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Nessuno sa come andrà a finire la vicenda del ricorso alla Corte Costituzionale tedesca sul Outright Monetary Transactions (Omt), ovvero il piano di Mario Draghi con cui la Banca Centrale Europea si è impegnata ad acquistare illimitatamente titoli di Stato dei Paesi in difficoltà dell’Eurozona. Forse la Corte darà ragione alla BCE, forse alla Bundesbank.

Nel secondo caso, in pratica, l’Unione Europea potrebbe rapidamente cessare di esistere. Al di là delle valutazioni se – nel caso ciò accadesse – le conseguenze sui vari popoli europei finissero per rivelarsi un bene o una catastrofe, il destino dell’Europa verrà probabilmente deciso da una sentenza “tecnocratica” di un gruppo di giuristi tedeschi, privi di legittimazione popolare.

Evento che seguirebbe una decisione “tecnocratica” della BCE, una tecnocrazia senza legittimazione popolare contro la quale si è scontrata la BUndesbank, un’altra tecnocrazia priva di legittimazione popolare. Proprio quella che ha sollevato la questione davanti alla tecnocrazia della Corte Costituzionale. Un pasticciaccio.

Con una sola causa: la peggiore classe politica europea dal dopoguerra ad oggi.

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Le tasse in Italia sono troppe; quelle sulle imprese poi, sono insostenibili: una litania che sentiamo un giorno sì e l’altro pure. Ci sono studi comparativi che, com’è spiegato qui, suggeriscono una certa prudenza nel dare per scontato che sia proprio così. I sistemi fiscali sono complessi, e i confronti danno risultati non sempre omogenei. Ma ammettiamo che sia vero. Alla lamentela manca un tassello: per poter dire che le tasse sono insostenibili bisogna pagarle. E qui in Italia siamo un po’ distratti.

Chissà che cosa diceva al riguardo un’imprenditrice di Salerno che opera nel commercio all’ingrosso di macchine per le costruzioni; forse era tra quelli che si lamentavano. Ora si è vista sequestrare diversi beni immobili per “dichiarazione infedele ed omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali”: tra il 2007 e il 2011 avrebbe occultato redditi per 2,2 milioni di euro, evadendo Iva per 444.000 euro, Irap per 116.000 euro e non versando ritenute per 3.000 euro. Niente male.

Forse le tasse sulle imprese italiane sono troppo alte rispetto al resto d’Europa; o forse no. Non abbiamo certezze. Tranne una.

Se tutti le pagassero, se ne pagherebbero meno.

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Un autorevole esponente del governo che ci ha regalato il prossimo aumento dell’Iva (governo Berlusconi, Ministro Giulio Tremonti) ha detto, giustificando i tagli che quel governo faceva al Ministero del Beni Culturali, che con la cultura non si mangia. Un altro autorevole esponente di quello stesso governo (Renato Brunetta) ha detto e dice che il rilancio dell’edilizia (più case, più capannoni, più cemento) è l’unico modo per far ripartire l’Italia.

Sarà anche vero, ma secondo un recente studio indagine l’economia della cultura (industrie culturali, industrie creative, patrimonio artistico e monumentale e performing ed arti visive) vale oltre il 5 per cento del Pil, circa 80 miliardi di euro, ed occupa circa 1,4 milioni di persone. Allargando l’orizzonte all’intera “filiera della cultura”, settori come il turismo legato alle città d’arte, il valore aggiunto prodotto schizza attorno al 15 per cento dell’economia nazionale. Non male: tutta la manifattura vale circa il 18 per cento del Pil. E la cultura “tira” anche in tempi di crisi. Nonostante in Italia si spenda molto meno che altrove per la cultura.

Il rilancio dell’Italia potrebbe passare anche per la cultura. Tutelando e valorizzando il tanto bello che abbiamo intorno, evitando di devastare il territorio, investendo e modernizzando i nostri beni culturali, dando fiato alla nostra industria culturale e creativa, che già da sola compete alla grande.

Perché l’intreccio tra cultura e bellezza, tra vivere bene e stare bene, al di là degli stereotipi, è uno dei tratti caratteristici dell’Italia, difficili da imitare. E quando l’Italia fa l’Italia, nonostante i suoi diecimila difetti, sui mercati internazionali vince.

Mangiando pane e cultura, saremmo un Paese migliore. E anche più ricco. Ogni tanto, ricordiamocelo. E spieghiamolo anche a Tremonti e Brunetta.

