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Io c’ero. Anche io ho partecipato al grande congresso della Fiera di Roma, alla nascita del nostro nuovo, grande, immenso partito. Il PdL, il popolo della libertà. Il partito degli italiani. Che bello, che meraviglia, che emozione! Mi batte forte il cuore se ripenso all’istante in cui siamo entrati nella grande sala azzurra preparata per il nostro congresso. Eravamo tanti, più di 6 mila delegati arrivati da tutta Italia, emozionati come il primo giorno di scuola, accolti da 250 hostess belle e brave che consegnavano a tutti il nostro kit del delegato. E c’erano centinaia di giornalisti, fotografi, operatori, un’orchestra e un coro. Eravamo in 9 mila, dentro 2 padiglioni della Fiera, 12 mila metri quadri, in cui si svolgeva l’evento. Tutti venuti a festeggiare la nascita del nostro nuovo partito: il PdL. Il Popolo della Libertà. Il partito degli italiani. Tutti e 6 mila, abbiamo aperto il kit che ci è stato consegnato. Siamo rimasti un po’ male, perché c’erano solo il tesserino elettronico, il block notes, una penna e il nuovo logo del Pdl. Cercavamo tutti la matrioska a forma di Berlusconi con dentro gli 8 leader del centrosinistra battuti durante questi 15 anni della sua esperienza politica, come ci era stato promesso. Quando già serpeggiavano i sospetti dell’ennesimo complotto della sinistra, ci hanno informato che il gadget poteva solo essere scaricato sul sito del partito. Pazienza, niente è bello come partecipare alla nascita di questo grande partito.  Un partito giovane e nuovo. Un partito post-ideologico: post-fascista, post-socialista e post-liberale. Guardando la ministro Mara Carfagna in piedi qualche fila davanti a noi, forse anche un partito bel post-eriore. Un partito nuovo con un congresso nuovo: non il solito rito noioso, con discussioni, mozioni congressuali, votazioni. No, il nostro è stato una vera festa, anzi uno show. Tutti assieme a cantare il meglio della musica mondiale: l’”Inno alla gioia” di Beethoven, “Fratelli d’Italia” di Mameli, Volare” di Modugno, “Azzurro” di Paolo Conte, “Meno Male che Silvio c’è” di Apicella. Cantavamo tutti assieme, c’era anche Iva Zanicchi in piedi emozionata accanto a noi. Perché il nostro non è solo un grande partito, ma anche un grande spartito: lo spartito della libertà. Peccato per qualche nota stonata, nonostante la bravura dell’orchestra di Demo Morselli, quella del Maurizio Costanzo Show di Canale 5: Franco Califano era deluso perché la sua “Tutto il resto è noia” è stata scartata dal televoto dei delegati, giudicata troppo “ideologica” e “politicizzata”. Ma sì, basta ideologie, basta paroloni, basta complicazioni. Il popolo vuole semplicità, pragmatismo, cultura del fare. Lo chiedono i giovani e le donne, i veri protagonisti di questo congresso: seduti nelle prime file della platea, scelti personalmente dal nostro leader, selezionati dalle migliori agenzie di collocamento di tutta Italia: belli, giovani, entusiasti: bella carne fresca. Balla, ma anche profonda e intelligente, come Anna Grazia Calabria, la giovane deputata che comprese il messaggio politico di Berlusconi quando vide i palloncini volare alti nel cielo dopo il trionfo del 1994. Una giovane che saputo toccare l’essenza politica di questo congresso, che ne ha spiegato tutti gli ideali quando ha detto “Questa è una  giornata bellissima che si ricorderà per tutta la vita“. Talmente indimenticabile, che il giorno dopo le prime file se le sono riprese i veri giovani: Scajola, Tremonti, La Russa. Il congresso è entrato nel vivo con il primo discorso entusiasmante di Silvio Berlusconi, il nostro leader. Un messaggio coinvolgente, pieno di nuove grandi idee e sloga politic. Frasi mai ascoltate prima, come “Lasciateci lavorare” “La sinistra è brutta e cattiva” “Chi non salta comunista è“. Ci siamo commossi tutti, tra un pisolino e l’altro, consci dell’importanza del momento. Il resto del congresso è scivolato via liscio come l’olio di ricino, disturbato solo dai 5 minuti di intervento dei 355 ministri, capigruppo parlamentari, presidenti di Regione, presidenti di Camera e Senato, che interrompevano gli stacchetti musicali. Qualcuno si è anche lamentato,  ma gli organizzatori hanno spiegato che la SIAE voleva un sacco di soldi per i diritti d’autore delle canzoni. Democraticamente, hanno chiesto a noi delegati di scegliere con il televoto se risparmiare sulle lasagne o sul programma musicale. Nonostante una delle fondamentali linee ideologiche del PdL, scritta da Apicella e Berlusconi di loro pugno è “Canta che ti passa“, il credo politico del popolo della libertà è comunque sempre “Franza o Spagna basta che se magna“. E le lasagne erano davvero buone. Quindi, democraticamente, il popolo ha scelto la libertà. Di mangiare. Perché il nostro è un partito davvero democratico: decide tutto Berlusconi, anche il menù dei congressisti. Così tutti vivono felici, contenti e assopiti, dentro un grande partito. Tutti assieme appassionatamente, con un grande programma e con pari dignità: dalla Mussolini a Pizza, da Pionati a Nucara, da Rotondi a Giovanardi, da Bonocore a Baccin
i. La bella favola di Silvio e i 12 nani è proseguita senza intoppi sotto i nostri occhi estasiati. Solo Gianfrancolo Fini ha provato a dire qualcosalegge elettorale, sulle riforme. Ci siamo guardati tutti un po’straniti, sembrava addirittura che palasse di politica. Per fortuna è stato subito interrotto dallo stacchetto pubblicitario dell’orchestra Morselli, e il congresso del nuovo partito ha potuto proseguire regolarmente. Perché questo è un partito nuovo. Ma è un partito vero, non un partito di plastica, come ha detto qualche maligno. Semmai è un partito di tolla. Un partito di persone in carne, ossa e gagliardetto. Dove si discute di tutto, e animatamente. Con aspre divisioni. I delegati della corrente “Silvio, eroe senza macchia e senza paura” hanno furiosamente attaccato i delegati della corrente “Silvio, eroe indiscutibile“. Le correnti neocon, “Silvio subito santo” e “Silvio subito beato” hanno a lungo discusso se definire il testamento biologico un’istigazione all’omicidio o un’istigazione all’assassinio. Quelli della mozione “Silvio sei il migliore” hanno litigato con quelli della fazione “Silvio sei tutti noi“, con insulti e parole grosse tra i delegati sull’emendamento di chiusura alle tesi congressuali, con alcuni che volevano scrivere la frase “il Trionfo di Silvio” e gli altri che volevano scrivere “l’Apoteosi di Silvio
……..

