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Lunghi e complessi studi di ricercatori americani e tedeschi hanno scoperto che lo stress fa male alla salute, causando tra l’altro il mal di testa; proseguendo in questa sagra dell’ovvio, il rimedio sarebbe prendersi il tempo per  se stessi, “valutando se ciò che si sta facendo, il modo in cui si sta vivendo, ci rende veramente felici”.

Riflessioni

La terapia, suggerita da Paola Vinciguerra, psicoterapeuta presidente dell’Eurodap, Associazione Europea dei Disturbi da Attacchi di Panico Basterebbero, è quella di riflettere; su noi stessi, la nostra vita, i nostri veri bisogni e desideri. Basterebbero, dice, 3 minuti al giorno.

Riflettere su noi, sulla vita, sul mondo che ci circonda, con le sue bellezze e le sue contraddizioni? Vaste programme. Però sarebbe bello, e forse pure utile. Forse non servirebbe a far passare stress e mal di testa, anzi; ma non farebbe male né a noi né al mondo. Forse ci aiuterebbe pure a migliorarlo, fermarsi e riflettere 3 minuti al giorno.

La questione è se ne siamo ancora capaci.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Secondo una ricerca – più o meno “scientifica” – americana, la nostra felicità dipenderebbe soprattutto dai “geni” (che ci portiamo dalla nascita) e dal “destino” (gli eventi davvero “importanti” della vita -brutti o belli che siano – perché quelli quotidiani hanno impatti modesti e rapidamente riassorbiti). In pratica, solo una parte minuscola e residuale, stimata circa per il 10 per cento, dipenderebbe proprio da noi, dai nostri valori, comportamenti, approcci, scelte.

happy

Al di là della facile ironia sulla fondamentale scoperta, resta il fatto che – lo dice la ricerca, ma ci saremmo arrivati anche da soli – quel 10 per cento è comunque fondamentale per il nostro essere. Già: il nostro destino è solo in piccola parte nelle nostre mani, ma il nostro contributo ad esso è tutt’altro che irrilevante per il nostro essere, vivere, gioire.

Lo ricordava Randy Pausch: ”Non possiamo cambiare le carte che ci vengono servite, solo il modo in cui giochiamo la mano”.

Non dimentichiamolo.

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Non so perché (o forse lo so bene) ma oggi riesco a pensare solo a Brooke Greenberg, la bambina che non invecchiava mai, perché affetta da una sindrome rarissima che blocca la crescita. Brooke è morta a vent’anni, avendo l’aspetto, la mente e il comportamento di una bambina di circa 4 anni. Non mi interessa il clamore che si farà attorno al suo patrimonio genetico, al contributo che potrebbe darci per la scoperta di meccanismi biologici, terapie mediche e niente altro di scientifico.

Brooke_Greenberg

No. Penso alla sua lunga vita di eterna bambina, e penso all’infinita bellezza dell’infanzia, che è bellezza proprio quando è una condizione che ci fa evolvere verso il futuro e l’età adulta, e non quando diventa una trappola da cui è impossibile fuggire. Penso che Brooke è stata costretta dalla sua malattia mentre tanti altri crescono con il corpo ma non riescono (forse, non vogliono) a crescere con la mente e i comportamenti. Penso all’infinita dolcezza di tanti piccoli angeli che ho conosciuto e che malattie impronunciabili hanno rapito nel vento.

Penso che questo tempo che ci passa svelto come un temporale d’estate dobbiamo afferrarlo, comprenderlo, viverlo. Per non essere eterni bambini imprigionati non da una trappola biologica ma dalla loro vigliaccheria emotiva. Per cambiare noi stessi, il mondo, la vita.

Ti sia lieve la terra, Brooke.

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La garante per l’infanzia della Regione Calabria, Marilina Intrieri, ex deputato dell’Ulivo poi trasmigrata nel centrodestra, ha rispedito al mittente alcuni documenti inviateli dalla Prefettura di Crotone per poter visitare un centro di accoglienza per i minori. La signora ha constatato che le “viene attribuito il titolo accademico e non anche quello di onorevole” che le compete. Nel frattempo, i bimbi aspetteranno. Fioccano ironie, battute e indignazioni.

