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strage_bologna

Un uomo è seduto su una panchina della stazione. Sta aspettando il treno, che tarda ad arrivare; un treno da Bologna, il regionale delle 10 e 25. Ma non si è visto, non si vede. Quell’uomo è lì ed aspetta.

Aspetta sua moglie e sua figlia, che tornano da una vacanza; chissà quante cose da raccontare, risate da condividere, giorni da ricordare. L’uomo è sempre lì, aspetta in silenzio. Lo sa che sua moglie e sua figlia devono aver preso quel treno da Bologna, il regionale delle 10 e 25; eppure, quel treno non arriva, è in ritardo. Ma non è il solito ritardo dei treni d’agosto delle ferrovie italiane: è un ritardo lungo 35 anni, il ritardo di un treno che si è perso dietro una lunga scia di sangue, da Piazza Fontana all’Italicus, da Piazza della Loggia a Ustica.

35 anni di silenzi, di omertà, di domande senza risposta. 35 anni senza sua moglie e sua figlia, senza moglie, figli, mariti fratelli di tanta gente che aspetta in silenzio alle fermate dei treni, di treni che non arriveranno mai più. Quell’uomo è seduto, aspetta invano un treno da Bologna che non arriverà, aspetta sua moglie e sua figlia. Una moglie che non gli invecchierà accanto, una figlia che non vedrà crescere. Mentre attorno le cicale friniscono sotto il sole d’agosto.

Un uomo è seduto su una panchina della stazione. Aspetta. Aspetta almeno una risposta alle sue domande, che rimbalzano su un muro di gomma lungo 35 anni. Aspetta da troppo tempo. Aspettiamo anche noi, anche se distratti dal frinire delle cicale.

E siamo un po’ stanchi di aspettare.

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L’Expo 2015 sarà un evento straordinario per discutere di cibo, sostenibilità ambientale, equità. E sarà una grande vetrina per l’Italia. Sabato, all’hangar bicocca, si è cominciato a discuterne nel merito. Dicono ci fosse un sacco di gente: più di 1.500 tra politici, giornalisti, esperti. Persino il Papa. E dicono che si sia discusso di tutto: del mondo che ha fame, del rischio di penuria d’acqua, di educazione alimentare, di squilbri, delle cose da cambiare. Tanti bellissimi discorsi, confronti, idee. Poi, ovviamente, è arrivato il momento del buffet.

Expo2015

Che, come si conviene in occasioni così importanti, è stato bellissimo. Fantasmagorico. Rutilante. Stupendo. I più di 1.500 si sono messi in fila e, tra un discorso e l’altro, hanno preso piatti, forchette e bicchieri di plastica e si sono abbondantemente serviti. Insomma, se so’ messi tutti a magnà. E, per la cronaca, hanno spazzolato (quasi) tutto. Perché siamo ecosostenibili, e nun se butta via gnente!

Chiedo scusa. Sarò un moralista, ma quelle scene nella mia testa si sono sovrapposte ad altre: quelle dei bambini africani denutriti in fila per un po’ di cibo, che spesso non c’é, continua a non esserci e (temo) non ci sarà neppure dopo il diluvio di discorsi, eventi, occasioni e dibattiti dell’Expo2015.

Perché, se da tempo sappiamo che il cibo che viene prodotto nel mondo sarebbe sufficiente già adesso per sfamarci (bene) tutti, se coesistono da decenni parti di pianeta in cui vivono milioni di persone denutrite (o peggio) accanto a altri pezzi di mondo con milioni di obesi, la questione dev’essere un po’ troppo complicata per esser risolta con eventi che ripetono i nostri (stanchi) riti di convegni, eventi, kermesse dove, continuando a parlare di cambiamento, tutto continua a restare sempre e comunque come prima.

Expo 2015 che sta errivando, tra qualche mese passerà. In Africa si stanno già preparando: nessuna novità. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Maria Francesca aveva 70 giorni e viveva a Champlan, un comune a sud di Parigi. Ed è morta. La morte di un bambino è uno strazio che è fatica solo immaginare. Ma per Maria Francesca lo strazio è proseguito, perché per molti giorni non è stata neppure sepolta. Il motivo ufficiale: i suoi genitori non pagavano le tasse comunali. Ma il vero motivo, non facciamo gli ipocriti, era un altro: era una Rom.

bambini rom

Ora, avere i Rom in simpatia non è obbligatorio. Ma quando non si riesce a capire che dare sepoltura ad un essere umano non è solo un adempimento burocratico, e nemmeno un segno di civiltà, ma semplcemente di umanità, vuol dire che si è passato il livello di guardia. Non lo ha capito Christian Leclerc, indipendente di centro-destra eletto l’anno scorso sindaco di Champlan, e pazienza; per fortuna ci ha pensato un altro sindaco di un paese vicino.

