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Nella diatriba tra Dolce e Gabbana, famosi stilisti condannati in primo grado per evasione fiscale, e il Comune di Milano, al di là della reazione esagerata – tre giorni di serrata – e dei torti e delle ragioni c’è una cosa che non ho capito. Stefano Gabbana ha reagito alle accuse dell’assessore D’Alfonso con un tweet che dice grossomodo: “Comune di Milano fai schifo”.

Potrà al limite fare schifo l’assessore; o l’intera giunta comunale. Ma che c’entra Milano? E’ una città con pregi e difetti. Con un amministrazione comunale con bravi dipendenti e altri scansafatiche. A Milano ci sono tanti cittadini onesti, laboriosi, intelligenti: uomini, donne, bianchi, mulatti, di destra di centro e di sinistra.

A fare schifo più che il Comune di Milano, o Milano, casomai sono certi milanesi. Gli arruffoni, i costruttori, i voltaGabbana, i tangentari: imprenditori disonesti, politici corrotti, professionisti furbetti. I protagonisti di quella “Milano da bere” che è tra le principali cause dei mali profondi di quest’Italia di oggi.

Non so a quale categoria di milanesi appartengano Dolce e Gabbana.

Di certo a fare schifo sono gli evasori fiscali; di Milano, come di qualsiasi altra città.

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“Non ti fidar di un gelato a mezzanotte” cantava il Quartetto Cetra, o forse era bacio, non mi ricordo bene. Chissà che avrebbero cantato sulla vicenda del coprifuoco del gelato, che è stata raccontata qui, e delle polemiche (alcune molto tristi) che ne sono seguite.

L’amministrazione comunale ha pensato di mediare tra la voglia di divertimento dei partecipanti alla “movida” milanese (e ai relativi interessi dei commercianti) e l’esigenza di tranquillità dei residenti. E se ne è uscita con un’ordinanza ridicola. Adesso, comunque farà, sbaglierà; ma in questo mare di polemiche – da destinare ad argomenti più consistenti, a Milano non ne mancano – forse basterebbero due cose banali.

Un briciolo di reciproca tolleranza e soprattutto un po’ di sana educazione, e le esigenze dei residenti si sposerebbero con il divertimento (e gli interessi) degli altri. Cose che in Italia scarseggiano e che purtroppo non si comprano al supermercato. Le si chiede alla politica, che già è incapace di suo. Ma anche noi non scherziamo.

Buon gelato a tutti. Anche dopo mezzanotte.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Dicono che l’Italia sia il Paese della famiglia. Sarà. Di sicuro, non è un paese per bambini. Di cose da fare ce ne sarebbero tante, grandi e piccole. Politiche fiscali, di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, di organizzazione degli spazi urbani.

Ma i “grandi” sono in tutt’altre faccende affaccendati, e ai bambini regalano magari tanto amore, sotto forma di un videogioco, ma null’altro. Zitto e solo. E se t’affaci dalla finestra in un qualsiasi cortile italiano, un deserto girgio con qualche pensionato che bestemmia o un gatto spelacchiato.

Eppure, ogni tanto, qualcosa succede. La Giunta comunale di Milano, seguendo quella di Torino, ha approvato una modifica al Regolamento di Polizia urbana per permettere ai bambini di poter tornare a giocare nei cortili. Com’era una volta, prima della sbornia da edonismo televisivo.

Per anni è stato vietato ai bambini di tutto, anche di uscire di casa e giocare tra di loro (a palla, a nascondino, a qualsiasi cosa; insomma, di fare i bambini. Perché sennò disturbano la “quiete” dei condomini. Anni che hanno reso i nostri quartieri più tetri e grigi e – forse non a caso – il nostro paese più “povero” e spento.

Ed ecco che da Milano arriva questa piccola macchia di colore. Certo, una cosa piccola, una briciola. Speriamo contagiosa. Perché – come la favola di Pollicino insegna – sono le briciole che possono riportarti a casa. Facendoci intravedere, da quella finestra sul cortile, una cosa che abbiamo dimenticato mentre inseguivamo la noia di un mondo senza disturbi”, senza colore, senza rumore, senza sapore.

