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La senatrice del Pdl Ada Spadoni Urbani ha presentato al Senato il disegno di legge “Disposizioni in materia di obiezioni di coscienza dei farmacisti nella dispensa dei farmaci rientranti nella contraccezione di emergenza. Libero riporta le dichiarazioni della Senatrice: “l‘obiezione di coscienza non contesta le leggi 40 del 2004 sulla fecondazione assistita e 194 del 1978 sull’aborto come tali, anche se implicitamente ne denuncia l’immoralità, né costituisce un programma articolato di resistenza o di contestazione. E’ diversa dalla disobbedienza civile o dalla resistenza passiva. L’obiezione di coscienza – conclude Ada Urbani – deve essere ritenuta un diritto fondamentale e un’esigenza del bene comune: è proprio di una società giusta che non ci siano costrizioni di tale genere. Disciplinare l’obiezione 00025232 Contraccezione o aborto: obiezione di coscienza o semplice  ignoranza?di coscienza dei farmacisti nell’ attuazione della contraccezione di emergenza e’ l’obiettivo del Ddl che, precisa Spadoni Urbani, “non nega il diritto del paziente a ottenere il farmaco. Si vuole solo rispettare la coscienza di chi ha convincimenti etici o scientifici diversi” . Il Giornale riporta i contenuti della relazione al disegno di legge. Si legge che il legislatore – dalla legge 194/78, sull’interruzione volontaria della gravidanza, alla legge 40/2004, in materia di procreazione medicalmente assistita – ha mantenuto ferma la linea di consentire al personale sanitario l’obiezione di coscienza qualora, per alti valori morali, non intenda collaborare per impedire la vita nascente”. Prosegue la Urbani:  L’obiezione di coscienza non contesta la legge: è diversa dalla disobbedienza civile o dalle azioni positive volte a migliorare l’ordinamento giuridico.

Ognuno ha il diritto di avere in materia la sua opinione. Sgombriamo però il campo dagli equivoci. Siamo sicuri che la senatrice Ada Urbani conosca alla perfezione la distinzione tra “contraccezione di emergenza ” e aborto, visto che fa esplicito riferimento alla Legge 194. La pillola del giorno dopo, in quanto contraccettivo, non va confusa con il farmaco per l’interruzione volontaria della gravidanza, noto come RU-486, dal quale si differenzia per principi attivi, tempi di assunzione e meccanismi di azione. La RU486 o mifepristone o pillola abortiva segue la procedura dell’aborto chirurgico e si fa soltanto in ospedale e la pillola in Italia non può essere venduta in farmacia. Invece la pillola del giorno dopo o Levonorgestrel, impedisce l’ovulazione. Viene chiamata contraccezione d’emergenza perché è efficace solo se presa al massimo entro 72 ore dopo il rapporto sessuale a rischio. La pillola del giorno dopo è un metodo contraccettivo e non abortivo. Lo ribadì, per chi non lo sapesse, nel lontano 2005 l’Organizzazione Mondiale della Sanità:la contraccezione di emergenza con Levonorgestrel ha dimostrato di prevenire l’ovulazione e di non avere alcun rilevabile effetto sull’endometrio (la mucosa uterina) o sui livelli di progesterone, quando somministrata dopo l’ovulazione. La pillola è inefficace dopo l’annidamento e non provoca l’aborto.

Quindi, la contraccezione di emergenza non c’entra nulla con l’aborto, come sa di certo la senatrice Ada Urbani. Ma allora, se si accetta il principio dell’obiezione di coscienza per evitare che “si impedisca la vita nascente” con la contraccezione d’emergenza, non si capisce perché non andare oltre: perché non prevedere direttamente l’obiezione anche per la vendita della pillola, del preservativo, o della spirale. A meno che la senatrice non abbia fatto una certa confusione tra le due cose. Ma è un fatto che ci sentiamo di escludere a priori. Allora, andrebbe analizzata la posizione di chi fa parte di un partito “liberale di massa”. Che in questo caso, sconfina molto pericolosamente con il clericalismo. O con l’abissale ignoranza. Legittimo, s’intende. Basta saperlo.

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No alle coppie che chiedono uno o più bambini in adozione indicando, però, di non essere disponibili a ricevere bimbi di pelle nera o di etnia non europea. Della vicenda parla La Stampa dando notizia dell’orientamento espresso dal sostituto pg Aurelio Goliadalla della procura della Suprema Corte di Cassazione, sollecitata da un esposto dell’associazione Amici dei bambini. Il caso nasce da un pronunciamento del tribunale dei minorenni di Catania, dell’istanza di una coppia che si era dichiarata disponibile “all’accoglienza fino a due bambini, di età p002 1 00 Un figlio negro non lo voglio nonon superiore ai 5 anni senza distinzione di sesso e religione” ma “non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo”. Il tribunale di Catania aveva quindi dichiarato i coniugi “idonei all’adozione sino a due minori di nazionalità straniera che presentino le caratteristiche risultanti dalla motivazione”. Insomma, quei due genitori erano idonei, purché i figli non fossero “negri” o “musi gialli”.

