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Un uomo giace riverso in fondo ad una tromba di scale; l’hanno trovato così, in un giorno d’aprile di tanti anni fa, nella sua casa, a Torino: forse è caduto, forse si è buttato. Si chiamava Primo Levi. Era un chimico, uno scrittore, un sopravvissuto. Era, soprattutto, un uomo. Uno che ha scritto parole che sanguinano storia. Uno che ha visto, vissuto e ricordato a tutti noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, la sommessa banalità del male. Tanto più difficile da sconfiggere proprio perché è spesso banale, sommesso, silenzioso. Più terribile.

Primo-Levi

Perché l’uomo è capace di bene ma anche di abbandonarsi alla seduzione del male. Lo fa con calma, quasi con dolcezza, scendendo nell’abisso dell’orrore nudo e crudo, di un male tanto banale quanto assoluto, che si fa a bassa voce o spesso in silenzio. Quest’uomo riverso sulle scale che forse è caduto, forse si è buttato, lo ha raccontato a tutti noi. Ed ogni giorno deve ricordarci “che questo è stato”.

Ce n’è ancora bisogno, ce n’è sempre bisogno, ci sarà sempre bisogno. Perché il male è parte dell’uomo, e ognuno può scivolare nelle sue spire. E spesso non serve fare del male, basta guardarlo scrollando le spalle: perché nulla è più necessario al trionfo del male dell’ignavia degli uomini buoni.

Per questo, ancora oggi, a tanti anni da quel giorno d’aprile in cui Primo Levi è finito riverso sulle scale della sua casa di Torino – forse cadendo, forse buttandosi giù – bisogna chiedersi ogni volta, mentre torniamo a casa trovando cibo caldo e visi amici, dopo ore passate a scansare noia e beghe quotidiane, distratti dal rumore di fondo di questa vita dove il male è spesso dietro l’angolo, “se questo è un uomo”. Anche guardandoci allo specchio.

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Oggi non è un giorno come tutti gli altri. A Bergen-Belsen, un posto lontano da qui, eppure vicino come non mai, Anna è morta. Era nata in Germania, ma è cresciuta in Olanda. Una bambinia che giocava in Merwedeplein, ad Amsterdam, con gli altri bambini, che faceva tante domande al papà e alla mamma perché era tanto curiosa della vita, del mondo. Una bambina che sorrideva guardando il cielo, e che fantasticava della sua vita, del suo futuro, di quando sarebbe diventata una donna.

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Anna è morta, perché era una ragazza ebrea. E’ morta così, come spesso si muore, per caso, per violenza, per amore. O per odio; un odio cieco e senza memoria che s’alimenta in molti uomini che cercano nelle piccole differenze tra noi per negare la più semplice verità: che Dio, il caso, la natura, la memoria del mondo, ci ha fatto tutti uguali: tutti diversi ma tutti uguali, sotto lo stesso cielo. Guardando il sole che ti scalda il cuore, con un sorriso verso il cielo.

Uguali, e liberi. Eppure Anna è morta rinchiusa a Bergen-Belsen. E prima ancora è cresciuta rinchiusa in un alloggio segreto, così nascosto che non ci batte il sole. Senza poter uscire, per cercare di sfuggire alla furia cieca di quegli uomini senza scrupoli e senza cuore. Nascosta tra quattro mura, dove a volte le emozioni ribollono, dove il tuo sorriso diventa una piega amara, passando il tempo a scrivere emozioni, pensieri, la vita che passa rinchiusa tra quattro mura. Fino a quando finisci in un posto chiamato Bergen-Belsen. E muori.

C’è sempre il sole che illumina il viso di chi passa in Merwedeplein, ad Amsterdam, o a Bergen-Belsen. C’era una ragazza di nome Anna, che non è mai diventata donna e scriveva in un diario i suoi pensieri. Non è più riuscita a sorridere guardando il cielo e il sole che ti scalda dietro le nuvole.

Non lo dimentichiamo mai. Per favore.

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Mi chiamo Sril Jacob, e ho 6 anni. Sono in questo posto – che mi dicono si chiami Auschwitz – dalla primavera del 1944, dopo un lungo viaggio su un carro bestiame, con il mio fratellino e mia sorella grande, che si chiama Lili, e i miei nonni avvolto nel mio cappottino con gli alamari, un po’rovinato da quella ridicola ed enorme stella gialla che ci hanno appiccicato sopra.