L’infanzia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Da qualche giorno in Piazza San Babila a Milano, la chiesa omonima è coperta da un telone, di quelli che ricoprono i nostri monumenti durante un restauro. Un gradevole modo di ricordare a tutti che lì c’è qualcosa di prezioso: in questo caso, una chiesa di grande valore storico, culturale e religioso.

Ma a Piazza San Babila sulle impalcature campeggia l’immagine di un bel ragazzo disteso per terra, con la mano sinistra vicina al basso ventre, mentre una gamba femminile che calza una decolletée con tacco a spillo lo sovrasta dall’alto. Immagine forse gradevole, ma certo un po’ meno in linea con il monumento che dovrebbe coprire.

I passanti hanno immaginato l’ira della Curia, cogliendo la sfida alla decoro del monumento e alla morale cattolica. Curia attenta alla morale: un paio di anni fa, attaccò il direttore del Teatro San Babila – situato di fronte alla Chiesa – che ebbe l’ardire di appendere la disdicevole immagine di quel senza dio di Babbo Natale.

No. stavolta l’autorizzazione è arrivata dalla Curia stessa. Pecunia non olet e la coscienza val bene una messa. Il direttore del teatro San Babila ha scritto alla Curia, chiedendo la rimozione dell’immagine che “lo ferisce come uomo e come cattolico”. Si possono reperire fondi con la pubblicità ma è “grave è accettare qualsiasi compromesso pur di raggiungere lo scopo, calpestando ogni principio”.

 Forse dovrebbe essere aggiornato sui precetti della Chiesa del 2000. Prima di scrivere certe lettere, chieda a Bertone e Ruini di Berlusconi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

A Milano la giunta Pisapia ha aumentato i biglietti dei mezzi pubblici. Per la giunta, la colpa è della precedente amministrazione di centro destra, che ha aperto una voragine nei conti che va in qualche modo turata. Per l’attuale opposizione (ex maggioranza) si tratta di una manovra iniqua, che “mette le mani nelle tasche dei milanesi” in modo ingiustificato ed indifferenziato.

In questo gioco delle parti a cui ormai siamo abituati (e di cui forse siamo anche un po’ stufi) spicca l’intervento di Matteo Salvini, capogruppo della Lega Nord, vicesindaco mancato: “Invitiamo i milanesi che scendono dai mezzi pubblici e il cui biglietto non è ancora scaduto a "cederlo" agli altri passeggeri in attesa alle fermate. La settimana prossima inizieremo a installare alle fermate Atm le cassette in cui depositare i tagliandi ancora validi”.

Non sapremo mai se, a parti invertite, la mancata Giunta Moratti-Salvini avrebbe anch’essa aumentato i biglietti. E neppure se gli esponenti del Pd o dell’Idv o Pisapia stesso avrebbero anch’essi detto una tale castroneria.

Di certo, sappiamo i brillanti risultati che questa “cultura di governo” ci ha regalato in questi anni e ci sta regalando in questi giorni.

Pubblicato su Giornalettismo

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A Milano la repressione è arrivata. Come ai tempi dell’invasione di Federico Barabarossa. Travestito da “piano straordinario del Comune per rendere il traf­fico più fluido. L’Invasione però è visibile: ci sono 54 incroci presidiati da altrettanti vigili urbani (Ghisa per rispetto alle tradizioni locali e al bilinguismo). Il travestimento scelto dal comune per mascherare l’invasione barbarica è quello di pattuglie di vigili urbani che si mettono a fare qualcosa di davvero incredibile: le multe per divieto di sosta!

 

L’anno scorso a Milano sono state staccate oltre 900 mila multe per divieto di sosta, a cui si aggiungono 22.264 automobilisti mul­tati per aver lasciato la macchi­na in strada con le quattro frecce. Per questo ci sono stati oltre 1.700 tram e autobus bloccati dalla sosta sel­vaggia, quasi 5 al giorno. Con un tem­po medio di stop che supera l’ora e mezza.

 

L’invasione per ora è soft, ma ben presto diventerà più aggressiva: nelle prossime settimane sa­ranno in strada anche 160 ausi­liari della sosta che potranno staccare an­che sanzioni diverse rispetto al­le violazioni delle regole su stri­sce gialle e blu. Qualche temerario vuole addirittura uti­lizzare le 1.070 telecamere del Comune per fare multe o al ri­corso a mezzi mobili che regi­strano le targhe per contrav­venzioni a strascico.