Ma il fatto è che purtroppo non lo capisce un sacco di gente, e non solo in Francia. Ed è con queste storie – e molte altre storie di ordinaria disumanità che accadono quotidianamente in ogni dove, anche in Italia – che seppelliamo quel poco di umano che si ostina ad albergare nei cuori di ognuno di noi. Ma le storie aumentano, i problemi – complice anche una crisi rognosa che impoverendo i portafogli inaridisce i cuori – anche.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

La Legge 194, quella sull’interruzione di gravidanza, suscita da sempre passioni contrastanti; ci fu anche un rederendum epocale, molti anni fa. Ma, come sempre accade in Italia, più delle battaglie delle idee può la pratica dis-applicazione dei principi e delle norme. Siccome una fetta consistente di professionisti sanitari (medici, anestesisti, infermieri) fa obiezione di coscienza – diritto riconosciuto dalla Legge – in pratica in gran parte dei presidi sanitari il diritto all’interruzione di gravidanza, semplicemente non è garantito. Lo ricorda la Laiga, un’associazione di ginecologi che è proprio in questi giorni a congresso a Napoli.

legge-194

Dice: e capirai che novità! Quando si parla di diritti – e specialmente di quelli femminili – da tutelare, chissà perché la maggioranza di noi volta semplicemente la testa dell’altra parte. Vero. Proprio per questo, è utile ricordare che non ci si deve rassegnare a vedere calpestato un diritto (e questo, comunque la si pensi sul tema dell’interruzione di gravidanza, è un diritto). E che, se è giusto rispettare le convinzioni etiche dei singoli, e molto più giusto garantire che un diritto previsto da una Legge italiana sia tutelato. I sistemi ci sono, e in qualche posto d’Italia qualcuno ci prova. Noi, se propiro non riusciamo ad incazzarci, almeno ricordiamolo. E ricordiamolo ai nostri rappresentati, che lì ci starebbero anche per questo, oltre che per discutere d’aria.

Perché un Paese che calpesta i diritti che dice di voler garantire, tanto lontano non va. E chissà che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

La storia di Brittany Maynard si è conclusa, come avrete letto qui. La storia di Lauren Hill è ancora in corso, invece. Lauren è una ragazza malata di tumore senza più speranza di sopravvivere; aveva un sogno: giocare nella Wnba, la massima lega femminile di basket.

Lauren Hill

Per permetterle di realizzare – almeno in parte – questo sogno, la Ncaa ha anticipato l’apertura della stagione, e Lauren ha giocato ed è andata a canestro con la squadra del suo college di terza divisione, il St. Joseph in Ohio, in un tripudio di folla.

Non so se tutto questo siano belle storie commoventi per i media che passeranno (perché tutto passa e va). Non so se ci sia una riposta, perché forse non c’é neppure una domanda. So solo che, grattata la superficie dell’evento, delle campagne stampa o di quelle social restano persone. Esseri umani che come noi faticosamente si muovono su questa terra; come noi, legate ad un filo sottile che può spezzarsi in qualunque momento, alla ricerca di un senso che non c’é.

Eppure, se penso a Brittany Maynard che se n’é andata e a Lauren Hill e al suo canestro, un senso provo ad intravederlo. E penso che è vero che la vita è una battaglia da combattere quotidianamente, senza arrendersi mai, ma solo fino al giorno in cui è degna di essere vissuta. Questo insegnano Brittany e Lauren. Così lontane, così vicine a noi.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

In realtà, faccio il tifo per la Juventus (be, nessuno è perfetto, no?). Ma stasera faccio il tifo per Abidal. Ma sì, Abidal. L’ex nazionale francese, l’ex idolo del grande Barcellona di Guardiola, quello che adesso allena il Bayern e ieri sera ha matato la Roma (capita). Abidal che, dopo un tumore, il ritorno, la ricaduta, adesso è tesserato dell’Olimpiacos di Atene. Quella Atene dove la Juve ha lasciato una Coppa già vinta, tanti anni fa, Abidal forse neanche se lo ricorda, che aveva solo 5 anni ma io me lo ricordo bene.