Eravamo migliaia all’arrivo, e dei signori in uniforme che parlavano tedesco ci scrutavano, alzando il braccio, ora il destro, ora il sinistro; la chiamavano Selektion. Quando è arrivato a Lili ha alzato il sinistro e ha detto: “Lagerstrasse!”, mentre quando siamo passati io, i nonni e mio fratellino ha alzato il destro. Mi è dispiaciuto di abbandonare Lili al suo destino, e mi sono intristito perché mi hanno spiegato che lei è stata considerata “Abile al lavoro”, mentre a noi è toccata la “Villeggiatura”. Che fortuna!

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Ci hanno fatto passare per un bellissimo bosco di betulle e ci facevano un sacco di fotografie, ne hanno fatta una ad una bimba che faceva polpette di terra. Poi, arrivati ad un fabbricato, un avvocato ben vestito che capisce il tedesco, ci ha spiegato che bisognava spogliarsi, lasciare i vestiti, perché prima di andare agli appartamenti dovevamo darci una rinfrescata e farci una bella doccia. Che bello! Il medico ha detto di ricordarsi il numero dell’appendiabito, per non perdere i nostri vestiti; l’ho segnato per bene, perché io al mio cappotto con gli alamari, anche se rovinato da quella ridicola stella gialla, ci tengo.

Appena entrati nelle docce, è uscito uno strano fumo dall’odore acre; improvvisamente, per un attimo è diventato tutto buio e mi è sembrato di sentire i nonni urlare; poi solo una grande quiete…ho cominciato a vagare per il campo, come portato dal vento freddo di quassù, ho visto l’avvocato, delle donne, mia sorella Lili che piangeva. Era bello: passavano i mesi, ma non avevo né fame né sete, giravo con gli altri bambini sfiorando i rami delle betulle, vedevo Lili lavorare nel campo e piangere, altri bambini che arrivavano e scendevano a fare la doccia e venivano a giocare con noi.

E un giorno sono arrivati altri uomini, con divise di altro colore, la gente li accoglieva stanca e triste ma senza paura. Io ho seguito la mia Lili entrare nell’infermeria per cercare una coperta. E lì, che bello, ha trovato un album di fotografie. E c’eravamo ie lo ha portato con sé a casa. Sono passati anni, è diventata una donna, e un giorno dei signori sono venuti a chiederle quell’album di fotografie. Le hanno chiesto di farci un libro che si chiama Album Auschwitz.

E bellissimo: c’è mio fratello, c’è Gertel, la bimba con le polpette di terra. E soprattutto ci sono io, mentre sorrido felice a quell’ufficiale tedesco, nel bosco di betulle, a fianco di mia nonna, con nei miei occhi bambini la gioia della vita che mi attende là fuori: i fiori, le ragazze, l’amore, il lavoro, la famiglia i figli, e tutte quelle cose che faranno di me un uomo.

E adesso che sono qui e continuo a viaggiare nel vento, accanto a mio fratello, a Gertel, ai tanti bambini ungheresi, italiani, polacchi, e di chissà dove svaniti in quelle docce di Auschwitz, ma anche assieme a quelli arrivati dall’Armenia, e poi ancora dal Darfur, dall’Iraq, dal Vietnam, dalla Nigeria (mamma mia quanti ne arrivano, tutti i giorni!), spero sempre che la gente si ricorderà di me, di noi, di quello che è successo in quei giorni di primavera, in quel posto chiamato Auschwitz.

Album Auschwitz, pubblicato in Italia da Einaudi, raccoglie oltre 200 foto scattate da due ufficali delle SS per documentare l’efficienza del campo, e ci mostra Auschwitz prima dell’orrore. La marcia ignara, quasi felice, verso lo sterminio. Ne abbiamo già parlato qui, perché sembra il modo migliore per “ricordare che questo è stato” e che può accadere ovunque; anzi, è accaduto e riaccaduto altre volte. Come ha scritto Amos Luzzato, a questo mondo servirebbe “la memoria della memoria”. Perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi), per capire e per rispondere ad un presente dove continuano gli “scontri di civiltà”, alimentati dai piccoli fuochi dell’intolleranza su cui “la bestia umana”  continua a soffiare, qui ed ora.