 

Per fortuna, sulla libertà dei cittadini, come ai tempi di Federico Barabarossa, ci sono degli eroi che vegliano su di noi: il nuovo Alberto da Giussano si chiama Matteo Salvini. Proprio lui, quello dei cori razzisti trasmessi su internet. Quello che voleva i posti riservati ai milanesi doc sulla metro. Che ha subito detto di aver ricevuto “lamentele di cittadini multati in zone adiacenti al la­vaggio strade. Quest’ultime so­no contravvenzioni senza sen­so. Mi auguro che non si arrivi a un multificio indiscrimina­to”.

 

A noi, che siamo menti semplici, appare chiaro che una multa per divieto di sosta è una multa per divieto di sosta. Se l’auto è parcheggiata in divieto di sosta, è giusta. Se le auto in divieto di sosta sono 1 milione, fanno un milione di multe. Se nessuno parcheggia in divieto di sosta le multe spariscono. O no?

 

Prendere una multa dopo aver parcheggiato l’auto in divieto di sosta dà fastidio (è successo anche a noi!) ma che questa possa essere una lamentela politica contro i “poveri automobilisti perseguitati” sembra troppo. Pare una storia inventata, da farci un film: “L’invasione delle multe e la rivolta del pirla”. No, pensandoci è molto meglio il film su Alberto da Giussano: almeno lui molto probabilmente è un personaggio di fantasia. Certi politici invece sembra esistano davvero, anche se pare incredibile.

Buon tutto!

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In Italia c’è la crisi economica. Sono tempi di ristrettezze per tutti. E c’è pure stato il terribile terremoto in Abruzzo. Così, anche se siamo nel pieno di una infuocata campagna elettorale, il partito del popolo, il popolo della libertà, quello del nostro adorato e amato premier Silvio Berlusconi, ha deciso di condurre una campagna elettorale nel segno della sobrietà: niente manifesti 6 x 3, niente gadget costosi. Ma impegno e misura: parleranno i fatti di questo governo, è la linea dettata dal premier. Certo, che anche se siamo sobri, qualche cena, non per il piacere di mangiare, naturalmente: ci vuole sobrietà! – elettorale, di autofinanziamento, si può fare: come quella del 19 maggio  in onore di Guido Podestà, candidato alla Provincia per PdL e Lega nord. Una cena tra amici, circa 60 commensali, nella suggestiva Villa Gemetto di Lesmo, in Brianza, a due passi da Arcore, che tra un mese ospiterà il G8 della scienza. Cena a cui ha partecipato anche Berlusconi per sostenere l’”amico Guido”. Un menù spartano: bufala, mozzarella, basilico, filetto in salsa di rosmarino, sformato di verdure e gelati. E sempre in nome della sobrietà, è stato richiesto a chi partecipava di regalare un modesto contributo: appena 50 mila euro a testa, in cambio dell’onore di cenare assieme a Silvio Berlusconi. Non possiamo negare una certa invidia, per i fortunatissimi commensali: gente di gran classe, come Diana Bracco, presidente della società di gestione dell’Expo 2015, Marcellino Gavio re delle autostrade, Desiderio Zoncada banchiere di dio, Norberto Achille, presidente delle ferrovie nord, Carlo de Albertiis di Assimpredil. E tanti altri, tutti in fila con il loro assegnetto, per aiutare la sobria campagna elettorale del sobrio Silvio Berlusconi e del suo