Se vuoi leggere la conclusione del post e fare qualche altro sorriso, puoi concludere la lettura qui su Giornalettismo

Buon tutto!

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Io, da sempre laico. Io elettore di sinistra e ora, seppur a fatica, del Pd. Io, padre di un bambino che ho dovuto lasciare troppo presto per colpa di una terribile malattia. Io, che ho dovuto assistere impotente alla sua agonia. Io, attonito, di fronte alla vicenda della Legge sul testamento biologico

Lo spettacolo offerto in questi giorni dalla diretta della discussione al Senato del ddl Calabrò sul testamento biologico approvato ieri in prima lettura, è stato sconcertante. Sconcertante la liquefazione del Pd, che dibatte per tre anni di questioni etiche, trova un difficilissimo punto d’incontro tra le sue anime laica e cattolica e poi butta tutto a mare con i continui smarcamenti dell’ala dei Popolari guidati da Franco Marini. Vedere la faccia concitate di Daniele Bosone che propone emendamenti all’art.3, provando a “gettare un ponte” verso il centro destra per introdurre eccezioni nell’obbligo di nutrizione e idratazione forzata. Vedere Dorina Bianchi e il suo maldestro emendamento “teodem” sul sondino di fine vita e la capogruppo Finocchiaro che si dissocia pubblicamente e con la faccia livida annuncia di votare a sua volta l’emendamento “laico” di Emma Bonino “a titolo personale“.