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Caro Silvio, e cari figli di Silvio,

non so se davvero vi sentite come gli ebrei sotto Hitler. Non so se siete stati privati, com’è accaduto a loro, del proprio lavoro di dipendenti dello Stato, della propria professione medica o di avvocato. Non so se siete stati espropriati della vostra attività imprenditoriale, o del vostro negozio. Non so neppure se vi abbiano mai rintanato in ghetti cenciosi. Non credo.

auschwitz

Sono sicuro invece che nessuno vi ha prelevato mai dalla vostra casa, rinchiuso in un campo di concentramento, marchiato con un numero indelebile sul braccio. E nessuno vi ha costretto a “fare una doccia” per poi gasarvi e bruciarvi, com’è accaduto ad almeno 6 milioni di ebrei sotto Hitler.

Perciò, caro Silvio e cari figli di Silvio, “Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici, Considerate se questo è un uomo”.

E se proprio non riuscite a scusarvi per la castroneria che avete detto, fate almeno una gita ad Auschwitz. Entrate nel museo, guardate quelle stanze, visitate quel luogo.

Vi farà bene.

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Urla il vento sui tetti di Roma; la luce è fioca, il silenzio freddo, davanti alla Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. C’è un eco lontana: sembrano camion, carri. Urla concitate di una lingua lontana e straniera. Grida, pianti, rassegnazione mentre il sole comincia ad illuminare il cielo plumbeo di Roma, riflesso nei camion grigi fermi davanti alla case con il motore acceso.

Non è un giorno qualunque, per questa Roma addormentata dopo la tempesta. La gente di Roma, la città aperta, la città dei Santi e dei Papi, che finge cinismo e disincanto, sa che oggi è “quel” giorno: il giorno in cui, sotto un cielo sordo in un silenzio freddo, i soldati del tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS, violano i patti ed eseguono l’ordine di deportare tanta carne innocente, più di mille persone senza colpa, tra cui 200 bambini.

Urla il vento, ed il suo grido lacera l’aria, in questa Roma abbandonata ed offesa da tutto e da tutti, oggi come ieri, sotto un cielo sordo. Urla per quest’umanità senza futuro, che viaggia nei carri bestiame: carne da macello, pronta per l’olocausto, muta e con gli occhi asciutti in questa notte scura. Storia, è vero; ma è come fosse ieri. Partono per non tornare, mentre il vento di Roma soffia, sempre di più, sempre più forte. Un urlo straziante che si perde nella notte dell’uomo, che ancora si sente distintamente mentre il cielo vomita le sue lacrime sui tetti illuminati da una luce fioca nel silenzio freddo.

Si sente sempre: a Roma, in Italia e in tutto il mondo. Ogni giorno. Ogni notte. Anche oggi.

“All’alba di sabato 16 ottobre 1943 a Roma un centinaio di soldati tedeschi catturarono 1022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. Caricati su un treno che due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, parte verso Auschwitz. Dei 1022 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.”

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E’ una calda notte di luglio a Parigi. Nel quartiere c’è agitazione. Le luci del mattino sorprendono uomini solerti con le divise abbottonate. Entrano e ci caricano su mezzi di fortuna. Ho paura, chiamo mia madre. Non rispondono altro che le sue urla disperate.

Gli autocarri viaggiano, portandoci al Vel’ d’hiv’, il Velodromo d’inverno. Qualcuno dice di star tranquilli, perché anche se siamo ebrei, a rastrellarci non sono i nazisti, ma poliziotti francesi, francesi come noi. Non ci accadrà nulla di male.

Al velodromo soffia il vento. Siamo migliaia, ammassati sulle tribune. Ho caldo, ho sete, ho fame. Non c’è cibo, né acqua, solo puzzo di piscio e sporcizia. Chiamo mia madre ma mi rispondono solo le grida disperate di bambini come me, sono più di cinquemila. Il tanfo è soffocante, piango ma nessuno mi ascolta. Dove sei mamma?

Non so quanti giorni siano passati. Tre, quattro, un’eternità? Cerco la mia mamma, ma mi risponde solo il vento caldo dell’estate. Un vento che soffia verso est, verso altri campi pieni di bambini come me che aspettano, aspettano invano una mamma che torni a rimboccare loro le coperte come nelle notti d’inverno.