Il Corriere della Sera riporta le dichiarazioni di Marco Griffini, presidente dell’associazione che ha presentato l’esposto chiedendo la corretta interpretazione dell’articolo 30, comma 2, della legge n. 184 del 1983 che regola le adozioni. Per Griffini il decreto emesso dal tribunale contiene “una palese discriminazione su base razziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa”. Dice La Repubblica che secondo la procura, oltre a violare la nostra Costituzione – che tutela il principio di eguaglianza tra le persone – le adozioni internazionali che escludono i bambini di colore violano anche numerosi trattati internazionali ai quali l’Italia ha aderito. Tra questi, la Convenzione dell’Aja del 1993 sull’adozione dei minori, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la Convenzione internazionale dell’Onu del 1965 sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale.

Non vogliamo criminalizzare nessuno, né fare paragoni esagerati. Ma ci permettiamo, di dire che la richiesta della coppia di Catania dimostra che questi due signori sono palesemente non idonei a fare i genitori. In base ovviamente ad un principio giuridico, che è quello a cui si è richiamata la procura della Corte di Cassazione. Ma soprattutto in base ad un principio forse più banale, ma che è quello dell’umanità. Perché un figlio, come sanno bene tutti i genitori di questo mondo, non si sceglie. Ed è spesso profondamente diverso da quei bambolotti e bambolotte bionde, belle, buone, sempre sorridenti che si vedono nelle pubblicità delle merendine e dei pannolini. I figli fanno la cacca addosso, piangono, danno problemi a scuola, a volte purtroppo si ammalano, fanno a botte con i compagni o rispondono male agli insegnanti. E tantissime altre cose che, proprio questo, li rendono meravigliosi.

Ora, si attende il pronunciamento della Corte di Cassazione a sezioni unite. Che però non potranno annullare la “patente” di idoneità data alla coppia di Catania. Potranno solo ammonire tutti i tribunali di merito a non accogliere più, d’ora in avanti, richieste di adozioni subordinate ad indicazioni razziali. Senza offesa, questa storia fa venire in mente Joseph Mengele e i suoi esperimenti per colorare di blu gli occhi dei bambini ebrei. Ed è la dimostrazione di una scarsa conoscenza giuridica, oltre che di scarsa umanità. Il fatto che un tribunale dei minori abbia detto sì ad una coppia che ha fatto una richiesta del genere, anziché prenderla – come sarebbe stato doveroso – a calci nel culo, la dice lunga sullo stato della giustizia in Italia. Sarebbe bello sentire battere un colpo dal ministro della Giustizia e dal Consiglio Superiore della Magistratura, se hanno poteri per intervenire. E sarebbe bello sentire anche una voce dalla Chiesa di Roma, sempre pronta ad intervenire su vicende – l’aborto – che riguardano bambini ancora non nati: da accogliere sempre, per il Vaticano, senza se e senza ma.

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Ieri sera. l’imperdibile Tg1. La prima parte, quella piena di notizie inutili e noiose, non ha riservato sorprese. Prima ha archiviato il richiamo di Napolitano all’autocritica della magistratura. Poi ha scansato rapidamente il servizio sulla drammatica situazione della Grecia, i cui titoli sono stati declassati a junk, spazzatura da Standard & Poor’s. Poi ha messo da parte la solita diatriba Fini-Berlusconi, per interposto Bocchino. Dopo minzolinieberlusconi Tg1, maggiordomi si diventaaltri servizi più o meno interessanti, proprio mentre i primi cibi galleggiano nello stomaco in attesa della imminente digestione, proprio quando in molte famiglie italiane si celebra il rito serale che porta allo sbraco in poltrona, finalmente, alle 20,18, l’inizio della parte davvero interessante del Tg1. Quella leggera. Il solito servizio sui gelati a Milano di Federica Ballestrieri. Ma il clou era un altro. Il direttorissimo ha fatto outing, mandando in onda un servizio della brava Carlotta MannuMaggiordomi si diventa”. dall’inequivocabile titolo: “

Due minuti sulla scuole per diventare perfetti maggiordomi, servitori di un padrone da accudire, vezzeggiare, amare, adorare. A cui dedicare tutti se stessi senza esitazione, senza se e senza ma. “Uomini e donne pronti ad ogni evenienza” si dice nel servizio. Le immagini in bianco e nero di Totò (padrone) che dà ordini perentori a Carlo Croccolo (il maggiordomo Battista) sono commoventi. Sarà la peperonata, ma sembra quasi di sentire Totò gridare a Battista: “fammi un editoriale contro Spatuzza!” Nei due – purtroppo brevi – minuti del servizio veniamo edotti sul fatto che il manico delle tazzine deve essere sempre a sinistra, che tutte le forchette vanno a destra tranne quella per i crostacei, che il pane a tavola non si taglia ma si spezza, che i bicchieri da mettere in tavola sono tre (Bossi, Fini e Berlusconi?) e sulla loro posizione.