UN BRUTTO FILM –  Che brutta storia, che brutte facce, davanti a un PdL che va avanti come un trattore, tagliando tutti i “ponti”  ed approvando infine un testo definitivo del ddl che spazza via ogni possibile mediazione. Che si trattasse di una truffa, era chiaro da tempo. La formulazione del ddl approvato al Senato cancella pure il riferimento nell’art.3 sull’accanimento terapeutico, eliminando così la possibilità dei pazienti di rifiutare terapie con potenziale carattere di accanimento. Modifica l’art.4 con un emendamento del senatore Antonio Fosson (Udc-Svp-Autonomie) stabilendo che le Dichiarazioni anticipate di trattamento non solo “non sono obbligatorie“  ma “non sono neppure vincolanti“, rendendo di fatto il testamento biologico (la cui validità viene pure accorciata da 5 a 3 anni) una specie di dichiarazione di principio di nessun valore. E soprattutto, dispone il divieto assoluto della sospensione di idratazione e dell’alimentazione, considerate sostegno vitale. Chissà cosa direbbe oggi Aldo Moro. Lui, che durante i lavori dell’assemblea costituente, disse che ogni trattamento sanitario può essere rifiutato. Altri tempi, certo. Altri uomini. Ora c’è Gaetano Quagliariello, ex radicale convertito – sulla via di Arcore – al liberalismo catartico. Quello che, dopo la triste chiusura della vicenda di Eluana Englaro disse, parlando di suo padre Beppino: “Eluana è stata ammazzata“.

IL DOLORE E L’AMORE – Ecco che il film nella mia testa cambia. Penso a quel padre trattato da assassino. E penso anche alla mia storia. A mio figlio, ultimo regalo di una vita semplice e monotona in provincia, adorato e viziato come capita in tutte le normali famiglie italiane, che in un giorno plumbeo di ottobre inizia un calvario fatto di chemioterapie, prelievi istologici, ricoveri, analisi, Tac e chissà quali diavolerie per colpa di una malattia dal nome strano: il neuroblastoma. Un tumore dell’infanzia, che al suo stadio ormai troppo avanzato per colpa di una diagnosi tardiva, lascia pochissime speranze. Speranze a cui ti aggrappi con ferocia, lottando con tutte le tue forze finché, in una giornata assolata di primavera, ti dicono che non c’è più nulla da fare. Niente più ricoveri, niente terapie. Niente. Solo affrontare l’ultimo tratto di strada, il dolore finale, giorni infiniti, trascorsi tra letto e poltrona, senza forza, senza speranza. Senza niente. Epoi, in una sera calda e stellata di giugno, tra dolori terribili che neanche la morfina riesce più a lenire, quel figlio perde anche l’ultimo barlume di coscienza. Un piccolo uccellino senza più ali per volare.

LA FINE – Le ultime ore non passano mai. Sembrano anni. Sono scolpite nella memoria. La decisione di non ricoverarlo, per non sottoporlo ad inutili terapie. La ricerca difficile di un medico per l’assistenza domiciliare: perché non esiste un assistenza per i malati terminali bambini. Quando finalmente troviamo un medico, arriva e ci fa una brutta impressione. Sappiaamo chi è, in provincia ci si conosce tutti: è un cattolico praticante, un “radicale” della parrocchia. Invece è buono, gentile, delicatissimo. Soave.  Anche se mi spiega, durante quelle ore, che “non siamo noi a capire il bene e il male” “solo Dio vede e provvede” ed altre cose che a me suonano assurde, lo sento “vicino”. A un certo punto gli chiedo: “Mio figlio non mangia e non beve da due giorni. Non è il caso di fargli una flebo di soluzione fisiologica?” Lui mi guarda e sospira: “Non è il caso, sarebbe peggio. Idratarlo gli farebbe solo del male. E non servirebbe a nulla“. Se ne va, dicendomi “torno stasera“. Ma di lui, la sera, non avremo più bisogno.

