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Il calo del Pil continua, come ha certificato la nota mensile dell’Istat; e questo, a poche ore dal varo della nota di aggiornamento del DEF del governo.

Calo Pil

Il calo del Pil italiano si deve al rallentamento dell’export (che comunque, “tiene”) ma soprattutto, al calo della domanda interna, sia in investimenti che in consumi. Il clima di fiducia delle imprese e delle famiglie si deteriora, l’occupazione langue. Servirebbe uno shock positivo, e – pur se con i limiti rigidi imposti dai vari fiscal compact e altre ottusità – qualcosa si potrebbe pur fare. Invece, tutti – governo, opposizioni interne ed esterne, i cosiddetti “poteri forti” continuano a menarsela.

Finiremo per essere definitivamente (in parte lo siamo già, e negli ultimi 3 anni la tendenza si è fatta irresistibile) un Paese senza sovranità. E non per colpa degli altri. Per colpa nostra. Il Pil è avviato ad una discesa che sembra infinita, e noi balliamo la samba. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

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Ma dov’è questa crisi? Te lo chiedi leggendo che gli ordini di iPhone 6 e iPhone 6 Plus hanno superato quota 4 milioni nelle prime 24 ore. Si annunciano code; come sempre, più di sempre. Per degli aggeggi che costeranno più di 700 euro. Mentre l’Ocse sforna previsioni fosche su mezzo mondo. Ma come si spiega?

crisi

SI spiega, si spiega. Primo: la crisi morde in molte parti del mondo, ma non dappertutto. Secondo: picchia duro con molte persone, ma non con la maggioranza. Terzo: la crisi colpisce alcuni settori merceologici molto più di altri. Lo dicevamo – e lo dicevano in tanti, inascoltati – già 2-3 anni fa: questa crisi sarà asimmetrica, sarà senza ripresa occupazionale, e dunque provocherà un aumento delle asimmetrie (dunque, della disuguaglianza) come mai era accaduto prima. Bisognava capirlo, e attrezzarsi per tempo. Invece, niente.

Il brutto di noi italiani è che siamo nell’occhio del ciclone ma, dopo aver perduto sostanzialmente vent’anni, continuiamo a ciurlare nel manico, occupandoci di piccole questioni congiunturali e non sostanziali senza prendere il toro per le corna. Eppure, niente è scontato: sempre guardando alla telefonia, la Nokia, che vent’anni fa guidava la rivoluzione dei telefonini, sta per scomparire fagocitata dalla competizione senza quartiere fra i giganti delle nuove frontiere della comunicazione globale.

Le cose evolvono in fretta e – mettendosi al lavoro per un progetto comune e condiviso – l’Italia può farcela, eccome. La vera crisi, quella che si vede benissimo camminando per le strade di questa nostra Italia del (non) miracolo, è che non ci crediamo, noi per primi.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Sono arrivati in decine di migliaia a Roma con 400 pullman, 7.000 posti in treno e 2.000 in aereo: artigiani, commercianti, piccoli imprenditori. Erano in molti, sono una moltitudine, “il popolo delle partite Iva”, arrivati nella Capitale per “chiedere con forza una svolta concreta nella politica economica del Paese”. Stanchi, sfibrati, sempre più disillusi. Consapevoli che “senza impresa non c’è Italia. Riprendiamoci il futuro”.

Proteste -Partite-Iva

Non si può che essere d’accordo con questa “rivolta pacifica delle imprese”. L’ha detto anche la Camusso, la segretario generale della Cgil: “Le imprese hanno ragione di protestare perché sono in difficoltà, sono moltissime e rappresentano quasi un quarto del nostro sistema produttivo”.

Cosa chiedono? Chiedono “meno tasse e meno burocrazia”. Perbacco. Difficile non essere d’accordo; o, meglio, sarebbe facile essere d’accordo sul primo punto: se in Italia le tasse le pagassero tutti; perché ogni anno l’Agenzia delle Entrate, quando sciorina i dati sulle dichiarazioni dei redditi, ci fa scoprire che in Italia le tasse i piccoli imprenditori, i commercianti e gli artigiani ne pagano in media proprio pochine, dichiarando sempre redditi inferiori a quelli dei loro dipendenti.