Un servizio frizzante, che si conclude con una lezione fondamentale. Come si comporta un vero giornalista – pardon, maggiordomo: “Il vero maggiordomo non deve fare domande”. Ah, di questo abbiamo fulgidi esempi, genere salotto televisivo, Rai Uno, seconda serata: nessuna domanda, solo lodi. Ma si puà fare di più: questo eroe del servilismo senza macchia e senza paura “deve avere la risposta giusta alla domanda, del padrone, ancora prima che gli verrà fatta”. Avete presente quei direttori che fanno un editoriale contro la magistratura, prima che gli venga richiesto per telefono? Proprio quelli. Non è dato sapere come questo servizio sia stato accolto nelle segrete stanze della redazione. Non sappiamo che ne pensano le conduttrici ribelli, Ferrario e Busi. Per quanto ci riguarda, queste scuole per maggiordomi, come dice anche il servizio del Tg1, in Italia sono moltissime. Pare che ce ne sia più d’una anche in Rai. Chi scopre dov’è la migliore vince un premio. E intanto, la cena è servita.

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Una notizia ferale troneggia sulle pagine interne dei giornali di oggi: il ministro Renato Brunetta ha presentato le dimissioni da consigliere comunale di Venezia. La lettera del candidato sindaco per il centrodestra alle elezioni amministrative dello scorso 28-29 marzo, è giunta ieri in mattinata alla segreteria generale del Comune di Venezia. E poche ore dopo, il nuovo sindaco Giorgio Orsoni ha fatto il giuramento davanti al primo Consiglio comunale. E Brunetta non c’era. Le avvisaglie della decisione si erano avute già con la mancata partecipazione del ministro alla prima riunione del gruppo del PdL, l’altra sera. Brunetta si era limitato a mandare un messaggio di sostegno a Michele Zuin, suo factotum in campagna 09255pep Brunetta, laddio a Veneziaelettorale che il PdL ha votato all’unanimità come capogruppo. Il ministro lascia così il posto – per via dei resti – al primo dei non eletti della Lega, l’artigiano Giovanni Giusto, presidente del coordinamento delle remiere.

Sarà stato felice, il ministro Brunetta, di fare spazio ad uno che appartiene al partito che l’ha caldamente aiutato alle elzioni, dando un contributo decisivo alla sua mancata elezione. “Se avessi avuto gli stessi voti che la Lega ha dato a Zaia ieri alle regionali avrei vinto al primo turno” aveva commentato il signore dei tornelliGiorgio Orsoni, appresa la notizia si è mostrato sorpreso: “Non lo sapevo, mi dispiace perché Brunetta sarebbe stato certamente un interlocutore importante”, ha detto mentre veniva presentato lo studio di Unioncamere Veneto per la candidatura della città lagunare alle XXXII Olimpiadi del 2020. nella sede del suo comitato elettorale, subito dopo la sconfitta. Nonostante i rumors della vigilia, il sindaco

Invece, Renato si è sacrificato. Si è dimesso, un altro grande atto di amore per la sua città, come la candidatura a Sindaco. Perché fare il consigliere comunale è impegnativo, e Renato ha troppo da fare a Roma: si sta occupando – con grandissimi risultati – di Posta elettronica certificata e di incentivi a Internet. Sommare ai gravosi impegni da ministro anche quelli di consigliere comunale sarebbe stato troppo, pure per un fantuttone come lui. E poi, della politica locale Venezia, ha confidato ai suoi collaboratori, non ne vuole più sapere: “la nuova giunta? Non so, non li conosco. Sinceri auguri di buon lavoro”. Ma Renato non abbandona la sua adorata città al suo destino. Ha promesso che di Venezia si occuperà lo stesso: “Rifarò la Legge Speciale, questo sarà il mio contributo per Venezia”.