Non c’è niente di strano: la lista di signore e signori iscritti al club del “Lei non sa chi sono io” è lunghissima. L’Italia è il Paese dei Cavalieri, Dottori, Professori, Onorevoli ed Eccellenze varie. Titoli accademici ed onorifici sono così richiesti e graditi che chi non ce li ha spesso se li inventa: chi non ricorda Oscar Giannino? E’ il problema di chi scambia la forma per la sostanza, l’autorevolezza con l’autorità, l’apparire con l’essere. E scherma la propria pochezza con un bell’appellativo.

I troppi iscritti (e gli ancor più numerosi aspiranti) al club del “Lei non sa chi sono io” sono troppo presi dal loro ego per capire l’importanza di chiamarsi cittadino, il titolo più bello di tutti, l’unico a cui aspirare davvero. Non apprezzano l’infinita bellezza di camminare a testa alta, cittadino libero ed eguale, senza nessun altra compagnia del proprio nome, cognome, ed essere. Un cittadino con i suoi meriti e capacità, pronto ad apprezzare e farsi apprezzare per quello che è.

Un obiettivo forse troppo difficile da raggiungere, in questo Paese stracolmo di sudditi.

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Mia cara, quando sei nata – in un paese scassato da una guerra devastante che si era trasformata in una guerra civile, figlia orgogliosa della voglia di rinascita dopo vent’anni di dittatura – facevi tenerezza. Sei cresciuta negli anni del boom, violentata da politici forchettoni e cittadini distratti, attraversando anni di piombo, anni da bere e di merda. Ma te la sei sempre cavata.

In molti hanno provato a cambiarti, ma tu sei ancora qui, con la forza tranquilla di chi ha dalla sua le ragioni della storia. Forse anche tu – come tutti – potresti aver bisogno di una ritoccatina. Ma tutti quelli che ci hanno provato, sembravano più avere l’intenzione di peggiorarti, piegandoti ai loro sporchi comodi.

I tuoi genitori non andavano molto d’accordo, e per farti nascere hanno dovuto fare molti compromessi, non tutti riusciti. Tanti, troppi, ti hanno tradito spesso e volentieri. La vita ti ha lasciato qualche segno. Eppure, a guardarti, sembri davvero bella.

Hai ormai 64 anni, una bella età, ma non puoi ancora andare in pensione. E non perché il governo dei professori abbia allungato l’età pensionabile, ma semplicemente perché abbiamo ancora tanto bisogno di te.

Buon compleanno, Costituzione. Con immenso amore.

C’é grossa crisi. L’economia va male, i soldi scarseggiano, in Europa come in America. La gente per strada non sorride più. Tutti si sentono infelici. Le case sono scure e silenziose. Per rallegrale un po’ per fortuna, c’é la famiglia: i bambini, le mamme, i papà. Le coppie. Ma anche lì non sempre tutto fila per il verso giusto. Già, ma cosa ci vuole per essere felici?

Difficile saperlo. Per fortuna un team di scienziati dell’Università della Virginia ha realizzato uno studio lungo e ponderoso, il National Marriage Project, proprio per scoprire il segreto della felicità di coppia. E, dopo aver intervistato 2.870 uomini e donne ha scoperto una cosa sensazionale: la cosa che rende più felici le persone è la generosità.

Non solo quella materiale, ma proprio l’attenzione, la cura verso il partner, i figli, la casa. Pare che chi è oggetto di molta generosità sia 5 volte (non una di più, non una di meno) più felice di chi ha partner distratti e “tirati”. Che bravi questi scienziati della Virginia a realizzare questo progetto che deve aver richiesto molto studio ed impegno. E deve essere costato pure qualche bel dollaro.

Forse la crisi non è così grossa come sembra.

Giovanni Schiavon, un uomo come tanti, è morto. Era un imprenditore del padovano, aveva un’azienda edile conosciuta e stimata. Poi la crisi, i clienti che non riescono più a pagare, le banche che chiudono i rubinetti del credito. Dipendenti in cassa integrazione, commesse terminate, niente soldi per pagare le prossime tredicesime.

Giovanni è morto sparandosi un colpo di pistola alla tempia nel suo ufficio. Ha lasciato un biglietto alla moglie e ai due figli, chiedendo perdono. Una sotria come tante, un po’triste, che passerà quasi inosservata sui giornali.

Giovanni era un uomo come tanti, non molto diverso dai suoi dipendenti in cassa integrazione, da quel funzionario di banca che gli ha negato altro credito, da quel cliente che non lo ha pagato, forse perché anch’egli con l’acqua alla gola.

