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Monti 1.: “Il Paese ha bisogno di ammodernare il modo di prendere le decisioni: nessuno può avere potere di veto e comunque il Parlamento è interlocutore di livello privilegiato rispetto alle parti sociali”. Monti 2: “Se attraverso le sue forze sociali e politiche il Paese non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro potremmo anche non restare”. Monti 3: “Questo governo ha un alto consenso nei sondaggi, e i partiti no”.

Riassumiamo: sono il Governo, faccio le riforme. Posso anche ascoltarvi, ma sono io a decidere. O mangiate la mia minestra – che è quella che serve all’Italia, fidatevi – o saltate la finestra. Un concetto un po’ “personale” di democrazia. Niente male per un “tecnico” prestato temporaneamente alla politica.

Monti in questi pochi mesi ha fatto molte cose. Diverse buone, ma altre meno buone. Ma se si veste da “dittatore benevolente”, o meglio da “uomo della provvidenza” proprio non mi piace: ne abbiamo avuti un paio, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Come ha spiegato Amartya Sen: “un Paese non deve essere giudicato pronto per la democrazia, ma lo deve diventare mediante la democrazia”. E la democrazia s’incarna nelle forze sociali e in quelle politiche.

Che a Monti piaccia o no.

Mario Monti riuscirà a formare un governo. Se riuscirà a governare è un altro paio di maniche. Tra veri nemici e falsi amici, mentre le banche di tutto il mondo “scaricano” i titoli di Stato italiani portandoci ad un passo dall’insolvenza, sembra che in Italia pochi si rendano conto che la differenza non è solo semantica.

Perché abbiamo un vero talento per farci del male da soli. Vent’anni di contrapposizioni sterili tra berlusconiani e anti berlusconiani lo dimostrano. E quest’ultima settimana, tra improbabili rispolveri di parlamenti padani, sospetti di congiure internazionali anti-italiane, veti e contro-veti buoni solo per futuri riposizionamenti di carriera di qualche politicante lo confermano.

E’ un godimento italiano, come la nostra grande passione per gli “uomini della provvidenza”, di ieri, di oggi e di domani. Gli italiani sembrano non voler capire che non è di un padre-padrone che hanno bisogno, ma di diventare – dopo 150 anni – finalmente adulti, Monti o non Monti. Non sarà facile riuscirci.

Ma vedere molti italiani tifare contro fa pensare al famoso marito che per far dispetto alla moglie, si tagliò gli attributi. E’ questo che vogliamo?

Pubblicato su Giornalettismo

L’Ufficio veneziano dell’Unesco aveva deciso tempo fa di organizzare un convegno sul “futuro di Venezia e della sua laguna nel contesto del cambiamento globale”: oltre 60 esperti internazionali, tra cui Renato Brunetta, veneziano e ministro, chiamati a discutere per tre giorni delle sfide legate al mutamento climatico, che Venezia e la sua laguna dovranno affrontare. Ma quel convegno non si farà.

Lo ha chiesto ed ottenuto il governo italiano. Perché? Pare che a mettersi di traverso sia stato – nonostante i gravosi impegni “economici” di questi giorni – proprio l’eroico ed instancabile piccolo grande. Sembra non abbia gradito la presenza tra i relatori di alcuni esperti contrari al Mose, il mega-progetto da 5 miliardi e mezzo di euro che il governo – Brunetta in primis – vuole ostinatamente portare avanti nonostante molti pareri contrari da parte dei residenti della laguna.

Molti esperti interessati hanno confessato di non capire perché non si possa tenere un convegno “neutro” dove si possa discutere e persino dividersi tra esperti favorevoli e contrari ad un progetto, al di là delle opinioni di un governo e di non comprendere questa passione per il “pensiero unico”.

Come si vede che non sono italiani contemporanei.

Pubblicato su Giornalettismo

Un gelido mattino prende il posto di una notte senza luna all’idroscalo di Ostia. Un corpo massacrato è lì da ore, con lo sguardo spento rivolto verso il cielo. E’ un uomo, si chiama Pierpaolo Pasolini. Vorranno farci credere che è stato un delitto casuale. Ma basta guardare per capire che lì si è consumato un agguato.