Sono qui non so da quanto tempo ormai. Mi chiamo Jean-Claude. Sono morto nel velodromo d’inverno, in un caldo pomeriggio di luglio di tanti anni fa. In mezzo a merda, fango e puzzo di piscio. Ucciso da uomini in divisa senza cuore. Pensando a mia madre sperduta nel vento.

“Il 16 e il 17 luglio 1942 la polizia francese realizza il più vasto rastrellamento organizzato nella capitale e nella sua periferia. 12.884 ebrei sono arrestati: 3.031 uomini, 5.802 donne e 4.051 bambini. Solo 811 faranno ritorno.”

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Ci sono storie che sembrano inventate. Come questa. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco contro l’11a compagnia del III battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozen in via Rasella a Roma, dove restano uccisi 31 militari tedeschi e 2 civili (altri 10 soldati moriranno nei giorni successivi), per ordine di Adolf Hitler viene decisa una rappresaglia di 10 italiani per ogni tedesco ucciso.

Ci sono storie che sembrano incubi. Come questa storia di belve con sembianza umana, che parlano tedesco e dicono: “Punizioni esemplari”. La Convenzione di Ginevra del 1929 fa esplicito divieto per gli atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra. Ma al comando tedesco non importa. Ci si aggrappa ai codici di diritto bellico nazionali che consentirebbero la rappresaglia. Ma si violano anche quelli: non si aspettano le 24 ore di rito perché i responsabili si consegnino, non si indaga su eventuali responsabilità, non si risparmiano civili innocenti, non si fanno avvisi alla popolazione. Ci vuole una punizione esemplare, una rappresaglia.

Ci sono incubi che sono storia. Una punizione esemplare, una parola che mette i brividi, una regressione per la bestia umana che anima il nazismo già agonizzante. Hitler vorrebbe far saltare in aria un intero quartiere di Roma  con tutti quelli che lo abitano, e per ogni poliziotto tedesco ucciso vorrebbe far fucilare da 30 a 40 italiani. Himmler dà ordine di cominciare ad organizzare la deportazione di tutta la popolazione maschile dei quartieri più pericolosi, famiglie comprese rastrellando le persone dai 18 ai 45 anni e solo motivi logisitici. Alla fine la decisione: 10 italiani per ogni soldato. Se sono partigiani prigionieri bene, sennò pazienza. Ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi. L’importante è che la belva umana sia sazia.

Ci sono incubi che durano da 66 anni. Herbert Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma e delle torture contro i partigiani nel carcere di via Tasso, comanda le operazioni, coadiuvato dal capitano Priebke. Un plotone di soldati tedeschi blocca l’accesso alla cava di arenaria, 4 camion portano 335 persone all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese. Arrivano 5 auto piene di SS armati di tutto punto. Scendono lentamente, molti di loro sono stati torturati. Le SS li spingono dentro la cava, cominciano le esecuzioni. I soldati lanciano bombe a mano nella cava, e si infierisce senza pietà anche sui corpi senza vita. Poi due serie di mine servono a nascondere o almeno a rendere più difficoltosa la scoperta di quest’eccidio. Anche le belva provano vergogna.

Ci sono storie che fanno orrore. Finita l’esecuzione, i tedeschi affiggono pure nelle vie di Roma un manifesto in cui il comando tedesco promette che se vengono consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia. Per coprire le loro colpe. Ma anche la terra ha orrore, si ribella: i corpi senza vita emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare, il 25 marzo, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma. In molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo.

Ci sono storie che sembrano un sogno, un incubo, un orrore che non riesce a spegnersi dopo 66 anni. Ma è storia, sono accadute, proprio qui davanti ai noi. Ci sono 335 persone innocenti massacrate per vendetta, in mezzo all’assurda guerra dove milioni di uomini finirono in un camino solo perché ebrei. Storie di cui si è persa la memoria, che si preferisce non raccontare, perché ormai è passato. Storie di un passato che bisogna lasciarsi alle spalle.

E’ vero che tanto tempo è passato. E’ vero che altri incubi disumani compiuti da tanti compongono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo. Sarà. Ma anche per questo io resto qui, davanti a questa strada, e mi sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine.  Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo  e tanti altri. Muti davanti a noi. Il vento continua a soffiare su questa storia.

