 miliardi di euro, con un recupero di gettito – cioé di denaro fresco – di 15 miliardi di euro all’anno. A parità di aliquote.

Bossi, Tremonti, Berlusconi, Casini e tutti i loro amici e compagni, forse distratti, non se ne sono accorti. Qualcuno glielo può far sapere?

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