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C’erano una volta un sostituto procuratore che voleva indagare sul Presidente della repubblica e siccome glielo impedivano voleva andarsene in Guatemala e un sindacone partenopeo che fu eletto a furor di popolo. Assieme a un po’ di reduci comunisti e al magistrato dei Valori, si unirono per fare una rivoluzione civile.

Che bello, pensò un giornalettista di provincia, finalmente ci sarà una voce in più a lottare contro l’ingiustizia in Parlamento, che si occuperà di cose serie e non le manderà a dire ai furfanti, ai ladri, ai conservatori di questo Paese!

Ma purtroppo i sogni svaniscono all’alba: il magistrato tornato dal Guatemala prima si paragonava a Falcone (va bene che la modestia non è mai troppa, ma insomma…) e poi, scherzava con Berlusconi mentre attaccava la Bocassini. E il sindacone, mentre finiva il gasolio dell’azienda pubblica trasporti della sua città, diceva di non entrarci per niente, di non saperne niente…forse troppo impegnato a farsi vedere allo stadio a tifare il Napoli (da Berlusconi c’è sempre qualcosa da imparare).

Niente è più nemico delle rivoluzioni che conoscere meglio i rivoluzionari.

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Chissà perché Zio Silvio, di punto in bianco, si è negato al confronto tv che Bersani aveva proposto con tutti i leader dei diversi schieramenti, motivando con una spiegazione – che puzza di scusa da lontano un miglio – che parla di fumosi regolamenti delle commissioni di vigilanza.

Da un confronto a tutto campo, con tutti i candidati, anche quelli di schieramenti “minori” – com’è accaduto con le primarie del Pd – tutti avrebbero da guadagnare. Potremmo scegliere tra tutte le offerte politiche.

Gli elettori che amano le idee più forti e radicali, che per alcuni sono utopia, per altri demagogia, potrebbero ascoltare le tirate di Grillo o i discorsi di Ingroia. I liberali e liberisti potrebbero sollazzarsi con Giannino. I moderati di destra potrebbero sentire l’ex tecnico Monti, quelli di sinistra le timide lenzuolate di Bersani.

A quelli, non pochi a giudicare dai sondaggi che sognano di vedere (pardon, di rivedere) l’Italia allo sfascio e derisa nel mondo, resterebbe la gioia di poter ascoltare Berlusconi.

Chissà perché Zio Silvio vuole privarli di questa gioia.

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Renato il fantuttone non ha dubbi: quelle di Zio Silvio su Mussolini sono state parole di buon senso. Tutt’al più collocate in un momento sbagliato come la giornata della memoria. Renatino ha ragione: gli italiani, “pur condannando il regime, riconoscono nella storia quello che è stato”. Dunque, dichiara il nostro, “si riconoscono in Berlusconi”.

Bene, bravo, bis! Basta con questi nostalgici comunisti pseudo partigiani di maniera. In fondo, che è stato quel regime, a parte le leggi razziali? Una cosa da nulla, quasi un divertimento: ammazzavano gli oppositori (Matteotti, Gobetti, i Fratelli Rosselli) o li mandavano al carcere o al confino (Gramsci, Pertini). Ti obbligavano ad aderire al partito fascista, sennò ti mandavano in galera. Avevano abolito la libertà di stampa, di voto, di opinione.

A parte le leggi razziali e, ma in fondo è una sciocchezza, la rovinosa seconda guerra mondiale, Mussolini non ha mica sbagliato tanto. Zio Silvio ha ragione, a dispetto della solita propaganda filocomunista e vetero partigiana.

Meno male che c’è gente di buonsenso come Brunetta, a ricordarcelo.

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Italia non fa rima con giustizia, e si vede. Il Belpaese registra il maggior numero di estinzioni del reato per prescrizioni, il più alto numero di condanne della Corte europea dei Diritti dell’uomo per la irragionevole durata dei processi e le carceri più affollate d’Europa.

Ma come mai? Gli studiosi danno migliaia di spiegazioni, tutte supportate da evidenze statistiche. Semplificando molto, in Italia abbiamo troppi “reati bagatellari”, procedimenti giudiziari per reati minori, e procedure giudiziarie che sembrano disegnate per ritardare i procedimenti, le udienze, in una parola l’amministrazione della giustizia.

Così le carceri scoppiano di delinquentelli spesso in attesa di giudizio; i furbetti del quartierino siedono in Parlamento o nei CdA mentre i loro legali allungano i procedimenti; e da vent’anni si parla – e basta – di riforma della giustizia.

Ma sarà un caso che siamo anche il Paese con la più alta presenza di avvocati, sia fuori che dentro il Parlamento?

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C’era una volta il Bradford. E che roba è? Si chiederanno i nostri 36 piccoli lettori. Il Bradford era (anzi, è) una squadra di calcio dell’omonima città inglese, che milita nella Football Legue two, la quarta serie inglese. Una squadra di semidilettanti, nota solo per il disastro di Bradford: nel 1985, pochi giorni prima dell’Heysel, lo stadio in legno prese fuoco e morirono 56 persone.