IDRATAZIONE CURA PER CHI? – Le sue parole mi sono tornate in mente migliaia di volte, durante la vicenda di Eluana. Ovviamente, non sono la stessa cosa. Ma le Leggi non si fanno “ad personam”, anche se a volte i politici di oggi se ne dimenticano. Le parole del medico ultra cattolico che in una giornata di giugno ha accompagnato dolcemente mio figlio nelle sue ultime ore mi sono tornate in mente ascoltando Danila Valenti, che dirige due hospice, cioè i centri ospedalieri per la cure palliative dei malati terminali, il Bellaria a Bologna e la Fondazione Seragnoli, che dice “Si è mescolata la questione tecnica da quella ideologica. Per i malati terminali di molti tipi di tumore, quando la fine è vicina il cuore batte più lento, e bisogna interrompere l’idratazione perché il corpo non può più accettare liquidi. Occorre somministrare farmaci anticolinergici, che rallentano le secrezioni. Se invece si continua a dare acqua, questa finisce nei polmoni, creando edemi che possono anticipare la morte, per annegamento, e aumentando le sofferenze del malato“. “Penso a quei colleghi meno esperti in cure palliative che si troveranno ad imporre trattamenti che se non sospesi fanno solo male al paziente, anticipandone la fine“. Quel dottore soave ultracattolico di provincia non aveva quindi fatto una pietosa eccezione alla sua coscienza di fronte ad un padre e una madre disperati. Aveva applicato professionalmente una pratica clinica. Perché non si sta facendo una legge per Eluana, o per Piergiorgio Welby, o per i circa 3 mila casi di stato vegetativo permanente stimati in Italia. Ma per tutti gli italiani, anche per i circa 100 mila malati oncologici terminali.

IO SONO OFFESO – Si potrebbe dire tanto, e tanto si dirà sulla legge sul testamento biologico. Una legge che – nell’attuale formulazione – non sembra considerare che il diritto alla libertà personale previsto nell’art. 13 della Costituzione italiana significa anche potere di disporre di noi stessi e del nostro corpo. Non tiene conto del diritto alla salute sancito dall’art. 32, che implica anche il diritto al rifiuto delle cure. Offende la dignità umana menzionata nell’art. 3, perché ciascuno deve essere libero di scegliere dove si situi la misura di un’esistenza dignitosa. Non considera che una scelta “ideologica”, indipendentemente dalle proprie convinzioni etiche e religiose, offende tanti italiani che si troveranno a non vedere rispettate le loro idee e le loro volontà, e i malati terminali che verranno “curati” nel modo non ottimale da un punto di vista clinico. Offende il Cristo sulla croce che io, non credente, amo come me stesso: quel Cristo che in croce disse ai suoi torturatori “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” e che in punto di morte si abbandonò, vinto dalle sofferenze dicendo: “Padre mio, perché mi hai abbandonato?“. Viste da quaggiù le stelle sono tanto lontane. E questa legge sul testamento biologico sembra una presa in giro.

Questo non è uno Scarabocchio come gli altri, è evidente. E’ un articolo  che è stato pubblicato oggi su Giornalettismo.