Certo, se fosse stato eletto sindaco, le cose sarebbero andate diversamente. A chi gli chiedeva se fosse stato possibile conciliare i due impegni di Ministro e di Sindaco rispondeva nel suo sito: “Si conciliano perché sono sinergici. Venezia è una città che dialoga con il resto d’Italia, d’Europa, del mondo. Più un sindaco ha forza di dialogo a tutti i livelli, più è bravo”. E ancora, a proposito delle ironie sulla sua ubiquità: “Nell’era dell’Ict, information communication tecnology, si può essere in tanti luoghi contemporaneamente. Lo fanno i manager, gli scienziati, gli industriali. Non vedo perché non possa farlo un sindaco”. Certo, Renato: un sindaco sì. Ma un semplice consigliere comunale no. Peccato, però. Sarebbe stato bello vedere che il consigliere di opposizione Brunetta Renato, innamorato della sua Venezia al punto da sacrificarsi a fare un doppio lavoro, inviare una bella PEC al ministro Renato Brunetta se quest’ultimo, preso dai troppi impegni, si fosse dimenticato di dedicarsi alla “legge speciale per Venezia”. Par di vederlo, come un personaggio della commedia dell’arte, un personaggio di Goldoni, recitare dolente “L’addio a Venezia“. Non te la prendere, Renato. Sarà per la prossima volta.

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A Palermo c’è una grande magnolia. Si trova sulla destra, all’inizio di via Notarbartolo, una via molto trafficata. Non è una magnolia qualunque: è l’albero di Falcone, piantato di fronte alla casa del giudice assassinato dalla Mafia il 23 maggio del 1992. Quell’albero è diventato il simbolo della lotta alla mafia. Lì, nel corso degli anni, cittadini e studenti hanno lasciato centinaia di messaggi, disegni, lettere. Lì sono state lasciate anche le foto del magistrato ucciso da Cosa Nostra e del suo agente di scorta Rocco Di Cillo. C’era anche un lenzuolo bianco con scritto “le vostre idee camminano sulle nostre gambe”. Ma tutto questo non c’è più. Secondo gli investigatori, il furto è avvenuto sabato in pieno giorno. Nessuno, però, fino a ieri mattina ha segnalato il fatto alla polizia. Ad accorgersi che foto e disegni erano stati portati via è stato il portiere del palazzo che abita nello stesso stabile. “Un albero che in questi diciotto anni è diventato il simbolo della rinascita della società palermitana e dell’impegno per la legalità”, spiega Maria Falcone, sorella del magistrato, che sottolinea: “le forze dell’ordine stanno ancora accertando se il gesto compiuto sia solo un volgare atto vandalico o un preciso avvertimento di stampo mafioso”. Come nota Francesco La Licata su La Stampa, “una bravata di piccoli vandali sarebbe anche più sconfortante, perché testimonierebbe una pericolosa perdita di valori anche in ambienti non necessariamente condizionati dalla mafia”.

Chissà se sfogliando la rassegna stampa di stamani Silvio Berlusconi avrà letto la notizia. E chissà se ripenserà alle sue dichiarazioni di una settimana fa, quando aveva accusato i film come “La Piovra” o i libri come “Gomorra” di essere “supporto promozionale alle cosche“. Certo penserà che tra le due notizie non c’è nessuna connessione, e che queste cose non vanno strumentalizzate. E con tutto quello che ha da fare, difficilmente ricorderà la vicenda del sindaco di Ponteranica, cittadina a 4 km da Bergamo, il leghista Cristiano Aldeganidi, che qualche mese fa fece rimuovere la targa che dedicava la biblioteca comunale a Peppino Impastato, il giovane ucciso dalla Mafia, dicendo che voleva valorizzare le “identità locali”. E non ricorderà che pochi giorni dopo – ma anche tra queste due cose non c’era alcuna connessione, naturalmente – un ignoto idiota si era divertito a tagliare l’ulivo antimafia, piantato sempre nel comune bergamasco.

Certo, le reazioni ci sono state. Il presidente del Senato Renato Schifani ha dichiarato: “Si tratta di un atto vandalico che offende la città”. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ha detto che “la rimozione delle immagini e delle lettere dedicate a Giovanni Falcone dall’albero che è diventato il simbolo della lotta alla mafia e dell’impegno della società palermitana a favore della legalità è un atto gravissimo”.  Il Mattino ricorda che stamani i ministri Alfano e Maroni presideono un vertice interforze a Caserta, a pochi chilometri da quella Casal di Principe dove si è appena votato e già la magistratura indaga per sospetti inquinamenti mafiosi del voto.  Durante il governo Berlusconi le operazioni di polizia contro le mafie non sono mancate, ma esse vanno sostenute ed incoraggiate. La polizia, i giudici, il governo non devono sentirsi soli. Forse Silvio Berlusconi, se ci pensa bene, potrebbe aderire all’invito del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso: “Ci aspettiamo la reazione di Palermo e dei palermitani per ricostruire quello che è stato distrutto”. E nel nostro piccolo, proponiamo, assieme a Maria Falcone, “di riempire di messaggi, di foto e di disegni quella magnolia” violata in Via Notarbartolo a Palermo. 10, 100, 1000 messaggi, articoli, libri, film. Perché di mafia bisogna parlare. Raccontare, e denunciare, con buona pace del nostro presidente del Consiglio. Perché, come dice quel lenzuolo finito chissà dove, ““le vostre idee camminano sulle nostre gambe”. E viaggiano anche con le parole di chi denuncia le mafie. Ogni giorno.

