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Nella storiaccia delle ricevute fiscali di Roberto Cota, leghista piemontese, a dar fastidio non è l’eventuale uso di denaro pubblico per finalità non istituzionali, peraltro tutto da provare: sicuramente il Presidente regionale – che giura ai magistrati di non aver mai lucrato nemmeno un centesimo – chiarirà.

Cota

Non dà fastidio neppure quel curioso rincorrersi di scontrini da un capo e l’altro d’Italia, spesso in quasi simultanea, che fa pensare ad Presidente del Piemonte provvisto del dono dell’ubiquità; anche su questo punto, sicuramente, Roberto Cota avrà una spiegazione plausibile.

No, a dar fastidio è lo scarica barile sulla segretaria delle eventuali incongruenze, come nel più squallido dei romanzetti di quart’ordine, com’é sempre accaduto in questo strano Paese in cui i potenti di turno sono subito pronti a scaricare qualsiasi colpa su un sottoposto; uno  più debole, più vulnerabile.

Questa lunga striscia di potenti che “a loro insaputa” fanno cose non sempre spiegabili è la cartina di tornasole di una classe dirigente che – vecchia, nuova o semi nuova – non riesce nemmeno ad assumersi le responsabilità per una cena al ristorante o per l’acquisto di una cravatta.

Figuriamoci quelle di guidare un Paese.

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Come lo chiameremo, da oggi, questo governo delle (ex) larghe intese? Eh già, perché anche se molti fanno finta di non accorgersene, il governo dopo l’uscita di Berlusconi e della sua corposa pattuglia di “lealisti” cambia natura, qualitativamente ma anche numericamente.

Letta-sinistra

E’ un governo che ora si regge su una schiacciante maggioranza, anche numerica, della sua componente Pd. Ne dovrebbe conseguire, logicamente, un diverso atteggiamento del Pd e dei suoi elettori alle scelte che d’ora in poi questo governo farà. In materia fiscale, in materia di giustizia, in materia di lavoro, in materia di stimolo alla crescita, e così via. Più difficile accettare compromessi indigeribili (tasse sulla casa, riforme del lavoro, politiche ambientali, sanità) di quelli sin qui ingoiati sull’altare della “stabilità”.

Il Presidente Letta è troppo accorto per non saperlo. Dovrà spiegarlo anche ai suoi esponenti di governo, Fassina in testa, che non si tratta di Renzi, ma della natura stessa del Pd. Fare “qualcosa di sinistra”, fosse anche quella moderna e riformista che molti auspicano, o almeno fare qualcosa di civiltà, non sarà più un optional, ma un must.

Don’t forget, Mr. Letta!

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Che buontemponi gli economisti dell’Ocse! Nello studio “Pensions at a glance” hanno evidenziato che con il sistema pensionistico i giovani di oggi rischiano di non avere una pensione quando diventeranno vecchi e dunque essere i poveri di domani. Ma come avranno fatto?

precari

Quali complicati modelli matematici avranno dovuto attivare per arrivare alla conclusione che “i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti sono più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia”? E con quali sofisticati strumenti avranno dedotto che “l’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema” per loro?

Meno male che i nostri politici, manager, sindacalisti, industriali, hanno da preoccuparsi di cose più serie: la decadenza di Berlusconi, la leadership del centrosinistra, il subemendamento 47 ter al disegno di legge sulla regolamentazione delle fotografie naturalistiche, e altre questioni fondamentali.

Non c’é niente da fare: essere precari è una meraviglia. Ieri, oggi e domani. Dev’essere per questo che i giovani fanno di tutto per mantenersi questo privilegio!

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Francesca, Sara, Lucia. Veronica, Teresa, Noemi. Giovani, meno giovani, colte, ignoranti, ricche o povere, dirigenti d’azienda o commesse. Le donne non lo dicono, ma nel destino di molte c’è la violenza: fisica, sessuale, psicologica. Capita a una su tre, in Italia più di 6 milioni: più di un milione è stata duramente picchiata, più di un milione ha subito un tentativo di stupro. “Caramelle” spesso donate da un “conosciuto”: un parente, il partner, un amico.

violenza_donne

Le donne lo sanno, gli uomini fanno finta di non saperlo. Tutti preferiscono chiudere gli occhi, voltare la testa, scrollare le spalle. Eppure succede, ogni giorno. Anche attorno a noi, nei nostri pianerottoli e nei nostri cortili. Si fa finta di non vedere per paura, per comodità, per un incredibile vergogna.

Le donne non lo dicono. Ma sanno che spesso è la rabbia repressa, la paura del confronto, l’imbecille incapacità di sopportare quella luce che l’altra metà del cielo ci regala, illuminando di vita questo cammino spesso grigio.