Diranno che è stato ucciso perché era un “frocio”. Ma forse è accaduto perché era un uomo scomodo, con una vita straordinaria di romanzi, saggi, trasmissioni televisive, film, polemiche, che negli anni ’70 aveva capito – meglio di noi – l’Italia e l’Europa di oggi. Forse ammazzato perché aveva scoperto verità imbarazzanti sulla fine di Enrico Mattei.

Pierpaolo è morto all’idroscalo di Ostia, in una notte fredda e senza luna, 36 anni fa. Ma è stato ucciso molte volte, prima e dopo quel giorno. Dal fascismo di destra e il perbenismo borghese di un Paese piccolo piccolo che mangia “la Ricotta” disprezzando i suoi figli migliori, e dal fascismo di sinistra che tace per ipocrisia mandando allo sbaraglio i suoi figli migliori che continuano a dire ciò che è giusto anziché adeguarsi a ciò che conviene.

Pierpaolo è morto, ma le sue idee continuano a camminare. In questo paese di Uccellacci ed Uccellini, che fu contadino ed ora è postmoderno, senza mai essere stato un paese normale, che fatica a diventare adulto per paura di morire, quel corpo martoriato continua a sussurrare i suoi Comizi d’amore. Perché “Nulla muore mai in una vita”.

 

Ti sia lieve la terra.

Pubblicato su Giornalettismo

Una ricerca dell’Università di Cambridge, che mette insieme i risultati di otto studi condotti negli ultimi quattro anni, ha osservato 10.400 fra bambini e adolescenti, mettendo in relazione la qualità della vista e lo stile di vita.

In questo studio, presentato all’American Academy of Ophthalmology in corso a Orlando, si dimostra che ogni ora in più alla settimana che si passa fuori di casa, giocando, interagendo con gli altri e con il mondo, diminuisca la probabilità di diventare miopi del 2%.

Il sospetto, non nascondiamocelo, c’era. Adesso la scienza ce ne dà la conferma. I nostro occhi si concentrano sui fogli, sugli schermi dei Pc, sui dettagli. E stanno perdendo l’abitudine di fissare l’orizzonte. E il risultato è che la miopia aumenta nel mondo.

Così, a forza di stare chiusi in casa, a furia di guardare le piccole cose vicine, perdiamo la capacità di guardare lontano. Un’abitudine che, una volta persa, difficilmente si riacquista. E si vede.

PUbblicato su Giornalettismo

Aveva promesso sfracelli con la rivoluzione liberale. Ha finito a difendere tutte le corporazioni: avvocati, farmacisti, tassisti. E Politici.
Aveva promesso la semplificazione, la sburocratizzazione. Ma non è cambiato nulla.
Aveva promesso il federalismo. Ma le autonomie locali sono sempre più strangolate dai debiti e nuovi vincoli dal potere centrale.
Aveva promesso la crescita. Ma è arrivato il declino.
Aveva detto meno tasse per tutti. Ma la pressione fiscale è aumentata.
 
Chissà che aspetta la tanta brava gente che lo vota a svegliarsi e a prenderlo a calci nel didietro. O almeno a spennacchiarlo.
 
Buon tutto!

Non invitare Roberto Cota, Presidente in carica della Regione Piemonte alla festa nazionale del Pd che si terrà a Torino perché “oggetto di un ricorso sulla validità della sua elezione e quindi per evitare polemiche” è un’enorme sciocchezza. E non perché su quell’elezione non gravi più di un dubbio su alcune liste minori che si sono presentate forse “truccando” le carte. Ma perché a decidere se quell’elezione va invalidata oppure se è regolare ci penserà la magistratura, e fino ad allora Cota è il Presidente in carica.

La ritorsione di Tremonti e dei leghisti Maroni e Calderoli di non partecipare ai dibattiti a cui erano invitati per via dell’”atteggiamento antidemocratico e irresponsabile degli organizzatori perché non accettano il voto popolare e neppure rispettano le istituzioni” è una sciocchezza di uguale portata. Intanto, puzza di scuse per evitare di partecipare a dibattiti che potrebbero rivelarsi politicamente imbarazzanti in un momento tanto delicato per la maggioranza di centro destra.

