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Mia cara, quando sei nata – in un paese scassato da una guerra devastante che si era trasformata in una guerra civile, figlia orgogliosa della voglia di rinascita dopo vent’anni di dittatura – facevi tenerezza. Sei cresciuta negli anni del boom, violentata da politici forchettoni e cittadini distratti, attraversando anni di piombo, anni da bere e di merda. Ma te la sei sempre cavata.

In molti hanno provato a cambiarti, ma tu sei ancora qui, con la forza tranquilla di chi ha dalla sua le ragioni della storia. Forse anche tu – come tutti – potresti aver bisogno di una ritoccatina. Ma tutti quelli che ci hanno provato, sembravano più avere l’intenzione di peggiorarti, piegandoti ai loro sporchi comodi.

I tuoi genitori non andavano molto d’accordo, e per farti nascere hanno dovuto fare molti compromessi, non tutti riusciti. Tanti, troppi, ti hanno tradito spesso e volentieri. La vita ti ha lasciato qualche segno. Eppure, a guardarti, sembri davvero bella.

Hai ormai 64 anni, una bella età, ma non puoi ancora andare in pensione. E non perché il governo dei professori abbia allungato l’età pensionabile, ma semplicemente perché abbiamo ancora tanto bisogno di te.

Buon compleanno, Costituzione. Con immenso amore.

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Giovanni fa l’operaio da trent’anni. E quando sente “loro” parlare di articolo 18 non gli piace. Perché significa licenziamenti facili. Giovanni non ha studiato, non sa fare grandi discorsi, ma per istinto pensa che se si toglie a certa gente il freno della legge, ne approfitterà di sicuro per fare qualche pasticcio. E a pagare, c’é da scommeterci, saranno i soliti.

Giovanni però sa che suo figlio ha venticinque anni e per lui flessibilità fa rima con precarietà. Sa che per se e i suoi compagni con la crisi c’é almeno la Cassa integrazione, per suo figlio c’è un “arrivederci e grazie”, se va bene. Giovanni vede da troppo tempo che nel mondo del lavoro non c’è uguaglianza tra chi è tutelato e chi non ha niente.

Giovanni non ha studiato, ma si arrabbia se qualcuno pensa o dice che per rendere tutti uguali nel lavoro bisogna abbassare le tutele a tutti. Ma non si arrabbia se qualcuno gli chiede di sedersi intorno ad un tavolo e cercare una soluzione, un modo nuovo, per salvaguardare tutti, facendo le cose giuste.

Giovanni non ha capito perché i sindacalisti sono così arrabbiati prima ancora di cominciare a discutere. Anche quelli che prima, quando c’era l’altro governo, erano disposti a chinare la testa sempre e comunque.

Giovanni non è convinto che abolire l’articolo 18 sia una buona soluzione. Ma, mentre guarda suo figlio con il capo chino sul divano,  gli piacerebbe almeno vedere tutte le proposte concrete prima di mettersi a scioperare.

Divertirsi con la politica non è facile. Eppure può succedere. Diverte la conversione della Lega nord sull’Imu, il nuovo nome dell’Ici, la tassa sulla casa. Reintrodotta da Monti per la prima casa e potenziata per le seconde e terze case. I leghisti propongono la disobbedienza fiscale nei comuni del nord, invitando i cittadini a non pagarla.

Diverte che anche esponenti istituzionali di primo piano, come Zaia e Maroni, abbiano mostrato interesse e condivisione. Diverte non tanto per la sfida alla coerenza e alla memoria degli italiani: l’Imu era prevista già dai decreti legislativi sul federalismo fiscale, i  “sacri testi” che Bossi & c. vantavano fino a un mese fa come “il più grande successo politico dopo il big bang” del loro partito. In fondo sono dei politici, no?

Diverte invece pensando che una parte non piccola dell’Imu sarà gestita proprio dai Comuni. Quindi, assisteremo allo spettacolo di Sindaci della Lega nord, chiamati ad applicare la tassa (decidendone anche alcuni aspetti non banali) e ad intascarne parte del gettito, che guidano la rivolta fiscale dei loro concittadini. Contro la loro amministrazione comunale.

Peccato che  sarà solo l’ennesima boutade del partito di “lotta e di governo” . Perché sarebbe un bello spettacolo. Il più grande, a parte averli visti ministri della Repubblica.