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L’estate sta arrivando. E come sempre, in questo tempo indeciso tra il sole che brucia la pelle e il vento del sud che scompiglia i capelli, ritornano pensieri, colori ed odori di un tempo che sembra sempre più lontano. Quell’odore di medicine in quella piccola stanza a due passi dal cielo; tu che ancora dormi mentre un avviso di sole accende la spiaggia e il luccichio del mare.

Cose che si dimenticano, come milioni di cose della vita perse nel mare dei ricordi, passano e vanno via. Passerà il Gaslini, passeranno questi bambini senza capelli e senza futuro, il nome impronunciabile di una malattia crudele che si porta via la gioia e la vita. Passerà la musica che urla nelle radio, come passano i governi, le guerre insensate, gli inverni freddi e le notti d’estate.

Perché tutto passa, in questo grande quadro bianco che è la vita. Ognuno lascia tracce del proprio cammino, piccoli scarabocchi di passaggio che il tempo, o un soffio di vento, cancellano dolcemente. Ma alcune linee, brevi o lunghe che siano, lasciano una scia; una traccia che fatica a passare, che non si dimentica.

E allora mi alzo, e guardando la mia sera che scende intravedo un leggero sorriso. E mi sembri tu, come quelle mattine di allora con il sole che accende la spiaggia e il mare che luccica. In questo giorno che tramonta, davanti a questo cielo freddo e a questo tempo che non perdona. Lo so che sei qui, in qualche modo sei qui. E c’è il tuo sorriso.

Una cosa che non dimentico, piccolo amore mio.

Dedicato a tutti i bambini senza futuro, a tutte le vite spezzate, e ai medici e infermieri del Gaslini. a chi si dedica a loro, per il loro e il nostro futuro. Per non dimenticare.

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1) Le zone costiere delle Isole Maldive e Kiribati rischiano di essere sommerse a breve a causa dei cambiamenti climatici. I 350 mila abitanti si preparano ad essere ospitati dall’Australia.

2) La produzione di petrolio da sabbie bituminose minaccia in Canada le popolazioni che vivono attorno ai giacimenti, inquinando le falde acquifere e la carne di alce; l’estrazione ha distrutto una regione grande quanto la Florida.

3) L’estrazione di petrolio dal delta del Niger è devastante per gli ecosistemi e le popolazioni residenti, anche per la pratica illegale di bruciare il gas che esce dai pozzi petroliferi insieme al greggio.

4) La produzione di carta da parte della multinazionale APP – che non mette in campo nessuna pratica di sostenibilità – sta portando alla scomparsa delle foreste pluviali dell’Indonesia, uno dei più importanti ecosistemi del pianeta.

5) Terremoto e tsunami in Giappone, provocando l’esplosione del reattore di Fukushima in Giappone hanno costretto allo sgombero di 110 mila persone; 21 mila vivono ancora fuori e centinaia di migliaia di persone sono esposte ai rischi a lungo termine.

6) La marea nera (tra 460 e 800 mila tonnellate di petrolio) della Deepwater Horizon della BP, che per oltre 106 giorni si è riversata nel golfo del Mexico rappresenta il più grave danno ambientale marino della storia USA. Il risarcimento è stabilito in 20 miliardi di dollari. I reali danni sono tutti da valutare.

7) L’onda di cianuro partita il 31 gennaio 2000 dalla miniera d’oro della Esmeralda Exploaration ad Auriol, in Romania, ha ucciso due affluenti del Danubio e punta alla foce del fiume blu, la più grande zona umida d’Europa. La compagnia australiana ha dichiarato fallimento e nessuno ha mai risarcito un solo euro.

8) La multinazionale Chevron-Texaco, durante le operazioni di esplorazione e sfruttamento delle risorse petrolifere nell’area del Lago Agrio in Ecuador, ha inquinato oltre due milioni di ettari, contaminando gravemente la foresta amazzonica. Il reato rimane al momento impunito.

9) La superpetroliera Haven, affondata nel Mar Ligure il 14 aprile 1991 ha provocato la morte di 5 uomini dell’equipaggio e lo sversamento sui fondali marini di 134 mila tonnellate di petrolio. Il risarcimento è stato irrisorio.

10) Il disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986, presso la centrale nucleare Lenin rese necessaria l’evacuazione circa 336 mila persone. Non esistono ancora oggi dati ufficiali e definitivi sui decessi ricollegabili alla tragedia. Non venne accertata alcuna responsabilità penale.