D’accordo, ma chi se ne frega? Continueranno a chiedersi i nostri 36 piccoli lettori. Il fatto è che il Bradford, in cui militano pizzaioli, impiegati, piazzisti, ha giocato la Coppa di Lega inglese, che non è la Champions League ma è comunque un torneo importante, a cui partecipano – senza snobbarlo – tutte le squadre inglesi.

E, gioca oggi gioca domani, il Bradford ha eliminato negli ottavi il Wigan, ai quarti l’Arsenal, e adesso l’Aston Villa; squadre importanti, con fior di professionisti e di campioni. Niente male per chi è stato due volte ad un passo dal fallimento, gioca nei dilettanti da 11 anni e paga all’intera squadra un salario inferiore dello stipendio che l’Aston Villa paga al suo giocatore più scarso.

Il Bradford dei pizzaioli e dei piazzisti è arrivato alla finalissima e se la vedrà con un’altra squadra famosa, il Swansea che ha fatto fuori il Chelsea (i campioni d’Europa in carica). E piazzisti e pizzaioli giocheranno a Wembley la partita della storia, del sogno, della vita.

Un po’ come se Mario Rossi se le gioca con Cassius Clay, o se uno dei tanti poveri cristi che s’affollano andando a tentoni in questo mondo trovassero finalmente il giorno della svolta, del trionfo, della felicità. Cose che nella realtà non capitano (quasi) mai. ma è bello pensare che possano accadere.

E’ una favola, e forse non avrà neppure un lieto fine. Chissà che ne pensano i nostri 36 piccoli lettori.

Io tiferò il Bradford.

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Guido è uscito di casa, in una fredda mattina di gennaio sotto il cielo di Genova. E’ un operaio dell’Italsider che parte per andare al lavoro. E’ un sindacalista, un comunista, uno che vuole cambiare il mondo. Ma quando ha visto un tizio distribuire volantini delle Brigate Rosse in fabbrica, non ha avuto paura e l’ha denunciato. Perché sa che in questo mondo ci sono tante ingiustizie e tante cose da cambiare, ma vuole farlo solo con la forza chiara e limpida delle idee, della libertà e della giustizia.

Guido quella mattina l’hanno ammazzato a tradimento, mentre su Genova il sole sorgeva specchiandosi nel mare, disegnando riflessi rossi e azzurri nell’aria. Sua figlia Sabina crescerà ma lui non ci sarà: niente feste di compleanno, niente litigi nell’adolescenza, niente di niente. Guido è affondato nel buio freddo sotto il cielo di Genova, mentre il sole accarezza la sua 850 ferma ai bordi della strada. In tanti lo piangeranno; saranno più di 250 mila. Ci saranno anche quelli che l’hanno lasciato solo a denunciare quei mostri che alcuni chiamano compagni che sbagliano e molti altri semplicemente terrorismo.

E il tempo passa e le bandiere cadono, ma anche oggi c’è sempre la stessa ingiustizia, come allora. E quando oggi uno di quelli che alcuni chiamarono compagni che sbagliano e io chiamo solo terroristi ed assassini se n’è andato, qualche giorno fa, c’è persino chi ha provato a giustificare, comprendere. Qualcuno addirittura ad esaltare.

Io invece penso a Guido, il semplice operaio comunista dell’Italsider che denunciò le Brigate Rosse e fu ucciso a tradimento in una fredda mattina di gennaio di tanti anni fa, accanto alla sua 850 sotto il cielo di Genova.

E’ al fianco di tanti come lui che voglio stare, lottando contro l’ingiustizia.

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La crisi ha portato il reddito disponibile delle famiglie indietro di 27 anni, a livelli simili al 1986. E i consumi sono tornati allo stesso punto di 15 anni fa, il 1998. Sono i dati di uno studio di rete imprese Italia. Sono dati che fanno riflettere. Ma non nel senso che comunemente si pensa.

Perché, a guardare a quegli anni, non è che ce la passassimo tanto male. Nel 1986 si stava piuttosto bene: Berlusconi diventò presidente del Milan, Sindona morì in carcere, uscì il primo numero di Dylan Dog e ci fu il summit Reagan – Gorbaciov. Nel 1998 l’Italia passò l’esame per entrare nell’Euro, la Francia vinse i mondiali di calcio, fu fondato Google. Anni belli, addirittura felici.

E allora, qual’é il problema? Il problema è che mediamente si sta come allora, ma la disuguaglianza è cresciuta: nella crisi c’è chi non ne accorge e chi soffre parecchio. Il problema è che allora si pensava che la nave sarebbe andata avanti per sempre, ora ci siamo accorti che non è così scontato.

Non è quel come eravamo a farci paura. E’ il sapere che si può tornare indietro, e che non è scontato che domani staremo meglio di oggi. A vederlo così sembra tanto il problema delle società invecchiate. Quelle che vedono nero perché sanno che il meglio è alle loro spalle e in fondo alla strada c’è solo la fine del viaggio.

A questo dovrebbe servire la politica: farci tornare come allora, più speranzosi, fiduciosi: dando una credibile prospettiva per il futuro nostro e dei nostri figli.