Luca Zaia, governatore del Veneto è stato attaccato sui giornali dal senatore del Pdl ed ex ministro Maurizio Sacconi, che lo ha invitato ad andare “oltre l’impegno dell’ordinaria amministrazione, perché i tempi ci chiedono di alzare lo sguardo e di costruire il futuro del Veneto”.

Il leghista ha duramente replicato, ricordando il lunghissimo excursus ministeriale di Sacconi negli ultimi 10 anni, chiedendo all’ex ministro di “spiegare a tutti il motivo per cui il Paese è ridotto così, a meno non arrivi a pensare che il suo pensiero fosse così alto da non essere compreso da nessuno”.

L’osservazione di Zaia ha un suo fondamento. Specie se ci si dimentica – e in questo Paese accade spesso – che la Lega nord ha sistematicamente partecipato a quei 10 anni di governi in cui Sacconi praticava il suo pensiero alto. Governi a cui lo stesso Zaja ha personalmente preso parte.

Che sia finito un amore è possibile. Che quando finisce una more volino gli stracci accade spesso. Che si perda completamente memoria del passato è un po’ meno comprensibile. Ricordiamocelo quando commentiamo gli incerti e non sempre azzecati passi del governo Monti.

Pubblicato su Giornalettismo

Per tre anni e mezzo Cisl e Uil hanno trattato lo sciopero come un residuo del passato, attaccando l’altro grande sindacato, la Cgil, che invece allo sciopero contro il governo Berlusconi ricorreva con estrema facilità. Raffaele Bonanni, nel Corriere della Sera del 29 agosto 2011, sosteneva persino che lo sciopero era “uno strumento antiquato”.

Il 13 settembre scorso rilanciava: “Finché perdurerà una situazione di crisi via libera agli scioperi solo di sabato o di sera, per non far perdere soldi ai lavoratori”. Ora, il miracolo: poche ore dopo la presentazione della manovra “salva Italia” del nuovo governo Monti, nel mezzo di una crisi sempre nera, Cisl e Uil riscoprono la parola sciopero, proclamandone uno di due ore per lunedì prossimo.

Scioperare è uno strumento di lotta forse antico, ma sempre legittimo e “sano”. Fa piacere che anche Bonanni ed Angeletti ora se ne ricordino. Che questo avvenga subito dopo la fine del lungo regno berlusconiano è, ovviamente, una semplice coincidenza: non bisogna pensare male.

Anche se, come diceva uno se che se ne intende, spesso ci si azzecca.

Pubblicato su Giornalettismo

Anche i professori, nel loro piccolo, si sbagliano. E anche nel governo tecnico, il “Barcellona” dei Governi, qualcuno sbaglia: una rimessa laterale o un calcio di punizione. E’ successo con la nomina del sottosegretario all’Agricoltura.

Dovrebbe essere – o forse è meglio dire, doveva essere – Francesco Braga, docente all’ università di Guelph e incaricato alla Cattolica, da 28 anni in Canada, esperto del ramo. Il neo ministro Mario Catania ne era addirittura entusiasta. E lui, molto soddisfatto. Migliaia di congratulazioni, tra cui il consorzio del parmigiano-Reggiano e la comunicazione mail del Ministero in Canada.

Però dopo le prime ore è spuntato un altro nome: Franco Braga, docente di Tecnica della Costruzione alla Sapienza. Segnalato da Altero Matteoli, ma per le infrastrutture, date le specifiche competenze. Dicono che se la sia presa. La confusione è sovrana. Né Francesco né Franco hanno giurato. A domanda su chi sia il sottosegretario, viene risposto ancora che “la situazione è fluida”.

Speriamo che sulle misure il “Barcellona” faccia un po’ più di attenzione: errare è umano, perseverare è diabolico.

Pubblicato su Giornalettismo

La ricchezza netta delle famiglie italiane è stimata da Banca d’Italia in circa 8.600 miliardi di euro. Rappresenta il 5,7 per cento di quella mondiale, superiore alla quota italiana del PIL mondiale (3 per cento) e molto superiore a quella della popolazione del mondo (1 per cento). Insomma, siamo un paese ricco.