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La gente comune, gli uomini e le donne normali, quelli che s’incontrano tutti i giorni per strada, sono semplici. Di fronte ai grandi problemi, si smarriscono, si confondono e non sanno che fare. Sono questi i momenti in cui gli uomini duri scendono in campo e cominciano a giocare. I momenti in cui si vede un capo. Perché un capo sa sempre cosa fare. Un capo conosce le cose, i problemi dei suoi sudditi (pardon, discepoli, adepti, cittadini o come vi pare). Li analizza, studia le soluzioni, e poi indica il cammino. Il capo dei capi secondo alcuni era un siciliano di Corleone, ma secondo noi è Silvio Berlusconi. Lui sa sempre cosa dire, cosa fare. Lui ci spiega sempre quello che pensiamo. Anzi, lui semplicemente sa che cosa pensiamo, cosa voglimo e soprattutto cosa è meglio per noi. Di fronte allo scompiglio e alle forti preoccupazioni per la terribile crisi economica che ha colpito tutto il mondo, l’Europa ed anche l’Italia, il grande capo ha una ricetta semplice, che ha spiegato ieri prima di salire sul treno Frecciarossa Roma-Milano: “La crisi economica in Italia si combatte anche lavorando di più. Bisognerebbe avere tutti la voglia di reagire, di avere molta fiducia, di impegnarsi e magari lavorare anche di più”. Chissà perché fino ad ora Barack Obama, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Gordon Brown e tutti gli altri non ci avevano pensato. Si sono dannati l’anima e hanno cercato nei loro bilanci milioni e milioni (miliardi!) di euro per approvare interventi, misure, piano di salvataggio. Berlusconi invece non ha fatto niente. Perché lui lo sa: è solo un problema di troppa gente imbelle e con poca voglia di lavorare, come quelle centinaia di migliaia di persone che hanno voluto perdere il posto di lavoro (o stanno per perderlo, insistendo con i loro datori di lavoro che vorrebbero trattenerli a tutti i costi). Come quelle centinaia di migliaia di operai ed impiegati di tutta Italia che hanno voluto andare per forza in cassa integrazione. Come quelle centinaia di migliaia di precari che stanno per non vedersi rinnovato il contratto di lavoro. E forse non è solo mancanza di voglia. Forse è un complotto dei comunisti: milioni e milioni di comunisti che scelgono deliberatamente di farci licenziare o di andare in cassa integrazione, per disfattismo, per mettere in difficoltà l’Italia. E’ tutta colpa di questi traditori della patria se – nonostante il grandissimo impegno del capo dei capi e dei suoi vassalli, valvassori e vassalini – l’Italia sta andando a rotoli, anzi a pu##ane (stia pure seduta, ministro Carfagna..ovviamente non stiamo parlando di lei). Ma per fortuna ci pensa Silvio a risolvere i problemi. Berlusconi che, come ricorda anche uno dei suoi scendiletti preferiti, l’ex sindacalista Raffaele Bonanni, svegliatosi – ma non preoccupatevi: solo per un attimo – dal suo infinito letargo, non mancherà di lavorare di più. Silvio, che già pensa di scrivere un decreto legge che ordini di mandare in onda ogni mezz’ora, a reti unificate su tutte le reti televisive e radiofoniche italiane la canzone “Si può dare di più”.

Davvero, cari 36 (ormai forse anche qualcuno di meno) piccoli lettori dello Scarabocchio:

Meno male che Silvio c’è” Perche se ci facesse, bisognerebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di mandarlo a quel paese.

Buon tutto!