11) Ad Abra Pampa, Argentina del Nord, si trova una montagna formata da 30 mila tonnellate di piombo, proveniente dalle lavorazioni di un impianto chiuso negli anni ’80. L’81% della popolazione infantile della città è esposta ai danni cerebrali derivanti dal piombo; danni non trattabili.

12) Il 3 dicembre 1984 nello stabilimento per la produzione di pesticidi della Union Carbide India Limited, situato a Bophal, si sprigionò una nube tossica di isocianato di metile. La nube uccise oltre 2000 persone e ne avvelenò decine di migliaia. Il risarcimento danni è stato irrisorio.

E’ la lista nera dei peggiori crimini contro la Terra e l’umanità, presentata dalla Supernational Environmental Justice Foundation (Fondazione SEJF) per mostrare che molte delle devastazioni che hanno colpito o stanno colpendo il nostro Pianeta sono impunite.

Alzi la mano chi ne conosceva più di quattro. Però sappiamo tutto dei calli di Brunetta, della palestre della Idem e dei gargarismi di Balotelli.

Tra un disastro ambientale e l’altro…Buona giornata, mondo.

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Silvio Berlusconi, mister spread 585, quello del “chi se ne frega se sfondiamo il tetto del 3 per cento tra deficit e Pil”, sicuramente ieri sera ha canticchiato una canzoncina tipo questa, pensando al crollo delle borse di ieri. E, probabilmente, tutti quelli che non hanno investimenti in titoli o fondi – e sono la stragrande maggioranza di noi, inclusi i 36 piccoli lettori di questo spazio – avranno fatto altrettanto.

Purtroppo, sia Silvio che la stragrande maggioranza degli italiani che se ne fregano della borsa, dello spread e del deficit hanno torto. Perché i crolli sono sì dovuti alle solite oscillazioni della speculazione, ma anche alla certezza che la Banca centrale americana sta per chiudere la stagione del “denaro facile”. E dunque dei tassi d’interesse sotto zero.

E’ facile capire che per chi è indebitato – e l’Italia lo è, uno dei Paesi più indebitati del mondo – la fine della lunghissima stagione dei tassi sotto zero non è un problema: è un dramma. Un aumento dei tassi d’interesse – che significa, anche a parità di “spread”, la necessità di pagare più caro il debito che comunque saremo costretti a fare nei prossimi anni – vuole dire più fabbisogno. Quindi, più tasse (o meno spese).

Per un Paese allo stremo, che avrebbe bisogno di tempo per riprendersi, di un allentamento della stretta fiscale, potrebbe essere il colpo di grazia. Anziché pensare ad un ritorno della finanza allegra, tentazione bipartisan (e anche 5stellata) bisognerebbe finalmente decidersi a pensare a come salvare l’Italia.

Campa cavallo, che l’erba (non) cresce.

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La struttura padronale e la deriva demagogica del Movimento 5 stelle è triste, anche se prevista da molti. Tanti altri non l’avevano capito. O forse speravano che, dandogli le “munizioni” giuste, CasalGrillo avrebbe cambiato pelle e da guitto si sarebbe trasformato nel vero interprete del bisogno di cambiamento di questo Paese. Un film che non vedremo. Perché ne stanno girando un altro: epurazioni, purghe staliniane, soffocamento del dissenso, attenzione ai problemi dell’Italia meno di zero; meno del Pd e del Pdl, il che è tutto dire.

A furia di epurare, ne resterà soltanto uno. D’altronde, CasalGrillo lo diceva già. Un partitucolo del 5-6 (stelle) per cento, che non conta niente e può permettersi di abbaiare alla luna sui “politici”, lucrando un po’ di notorietà e anche qualche soldino, se possibile, trollando i tanti che ci avevano creduto. Che si rifugeranno nell’astensione, come è già successo alle amministrative.

Un film con un finale già scritto: Caslagrillo che esce dal villone di Nervi, bello come un highlander, travestito da Terminator, illuminato dalla luce azzurrina di un computer collegato ad una non meglio identificata “rete” che urla a squarciagola: “Uno vale uno e voi non valete un cazzo”

Che brutta fine, cari 5stelle.

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Qualche giorno fa si è svolto un vertice dell’Unione Europea sulla questione della disoccupazione giovanile. Se ne è parlato diffusamente anche al vertice del G8. Sembra proprio che sia il problema dei problemi, che richiede specifiche politiche ed azioni “forti”.

Non è proprio così: più che la disoccupazione, il problema dei giovani europei si chiama sotto-occupazione, si chiama precarietà, si chiama mancato incontro (gli esperti lo chiamano mismatch) tra aspettative e prospettive a medio lungo termine di vita e di lavoro delle giovani generazioni e l’”offerta” che il mondo economico e produttivo può dar loro oggi e soprattutto domani.