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Gino Strada, il fondatore di Emergency, ha annunciato di aver querelato i quotidiani Il Giornale e Libero per i titoli dei giorni scorsi in cui si diceva che i tre operatori fermati nella ancora poco chiara operazione dei servizi Afghani all’ospedale di di Lashkar Gah avevano confessato: “Ci aspettiamo un titolo con scritto sono innocenti. Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere”.

Il Giornale sui nostri tre connazionali ha detto un po’ di tutto. Prima ha sparato un titolone sulla confessione dei nostri connazionali, salvo poi contraddire nell’articolo quanto scritto nel titolo, in barba alla coerenza. Forse perché Feltri crede che i suoi lettori si limitino a leggere i latrati  (pardon, i titoli). Poi il quotidiano ha riportato alcune deliranti “rivelazioni” di personaggi afghani, prese come se fossero oro colato. Poi li ha accusati di essere dei “pirla”, dando implicitamente per scontata una loro responsabilità indiretta nell’accaduto.

Poi, quando l’evidenza dei fatti e l’azione saggia, dopo un tentennamento iniziale, del ministro Frattini, del sottosegretario Letta e dei loro collaboratori,  hanno mostrato la totale innocenza dei tre operatori di Emergency, si è accanito oltre il limite della decenza sulla balla del rifiuto del volo di Stato, artatamente accesa dal sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, nonostante la notizia fosse stata prontamente spenta dalle dichiarazioni dei responsabili di Emergency e dalla Farnesina. Libero si è accodato, più o meno sulla stessa falsariga.

Sarebbe un bene che i due quotidiani chiedessero scusa o facessero ammenda in qualche modo. Facendo una cosa che non sono abituati a fare: dire semplicemente la verità, e separando i fatti dalle loro – legittime – opinioni. Anche quando esse sono dettate dall’astio verso un organizzazione che può avere posizioni politiche distanti da loro, ma che si occupa di curare feriti di guerra. Spesso civili, spesso bambini. Ma non lo faranno. Anzi, sembra già di sentire Feltri e Belpietro gridare all’intimidazione ed ergersi a difensori della libertà di parola e di stampa.  E  allora, repetita juvant: riguardo i titoli del Giornale, come disse Alberto Sordi, “La libertà (di parola) è una bella cosa, peccato che ce ne sia troppa”. E ancora, come si era detto anche qui, è bene ricordare che ci sono delle affinità tra il dire fregnacce e l’esprimere la propria opinione. Ma ci sono anche tante differenze.

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Come ha scritto ieri su Giornalettismo Lorenzo Arena, “lo sappiamo tutti che se nessuno le racconta le cose non esistono”. E’ vero. Ad esempio: nel 2006 il sistema mediatico mondiale parlò a lungo del “rischio” della pandemia da influenza aviaria. In Italia furono dedicati 410 servizi televisivi, più di uno al giorno. In quell’anno la tubercolosi aveva colpito9 milioni di persone e fatto oltre due milioni di morti. Ma se ne parlò in un anno solo 3 volte. Senza arrivare ai Tg1 del mitico Minzolini, che dedica 10 secondi al crollo dell’occupazione giovanile e 5 minuti al medici senza frontiere2 Fame nel mondo? Due colonne in cronacarestauro di Via Montenapoleone a Milano, esiste un mondo che viene totalmente dimenticato dall’informazione, ed un altro che viene amplificato, distorcendo di fatto la percezione della realtà e, in un certo senso, alterandola. Stamattina, i giornali dedicano giustamente ampi spazi al riassetto della Fiat, ai dati preoccupanti per l’economia del Fondo Monetario Internazionale. E, bontà loro, danno un piccolo spazio  anche alla presentazione del RapportoLe crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2009” di Medici Senza Frontiere. Si tratta di 27 pagine, in cui si confronta l’attenzione dei Tg italiani ad alcune gravi emergenze mondiali.