Ecco, comincerò a dare ascolto alle proteste di Piazza il giorno che cominceranno, oltre che a chiedere cose giuste e sacrosante, anche ad assumersi la loro parte di responsabilità. Solo così possiamo “riprenderci il futuro”. Spiegatelo anche alla Camusso.

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A volte ritornano: dopo un assordante silenzio, ariecco il più grande commercialista di Sondrio, Giulio Tremonti, sciorinare qui perle su perle. La sua tesi, in breve: l’euro è “una camicia di forza” imposta all’Italia e agli italiani, tornati ad essere “calpesti e derisi”, schiavi di un “podestà straniero” dall’estate 2011, quando fu inventata la “falsa catastrofe” che si abbatteva sull’Italia, “tanto poi il tremendo conto dell’esperimento, i connessi costi economici e sociali, politici e morali, l’avrebbero pagato e lo stanno ancora pagando l’Italia e gli italiani”. La colpa di chi?

Tremonti

Ovvio: della sinistra, della cattivissima sinistra; che ha voluto l’ingresso nell’Euro, che non ha rifiutato la globalizzazione, che ha fatto il decentramento con il Titolo V, che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione e che ha prodotto la “derivata e deviata democrazia del deficit”.

Tremonti chi? Quello che negli ultimi 15 anni è stato Ministro per circa 8? Quello che infilava nei suoi documenti il “regalino” degli aumenti Irpef ed Iva? Quello che, cifre alla mano, con lui ministro ha scassato i conti pubblici come mai prima? Ma poi, come è logicamente possibile che la cattivissima sinistra sia contemporaneamente colpevole di aver voluto la (stupida) norma costituzionale del “pareggio di bilancio” e anche di aver prodotto la derivata e deviata “democrazia del deficit”?

E dai, Giulio, non esagerare! Ci fa piacere che sei tornato. Sei sempre stato un simpatico umorista, e il tuo esser responsabile del disastro dell’Italia, assieme al tuo ex compagno di merende Berlusconi, è un peccato che ti si può perdonare; in fondo, siamo italiani. Ma il tuo essere così orgoglioso intellettualmente da pensare che due bugie facciano una verità, e che qualcuno di noi abbocchi ancora, è davvero troppo.

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L’Istat ha prodotto, come ogni anno, la consueta foto dell’Italia, ritratta in cento statistiche; e ci sono molte cose che colpiscono. Colpisce, ad esempio, che oltre il 40 per cento degli italiani si fermi alla licenza media, la percentuale più alta dell’intera Europa, a parte Portogallo Spagna e Malta; che la spesa in istruzione e formazione sia il 4,2 per cento del Pil, mentre la media Ue è oltre il 5,3 per cento; che la spesa in ricerca e sviluppo sia meno dell’1,3 per cento del Pil, che la produttività del lavoro sia in riduzione costante da anni e ormai sotto la media europea. E si potrebbe continuare.

Povera-Italia

Colpisce anche che nessuno cominci a mettere in relazione queste istantanee, che formano tutte assieme un quadro preciso dei nostri mali, ma anche dei nostri punti di forza (perché ne abbiamo, eh), senza limitarsi a prendere questo o quell’altro fenomeno per portare l’acqua al proprio mulino o per un titolone sul giornale per un giorno, o per mezz’ora.

Colpiscono queste, e molte altre cose. Ma, soprattutto, colpisce che queste istantanee, che ritraggono un Paese che chiede aiuto, non vengano neanche guardate da chi, in queste ore, in questi giorni, passa da un vertice all’altro, da una riunione all’altra, da un post sul blog all’altro, per decidere le sorti del governo, per scriverne l’agenda, per proporre una nuova Italia.

