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Sono le  5,21 del 28 dicembre 1908. E’ lunedì, è buio e fa freddo. A Messina gran parte della popolazione ancora dorme. C’è stata gran festa ieri sera: la festa di santa Barbara. Ora tutti riposano, anche se i panettieri iniziano a sfornare il primo pane caldo del mattino. Il silenzio è squarciato improvvisamente da un boato. Dopo la terra ha iniziato a tremare, per un tempo che è sembrato infinito, e subito dopo un silenzio assordante, mentre una nuvola di polvere ha oscurato il cielo. Immersi nella notte e nella pioggia dalle macerie sono usciti uomini seminudi, donne inebetite e bambini assonnati. Si sono guardati attorno, piegati da un attonito stupore, e hanno vagato nella terra piagata Alcuni si sono messi a correre verso il mare in cerca di riparo, altri sono rimasti a guardare le loro case sventrate e sono stati inghiottiti dalle esplosioni e dagli incendi scoppiati all’improvviso tra le voragini e le montagne di macerie, che hanno avvolto case e palazzi. All’improvviso, il mare ha cominciato a gridare e a gonfiarsi, e ha vomitato tre enormi conati di acqua salata sulla città, ingoiando tra i flutti migliaia di persone stordite. La città si è dissolta, liquefatta, ed è apparsa al chiarore dell’alba solo un cumulo di rovine. Macerie, distruzione e 80 mila morti, mentre le stelle restavano mute a guardare quella desolazione, quei corpi, quel pianto senza fine. E c’erano quelle stesse stelle anche alle 21,06 del  6 maggio 1976, quando le montagne del Friuli hanno spazzato via in un attimo Gemona, Osoppo, Bordano, Trasaghis e Venzone, sventrando case, fabbriche, e il muto ricordo di 989 persone. Stelle che splendono mute nel cielo ferme a guardare anche nella placida sera del 23 novembre 1980, quando alle 19,34 le colline e i monti dell’Irpinia cominciarono a tremare senza fine, e dopo quell’interminabile movimento del mondo  2.700 sogni furono spezzati per sempre sotto le macerie di case di sputo, fatte di cartapesta e cemento armato. E ancora trema, questa terra amara, trema sulle colline dell’Umbria e delle Marche nella notte del 26 settembre 1997, sempre con quel rumore sordo, questo cielo che aspetta in silenzio e guarda case e palazzi ballare un’assurda danza, di paura e di morte. Una lunga scia che continua, inarrestabile, nel silenzio attonito degli uomini e delle stelle. E di nuovo, dopo i bambini di San Giuliano, l’Appennino regala paura e morte a tanta povera gente d’Abruzzo. E ancora il pianto delle madri e dei padri, ancora orfani, ancora bestemmie, e grida e terrore. Ancora quelle stesse stelle, ora come allora, mute e silenziose davanti a quegli sguardi attoniti, a quel pianto antico, quell’ignaro chiedere dell’uomo una domanda senza riposta: “Perché?” Una lunga infinita scia di pianti e di dolore, mentre ora comincia il gran ballo di nuovi avvoltoi, che atterrano sul dramma per fare una trasmissione in Tv. E ci sono i soccorsi che arrivano a volte rapidamente e a volte no, ci sono uomini da poco che si lanciano accuse e scuse su quello che poteva essere fatto e non si è fatto davanti a quei morti con lo sguardo verso il cielo. Ma nel silenzio della notte, ora come allora, ci sono un padre e una madre che si chiedono “perché è morto mio figlio ed io non ho neppure un graffio?”. Ora come allora, tra le case sbriciolate, guardano verso quel cielo muto che, ora come allora, si lascia guardare e non può rispondere. Un silenzio che pesa su tutti gli uomini e le donne di buona volontà, mentre la terra continua a tremare, un bimbo che singhiozza davanti ad una bambola di pezza senza un senso né un perché. In quel silenzio, ora come allora, uomini e donne restano muti a guardare i loro figli sorridere, le loro case serene, gettando uno sguardo pietoso e distratto, senza fine e senza tempo verso quelle foto ingiallite o verso quelle urla così vicine, senza sapere cosa dire e cosa pensare, con il cuore che – anche lui – non riesce a smettere di tremare. Fuori, sotto la pioggia che batte sulla terra e dentro i cuori degli uomini e delle donne dell’Abruzzo ferito, un’altra notte italiana ed un cielo scuro coperto di stelle. Mute, immobili, placide. Eternamente silenziose.

 

Per una volta, scusateci, ma non riusciamo a scrivere Buon tutto.

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