Attendiamo fiduciosi.

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Si è perso il conto di quante volte, nelle ultime ore, Cosentino sia stato o meno candidato al Senato per il PdL in Campania. Una cosa appare certa: la sua presenza o meno nelle liste del PdL sembra avere un’importanza decisiva per la sorte elettorale di quel partito. In un senso o nell’altro.

M’immagino lo stomaco dei tanti elettori perbene del PdL e della Lega dura e pura nel votare una coalizione che contenga un tal candidato nelle sue liste, qualora alla fine Cosentino sia presente. Viceversa, m’immagino i possibili voti che si spostano dal PdL ad altri partiti, o semplicemente all’astensione, qualora alla fine Cosentino venga escluso.

Sia come sia, uno così, con il suo strascico di guai (e che guai!) giudiziari è uno importante, uno che può condizionare – in un senso o nell’altro – l’esito delle elezioni. In una regione molto importante, la Campania. E forse non solo in quella.

Poi dice che uno vorrebbe emigrare.

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Un mio caro amico mi ha lasciato; succede, è la vita. Mi aveva fatto conoscere la storia di Elzéard Bouffier, un vecchio pastore della Provenza meglio noto come l’uomo che piantava gli alberi, un romanzo di Jean Gnomo. Il mio amico, colpito da quella storia, non si limitava a raccontarla; e, andato in pensione, s’era messo a piantare alberi.

Gli alberi non sono di moda: troppo discreti e silenziosi, in questi tempi di urlatori di professione. Eppure sono tanti, anche se non ce ne accorgiamo: ce ne sono circa 12 miliardi in tutta Italia. Ma per fare notizia, devono aspettare che qualche imbecille, per interesse o per gioco, dia loro fuoco. Nessuno, per esempio, si ricorda di piantare un albero per ogni bimbo che nasce. Anche se lo prevede una Legge dello Stato, la Legge 113 del 1992.

Il mio caro amico mi ha insegnato che è bello piantare un albero. Perché è bello vederlo crescere, come vedi crescere un figlio. E’ bello sapere che affonda le sue radici in profondità come quando guardi tuo nonno raccontare della sua infanzia. E’ bello sapere che lui sarà lì per te quando vorrai, e non ti abbandonerà, e che sarà ancora lì, quando tu te ne sarai andato.

Alberi come il Castagno dei cento cavalli di Sant’Alfeio a Catania, la S’Ozzastra di Lura in Sardegna, la Quercia Vallonea di San Sebastiano a Galatina, le cui fornde danzavano al vento quando Giulio Cesare varcava il Rubicone, quando Francesco d’Assisi fondava il suo ordine e quando l’Italia divenne una nazione.

Alberi che stanno lottando per sopravvivere, perché – in questo paese dove la memoria non è di moda, come gli alberi, e dove le radici si buttano come gli avanzi di un fast food – non c’è nessuno che li protegga se non qualche comitato di volenterosi. E mentre tanti trovano una buona ragione per abbattere gli alberi pochi trovano una buona ragione per piantarli. Perché è più facile distruggere che costruire.

E invece, come diceva quel mio amico che se ne è andato, bisogna piantare sempre qualche albero nuovo nel nostro giardino. Perché ti ripara dal sole nei giorni di caldo e ti ripara dalla pioggia mentre piove. Il mio amico mi ha insegnato che se vuoi vivere e non sopravvivere devi costruire e non distruggere; anche se oggi non è più di moda. Perché un albero che hai piantato è come un figlio che hai cresciuto. Ed è questo che dà un senso alla vita.

Ciao, amico mio. Ti sia lieve la terra.

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Tra i due ex premier Berlusconi e Monti, leaders italiani “affiliati” entrambi al Partito Popolare Europeo, è in corso una guerra senza esclusione di colpi per la conquista del voto dei “moderati” italiani. Una guerra che sembra vedere al momento vincitore Silvio Berlusconi.

I “moderati” in Italia hanno votato per decenni la Democrazia Cristiana. Poi, si sono buttati a pesce nel sogno berlusconiano. E molti di loro, evidentemente, non vogliono svegliarsi. Ma, al di là dei gusti – su cui, com’è noto, non si sputa – viene da chiedersi cosa ci trovino di moderato in Silvio Berlusconi i “moderati”. Perché Silvio ha tante qualità, ma quella della moderazione proprio non si riesce a scorgere.

E, allargando lo sguardo, è difficile definire moderato uno come Umberto Bossi, o come Maroni e Calderoli. Per non parlare di tipi come Verdini, Bondi, o gente cresciuta a pane e fascio come La Russa e Gasparri. E, volendo essere ancora più profondi, ci sarebbero molti modi di definire gente come Dell’Utri, Fiorito, Papa, Cosentino. Ma l’aggettivo moderato non sembra proprio così adatto.

Delle due l’una: o i moderati sono così moderati da sopportare, con moderazione, i tanti eccessi ed esagerazioni dei loro rappresentanti politici.

Oppure i tantissimi elettori di Berlusconi e della Lega non sono dei moderati.

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