Forse non serve a nulla, forse invece sì. Vorrei mandare un sorriso a tutte, cercando – per come può farlo un uomo – di essere con voi in questa ancora lunga, lunghissima battaglia. E sapendo che siamo più di uno al vostro fianco.

Forse, sapere di essere meno sole vi può aiutare.

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Ci sono mille modi per ricordare John Fizgerald Kennedy. Dire che è stato un grande Presidente, quello che ha aperto all’America e al mondo le porte della modernità, del futuro; oppure che è stato un pessimo Presidente, un donnaiolo, uno con molti lati oscuri mai del tutto chiariti. Si possono ricordare la baia dei Porci o il discorso di Berlino, il Vietnam o la lotta alla segregazione razziale. Si possono ricordare Marylin o Jackie, Bob o Lyndon Johnson. E molto altro ancora.

Kennedy

Ma è tutto tempo che passa, sogni spezzati in quel giorno di novembre a Dallas, da uno squilibrato, da un complotto mai chiarito, o chissà da cosa, e perché. Ma c’è una cosa che non dovremmo mai dimenticare. Una frase: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”.

Dovremmo ricordarcelo ogni volta che la sfiducia fa capolino nello squallore delle nostre miserie quotidiane; ogni volta che viene la tentazione di mollare, in questo Paese di vecchi, fatto per i vecchi che si crogiola nel suo agonizzante declino.

Riprendercelo, perché è il nostro, non il loro. Questo mi ha insegnato la storia di JFK. Questo dovremmo ricordarci ogni giorno, ogni minuto, ogni istante.

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La storia dell’emendamento presentato dai 5stelle che cancella dal titolo di una proposta di legge a sostegno della Fondazione Giuseppe Di Vagno (il Matteotti del sud) il riferimento alla “conservazione della memoria del deputato socialista assassinato il 25 settembre 1921” non è una “mancanza di rispetto alla memoria storica”, come ha detto qualcuno; non è neppure una criminale apologia del fascismo come ha detto qualcun altro. E’ un’altra cosa: molto meno per un certo verso, molto più per un altro.

Di-Vagno

E’ la manifestazione che, in questo Parlamento, al gruppo di diversamente intelligenti con alcune legislature alle spalle si sono aggiunte delle nuove leve, che albergano purtroppo anche nelle nuove forze politiche.

Buffo che il Movimento5stelle abbia dovuto giustificare l’evidente stupidaggine compiuta buttandola sugli “sprechi di denaro”, sulla “moralità del Presidente” o sul “finanziamento di convegni non proprio condivisibili” (com’è spiegato qui), e contrabbandando il proprio errore come un “emendamento meramente ostruzionistico”.

Una stupidaggine è una stupidaggine: meglio ammetterlo, anziché aggiungere alla prima una seconda.: perché niente aiuta a far confondere la memoria dei Di Vagno e dei Matteotti con Craxi e la scia di nani e ballerine meglio di un “emendamento ostruzionistico” del menga.

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E’ bella la storia di Miles, il bambino americano malato di leucemia che per un giorno è diventato Batman grazie alla Make-a-Wish Foundation, che ha mobilitato la città di San Francisco e gli interi USA per realizzare il suo sogno. Autorità, cittadini, investimenti; persino Obama e sua moglie si sono mobilitati. Tutto per far felice come merita il piccolo Miles, che ricorderà questo giorno per la sua – speriamo lunghissima – vita. Una storia bellissima e molto commovente.

Miles-batman

E significativa: perché dimostra che allora si può fare: si possono mobilitare tanti per realizzare il sogno di uno; uno che se lo merita, un debole, un indifeso. Ma allora perché non dovrebbe essere possibile mobilitarsi per realizzare il sogno di tanti, piccoli ed indifesi: ad esempio, i milioni di bambini che muoiono ogni giorno per malnutrizione, mancanza di medicinali salvavita o altro.

Comprendere perché si riesca a far smuovere tanti per uno, e non invece pochi o nessuno per molti sarebbe il primo passo per risolvere alcune delle grandi contraddizioni del nostro tempo. E, probabilmente, farci capire che anche una risposta per i grandi problemi di molti, oltre che per quello di un singolo, sono alla nostra portata.

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La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono un grande problema in Italia: all’estero riciclano, riusano, differenziano; noi non riusciamo neanche a smaltirli. Per cambiar passo nel 2007 è stato istituito il “fondo per la promozione degli interventi di riduzione e prevenzione della produzione di rifiuti e per lo sviluppo di nuove tecnologie di riciclaggio”. Meritoria iniziativa.