24 marzo 1944 – 24 marzo 2011. Per non dimenticare

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo  e anche su lo Scarabocchio di Comicomix

Mi chiamo Sril. Sril Jacob. Ho 6 anni. Sono arrivato in questo posto che mi dicono si chiami Auschwitz nella primavera del 1944. Ho viaggiato per giorni su un carro bestiame, con il mio fratellino e mia sorella grande, che si chiama Lili, e i miei nonni. Sono arrivato dall’Ungheria, dove dei signori cattivi ci avevano radunato del Ghetto di Budapest, caricato su questo treno sporco e umido, dove siamo stati ammucchiati per giorni. Avevo un po’ paura, ma mi hanno insegnato a rimanere tranquillo e a non fare storie. Così ho sopportato il lungo viaggio,  avvolto nel mio cappottino con gli alamari, un po’rovinato da quella ridicola ed enorme stella gialla che ci hanno appiccicato sopra. Quando ero stanco, il nonno mi aiutava facendomi appoggiare al suo bastone, oppure il cugino Mendel, o Lili, mi prendevano in braccio. Quando siamo arrivati dei signori che parlavano tedesco, che mi hanno detto essere delle SS, ci hanno fatto sostare su di una banchina: Eravamo a migliaia, tutti radunati, ognuno con il suo soprabito, le signore eleganti nonostante il viaggio, gli uomini in doppiopetto. I bambini aggrappati alle madri, un po’ spaesati come me. Un tipo in divisa ci scrutava, e alzava il braccio. Ora il destro, ora il sinistro. La chiamavano Selektion. Quando è arrivato a Lili ha alzato il sinistro e ha detto: “Lagerstrasse!”, mentre quando siamo passati io, i nonni e mio fratello ha alzato il destro. Mi è dispiaciuto di abbandonare Lili al suo destino, e mi sono intristito perché mi hanno spiegato che lei è stata considerata “Abile al lavoro” e l’hanno mandata ai campi, mentre a noi spetta la “Villeggiatura”. Ora, non è che questo posto sia un granchè, ma sempre meglio del ghetto dove morivamo di paura, ogni volta che sentivamo avvicinarsi quei cattivi in divisa. Sapere che a lei toccherà di lavorare, mentre io potrò finalmente giocare in pace, mi fa sentire un po’ in colpa. Questi signori, non capisco bene cosa dicono, ma sono gentili. Un po’ bruschi, forse, ma molto gentili. Ci sono due uomini, due ufficiali, che ci fanno un sacco di fotografie. Ci hanno fatto passare per un bellissimo bosco di betulle, e una bimba, Gertel, l’hanno fotografata mentre faceva le polpettine con la terra. Ci hanno portato in fabbricato, e fatto scendere nel sottosuolo. Un avvocato ben vestito che capisce il tedesco, mentre sgridava i suoi figli che si mettevano le manine in bocca e volevano correre avanti, facendo inquietare i soldati, ci ha spiegato che bisognava spogliarsi, lasciare i vestiti, perché prima di andare agli appartamenti dovevamo darci una rinfrescata, farci una doccia. La disinfestazione. A me lavarmi non mi piace mica tanto, ma ero così sporco, che ne sono quasi stato contento. Alcune signore, invece, erano imbarazzate, e qualche soldato si è offerto gentilmente di coprirle con un telo, se avevano vergogna. Il medico ha detto di ricordarsi il numero dell’appendiabito, altrimenti al ritorno dalla doccia, con quella confusione, avremmo potuto perdere i nostri vestiti. E io, al mio cappotto con gli alamari, anche se rovinato da quella ridicola stella gialla, ci tengo. Appena entrati nelle docce, si è sentito un rumore, e dalla doccia è uscito uno strano fumo dall’odore acre. E’ stato strano, perché, improvvisamente, mi sono sentito catapultato in aria, per un attimo è diventato tutto buio, ho sentito mia nonna urlare, mio fratello tremare. Poi, più niente, solo una grande quiete…E ho cominciato a vagare per il campo, come portato dal vento freddo di quassù, ho visto l’avvocato, delle donne, la mia Lili che piangeva disperata. E mi è sembrato che passassero giorni e giorni, ma era strano, non avevo né fame né sete, giravamo sfiorando i rami delle betulle, il viso di Lili che lavorava nel campo, gli altri che arrivavano e scendevano a fare la doccia. Non era male, in fondo. E poi, un giorno, sono arrivati dei soldati con divise di altro colore. La gente li accoglieva stanca e triste, ma non c’era paura, anzi. Io ho seguito la mia Lili (chissà perché la chiamo e non  mi risponde più?) entrare nell’infermeria e cercare una coperta. Ma ha trovato un album di fotografie. E c’eravamo noi. Io, mio fratello, i nonni. Lili, non so perché, è scoppiata a piangere, ha stretto a sé l’album, è uscita. Se ne andata dal campo, e sono passati tanti giorni, è cresciuta è diventata una donna. E un giorno dei signori sono venuti a chiederle quell’album di fotografie. Le hanno chiesto di farci un libro, Album Auschwitz. E quel libro è uscito in tutto il mondo, è diventato famoso, adesso è uscito anche in un paese chiamato Italia. E adesso, anche se sono qui che viaggio nel vento, accanto a mio fratello, a Gertel, la bimba con le polpette di terra, ai tanti bambini ungheresi svaniti in quelle doccie di Auschwitz, ma anche assieme a quelli arrivati dall’Armenia, e poi ancora dal Darfur, dall’Iraq, dal Vietnam, dalla Nigeria (mamma mia quanti ne arrivano, tutti i giorni!), mi piace che ci siano tanti che vedono la mia fotografia, mentre sorrido felice a quell’ufficiale tedesco, nel bosco di betulle, a fianco di mia nonna, con negli occhi bambini la gioia della vita che mi attende, i fiori, l’amore, il lavoro, e tutte quelle cose che faranno di me un uomo. Forse, in questi giorni in cui la cronache sforna notizie di ogni tipo, vedendo quelle foto la gente si ricorderà di me, di noi, di quello che è successo in quei giorni di primavera, in quel posto chiamato Auschwitz…