Giovanni, il suo gesto, la sua storia triste e un po’banale, che lascia l’amaro in bocca perun momento e niente di più.

Giovanni, e una domanda per tutti noi: ma il sistema economico è fatto per l’uomo, o l’uomo è fatto per il sistema economico?

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Due notizie. La prima: la “stangata” di Monti sulle accise dei carburanti, che fa salire il prezzo alla pompa di circa 8,2 centesimi al litro per la benzina e di 11 centesimi al litro per il gasolio. La seconda: la Fao ricorda che ogni minuto nel mondo vengono distrutti 10 ettari di foreste, la superficie di venti campi da calcio. In un anno fanno 14,5 milioni di ettari, poco meno di metà dell’Italia intera.

Con tutta la buona volontà, e la comprensione che – da bravo automobilista – nutro per tutti i miei concittadini tartassati da decenni con il facile bersaglio delle tasse sui carburanti, la seconda notizia mi è sembrata decisamente più preoccupante della prima. Ma, a leggere i media, a navigare tra social network e blog, a sentire la “gente” ero il solo, o quasi.

E’ un vizio delle nostre società opulente, lanciate a bomba verso un senso che non c’é: guardare esclusivamente la punta del proprio naso, o il proprio ombelico, scambiandoli per il centro dell’universo, mentre il mondo gira nello spazio senza fine verso ben altri – e più grandi – “centri di gravità permanente”.

Anche se il senso delle stelle non è quello di un uomo, ogni tanto, guardare appena al di là delle nostre beghe quotidiane potrebbe farci scoprire il senso di essere uomini e donne.

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Italia, mondo. Da oggi, dopo 41 anni, lo stabilimento di Termini Imerese è chiuso. 1566 dipendenti sono a casa, per ora in cassa integrazione e poi si vedrà. Per qualcuno di loro ci sarà un nuovo lavoro, forse. Per i più anziani, prepensionamenti o chissà cosa. Per molti altri il buio.

Un’azienda che non produce utili non può sopravvivere, e la risposta non può essere certo che sia “mantenuta” dallo Stato. E’ già successo negli anni ’70 e ’80, e stiamo vedendo ora che significa: scaricare sul futuro i problemi del passato.

Ma un’azienda non è un’entità astratta. E’ fatta di padri e madri di famiglia. Piccoli imprenditori che s’ammazzano perché non sanno come pagare gli stipendi ai loro dipendenti; quadri, impiegati ed operai che dopo trent’anni e passa di lavoro fatto con passione e competenza, finiscono in mezzo ad una strada.

Intanto, poco lontano nel mondo, abili broker muovono miliardi di dollari dagli schermi dei loro computer, guadagnando e facendo guadagnare milioni ad anonimi investitori, che forse useranno quei soldi solo per accumulare altri soldi.

Qualcosa non va, in questo mondo che sembra andare verso la fine. Nessuno – neppure chi potrebbe – sembra voler far niente per cambiare questo qualcosa. Fino a quando, chissà.

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Aldo Cosentino, grand commis di Stato, da tredici mesi commissario straordinario del Parco nazionale delle Cinque terre, ha dato le dimissioni. Niente di strano, anche se si tratta di un gesto non usuale in Italia. Solo che qualche stranezza c’é. La prima è che Aldo Cosentino è molto stimato, e fino a poco tempo fa era considerato il candidato naturale per il ritorno alla normalità, ovvero alla nomina a Presidente del Parco.

La seconda è che al suo posto non sarà nominato un Presidente, ma un nuovo commissario straordinario. La terza è che le dimissioni non sono avvenute spontaneamente, ma in seguito a forti pressioni del Ministro dell’Ambiente, con la netta contrarietà del Presidente della Regione Liguria. La quarta è che questo accade due giorni prima della caduta del governo Berlusconi. Pare che al suo posto verrà nominato un esponente politico locale di area PdL.

A pensare male, sembra si stia usando il Parco come uno sbocco per qualche politico da pensionare, o peggio per un commissario meno “intransigente” e meno “neutro” del precedente, in coincidenza di un momento delicatissimo per il territorio delle Cinque terre dove – bene o male – bisognerà lavorare per ricostruire nei prossimi anni.

A pensare male si fa peccato. Ma pare che spesso ci si azzecchi.

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