Però, sempre secondo Banca d’Italia, questa ricchezza non è uguale per tutti. Molte famiglie sono povere, la metà detiene appena il 10 per cento della ricchezza nazionale: pensionati, lavoratori dipendenti del privato, giovani. Invece, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata: il 10 per cento più ricco detiene quasi il 45 per cento della ricchezza complessiva.

Gli italiani sono poco più di 60 milioni di abitanti. Il 10 per cento di essi, 6 milioni di persone, possiede quindi una ricchezza netta  di 3.870 miliardi di euro, poco meno del doppio del nostro Pil. Se a questo 10 per cento di popolazione applicassimo una leggera patrimoniale (6 per mille, come l’Ici) ricaveremmo un gettito di 23 miliardi di euro all’anno.

Una somma difficilmente ricavabile con altre misure, pure legittime e magari utili come la riforma pensioni, o aumento Iva, ripristino dell’Ici per tutti, eccetera. Sarebbe bene, quando sentiamo parlare i vari partiti, sindacati, forze sociali, ricordare queste poche cifre.

E sarebbe bene che se ne ricordi anche il governo Monti, se vuole davvero dare una svolta a questo Paese.

Pubblicato su Giornalettismo

Da noi non ha mai avuto buona fama. Eppure Lao-tzu l’aveva scritto circa duemila e seicento anni fa nel Tao Te Ching. Adesso lo certifica la rivista New Scientist che, nel suo ultimo numero, esalta l’importanza della nullità.

Gli italiani – che sono il popolo più saggio dell’occidente – spesso non resistono al suo fascino: non a caso, siamo il Paese degli Scilipoti. Ma anche da noi il nulla ha un suono negativo, anzi spaventoso: “sei una nullità”, “l’ozio è il padre dei vizi”, la paura del vuoto, le carriere dei Bossi, padre e figlio,  e via disprezzando.

Ma scherzi a parte, dovremmo davvero cominciare a riappropriarci del valore positivo del silenzio e del nulla, vere essenze del nostro mondo: cosa sarebbe la ruota della bicicletta senza il vuoto attorno ai mozzi? E una casa senza finestre?

Vale la pena di rifletterci: la riconquista del vuoto, del silenzio, dopo decenni troppo “pieni” e rumorosi, potrebbe persino essere un nuovo inizio.

Pubblicato su Giornalettismo

Qual è la questione più grande da risolvere per le genti operose del Nord, quella per cui – secondo la Lega, partito tornato di lotta dopo 10 anni di (fallimentare) governo – sarebbero disposte a morire per la Padania? La disoccupazione? La sicurezza? La salute? Il rilancio dell’export?

Quisquilie. I rappresentati delle genti operose del Nord non hanno dubbi: la priorità da difendere sono le sedi periferiche dei ministeri a Monza. Quelle che, nel pieno della crisi che stava travolgendo l’Italia Bossi, Calderoli e compagnia avevano aperto qualche mese fa, con raro sprezzo del ridicolo.

Che quelle sedi siano incostituzionali, secondo il parere del Presidente della Repubblica, non importa. Che siano inutili – in due mesi e mezzo di operatività sono rimaste pressoché deserte – importa ancor meno. Servono perché rappresentano il principio del decentramento.

E allora, professor Monti, ascolti il grido di dolore dei rappresentanti delle operose genti del Nord: anziché salvare l’Italia dal fallimento, salvi i ministeri decentrati.

Le operose genti del Nord, senza dubbio, le saranno grate. Per la risata che così regalerà loro.

Pubblicato su Giornalettismo

Il governo di Mario Monti rappresenta una “sospensione certamente negativa della democrazia”. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando gli arrivavano i decreti, li “ correggeva con la matita rossa, come una maestra con i bambini delle elementari” e il governo era quasi impotente.

Sono le distensive frasi che Silvio Berlusconi, alias mister spread 585, riserva a Monti e Napolitano, che tutto il mondo ringrazia per il tentativo che stanno facendo per salvare l’Italia e- di fatto – l’Europa.

E di Bersani, che ora sostiene assieme a lui il governo: “Non possiamo lasciare il paese alla sinistra. Gli italiani non sono così cretini da dare il voto a questi qua”. Tanto per pacificare gli animi.

Meno male che Silvio non c’é. Almeno per ora.

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