E un po’ colpisce anche che queste parole al vento che scriviamo interessino poco, per primi, gli stessi cittadini italiani. Finiremo per morire, tentando di salvare il solo nostro ombelico senza guardare al resto del povero corpo di questo paese alla deriva.

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L’unico vero leader di statura mondiale che può vantare l’Europa in questo momento, Mario Draghi, ha detto chiaro tondo che la crisi d’Europa è ancora ben lungi dall’essere finita. Bisognerà che i tanti soloni che si baloccano sull’imminente ripresa dell’Italia si rassegnino; e anche che qualcuno si ricordi che sino a quando Big Mario terrà i tassi bassi, un Paese come il nostro, con un debito grande come una casa, non potrà che essergliene grato, ma che anche questo non durerà all’infinito.

declino_italiano

Nel frattempo, continuiamo a sperare (certo, non ancora per molto) che chi deve prendere decisioni – il governo e la sua maggioranza – si svegli: l’annunciata abbuffata di riunioni e le tante proposte generiche saranno buone (forse) per le campagne elettorali, ma non risolvono un problema che è uno. Quanto ai latrati delle peggiori opposizioni della storia repubblicana (senza distinzioni di sigla, dal 5stelle alla Lega, passando per Forza Italia), anch’essi fanno disperare per l’assenza di un anche minimo accenno di proposta che non siano boutade come l’uscita dall’Euro.

Mentre la base produttiva italiana si sgretola, i livelli occupazionali sono oltre il livello di guardia, e la coesione sociale è ad un passo dal disintegrarsi, ci si può distrarre con il cognome delle madri ai figli o la legalizzazione delle cannabis; temi certo importanti, ma che varranno poco se non riusciremo prima a sopravvivere.

O forse siamo semplicemente già rassegnati al (non ineluttabile) declino.

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Secondo un rapporto dell’Ocse sul benessere e la felicità dei 34 paesi più ricchi, l’Italia è ai primissimi posti nell’aspettativa di vita alla nascita, è tra i primi nella ricchezza netta delle famiglie, meglio di molti paesi europei, tipo Germania e Francia, ed ha un buon sistema sanitario. Però siamo agli ultimi posti. Soprattutto perché fanalini di coda nella percezione “soggettiva” del benessere; salute, felicità, ricchezza: tutto ci sembra andare male. Colpa della crisi degli ultimi 6 anni: più disoccupati, meno reddito disponibile, troppa disuguaglianza.

felicità

Siamo infelici non perché stiamo peggio degli altri, ma perché negli ultimi anni abbiamo peggiorato di più. Egoisti, piagnoni, eterni scontenti? Anche. Ma un dato emerge dall’analisi dei diversi indicatori: se guardiamo al passato, siamo un Paese (ancora) ricco; ma se guardiamo al futuro, siamo un Paese che si impoverisce. Una “frattura” anche generazionale, un Paese dove il benessere conquistato dai padri continua (ancora) a far galleggiare i figli, che però capiscono che la “festa è finita” e che se non s’inverte la rotta saranno presto guai per tutti.

Siamo infelici perché stiamo guardando indietro o, se va bene, intravediamo il nostro ombelico far capolino dalla pancetta.

Forse, alzando lo sguardo verso il futuro, potremmo provare a iniziare a costruire una lontana speranza, e provare – almeno provare – a ritrovare la felicità perduta.

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La cupio dissolvi del berlusconismo diventa la cupio dissolvi della Repubblica italiana; senza offesa, non è che ci volesse molto a capirlo. Farebbero sorridere – se non fosse che ne pagheremo pesantemente dazio – le cassandre che ora ricordano le conseguenze della scelta scellerata di Berlusconi (pateticamente giustificata con il mancato provvedimento sull’Iva) per la situazione esplosiva del nostro debito pubblico. E i piagnistei per il bisogno di riforme strutturali che non si fanno, e per i rischi per la tenuta del nostro sistema.

