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La storia di Brittany Maynard si è conclusa, come avrete letto qui. La storia di Lauren Hill è ancora in corso, invece. Lauren è una ragazza malata di tumore senza più speranza di sopravvivere; aveva un sogno: giocare nella Wnba, la massima lega femminile di basket.

Lauren Hill

Per permetterle di realizzare – almeno in parte – questo sogno, la Ncaa ha anticipato l’apertura della stagione, e Lauren ha giocato ed è andata a canestro con la squadra del suo college di terza divisione, il St. Joseph in Ohio, in un tripudio di folla.

Non so se tutto questo siano belle storie commoventi per i media che passeranno (perché tutto passa e va). Non so se ci sia una riposta, perché forse non c’é neppure una domanda. So solo che, grattata la superficie dell’evento, delle campagne stampa o di quelle social restano persone. Esseri umani che come noi faticosamente si muovono su questa terra; come noi, legate ad un filo sottile che può spezzarsi in qualunque momento, alla ricerca di un senso che non c’é.

Eppure, se penso a Brittany Maynard che se n’é andata e a Lauren Hill e al suo canestro, un senso provo ad intravederlo. E penso che è vero che la vita è una battaglia da combattere quotidianamente, senza arrendersi mai, ma solo fino al giorno in cui è degna di essere vissuta. Questo insegnano Brittany e Lauren. Così lontane, così vicine a noi.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Ha un cancro, Carol Jumper di Hopewell Township, Pennsylvania. Lo ha detto al suo datore di lavoro, George Visnich, chirurgo orale. E lui l’ha licenziata, con una lettera, senza neppure incontrarla, dopo 12 anni di lavoro.

Cancro-licenziata

E’ una storia che sta scuotendo gli USA, e non solo per la sua scarsa umanità. Gente che si mobilita, con la viralità tipica del web, per sostenere Carol e la sua battaglia contro il cancro e contro il torto subito. E’ una storia che fa riflettere: il comportamento del Dr. Visnich è odioso, vero. Ma è anche vero che un rapporto di lavoro è pur sempre un contratto tra due estranei, che non si basa sul sentimento, ma sulla reciproca convenienza.

La viralità della storia – gli USA sono davvero un Paese strano – è il putno più interessante. E voi? Questa storia vi fa indignare? Vi commuove? Forse è la reazione istintiva. Però, pensateci bene: quante notizie ben peggiori di questa ci scorrono davanti lasciandoci totalmente indifferenti?

Purtroppo, niente di nuovo sotto il sole: viviamo in un mondo disumano, accettando milioni di quotidiani suprusi ed ingiustizie, senza colpo ferire. E ognit ano ci svegliamo, forse per scaricare la coscienza o chissà perché. Mettiamola così: ogni tanto, fermarsi a leggerne una particolarmente odiosa, può servire a renderlo un po’ meno disumano. Almeno per il tempo di un tweet. E poi, chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Robert Atherton ci ha messo 50 anni per pagare la multa presa a Lerici per divieto di sosta, che lo stesso comune si era dimenticato di richiedere. E’ immaginabile un Mario Rossi qualsiasi che ritrova una multa presa a New York nel 1964 e la paga, con annessi interessi?

Multa-50-anni-dopo

Ma la vera domanda, lo spread tra Italia e resto del mondo, è un’altra: è immaginabile che la municipalità di New York si dimentichi per 50 anni di far pagare una multa ad un qualsiasi Mario Rossi del mondo?

Questo è solo l’inizio; chissa cosa verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Chissà la faccia di Ann Collins Johns, prof. di storia medioevale all’Università di Austin in Texas, vedendosi recapitare a casa una lettera di Barak Obama; una lettera di scuse in risposta ad una sua protesta contro Mr. President, che davanti agli operai della General Electric aveva detto che i ragazzi vanno spinti ad imparare i lavori manuali, più remunerativi ed utili di una laurea in storia dell’arte: la versione a stelle e strisce del “con la cultura non si mangia” del nostro Tremonti. Dichiarazione che ha sollevato un vespaio, con stuoli di professori di letteratura, storia e altre materie umanistiche a decantare l’importanza delle materie umanistiche.