Abidal-Olympiakos

Abidal che ormai gioca poco, ma, come dice lui, sa che “ogni partita è un regalo”. Come ogni giorno che passiamo, andando avanti con fatica tra i piccoli dolori del quotidiano. Un regalo è ogni giorno, ogni partita in cui giochi come sai, a volte vinci a volte perdi, ma comunque ce la metti tutta. Come Abidal, che ha vissuto in un sogno per tanti anni – le folle, le vittorie, le gioie – e poi è caduto nell’incubo del male, degli ospedali, dei chirurghi, di quelle terapie che ti consumano il corpo e l’anima.

Perché siamo tutti Abidal, prima o poi. Nella gioia e nel dolore, andando a tentoni nei campi da gioco, a volte soli e volte in compagnia. Tutti con un viaggio da vivere, una partita da giocare, e ognuna è un regalo, come dice Abidal.

Abidal, che forse stasera gioca o forse no. Abidal, che forse tornerà al Barcellona e chiuderà la sua carriera, o forse no. Abidal, che forse avrà una lunga e felice vita o forse no. Abidal, che forse regala un dispiacere alla Juventus, e pazienza se accadrà. Sì, stasera faccio il tifo per Abidal, che la mia Juve mi perdoni. Perché il calcio è come la vita, e la vita è così. E chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio (Mourinho dixit).

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Largo ai giovani, annuncia Umberto Veronesi lasciando ad 89 anni la direzione scientifica dello IEO, l’Istituto Europeo Oncologico. E al suo posto, propone al CdA dell’Istituto Roberto Orecchia come nuovo Direttore scientifico  e Pier Giuseppe Pelicci quale nuovo direttore alla ricerca. Due eminenti scienziati, dal curriculum formidabile. Giovani? Di più: due ragazzini di 62 e 58 anni. Veronesi  giovani

Attenzione: non penso che merito e competenza siano prerogative legate all’anagrafe.Né all’idea che i giovani sono meglio dei vecchi per principio: conosco giovani imbecilli e conservatori e anziani brillanti ed aperti alle novità.

Ma mi stupisce lo stesso che in Italia un (eminente) scienziato novantenne decida di lasciare il posto alle “nuove generazioni”, ovvero a due (bravissimi) scienziati sessantenni, e che questo ci sembri a tutti perfettamente normale.

L’Italia non è un Paese per vecchi. E’ un paese per centenari. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Decidere? No, grazie. Ma non siete stanchi di vivere in un Paese che non riesce a decidere su qualsiasi argomento? Dibattitti, talk show, tweet e retweew, chicchiere: al bar, in parlamento, sui giornali, nel web. Basta che non si metta un punto e si resti fermi alla partenza.

Non-decidere

Fatela finita. Dall’elezione di giudici costituzionali in Parlamento, alle riforme di carta, mai attuate, raramente approvate e spesso addirittura non presentate dai Governi, a semplici riunioni interminabili di condominio in cui molti di noi partecipano per (non) decidere il colore delle recinzioni o delle persiane, basta. E basta anche con la storia di sparare subito addosso a chi prova (o, semplicemente, dice di provare) a fare qualcosa, anche rischiando di sbagliare, applaudendo invece chi sta fermo, innamorati perdutamente dell’immobilismo senza fine. Rischi di autoritarismo? Ma per piacere! Una democrazia è fatta di meccanisimi di controllo, ma alla fine c’é chi si prende la reponsabilità di decidere.

Tra cultori del benaltrismo, amanti della discussione fine a se stessa e supporter di un rinvio (spesso peloso) delle decisioni alla volta successiva, l’Italia sta annegando nell’inconcludenza senza confini. Senza capire che, alla lunga, tirare a campare significa tirare le cuoia. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Ha un cancro, Carol Jumper di Hopewell Township, Pennsylvania. Lo ha detto al suo datore di lavoro, George Visnich, chirurgo orale. E lui l’ha licenziata, con una lettera, senza neppure incontrarla, dopo 12 anni di lavoro.