concorrente, il sobrissimo Giulio Podestà. Tutti uniti per sconfiggere lo strapotere economico-finanziario di Filippo Penati, il presidente in carica, ex sindaco di Sesto S.Giovanni, la Stalingrado d’Italia, sostenuto dai salotti-bene degli operai della Magneti marelli e dagli astuti finanzieri di Lorenteggio e dei navigli. L’atmosfera alla cena era festosa, anzi: elettrica. I commensali avevano letto le agenzie e speravano che fosse questo il famigerato appuntamento elettorale di cui si parla da tempo e che vedrebbe il coinvolgimento delle 3 giovani candidate rosa del Pdl: Licia Ronzulli, Barbara Matera e Lara Comi. Invece no, le 3 ragazze non c’erano: questo è il tempo della sobrietà. C’era solo la ministro Maria Stella Gelmini. Meglio che niente, ma sempre troppo poco per 50 mila euro. Ad un certo spunto si è sparsa la voce che alla cena avrebbe fatto un’improvvisata almeno Noemi Letizia, la ragazza che chiama il premier papy, con un gruppo di sue amiche che avrebbero allietato il dopo cena dei commensali e che avrebbe alleggerito la pena della cifra spesa per un po’ di mozzarella e le barzellette di Berlusconi. Ed in effetti, improvvisamente, i commensali hanno notato un certo movimento all’ingresso. Certi che si trattasse della bella (ex) minorenne, gli imprenditori dal cuore tenero e dal portafogli gonfio hanno cominciato a battere le mani, felici come bambini, e hanno iniziato a cantare “Aggiungi un posto a tavola”. Ma l’entusiasmo è scemato quando è apparso un distinto signore di mezz’età dall’inconfondibile accento inglese: era David Mills, l’avvocato inglese condannato perché, secondo la sentenza di un tribunale italiano, “Mentì per salvare Berlusconi”. L’avvocato Mills era giù di morale per la motivazione della sentenza che lo ha condannato a 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari. Sentenza che dice che Mills agì da falso testimone "per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l’impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati”. E che Berlusconi si è salvato solo perché nel frattempo si è fatto approvare il lodo Alfano che ne sospende la punibilità penale. L’avvocato Mills, con stoico senso del dovere, pur se prostrato dalla sentenza ha intuito la delusione della sala per il suo arrivo. E per sciogliere il gelo ha raccontato una barzelletta: ha detto che in Inghilterra, il suo paese, il presidente della Camera dei Comuni Michael Martin si è dimesso in seguito allo scandalo dei soldi pubblici usati dai membri della Camera per pagare manutenzione di piscine, giardinieri, e persino lampadine nelle seconde case. Si è dimesso, ha detto Mills, non perché è direttamente coinvolto nello scandalo: ma perché anziché di renderlo pubblico ha provato – senza riuscirci – di nasconderlo all’opinione pubblica. Dopo un momento di silenzio, i commensali si sono messi tutti a ridere, e l’atmosfera è tornata allegra. L’Avvocato Mills allora si è rivolto a Silvio, gli ha chiesto dov’era l’incasso della serata, come compenso per il suo disturbo, ha girato i tacchi, ha educatamente salutato tutti e se ne è andato. Ai poveri cummenda non è rimasto altro che bere un amaro e andare a puttane. Più o meno, come l’Italia.