Rifiuti

Solo che – come racconta un rapporto della Corte dei Conti – i 69 milioni di euro stanziati tra 2008 e 2012 per risolvere questo problema cronico delle città italiane, stati usati non per lo scopo previsto, ma soprattutto per altro: precisamente, per le gestioni commissariali della Protezione Civile nelle emergenze “Napoli”, “Laguna di Orbetello” e “Palermo”. Provvedimenti d’urgenza, firmati dall’allora Presidente del Consiglio.

Di questo fondo, fino al 2011 – nel 2012 qualche cosa è stato fatto – il ministero dell’Ambiente sembra essersi quasi dimenticato: spiega il rapporto che non è mai stato pubblicato un bando per assegnare le risorse, forse perché altrimenti qualche amministratore locale avrebbe fatto domanda. E per due anni ci si è dimenticati pure di deliberare come usare quelle risorse.

Il rapporto è nelle mani dei Presidenti di Camera e Senato e del Presidente del Consiglio. Speriamo che non diventi l’ennesimo rifiuto da buttare via. Perché in Italia dobbiamo buttar via qualcos’altro.

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Come passa il tempo, avrà pensato il vecchio (ahi…) leader del centrodestra italiano, aprendo gli occhi a questa lugubre mattina di un improvvisamente gelido novembre. Tra una carezza a Dudù ed una a Bondi – indistinguibili, se non fosse che quello che scodinzola non ha 4 zampe – e un’amara colazione, avrà pensato a quel 12 novembre di due anni fa nel quale si recò dal Presidente Napolitano per rassegnare le dimissioni; “Giuda Escariota, al suo cospetto, era un dilettante” avrà ripetuto ad un quieto Dudù.

berlusconi

Erano i bei tempi dell’Olgettina; Calderoli e Bossi erano ministri, e anche Alfano. Da allora, come avviene in questo Paese di Gattopardi, tutto è cambiato perché tutto resti come prima. Il vecchio (ari-ahi…) leader del Centrodestra  avrà guardato pensoso fuori dalla finestra, incerto se seguire l’istinto da killer che gli suggerisce Daniela o i consigli alla mediazione di Fedele, Ennio e Gianni. Si sarà depresso, pensando che allora poteva scegliere tra passare una serata elegante con Ruby o Nicole, mentre ora l’alternativa è tra abbracciare Fitto oppure Alfano.

Ma il vecchio (e basta, abbiate un po’ di pietà!!!!) leader del Centrodestra si sarà rianimato, perché – proprio mentre un gruppo di lealisti ringhiosi si avvicina, spaventando Dudù a morte, che corre ai piedi di Bondi facendo un bisognino – gli sarà venuto in mente che, come sempre avviene in questo splendido Paese, i Gattopardi fanno posto alle iene.

E allora il vecchio leader avrà sorriso, pensando che prima o poi – nel suo caso, più poi che prima – tutto passa alla storia, diventando parte di un tutto dove cronache, torti e ragioni si stemperano e si confondono; specie in questo Paese che forse sarà di Gattopardi o forse di iene, ma sicuramente ha la memoria corta. E avrà certezza che tra qualche anno il 12 novembre nelle case italiane diverrà solo un giorno come tanti, di quelli in cui si raccontano favole ai bambini dispettosi, che non vogliono andare a scuola:

C’era una volta Silvio, il Presidente dai 28 trofei in 26 anni, il più grande premier di tutti i tempi, l’innovatore della politica italiana, il più grande imprenditore del mondo e chi più ne ha più ne metta.

A noi piace ricordarlo, in questo paese dalla memoria corta, come Mister spread 585.

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L’emendamento Pdl sulla privatizzazione delle spiagge non è solo uno schiaffo all’ambiente; è soprattutto uno sberleffo alla libera concorrenza e all’economia di mercato: perché la possibile privatizzazione delle aree “coperte” (dove ci sono ombrelloni e strutture) e l’allungamento sine die delle concessioni su quelle “scoperte” (arenili e ombreggi) prevedono un diritto di prelazione per gli attuali concessionari.

STabilimento_balneare

Un ennesimo regalo agli attuali concessionari – che si stima incassino circa 10 miliardi all’anno, pagando allo Stato 90 milioni – senza gare pubbliche al migliore offerente, senza la possibilità per forze imprenditoriali fresche di “giocarsela”.

L’ennesima prova che l’unica cosa che interessa a gran parte della nostra classe dirigente è la conservazione delle varie caste. Politica, professionale, bottegaia. E balneare.

Di padre in figlio, bagnini per sempre.

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