Nel 2009 i Tg italiani hanno parlato di 368 volte dell’accoppiata “saldi di fine stagione” e del “caldo d’estate”, che dovrebbe essere una non notizia. Solo 116 volte hanno trattato le crisi umanitarie che riguardano gli 800 milioni di persone che muoiono per fame o malnutrizione. La “Top Ten” delle crisi umanitarie vede primo l’Afghanistan con 1.623 notizie, seguito da Medioriente, Somalia, l’Iraq. Le altre crisi, dove si trovano le malattie tropicali dimenticate, la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, il conflitto nello Sri Lanka e in Yemen, gli scarsi finanziamenti per la lotta all’AIDS, le condizioni drammatiche per le popolazioni del Sudan, i fondi inadeguati per la malnutrizione, i civili intrappolati nella violenza in Pakistan vengono poco più che nominati. E anche nel caso delle crisi più “gettonate”, spesso si racconta delle missioni militari italiana e statunitense, o le polmiche destra-sinistra sull’invio delle truppe. Raramente della violenza che blocca l’accesso alle cure per i civili.

Le “malattie tropicali dimenticate” (leishmaniosi viscerale, malattia del sonno, Chagas e ulcera di Buruli), che mettono a rischio 400 milioni di persone al mondo, non sono mai state nominate da un Tg: sono davvero dimenticate. L’influenza suina invece  in soli 9 mesi ha ricevuto ben 1.337 notizie. La ricerca e lo sviluppo di nuovi medicinali e presidi diagnostici sono senza fondi sufficienti e questo ha gravi conseguenze sui pazienti. Di AIDS e di malnutrizione si parla nei Tg italiani solo in caso di vertici internazionali o di visite del Papa in Africa. Il fatto che ogni anno da 3,5 a 5 milioni circa di bambini muoiono per cause legate alla malnutrizione, cioè un bambino che muore ogni 6 secondi non è una notizia. E quindi, non esiste.

Fare il giornalista, anche solo per divertimento, è un’attività esaltante. Puoi dire la tua, raccontare quello che per te è successo nel mondo e che merita una tua riflessione. Proprio ieri nella mia Perugia si è aperto il Festival del giornalismo. E stamattina nelle vie del centro storico, semisconosciuti cronisti e firme di prim’ordine passeggiavano, giornali nella mano, chiacchierando di Fini e Bossi, della pedofilia, di Balotelli che litiga con la curva dell’Inter. Del rapporto di Medici Senza Frontiere, nessuna notizia. Solo due colonne in cronaca.

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Oggi spezziamo una lancia in favore di Renato Brunetta, che dopo la trombatura di Venezia è alla ricerca disperata di visibilità. Il signore dei tornelli ha presentato nell’indifferenza generale il nuovo servizio di Posta Elettronica Certificata al cittadino. Il ministro fantuttone ha comunicato con l’enfasi dei momenti storici che “a partire dal prossimo lunedì 26 aprile, la Pec rivoluzionerà la comunicazione con la Pubblica Amministrazione”. Brunetta ha parlato di Pec per 10 milioni di cittadini entro il 2010. “Entro lunedì contiamo che la Pec sia attiva in tutti i comuni capoluoghi di provincia, ad oggi ce l’hanno 60 su 107, per una copertura dell’80% della popolazione residente. Ad oggi è attiva in 1.745 comuni su 8.094, quindi per un potenziale di popolazione di oltre 21 milioni“. Insomma, una data storica per l’Italia.Ma che cosa 9c17171654 1431385 med Brunetta, l’importanza di chiamarsi Pecè questa meraviglia delle meraviglie? La Pec al cittadino è uno strumento che consente di inviare e ricevere per e-mail messaggi di testo ed allegati con lo stesso valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento. Serve per evitare di scrivere una lettera di carta, allegando documenti di carta, e di doversi recare alle Poste per fare una raccomandata con ricevuta di ritorno.

Ad occhio non sembra una rivoluzione. Ammesso che si diffonda davvero un uomo normale direbbe che è una dematerializzazione, uno gasato che è una semplificazione, un Brunetta che è una rivoluzione.  Per utilizzare questa meraviglia da lunedì 26 aprile bisognerà collegarsi al portale www.postacertificata.gov.it e seguire la procedura guidata: registrazione online, recarsi presso uno degli Uffici postali abilitati per l’identificazione e la conseguente firma sul modulo di adesione, muniti di documento di riconoscimento personale e di codice fiscale, con relativa fotocopia. Fino ad ora, nonostante la legge n. 2/2209, preveda che società, professionisti e le Pubbliche Amministrazioni debbano usarla obbligatoriamente questa rivoluzione non tira. Una prima operazione su grande scala di distribuzione delle Pec c’è già stata, ha coinvolto “i professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato”, che entro il 28 novembre 2009, avrebbero dovuto tutti avere una casella di posta elettronica certificata. Invece, niente. Come mai? Perché, in questa rivoluzione che semplificherà la vita dei cittadini ci si è dimenticati di una cosa: non è previsto nulla in caso di inottemperanza. Quindi, una società privata, un libero professionista o una pubblica amministrazione che dovessero dimenticarsi di attivarla, o che non la usassero, non incorrerebbero in alcuna sanzione. Lo ha ammesso anche il ministro: “La Pec è un obbligo, ma senza la sanzione. E’ un fatto culturale. Spero che il 2010 sia l’anno della saturazione della carte nelle amministrazioni pubbliche“.