Album Auschwitz è pubblicato da Einaudi. E’ un album di foto scattate da due ufficiali tedeschi per documentare l’efficienza del campo, ritrovato dalla deportata Lili Jacob alla fine della sua prigionia, che ci ritrovò le foto della sua famiglia sterminata e successivamente divulgato in tutto il mondo e, finalmente, anche in Italia. Esso ci mostra Auschwitz prima dell’orrore, la marcia ignara e quasi felice verso lo sterminio in oltre duecento immagini. Oltre questo libro, nell’approssimarsi di questa ricorrenza, Comicomix vi consiglia anche la lettura di Maus, il più grande capolavoro sull’olocausto. E’ un libro a fumetti, e rende chiaro cosa è stato l’Olocausto grazie al fumetto, un’arte straordinaria ma in Italia considerata a torto di serie B. Un’arte con cui si possono affrontare in modo incredibilmente profondo temi difficili e di straordinaria importanza.

(Pubblicato a suo tempo sullo Scarabocchio di Comicomix)

E’ caldo, c’è un cielo plumbeo sui tetti di Roma. Mi chiamo Mario Donati e sto andando al lavoro, sono un sarto, ho un negozio vicino a Piazza dell’Esedra. Mi fermo all’edicola, compro il mio giornale, Il Giornale d’Italia. L’edicolante, di solito molto cordiale, non parla e resta serio, non mi chiede di mia moglie e dei bambini. La prima pagina, titola “Il fascismo e i problemi della razza.”. E’ il 15 luglio del 1938.

Leggo. Dieci grandi scienziati italiani, gente del mio Paese, quello dove sono nato, cresciuto, dove ho sorriso, pianto, amato e vissuto, hanno scritto “Il manifesto della razza”. Dice che le razze umane esistono davvero, che la razza è un concetto biologico e non culturale, che gli italiani sono di razza ariana, che sono una razza pura e non “infettata” da altri popoli e nazioni, e che bisogna fare tutto il possibile perché resti una razza pura. C’è scritto anche che gli ebrei non appartengono alla razza italiana.

Oddio. Io sono ebreo. Dunque, non sono italiano. Mia moglie però non era di religione ebraica. Lei sarebbe ariana, anche se non so cosa voglia dire. E Riccardo e Elena, i nostri figli, cosa saranno? Oddio, perché l’ortolano mi sta guardando con quella faccia? Che cosa ho io di diverso? Cosa ha da gridare quel tipo in camicia nera, davanti al mio negozio? Cosa sta succedendo, e cosa ne sarà di noi, domani.