Calderoli ad esempio, l’autore della legge porcata, approvata da una maggioranza che sapeva di perdere le future elezioni proprio per “avvelenare i pozzi” della democrazia a chi sarebbe venuto dopo – che ora, ironia della sorte, si trova a pagare analogo prezzo – non può certo mettersi in cattedra. E può farlo un centrodestra che qualche anno fa in Molise fece invalidare l’elezione del presidente di centrosinistra eletto dal voto popolare proprio per un vizio di forma nella presentazione di alcune liste.

Ma il discorso è un altro. Nessuno può più dare lezioni di democrazia. In quest’Italia malata di un bipolarismo muscolare in cui la delegittimazione reciproca, l’insulto, la demagogia sono diventati la regola, producendo una danza immobile di urla sterili che si specchia nel declino politico, nella crisi economica e nel deserto civile. Una deriva di cui Berlusconi porta certo una grande responsabilità. Ma che ha trovato terreno fertile in tutti i partiti e in tutti gli schieramenti. Uscire da questa trappola, come mostrano le convulsioni da fine impero della maggioranza e queste manifestazioni di stupida intolleranza rigorosamente bipartisan, sarà molto difficile.

Pubblicato su Giornalettismo

E così, il dado è tratto: Paola Binetti, la teodem, la pasdran dell’Opus dei, dopo mesi di annunci, ha deciso di lasciare il Pd per trasferirsi all’Udc di Casini. Si potrebbe liquidare la cosa con le parole del ministro Roberto Calderoli:”E’ assolutamente condivisibile e rispettabilissima la scelta della Binetti di abbandonare il Partito Democratico, del resto solo gli stolti non cambiano mai idea. Ma se vuole essere davvero coerente la Binetti deve dimettersi da tutti i mandati ricevuti, incluso quello di parlamentare, con i voti del Partito Democratico”.

Si potrebbe liquidare la teodem del Pd come fa ironicamente il mondo del web. Saluti come “Ciao, cilicio”, “L’avevo detto che se nevicava a Roma, qualche altro miracolo sarebbe accaduto…” e via piangendo di disperazione per la dipartita. Ma invece una riflessione può essere utile. L’onorevole Binetti sbatte rumorosamente la porta perché si è “sentita un bersaglio”, perché le “è stato negato il diritto alla parola e alla rappresentanza dei valori cattolici” dentro il Pd. Pietra dello scandalo la candidatura di Emma Bonino.

Un momento. L’articolo 1 punto 6 dello Statuto del Pd, dice che il Pd “riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno” e “pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religiose, le disabilità, l’orientamento sessuale, l’origine etnica”. E nel manifesto dei valori del Pd c’è scritto che “la laicità presuppone uno spazio pubblico di libero confronto, “rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali”.

Ci piacerebbe che l’onorevole Binetti spiegasse quali di questi principi sono stati lesi dal Pd in questi mesi. Non sembra che siano stati lesi con la candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio. Tra quanto scritto nel manifesto dei valori e le accuse della onorevole Binetti di “eccessiva laicità” alla candidata Presidente a suonare stonate sembrano le dichiarazioni della Binetti. Come stonato sembra l’aut aut “O lei o io” della nostra onorevole “nominata” con lo Statuto del Pd. Non sembra neppure che alla Binetti sia stata negata libertà di parola: neppure dopo l’augurio “provocatorio” della deputata teodem per una sonora sconfitta del candidato presidente del Pd in Lazio, e la sua esplicita dichiarazione di voto per Renata Polverini, nessuno nel Pd ha pronunciato scomuniche.

Intendiamoci: Paola Binetti fa benissimo ad lasciare il Pd e ad approdare all’Udc, se non condivide più il contenuto dello Statuto e del manifesto dei valori. E’ giusto che persegua – parole sue – “il sogno di rifare la Dc di De Gasperi, un partito del 15-20% che riesca finalmente a rappresentare, come sessant’ anni fa, le istanze e i valori sociali” nei quali la nostra crede profondamente. Ma se le cose stanno così, a non avere capito che il Pd aveva altre ambizioni (probabilmente fallite), cioè essere una sintesi dall’incontro di più valori, è proprio lei, l’onorevole “nominata”.