Una rivoluzione, sì. Ma virtuale. A parte la dematerializzazione, la vera semplificazione è che invece di spedire una lettera raccomandata si manda una mail. Ma quante raccomandate vengono spedite in una vita ad una Pubblica amministrazione da un cittadino? Se almeno la Pec servisse per tutti, potrebbe anche funzionare. Ma così, dov’è il vantaggio? Un altro beneficio sarebbe avere certezza di risposta. Ma a leggere bene, la certezza di risposta non dipende dal mezzo di trasmissione, ma dalla volontà dell’amministrazione di rispondere. E comunque il tutto è facoltativo, un fatto “culturale”. Più che una rivoluzione sembra (l’ennesima) illusione. Però, in questa rivoluzione virtuale qualcosa di reale c’è. Il bando della fornitura del servizio, 50 milioni di Euro, pagati dai cittadini italiani, vinto da Poste Italiane e contestato da coloro che hanno perso, ossia Lottomatica, Aruba e Fastweb. Perché Poste Italiane se lo è aggiudicato, come fu scritto qui, per via di strani requisiti nel bando. Uno prevedeva che l’aggiudicatario doveva possedere una “Rete di sportelli fisici in grado di assicurare un punto di accesso in almeno l’80% dei comuni italiani con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti, con orario di apertura al pubblico, dal lunedì al sabato, 9.00-13.00”. Era davvero difficile prevedere chi avrebbe vinto. Caro ministro, una risata la seppellirà. E pensare che era stato caldamente raccomandato.

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La vicenda del vulcano Fimmvorduhals, situato sul ghiacciaio Eyjafjallajokul in Islanda, fino a l’altro ieri sconosciuto a tutti, ci riporta come un secchio di acqua gelata all’essenza di ciò che siamo. Distratti dal nostro mondo antropizzato, fatto di ambienti artificiali, persi dietro le nostre auto, le strade, i nostri aeroporti dimentichiamo che siamo prima di tutto carne e sangue. Rapiti dal mito dello sviluppo, della modernità, dei traffici, degli scambi, dei commerci dei viaggi, del Pil, consumi e tutto il resto, dimentichiamo che basta poco, anche un banalissimo ramo che cade su un traliccio dell’alta tensione in Svizzera, per provocare il totale black-out dell’energia elettrica nell’intera Italia per più di 24 ore, come accadde il 28 settembre del 2003.

Ora la cenere di quel vulcano ha fatto diventare gran parte di un intero continente una “No fly zone”, battendo persino quel micidiale terrorismo che tanto condiziona vita ed opere di uomini e governi da un decennio. Illusi dalla dittatura della politica e dell’economia, ci siamo dimenticati della fisica e della biologia. Ecco invece che un’eruzione e le correnti, che sfuggono oggi come duemila anni fa al controllo dell’essere umano, ci ricordano che siamo solo piccoli uomini mortali che ora s’affannano, bloccati negli aeroporti, alla ricerca disperata di un treno. Chissà quanti appuntamenti saltati, riunioni annullate, quante vacanze andate in fumo o, se preferite, in cenere. Punti sperduti nell’universo che si scoprono a scrutare il cielo per capire quanto durerà questa cenere vulcanica trasportata dal vento.

Quella cenere non è un ostacolo al progresso, anche se chi ci è rimasto in mezzo sarà comprensibilmente arrabbiato. E, almeno stavolta, non è neppure un minaccioso avvertimento della natura “violentata” da un uomo che ignora i vincoli degli ecosistemi o del clima. Ma solo un monito per ricordare chi è davvero il padrone di questo minuscolo schizzo di terra dove ci troviamo per caso ad andare a tentoni. Ci ricorda che qui siamo ospiti, magari graditi anche se un po’ invadenti. Non i padroni. Quel vulcano che abbaia alla luna può essere una barzelletta, rispetto agli scenari apocalittici che ci vengono descritti da una larga fetta di scienziati e studiosi per colpa dei cambiamenti climatici. Purtroppo, anche stavolta, appena passerà l’emergenza, torneremo ai nostri i-pad, Tv al plasma, cellulari, automobili, treni. A parlare di Berlusconi, Obama, la crisi economica. Fino a quando un botto più grande degli altri ci ricorderà – stavolta, forse, definitivamente – chi siamo e cosa siamo davvero, in questo meraviglioso pezzetto dell’universo.

Buon tutto!