Buon tutto!

 

(La vignetta è rielaborata a partire dalle locandine de “La grande abbuffata” di Marco Ferreri e di “Aggiungi un posto a tavola” di Garinei e Giovannini)

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Ne avevamo già parlato anche noi dello Scarabocchio. Dopo aver deciso, appena 374 giorni dall’assegnazione dell’Expo Universale a Milano la creazione della società di gestione dell’Evento, e la nomina ad Amministratore delegato di un uomo fuori dal comune come Lucio Stanca, per la modica cifra di 480mila euro, tra retribuzione e bonus, per la quale era stato necessaria una norma ad hoc nel decreto con cui sono stati fissati i criteri di governance dell’Expo, mancavano solo 2  trascurabili dettagli: la sede della società  e  i soldi per finanziare le opere da realizzare e l’evento. Ma Lucio Stanca non si è perso d’animo. Dei soldi per l’Expo non gliene importa nulla, naturalmente, se si eccettuano quelli per il suo compenso. Ma delle sede, perbacco, sì. Con piglio decisionista del manager di razza qual è ha scelto: la sede della società a Palazzo Reale, nel cuore di Milano. Si tratta di una sede prestigiosa e davvero degna per chi dovrà governare l’occasione del secolo per la capitale meneghina. Con generosità la sindaco del Comune di Milano, Letizia Moratti, ha offerto la sede, ad un prezzo modico. Per l’affitto la simpatica Letizia ha chiesto un prezzo simbolico: prezzo di 1,150 milioni di euro l’anno. Un prezzo da amico, ha detto.  Perché il Comune è obbligato a valorizzare il patrimonio dei cittadini e deve farlo a valore di mercato. E poi per quella sede avevano tante altre richieste. Secondo il presidente della Provincia Penati, s’era candidata Vittoria Beckham. Sia come sia, Lucio Stanca però c’è rimasto male. Credeva, chissà perché, che essendo il Comune di Milano uno dei soci e dei promotori della manifestazione, l’offerta sarebbe stata più generosa. Forse la sindaco è un po’ stanca, e ancora dispiaciuta perché in quel posto voleva il suo fedelissimo Paolo Glisenti, che fu silurato da Lega e da Tremonti. Ma Stanca è proprio un incontentabile. Il Presidente della Provincia Penati ha detto che era disponibile ad offrire, gratuitamente,  la disponibilità di Villa Schleiber. Un posto bellissimo, che si trova però in periferia, a Quarto Oggiaro. E Lucio Stanca si è chiesto: “Cosa ci fa un supermanager da 500 mila euro l’anno come me a Quarto Oggiaro? Ma stiamo scherzando?” Come può il povero Lucio meditare sull’opportunità di dimettersi  da parlamentare per manifesta incompatibilità da Quarto Oggiaro? No, niente da fare: Palazzo reale è la sola risposta a problemi che sono fondamentali per il perseguimento del massimo risultato degli investimenti previsti, nell’interesse della collettività lombarda e nazionale, ha detto, piccato, il buon Stanca alle agenzia di stampa. E’ evidente che ha ragione: e infatti è stato subito spalleggiato da Diana Bracco, la presidente della Società, la presidente di Confindustria milanese, quella che, come vi avevamo già raccontato, è proprietaria di un’area industriale a cinque minuti di auto dai padiglioni dell’Expo per i quali la giunta di centrodestra ha modificato la destinazione d’uso e su quell’area sarà costretta a costruire alberghi e centri commerciali. Ma Stanca è stanco: si è anche visto negare la sua sacrosanta richiesta di avere il premio di 150 mila euro anche in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi dal rappresentante del Ministero dell’Economia, che casualmente è anche il presidente Leghista della provincia di Como. E lui, supermanager dei manager, si sente pure svillaneggiato da Matteo Salvini, superpirla dei pirla,che dice “Mi auguro che le preoccupazioni di un amministratore di una società così importante siano altre e non certo quelle di una scrivania con vista Duomo”. Purtroppo la situazione è grave e la riunione di domani mattina della società rischia di essere un altro fiasco. La squadra di Stanca che prevede 6 direzioni generali per le infrastrutture, relazioni istituzionali, relazioni internazionali, ufficio legale, finanza, pianificazione, comunicazione e marketingè stanca di aspettare. Ma purtroppo c’è anche un altro problema da risolvere: lo ha rivelato Philppe Daverio che vuole costituire al più presto una task force geografica che spieghi all’amministratore delegato e vice presidente della Società dell’Expo 2015 dove è questa città. Perchè Stanca, come Pippo, non lo sa. E anche noi abbiamo qualche dubbio: pensavamo che fosse addirittura il capoluogo della Lombardia, ma a leggere questo guazzabuglio pare la capitale della Terra dei piccoli creti.

Buon tutto!