Il manifesto sulla purezza della razza fu sottoscritto da 180 scienziati, 140 politici, giornalisti, ed intellettuali. Poche settimane dopo furono varate le prime leggi razziali: Ai “non ariani” fu impedita l’iscrizione a Università e scuole pubbliche, tolto il posto nei pubblici uffici, impedito il matrimonio “misto”. Seguirono poi per molti l’internamento e anche la deportazione. La shoah ci fu anche in Italia.

Ricordiamo che questo è stato, perché spesso facciamo persino finta che non sia mai accaduto. E ci sono molti imbecilli che potrebbero farlo succedere ancora.

Pubblicato su Giornalettismo

Primo Levi, l’11 aprile di 23 anni fa, terminò il suo cammino cadendo delle scale della sua casa a Torino dando adito al sospetto, mai confermato, che si trattasse di un suicidio. Primo Levi, che ha fatto capire meglio di tutti gli altri l’essenza della Shoah, del nazismo, della persecuzione e dello sterminio degli ebrei: la banalità del male. Che non si presenta, come troppo spesso siamo indotti a credere, in modo drammatico e spettacolare, facilmente riconoscibile. E quindi esorcizzabile, scacciabile, battibile. No: spesso assume la forma dimessa di facce “normali”, persone “normali”, che con sommessa normalità producono “normale” orrore.

Primo Levi ha scritto parole famose, che sanguinano storia. Parole come pietre, indimenticabili, eppure troppo spesso dimenticate. “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane,  che muore per un si o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.”

Ecco, queste parole di sono importanti anche per noi oggi. Non solo per la “retorica” della memoria. No: Levi ci parla soprattutto della condizione umana, dei suoi limiti e delle sue risorse. La capacità dell’uomo di pensare al bene e la sua fragilità nell’abbandonarsi – quasi inconsapevolmente – alla suggestione del male. Levi parla con voce sommessa, perché non c’è bisogno di urlare per farsi ascoltare quando si racconta l’orrore nudo e crudo, autentico, quando si osserva con lucidità lo smarrimento che ognuno di noi può provare di fronte ad un male tanto banale quanto assoluto.

Non ci sarebbe dovuto essere bisogno di ripeterle. Ma certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo. La bestia umana ha colpito molte altre volte da allora, nonostante quelle parole: in Africa, in Asia, anche di fronte a quel nostro mare dove si passano le vacanze. Ma la bestia umana colpisce a volte in forma ancora più subdola, in mezzo a noi, in piccoli gesti quotidiani che ci fanno dimenticare che dietro gli stupidi stereotipi ci sono, semplicemente, uomini e donne. Altri, proprio come noi. Le parole di primo levi possono servire, e molto, anche oggi.

In questi tempi confusi, in Italia come in Europa e nel mondo, anche nel nostro annaspare alla cieca nella fatica quotidiana del vivere, occorre ricordare “che questo è stato”. Che è successo proprio qui, proprio a noi. Perché molti che potevano hanno voltato la testa senza fermare in tempo la macchina dell’orrore: per stupido calcolo, per superficiale disattenzione, per cinico gioco di potere o di denaro. Ci sono molti temi su cui invece è necessaria attenzione: una crisi economica globale ancora di là dall’essere superata, tensioni negli scenari mondiali che chiamano in causa il controllo di risorse strategiche come l’energia, l’acqua. Lo spettro di cambiamenti climatici e i loro impatti sulla vita di ognuno di noi.

E, nel nostro piccolo, dietro le beghe quotidiane di una politica sempre più lontana dai problemi veri della vita delle persone, ci sono tensioni che ribollono, tra pezzi di Paese: nord contro sud, dipendenti contro autonomi, privato contro pubblico. Mille piccole guerre apparentemente banali e senza importanza, che possono dar vita, in una società frantumata che ha smarrito il senso comune dello stare insieme, a pericolose scorciatoie dalle conseguenze non sempre prevedibili. La seduzione del male, nascosta dietro la banalità di parole, omissioni, sottovalutazioni, piccoli egoismi miopi, è sempre lì. Primo Levi ci ha avvertito. La sua voce risuona sommessa eppure fortissima. Non dimentichiamoci di ascoltarla, perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”

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