Cancro-licenziata

E’ una storia che sta scuotendo gli USA, e non solo per la sua scarsa umanità. Gente che si mobilita, con la viralità tipica del web, per sostenere Carol e la sua battaglia contro il cancro e contro il torto subito. E’ una storia che fa riflettere: il comportamento del Dr. Visnich è odioso, vero. Ma è anche vero che un rapporto di lavoro è pur sempre un contratto tra due estranei, che non si basa sul sentimento, ma sulla reciproca convenienza.

La viralità della storia – gli USA sono davvero un Paese strano – è il putno più interessante. E voi? Questa storia vi fa indignare? Vi commuove? Forse è la reazione istintiva. Però, pensateci bene: quante notizie ben peggiori di questa ci scorrono davanti lasciandoci totalmente indifferenti?

Purtroppo, niente di nuovo sotto il sole: viviamo in un mondo disumano, accettando milioni di quotidiani suprusi ed ingiustizie, senza colpo ferire. E ognit ano ci svegliamo, forse per scaricare la coscienza o chissà perché. Mettiamola così: ogni tanto, fermarsi a leggerne una particolarmente odiosa, può servire a renderlo un po’ meno disumano. Almeno per il tempo di un tweet. E poi, chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

23 agosto 1927. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, finiranno la loro esistenza su una sedia elettrica. Accusati di aver compiuto una rapina a mano armata, uccidendo due persone. Ma non è vero. Il processo è stato truccato. Nicola Sacco ha 36 anni, viene da Torremaggiore (FG). Bartolomeo Vanzetti ha 39 anni e viene da Villafelletto (CN). Sacco e Vanzetti, Nick & Burt come li chiamano tutti qui, saranno uccisi non per un crimine che non hanno commesso, ma per dare un esempio. Saranno uccisi perché sono due stranieri, due immigrati. E perché sono sovversivi. Sono dei rossi, degli anarchici. La loro vita verrà spezzata. Di loro, ai loro cari, resterà il ricordo di due brave persone, due umili italiani, un ciabattino e un pescivendolo, che partirono in cerca di fortuna e trovarono il carcere e la morte. E su loro calerà l’oblio. E’ una notte stellata qui a Charleston, nel Massachusetts. C’è una brezza leggera che accarezza dolcemente i rami. Tutto è pronto per l’esecuzione. Nick  & Burt, piccoli granelli di sabbia, saranno presto sepolti. I loro cuori smetteranno di battere. In queste ore, le loro ultime ore, scrivono, Nick & Burt. Si vedono i lumi delle loro celle accesi. Scrivono una lettera ai loro cari. Forse non ne sono del tutto consapevoli, ma stanno anche scrivendo una piccola frase, per tutti gli altri. Un piccolo scarabocchio sul grande muro bianco dell’esistenza. Una frase, poche parole, che tutti noi possiamo leggere. Oggi come ieri. E se vorranno potranno leggerla anche gli uomini che abiteranno il futuro: basterà ricordarsi di loro, della loro storia, del loro esempio. Ora sotto questo cielo muto, mentre l’ora finale s’avvicina, il pensiero va a quando Nick & Burt, partirono dall’Italia, a bordo di una nave, assieme a tanti altri. Era il  1908, Nick aveva 17 anni, Burt 20. Ricordiamoli così: due giovani cuori che battono, gonfi di speranza per un mondo migliore, più libero, più giusto, un mondo dove tutti gli uomini sono creati uguali, come dice la Costituzione degli USA, quel paese che ora li manda a morire innocenti. Giovani uomini e donne che attraversano il mare guardando le stelle brillare. Milioni di Nick & Burt che vivono, lottano e a volte, purtroppo, muoiono in questo strano sogno che è la vita. Anche sotto i nostri occhi  indifferenti e talvolta ostili. Per un futuro migliore per tutti. Here and There. Everywhere.

Buon tutto!

Here’s to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!

Vi rendo omaggio Nicola e Bart
Per sempre restino qui nei nostri cuori
Il vostro estremo e finale momento
Quell’agonia è il vostro trionfo!
(Joan Baez e Ennio Morricone)

I nostri più affezionati lettori si saranno accorti che questa è la rivisitazione di un nostro vecchio post. Uno dei pochi che ci piace ricordare.

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