Il fatto è che siamo tutti nudi di fronte ad una questione semplice, che tutti fanno finta di non vedere: in un Paese “sano” uno come Berlusconi nella migliore delle ipotesi fa il leader di una formazione estremista del 5 per cento, che nessuno caga. In Italia diventa uno “statista”. E la colpa è di tutti: berlusconiani, antiberlusconiani e “diversamente” berlusconiani.

Siamo un Paese che preferisce costantemente ciurlare nel manico anziché prendere di petto i suoi problemi; che c’erano anche prima di Berlusconi e che il suo ventennio ha semplicemente aggravato, esaltando i nostri vizi come se fossero virtù. L’Italia è al tramonto e l’unica fortuna è che il Mondo non può permettersi il default dell’Italia, perché sennò con questa classe dirigente ci saremmo già dentro.

Mentre la possibilità di un commissariamento del nostro paese si fa sempre più concreta, cerchiamo almeno uno scatto di reni. Facciamoci, tutti, un bell’esame di coscienza. E, per favore, stavolta liberiamocene.

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I media italiani, complice un rapporto presentato ieri dalla Commissione europea, hanno riempito vagonate di pagine con articoli sull’allarme deindustrializzazione dell’Italia. L’occasione propizia l’ha fornita anche la coincidenza delle vendite di Alitalia e Telecom. Ma la deindustrializzazione non è il cuore del problema.

crisi-italia

Non che perdere 20 punti nell’indice di produzione industriale in 6 anni sia uno scherzo; ma, lo dice anche il rapporto, l’Italia resta comunque un Paese con un ampia base produttiva, più alta della media europea. Il vero problema è che l’Italia perde produttività, o se preferite competitività: è questo che ne fa la grande malata d’Europa.

La competitività dipende certo dall’industria, ma anche dal resto dell’economia. Soprattutto, la competitività dipende dalla capacità d’innovazione; che non è solo scienza e tecnologia – che ne costituiscono comunque due ingredienti fondamentali – ma è prima di tutto la disponibilità ad accettare il cambiamento. E qui nasce un problema.

L’Italia ha una “naturale” resistenza al cambiamento. Perché è un Paese storicamente corporativo. E le corporazioni irrigidiscono il sistema politico economico e sociale, perseguendo principalmente obiettivi redistributivi e di acquisizione di rendite anziché di crescita della produzione e della produttività. Con ciò condannando il Paese ad un apparentemente ineluttabile declino.

La deindustrializzazione è un sintomo. Non la malattia. E la cura, che ci piaccia o meno, si chiama cambiamento.

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Dicono che il capitalismo sia il migliore dei sistemi possibili. Può essere. Dicono che è il migliore per merito dei “mercati”, che premiano i più bravi e i più efficienti e puniscono i peggiori. Forse. Ieri erano 5 anni esatti dal fallimento di Lehman Brothers, la mega banca d’affari americana da cui è partita la grande crisi economica, sociale e politica che stiamo vivendo.

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Una crisi che ha provocato milioni di disoccupati, un crollo strutturale della produzione e del reddito, l’impoverimento delle classi medie in tutto il mondo, un’intera generazione di giovani che annaspa alla ricerca di un futuro che è già passato.

Dopo 5 anni gli unici a non aver pagato il conto sono stati gli “squali” di Wall Street, i grandi broker e i grandi banchieri. Gente che è riuscita a guadagnare anche sulle perdite di borsa, incassando liquidazioni multimilionarie con cui ricompravano gli assets delle loro aziende alle aste fallimentari mentre i loro dipendenti finivano in mezzo alla strada.

La politica non ha voluto – o forse potuto – far nulla. Se non spendere tanti miliardi (di euro e di dollari) per salvare Wall Street e i suoi squali, facendo pagare il conto alla gente della strada (Main Street) con tagli allo stato sociale, aumenti di tasse, disoccupazione.

Il capitalismo sarà senz’altro il migliore dei sistemi possibili. Ma se qualcuno vi dice che premia i migliori e punisce i peggiori, fategli una pernacchia.

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