creativita-cultura

Resta il fatto che, anche negli USA, le lauree in materie umanistiche crollano: a Yale, ad Harvard, a Standford: una laurea costa, e solo se garantisce sbocchi remunerativi la spesa vale l’impresa. Anche negli States molti dicono che è meglio far l’idraulico che studiare. E invitano Obama a non scusarsi per le sue dichiarazioni, ma a pensare alle cose che servono davvero alla crescita e all’economia. Ed è proprio questo il punto: si fa finta di non sapere che la creatività – che invece si mangia, quando diventa bellezza, arte, ma anche innovazione tecnologica, marketing, stile, design – si alimenta anche e forse soprattutto delle materie umanistiche. Ma è una storia vecchia.

A meno che non ci sia un altro buon motivo per spingere all’ignoranza di massa: quello che il pensiero da fastidio, che è garzie allo studio e al “philosophari” che i popoli hanno riscattato la propria condizione, insidiando “quelli che comandano”.

Mentre a chi comanda piace che i popoli stiano “al posto loro”. Una storia, questa sì, vecchia come la notte dei tempi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Ci sono mille modi per ricordare John Fizgerald Kennedy. Dire che è stato un grande Presidente, quello che ha aperto all’America e al mondo le porte della modernità, del futuro; oppure che è stato un pessimo Presidente, un donnaiolo, uno con molti lati oscuri mai del tutto chiariti. Si possono ricordare la baia dei Porci o il discorso di Berlino, il Vietnam o la lotta alla segregazione razziale. Si possono ricordare Marylin o Jackie, Bob o Lyndon Johnson. E molto altro ancora.

Kennedy

Ma è tutto tempo che passa, sogni spezzati in quel giorno di novembre a Dallas, da uno squilibrato, da un complotto mai chiarito, o chissà da cosa, e perché. Ma c’è una cosa che non dovremmo mai dimenticare. Una frase: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”.

Dovremmo ricordarcelo ogni volta che la sfiducia fa capolino nello squallore delle nostre miserie quotidiane; ogni volta che viene la tentazione di mollare, in questo Paese di vecchi, fatto per i vecchi che si crogiola nel suo agonizzante declino.

Riprendercelo, perché è il nostro, non il loro. Questo mi ha insegnato la storia di JFK. Questo dovremmo ricordarci ogni giorno, ogni minuto, ogni istante.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Estrella Sanchez è una ragazza di 24 anni. E’ nata e vive a New York. Per lei oggi è un giorno speciale. Perché, per quei casi strani della vita, oggi ricorda due persone che le sono care. Il suo papà Miguel e il suo nonno Hugo.

(UPI) 11 SETTEMBRE: L'AMERICA RICORDA LA STRAGE CHE HA CAMBIATO IL MONDO

Hugo non lo ha mai conosciuto, se non attraverso i racconti e le foto di famiglia. Era un ingegnere bello, forte e coraggioso, che partì da Santiago del Chile in cerca di fortuna per l’America, New York. Conobbe Lucy che veniva dal Maine, ed ebbero tre figli. Quando nel giugno del 1973 decise di tornare in Chile per un po’, salutò la moglie e i figli con gli occhi sorridenti: dopo anni di buio, in Chile era rinata la speranza. Le raccontarono che uscì di casa, la mattina dell’11 settembre del 1973 e, puf, sparì. Senza che nessuno abbia mai spiegato dove sia finito, e perché.

Miguel, suo papà, invece se lo ricorda bene: bello, forte, coraggioso, la portava sempre al Luna Park e le comprava un palloncino e lo zucchero filato. Aveva 11 anni quel giorno in cui Miguel si alzò, con lo sguardo cupo – lui che il resto dell’anno era sempre allegro – mentre la salutava prima di andare al lavoro, al World Trade Center, la mattina dell’11 settembre del 2001. Un sorriso dolce sotto gli occhi scuri e anche lui puf, sparì, come un palloncino perduto da un bimbo, senza che nessuno abbia mai spiegato dove sia finito, e perché.