E quanto alle compagnie, siamo certi che la Binetti troverà molto più consono alle sue idee il partito di Totò “Vasa vasa” Cuffaro che quel Pd dove, come ha detto il segretario Udc Lorenzo Cesa, “non c’è più spazio per i cattolici che pensano alla tutela della vita”. Quel  Pd che, se non abbiamo capito male, ha nell’alleanza strategica con l’Udc di cui la Binetti diventa da oggi autorevole esponente, la cifra politica della segreteria Bersani. Un Pd quindi che – nel rispetto dello Statuto e del manifesto dei valori che l’On. Binetti immaginiamo abbia condiviso – con questi cattolici che pensano alla tutela della vita ha intenzione di allearsi in modo organico.

Insomma signora Binetti, ha fatto bene ad andarsene, ma non dica che le hanno sbattuto la porta in faccia. Adieu, senza rimpianti. Tranne quello di averle assicurato un posto da parlamentare per altri 3 anni.

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Caro Presidente Napolitano,

Lei oggi, in occasione dei 10 anni dalla morte, ha scritto una lettera alla moglie di Bettino Craxi. In questa lettera, ella dice di porsi “dal solo punto di vista dell’interesse delle istituzioni repubblicane”, parlando di questa “ricorrenza carica oltre che di dolorose memorie personali di diversi e controversi significati storici, per favorire una più serena e condivisa considerazione”. Siamo d’accordo. Per questo è necessario dire la verità, tutta la verità, niente altro che la verità. Lei lo fa?

Lei afferma che Bettino Craxi “decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Non è esatto, Presidente e lei lo sa bene: Craxi lasciò il paese quando, non ricandidato alle elezioni nel 1994, sapeva che avrebbe potuto essere arrestato, come normalmente dovrebbe avvenire per un cittadino che ha una condanna con sentenza passata in giudicato. E fuggì all’estero e venne dichiarato latitante. Non è la stessa cosa, ne converrà.

Caro presidente, Lei poi si sofferma sul bilancio dell’esperienza di Craxi come uomo politico e di governo,  citando le sue idee e la sua azione in materia di politica estera nel mediterraneo, della firma di un nuovo concordato con la Chiesa cattolica, e quella della grande riforma istituzionale che però non trovò attuazione. E’ strano che Lei non parli della politica economica di Craxi, e soprattutto della gestione dei conti dello Stato e del debito pubblico negli anni in cui egli era un leader politico e, per molto tempo, anche presidente del Consiglio. Glielo ricordiamo noi.

Negli anni del suo governo, dal 1984 al 1987, come risulta dai documenti di Banca d’Italia, il debito pubblico passò da 240 miliardi di euro a 430 miliardi di euro. E nei 5 anni successivi, dove anche se non al governo era comunque componente essenziale del famoso CAF, il debito arrivò, prima dell’esplodere di Tangentopoli, alla cifra di 800 miliardi di euro. Quindi da questo punto di vista il lascito di Craxi e di quella classe politica, se si vuole una “più serena e condivisa considerazione” è un debito pubblico che fu quadruplicato in 10 anni. Per un giudizio sereno e condiviso, ci sembra un tema da non dimenticare.

Infine, se come Ella sostiene attorno al sistema dei partiti “avevano finito per diffondersi degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità” non va dimenticato che di quel sistema Craxi non fu uno dei complici, ma uno dei principali artefici, come i numerosi processi svolti hanno accertato. Ed è soprattutto per questo che su di lui “era caduto con durezza senza eguali il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista”. Quindi, se come Lei dice, non si vuole “mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono”, è un po’ipocrita sorvolare su questo fatto.

Non ci sembra neppure giusto sorvolare sul fatto che quel finanziamento illecito, che si nutrì di corruzioni, servì a incanalare fondi neri verso i partiti ma anche – secondo numerose sentenze passate in giudicato o di prime e secondo grado poi estinte per la morte dell’imputato – in qualche caso verso conti personali all’estero. E che comunque quel sistema ha causato una distorsione del normale funzionamento di un economia di mercato qual è quella italiana, che ha alterato non solo la democrazia, ma anche il sistema economico nazionale con conseguenze gravi sulla competitività dell’Italia.