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La Pasqua porta grandi novità. Il decisionismo della nuova Italia Berlusconiana trionfa ancora. Ai decisionisti della nuova Italia sono bastati appena 374 giorni dall’assegnazione dell’Expo Universale a Milano per creare la società di gestione dell’Evento. Ora la grande iniziativa "Nutrire il pianeta, energia per la vita" potrà tranquillamente decollare. E sarà una straordinaria opportunità per riflettere su un tema epocale come la nutrizione del mondo e per offrire all’Italia una grande vetrina internazionale, e per permettere a Milano di essere finalmente all’altezza con le metropoli europee. Mancano solo 2  trascurabili dettagli: la sede della società (dal primo aprile non ha più quella vecchia)e  i soldi per finanziare le opere da realizzare e l’evento. Ma sono quisquilie senza importanza. Per gestire un evento così importante e così complesso è stato chiamato un uomo eccezionale: Lucio Stanca, nominato Amministratore delegato della società. Un uomo che, per la gravosità del compito che lo aspetta, è stato compensato in modo parco, senza scialacquare. D’altronde, sono tempi di crisi e bisogna essere rispettosi della povera gente che perde il posto di lavoro, e ora – con il sisma d’Abruzzo – soprattutto di coloro che hanno perso proprio tutto. Quindi, per il compito gravoso al povero ex Ministro e attuale deputato al parlamento sono stati offerti solo  480mila euro, tra retribuzione e bonus: una vera miseria. Per dargli questi pochi soldi il governo Berlusconi è stato anche costretto a derogare le leggi vigenti in materia di retribuzione per incarichi di società a capitale pubblico, facendo ad hoc una norma nel decreto con cui Berlusconi ha fissato i criteri di governance dell’Expo. Povero Lucio, per un compito così Stanca-nte bisognava pur fargli un piccolo omaggio. Ma il nostro ex ministro è un uomo eccezionale, lo abbiamo già detto. E nonostante il compito sia molto impegnativo, ha deciso di restare al suo posto in Parlamento, sfidando le assurde regole sull’incompatibilità  tra incarico di parlamentare e amministratore di società. Le norme, infatti, sono controverse, e Lucio Stanca è molto rispettoso delle leggi: ha detto che lascerà che a decidere sia la Giunta per le elezioni. Nel frattempo, si sacrificherà per il bene del popolo, della nazione e di Milano: continuerà a fare il parlamentare dal lunedì al venerdì, e farà l’Amministratore delegato dell’Expo il sabato e la domenica. Dovrà mettere in moto una macchina complessa, che parte con appena un anno di ritardo, che deve ancora trovare i soldi per le opere e che richiede il coordinamento di molte istituzioni locali, mediazioni tra punti di vista e interessi non sempre convergenti. Sarà certo un’attività che lo Stancherà un po’, ma l’Expo di Milano val bene una messa, no? E poi, l’infaticabile Lucio potrà contare sull’aiuto di un’altra campionessa del disinteresse e della dedizione al lavoro: Diana Bracco, la presidente dell’Expo 2015, che anche lei è costretta per il bene della nazione a ricoprire contemporaneamente la carica di presidente degli industriali milanesi. La poveretta, massima rappresentante degli interessi degli imprenditori privati di Milano, resterà alla guida della società che dovrà gestire miliardi di euro pubblici da distribuire tra le imprese private che costruiranno strade, metropolitane, padiglioni, residenze a Milano. Un sacrificio notevole. Anche perché nel frattempo la poverina, si è vista – di certo con sua grande sorpresa e sconcerto – anche modificare la destinazione d’uso di un’area industriale di sua proprietà a cinque minuti di auto dai padiglioni dell’Expo dalla giunta di centrodestra, e su quell’area sarà costretta a costruire alberghi e centri commerciali. Un impegno faticosissimo, al quale – per non essere da meno al suo Amministratore delegato – anche lei si dedicherà ovviamente durante il tempo libero. Nel frattempo, la macchina dell’Expo continuerà ad andare. Liscia, come l’olio. Quell’olio che serve per ungere tutte le ruote. Possiamo stare tranquilli. Sarà una fatica improba, sarà  Stanca-nte, ma Bracco e Stanca non lasceranno indietro nessuno. Neppure a Milano.

Buon tutto!

(Auguri a tutti i 36 piccoli lettori dello Scarabocchio!!!)

(Forza, Abruzzo!!!! Siamo con voi!)

Letizia Moratti in arte Suor letizia, ha un grande amore: Milano e la sua gente. Per questo ha fatto un sogno, lottando contro tutto e contro tutti: l’Expo 2015. E ha vinto la sua battaglia. Ma qualcuno gli sta combinando un bello scherzetto. Suor letizia non ne poteva più di vedere la sua povera Milano ridotta in miseria, la Madunina triste e la Scala così malridotta che sembrava ormai più un sottoscala. Per riportare la sua adorata Milano allo splendore di un tempo, quello della Milano da bere, si è messa la lavoro con grinta e caparbietà. Ed ecco il miracolo a Milano: l’Expo 2015. Un evento mondiale, una cosa fantastica. E Suor letizia, che nasconde dietro i dentoni aguzzi un animo gentile e candido, ha pure scelto per l’Expo un tema commovente: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Tecnologie, innovazione, cultura, tradizioni e creatività dell’alimentazione e del cibo. Il diritto ad una alimentazione sana, sicura e sufficiente per tutti gli abitanti della Terra. Una donna commovente, un’anima gentile. Ma che sa guardare al futuro….

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Buon tutto!

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