Estrella accarezza Stephen, suo figlio, che ha gli occhi di suo nonno e non sa ancora che per la sua famiglia l’11 settembre è un giorno speciale. Un giorno in cui un’America cattiva fatta di uomini senza cuore aiutò degli uomini vestiti da soldati a uccidere tutti quelli che stavano cercando di ricostruire il Chile. Un giorno in cui un’America bambina, gioiosa e bella come lo zucchero filato che gli uomini buoni comprano ai loro figli al Luna Park sono stati spazzati via in un attimo dalla cieca furia di terroristi senz’anima.

Estrella tiene Stephen per la mano. Vanno a trovare Hugo e Miguel, distesi sull’erba uno accanto all’altro a Green-Wood. Guarda la pioggia sottile che accarezza New York e ripensa a due uomini che partirono da casa con in tasca dei sogni e un sorriso per le loro famiglie. Spariti nel nulla, senza un perché, dissolti nel vento. E spera, ingenuamente, che non ci saranno altri 11 settembre da ricordare, in nessun posto di questo mondo.

A tutte le vittime di tutti gli 11 settembre

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Il 9 settembre sarà una data fondamentale per il destino della Nazione, anzi, per il destino del mondo intero. Il Parlamento discuterà, si confronterà, anche aspramente; forse si dividerà. E poi, rapidamente, la decisione che potrebbe cambiare i nostri destini verrà presa. Non sarà una decisione facile, perché tutti hanno chiara la posta in gioco: dopo, niente sarà più come prima. L’uomo più potente del Paese aspetterà la decisione del Parlamento. E l’accetterà anche se non sarà quella che lui desidera.

Italia-USA

La decisione da prendere è l’attacco alla Siria. Il Parlamento è il Congresso americano. Il presidente è Barack Obama. Alzi la mano che non aveva pensato alla discussione che, lo stesso giorno, si terrà nel Parlamento italiano sulla decadenza di Berlusconi da senatore.

La differenza tra oggetto della discussione, l’atteggiamento delle forze politiche e dell’uomo più potente del Paese che – per coincidenza – si svolgerà qui e là, proprio nello stesso giorno descrive meglio di qualsiasi altra cosa l’infinita distanza tra Italia e Usa, sul piano politico, economico, sociale, civile ed etico. Qualunque sia l’opinione che ognuno di noi ha sulle due questioni.

E spiega perché loro sono già da tempo fuori dalla crisi ed in cima alle classifiche di competitività e noi non riusciamo neppure ad intravedere la fine del tunnel di un apparentemente inevitabile declino.

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Niente è per sempre. Il mondo va veloce: si cambia opinione ogni minuto, come insegnano politici e giornali; cambiano mode, vestiti, cellulari, idee. Spesso si cambia anche il compagno o la compagna di vita. Perché tutto passa, per noia, per amor di novità.

Harold_Ruth_Knape

Qualcuno no; come Harold e Ruth Knape, due novantenni dell’Ohio morti l’11 agosto scorso dopo 66 anni di vita assieme, ad appena 11 ore di distanza. Ruth e Harold. Si conoscevano da bambini, poi si erano innamorati; prendendo sul serio quel “finché morte non vi separi”detto dal parroco il giorno del loro matrimonio, il 20 agosto del 1947.

Harold aveva una laurea e un Master Degree: a quei tempi spalancava molte porte; ma ha scelto di fare per 40 anni il professore in una semplice scuola superiore di Fort Recovery, la sua città, mentre Ruth faceva la segretaria della scuola elementare. Hanno avuto figli, nipoti, pronipoti. Una vita semplice, piena di piccole cose. A loro è bastata.

Una storia antica, demodè. Forse persino patetica. Perché niente è per sempre: è giusto cambiare, cercare il meglio; nuove avventure, nuove amicizie, nuovi lavori, nuove idee, nuovi amori. Perché è vero che solo i cretini non cambiano mai idea e che niente è per sempre.

Però è bello pensare Harold e Ruth seduti su una nuvola a guardare l’orizzonte che s’immerge nella sera. Immaginare la loro vita, una vita semplice, i loro gesti, i loro litigi e le loro rappacificazioni. Harold e Ruth, che si sono scelti e ritrovati ogni giorno per 66 anni. E insieme se ne sono andati a guardare altre stelle in altri cieli.