A questo proposito ci piace ricordare un altro italiano, un uomo di destra, che  mentre Craxi era già potente segretario del PSI operava in Italia. Si chiamava Giorgio Ambrosoli, Lei certo lo conoscerà. Quell’uomo pagò con la vita il prezzo del servire lo Stato con assoluto disinteresse, con cristallina onestà, con l’unico obiettivo di perseguire l’interesse del Paese. A lui pochissimi regalano un pensiero,  e meno che mai una via. Forse qualcuno gli avrà anche scritto una lettera, ma nessun uomo di Stato ha mai detto di ispirarsi alla sua azione, alle sue idee, ai suoi pensieri. Ci perdoni se a lui va, davvero, la nostra ammirazione e il nostro ricordo, anche oggi.

Caro presidente, non si tratta di odiare nessuno. Ma se si scrive una lettera pubblica, è necessario dire tutta la verità. Anche alla donna che giustamente ricorda il marito, anche ai figli che giustamente piangono il padre. Perché la Sua lettera è politica. Sarebbe stato bene, per quella serena condivisione che Lei auspica, dire la verità, tutta, senza piegarla con qualche “dimenticanza” ad un’interpretazione parziale di quanto accadde in quegli anni. Quello che secondo noi, ha fatto Lei con la sua lettera. Stasera, ci scusi, la sentiamo molto meno del solito il "nostro" presidente.


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Massimo D’Alema, uno dei massimi esponenti del più grande partito di opposizione in Italia, e uno dei politici considerati più intelligenti ed accorti, ha detto, a proposito di possibili accordi tra Pd e PdL in materia di giustizia, che servirebbero a dare una specie di salvacondotto giudiziario al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che «Certi "inciuci" farebbero bene al paese», citando ad esempio l’art.7 della Costituzione, quello sul concordato Stato e Chiesa. E’ lo stesso D’Alema che, quando il governo faceva finta di candidarlo a Ministro degli esteri della Ue, diceva "Grato al governo per l’appoggio ma con il premier non farò inciuci".

E’ incredibile, ma D’Alema è riuscito a far fare bella figura anche ad un poveretto (politicamente parlando) come Antonio Di Pietro, che ha fatto notare cheMettere sullo stesso piano l’accordo Stato-Chiesa e il salvacondotto giudiziario che Berlusconi pretende per i suoi reati è un’offesa alla storia repubblicana, un oltraggio alla Costituzione e un peccato per i credenti”

Nel caso non avessimo capito bene, o ci fosse qualcuno che ha dei dubbi residui, Nicola Latorre, che di D’Alema è uno dei più fidati luogotenenti, ha dichiarato che è molto contrario alla «delegittimazione giudiziaria del premier: avendo vinto Berlusconi le elezioni, deve governare questo paese fino a fine legislatura».

Nicola  Latorre, è colui che spiegava a Antonio Tajani di Forza Italia come rispondere alle accuse di Antonio Di Pietro in un famoso fuorionda. Tutto si tiene, ed infatti. La Torre è riuscito in un’impresa addirittura più difficile di quella di D’Alema: far fare bella figura a Walter Veltroni, che ha commentato così la dichiarazione di Nicola la Torre: “Mi sorprende che un dirigente del nostro partito dica che Berlusconi deve assolutamente arrivare alla fine della legislatura. Purtroppo se ne vedono di tutti i colori”

Il povero Bersani dovrà spiegare a qualcuno che è giusto che il Pd non faccia solo l’opposizione, ma lavori per costruire l’Alternativa. Al momento sembrano molto più alternativi Fini e Casini di certa gente che è dirigente del Pd. Ed è tutto dire. Se per costruire l’alternativa si opera come sembrano voler fare D’Alema, Latorre e qualche altro geniale esponente del Pd, abbiamo il fondato sospetto che sarà sempre l’originale Silvio Berlusconi, e non la sua copia malriuscita, a trionfare. Magari ci sbagliamo.

Buon tutto!

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