Pubblicato su Giornalettismo

Il Sole 24 Ore sceglie per la prima pagina quei disfattisti di Banca d’Italia, che hanno pubblicato il loro consueto  Bollettino Economico. Forse istigati dal governatore Mario Draghi, arrabbiato perché il governo italiano non lo aiuta nella scalata alla presidenza della BCE,  snocciolano una serie impressionante di analisi e di dati, tanto negativi che la nuvola di cenere sparsa dall’eruzione del vulcano Fimmvorduhals in Islanda, che ha mandato in tilt il traffico aereo del nord Europa, è sembrata un Bankitalia disfattisti Bankitalia: consumi giù, redditi giù, ma  tasse suregalo del cielo. Tenetevi forte e andiamo a leggere: In Italia la ripresa economica è ancora debole“, scrive via Nazionale. Ma come, non era tutto un problema psicologico? Aggiunge: “sulle prospettive di crescita pesano la debolezza della domanda interna e la lenta ripresa dell’export”. Cioè, tutto. E sull’intensità e i tempi della ripresa “pesano la perdurante debolezza dei consumi delle famiglie e l’incertezza sulla capacità dell’economia italiana di agganciarsi al recupero degli scambi internazionali“. Accidenti. Quelli di Bankitalia dicono che dopo la contrazione dell’1,8% del 2009, i segnali per i primi mesi del 2010 “non delineano una inversione di tendenza”. Anzi: il clima di fiducia dei consumatori, in progressivo miglioramento nella seconda metà del 2009, “è tornato a peggiorare quest’anno, riportandosi, in marzo, sui livelli dello scorso giugno“. Perché il reddito disponibile, “calato di oltre due punti percentuali in termini reali nella media dello scorso anno“. Bambole, non c’è una lira. Ops, un euro. Non c’è altro? Certo che c’è: esauriti gli effetti temporanei degli incentivi fiscali per la rottamazione degli autoveicoli, la spesa per consumi sarà frenata. Da cosa? Dalla fiducia in calo delle famiglie, su cui “pesa il maggiore pessimismo circa la situazione economica generale del Paese e l’accresciuta preoccupazione sulle condizioni del mercato del lavoro“.La paura di perdere il lavoro è sempre più forte.

I disfattisti di Bamkitalia ci vanno giù, senza pietà. “Rispetto al picco raggiunto nell’aprile del 2008, il numero delle persone occupate è diminuito di oltre 700 mila unità (-3,1%)“, precisa il Bollettino della Banca d’Italia. Il calo dell’occupazione prosegue dunque anche nei primi mesi del 2010: in gennaio e febbraio “la flessione è stata pari in media allo 0,4% sull’ultimo trimestre 2009“, afferma via Nazionale. A febbraio il tasso di disoccupazione “ha raggiunto l’8,5%, 1,2 punti percentuali in più” rispetto allo stesso mese del 2009. Ed è tra i giovani, nella fascia compresa tra i 15 e i 24 anni, che si registra l’aumento più pesante: il tasso di disoccupazione infatti “è cresciuto di quattro punti, raggiungendo il 28,2%“. Senza contare che ci sono, ricorda nuovamente Bankitalia, i cassaintegrati a zero ore, gli scoraggiati del sud che hanno proprio smesso di cercare un lavoro. Eccetera eccetera.

Basterebbe, ma invece non basta: peggiorano anche i conti pubblici. Dicono gli economisti guidati da Mario Draghi: “la situazione delle finanze pubbliche è notevolmente peggiorata“: il debito pubblico galoppa, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è salito nel 2009 al 5,3% del Pil, dal 2,7% del 2008. Ma insomma, amici di Bankitalia, è mai possibile che, leggendo le vostre analisi, spulciando le tabelle contenute nell’appendice statistica non ci sia neppure una buona notizia, una variabile che cresce? Eccoci accontentati: leggendo bene, una cosa che cresce in Italia gli economisti di Bankitalia l’hanno trovata: il peso delle tasse sulle tasche degli italiani. Nel 2009 la pressione fiscale è cresciuta dal 42,9 al 43,2%. Non ha frenato purtroppo l’aumento del disavanzo perché esso “è riconducibile alla marcata crescita della spesa primaria e alla flessione delle entrate, anche se quest’ultima è stata meno pronunciata di quella del Pil nominale“.

Per fortuna, Berlusconi è troppo occupato a litigare con Fini e ad accontentare Bossi. E i giornali ne parlano tanto, relegando all’interno – Sole 24 ore escluso – questa notizia. Altrimenti siamo sicuri che  il premier si sarebbe arrabbiato molto. Invece dev’essere di buon umore, se l’unica dichiarazione resa dopo il tempestoso incontro con Fini è  quella di avere “mangiato benissimo”. Beato lei, presidente. A noi ci resta solo da masticare amaro.

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