Grazie Harold e Ruth. E buon viaggio.

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I soldi non danno la felicità. Questo deve aver pensato Chris Reynolds, un tizio della Pennsylvania che, aprendo il suo estratto conto online qualche giorno fa, ha trovato un accredito di Paypal per 92 milioni di miliardi di dollari. Fanno circa 70 milioni di miliardi di euro, più o meno 50 mila volte il Pil italiano.

L’errore – perché di errore, naturalmente, si trattava – è stato corretto rapidamente da Paypal. E quella cifra, un milione di volte più alta del patrimonio del vero uomo più ricco del mondo, il signor Reynolds l’ha vista sparire così com’era apparsa. Ma non se ne è curato: la prima cosa che ha fatto, dopo, è stata una donazione. Poi ha spiegato che con quei soldi per prima cosa avrebbe ripagato l’intero debito pubblico americano (che è di “appena” 16 mila miliardi di dollari). Ha spiegato che l’idea di avere una fortuna del genere lo ha reso generoso. Sennò che gusto c’è?

Reynolds non si sarebbe comprato immediatamente barche, ville, abiti, auto; acquistato giornali, tv, compagnie telefoniche, partecipazioni azionarie, titoli di Stato. Non ha pensato di fondare un partito politico. No, lui avrebbe dato ad altri. Anzi, ha dato ad altri qualcosa dei suoi pochi soldi.

E’ bello sapere che ci sono uomini e uomini. Che in giro ci sono anche persone che hanno un concetto personale di felicità non ancorato a quello del possesso, della “roba”, dell’ego sfrenato. Che all’ “io” preferiscono il “noi”.

Speriamo che sia una malattia contagiosa.

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Ci sono giorni che non hai voglia di fare nulla. Eppure la fai. Momenti che vorresti solo farti piccolo, invisibile, come un passerotto acquattato nel suo nido che aspetta il sole. E invece ti tocca essere aquila, volare in alto nel cielo, prendere in faccia il sole anche a rischio di bruciarti. Perché, oltre all’umana ambizione che muove il sole e le altre stelle, sai che gli altri hanno bisogno di te, di un sogno in cui credere, per cui lottare, per vivere e non sopravvivere.

A volte capita che sei un brillante rampollo di una grande famiglia americana del dopoguerra. Uno che era destinato ad essere il fratello minore, anche se era il più sveglio, brillante, appassionato, perché tuo padre aveva scelto un altro, il tuo fratello maggiore John, per scalare le cime e arrivare a toccare il sole. Ma il destino non lo puoi cambiare.

Così, anche se volevi essere solo un passerotto, quando l’aquila di famiglia è stata fermata in un giorno assolato a Dallas, ti è toccato di farti aquila, di salire in cima, pronto a spiccare il volo per arrivare lassù, fino al sole. E siccome sei bravo, intelligente, capace, quasi ci sei arrivato. Arrivato a toccare il sogno, quel sogno che non è più solo il tuo ma di un intero paese, forse di un mondo intero che vorrebbe cambiare. Ma il destino non lo puoi cambiare.

Ci sono giorni che il destino ti incrocia. E così, mentre sei ormai arrivato a spiccare il volo, proprio mentre tutti aspettano il tuo balzo, qualcuno ti ha fermato, all’Hotel Ambassador di Los Angeles. Dei colpi sparati da un pazzo, forse altri sparati da qualcun altro che trama nell’ombra, e finisci disteso in terra. E anche in quel momento pensi agli altri “E gli altri? Come stanno gli altri?”.

Ci sono giorni che non hai voglia neppure di scrivere. Sono qui, e vorrei farmi piccolo e invisibile, acquattato nel mio nido al riparo da quel sole che a volte ti scalda ma poi ti brucia. Ma non posso. Perché penso al sogno spezzato di quell’aquila che avrebbe potuto volare più alto di tutte nel cielo, e cambiare la vita e i sogni di tutti.

A tutti quelli che hanno un sogno. A Bob Kennedy. Un passerotto caduto dal nido in una calda sera di giugno.

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