Non si tratta di sofismi da accademici, ma di un punto fondamentale per il futuro dell’Europa e dell’Italia: non servirà creare un posto “aggiuntivo” purchessia per giovani che cercano disperatamente un posto, che sono – al contrario di quello che dicono i giornali – un fenomeno ancora marginale, anche se in crescita. Si tratta di garantire un nuovo processo di sviluppo economico a lungo termine; di rivedere i meccanismi che regolano la produzione e soprattutto la distribuzione della ricchezza.

Non serve un nuovo vertice, ma un new deal. E una nuova leadership mondiale che sappia crearlo. Purtroppo i giovani non riescono ancora ed esprimere questo bisogno, farlo crescere e dargli gambe. I loro antenati di epoche passate – facendo molti sbagli – ci sono riusciti. Adesso tocca a loro.

Se aspettano questi leader e questa classe dirigente, invecchieranno.

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Mia Cara, tu forse non lo ricordi (e molti non lo sanno), ma tu sei nata ufficialmente nell’Aula della Lupa di Montecitorio alle ore 18.00 del 18 giugno. Quando sei nata l’Italia era un Paese scassato da una terribile guerra che noi, per non farci mancare niente, avevamo trasformato in una guerra civile. Sei cresciuta negli anni della ricostruzione e diventata adolescente in quelli del boom economico.

I tuoi genitori non andavano molto d’accordo, una caratteristica molto italiana, e per farti nascere hanno fatto molti compromessi, non tutti riusciti. E si è visto. Ti è successo di tutto: sei stata violentata da politici forchettoni e da cittadini distratti, hai attraversato anni di piombo, anni da bere e anni di merda. Sei sempre stata incline al melodramma, e forse anche per questo in tanti (troppi) ti hanno tradito, lasciandoti molti segni addosso.

Eppure, in un modo o nell’altro te la sei sempre cavata. Adesso hai compiuto 67 anni: una bella età. Ma non puoi ancora andare in pensione, anche se tanti guitti vecchi e nuovi ti chiamano morta, vecchia, ingombrante, inutile. Non ti curare di loro: è gente senza memoria che fa finta di non sapere che se te ne vai al tuo posto non avremo un Paese migliore dove la gente conta davvero, ma solo una dittatura, neppure tanto morbida, che sia della rete, dei colonelli o dei banchieri poco importa.

No, non puoi andare in pensione, nonostante i tuoi innumerevoli acciacchi. E non solo perché tra una riforma e l’altra finiremo per andare in pensione da novantenni (e solo se accompagnati dai genitori) ma perché, nonostante una classe dirigente tra le peggiori del mondo, nonostante i tuoi innumerevoli e spesso irritanti difetti, noi italiani abbiamo ancora tanto bisogno di te. Anche se, distratti come siamo, neppure ce ne rendiamo conto.

Buon compleanno, Repubblica italiana. Con immutato amore, nonostante tutti.

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Secondo Confesercenti, la crisi economica prolungata sta falcidiando i negozi, i bar, i ristoranti. In effetti, i dati ufficiali dell’Osservatorio nazionale sul Commercio del Ministero dello Sviluppo economico mostrano che nel 2012, per la prima volta dopo tanti anni, si registra un calo (-1,2%) nel numero dei 766.821 esercizi commerciali attivi.

Ma è vero che continuando così, come dice Confesercenti, in dieci anni andremo alla desertificazione delle città italiane? Non proprio. Se non altro perché – sempre statistiche alla mano – in Italia il numero di esercizi commerciali in rapporto agli abitanti è molto superiore alla media europea: sull’onda del “piccolo è bello” o del “meglio proprietari che proletari” abbiamo per decenni riempito le nostre città di esercizi commerciali, non sempre necessari.

Finché la domanda tirava e si consumava di tutto o di più, tutto bene. Ma nell’ultimo decennio, mentre nel resto d’Europa il settore si ristrutturava “dolcemente”, da noi continuava a crescere vertiginosamente: tra il 2002 e il 2012, di oltre il 5%. Tutti zitti. Adesso la crisi presenta il conto, e si piange sul latte versato.

Non è bello vedere le saracinesche abbassate: bar storici che non ce la fanno, negozi sotto casa che chiudono. Ma bisognerebbe riflettere sul perché.

E, oltre che chiedere alla politica di fare qualcosa, fare qualcosa anche noi, oltre che piangere e strepitare.

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