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In Italia, come sanno tutti, c’è il gravissimo problema della sicurezza. Il governo Berlusconi, sempre attento al bene dei cittadini, per la sicurezza dei nostri quartieri ha ridotto i fondi per quei fannulloni pubblici dipendenti della Polizia e ha istituito le ronde: problema risolto. Anche se molto meno importante, c’è pure la questione della sicurezza sul lavoro. In Italia muoiono ogni anno oltre 1.300  persone: è il paese con più morti sul lavoro d’Europa. E gli incidenti sul lavoro coinvolgono ogni anno più di 900 mila persone. Anche se parte di queste morti bianche si deve a incidenti stradali di chi  si reca al  lavoro, il problema è serio. Ne parla spesso anche il presidente Napolitano. Può un governo tanto sensibile al tema della vita, tanto da considerarla sacra sin dal suo concepimento, anche quando l’essere umano si è ridotto a poco più di un vegetale tenuto in vita artificialmente da macchinari, restare insensibile a questo vero e proprio grido di dolore, a questa mattanza, a questa piaga sociale? No, non può. Per questo il presidente Berlusconi e i suoi ministri si sono riuniti per giorni e giorni, hanno studiato la questione nei minimi dettagli, ed hanno trovato la soluzione. Perché è triste vedere famiglie rovinate per sempre per colpa della sicurezza sul lavoro. Famiglie di poveri innocenti furbacchioni  che, solo per aver assunto delle persone a nero o aver risparmiato il possibile nella loro dotazione di sicurezza, truffando lo Stato e gli imprenditori onesti, possono perdere anche migliaia di euro o addirittura essere costretti a chiudere la loro preziosa attività. Il governo ci si è messo d’impegno, e con la legge 133 ha introdotto tante semplificazioni, riducendo le sanzioni per chi ricorre al lavoro nero e riducendo anche i limiti per l’uso del lavoro notturno. Ma non è stato sufficiente. Purtroppo gli incidenti hanno stranamente ricominciato ad aumentare. Nuovi studi approfonditi, finché la geniale mente dell’eccellentissimo presiedente del senato Schifani ha trovato il colpevole: la responsabilità degli incidenti sul lavoro è di quei padri di famiglia distesi in una pozza di sangue sul selciato. Sì, sono proprio i lavoratori i veri responsabili degli incidenti e delle morti sul lavoro. Sono quasi sempre degli iscritti all’unico sindacato rimasto, la Cgil, o ai partiti di opposizione, che si gettano di proposito dalle impalcature, veri e propri kamikaze sacrificati da sindacalisti e politici senza scrupoli, con l’unico obiettivo di denigrare l’operato del governo. Per risolvere definitivamente il problema si è allora pensato di abolire la Cgil. Sarebbero così spariti anche il problema del precariato, dell’aumento della cassa integrazione, dalla disoccupazione. Ma il governo Berlusconi ama la democrazia e pensa che la vita sia sacra. E poi sono anni che gli operai non vanno più in paradiso, e fornire truppe al nemico poteva dar dispiacere al vaticano, e non è sembrato opportuno. Ecco allora la decisione assumere – come previsto dal governo precedente – più ispettori del lavoro. Naturalmente, trattandosi di pubblici dipendenti e quindi fannulloni, per non farli affaticare troppo il governo ha anche deciso di ridurre il numero delle ispezioni e dei controlli. Non si sa mai: qualcuno meno svogliato avrebbe potuto persino trovare delle irregolarità, e con questa crisi così dura non è proprio il caso. Ma il ministro del Welfare Maurizio Sacconi è un generoso, un entusiasta, e non si accontenta di così poco. Sta  preparando altre grandi novità per dare una definitiva soluzione al problema della sicurezza sul lavoro. Infatti, sta predisponendo norme "integrative e correttive" ai provvedimenti in materia di sicurezza del lavoro, quale "ideale completamento del processo di riforma intrapreso", per arrivare ad un nuovo testo unico sulla Sicurezza che venga incontro alle esigenze di tanti bravi padri di famiglia. Per rendere il lavoro davvero sicuro da morire, le nuove norme prevedono una drastica riduzione dei casi di arresto dell’imprenditore che non rispetta le norme di sicurezza, anche nei casi di aziende ad elevato rischio industriale (quelle sottoposte alla direttiva Seveso): centrali termoelettriche, impianti e installazioni dove è presente il rischio di radiazioni ionizzanti, fabbriche di esplosivi, miniere con più di 50 addetti, cantieri temporanei con più di 200 uomini-giorno e attività che espongono a gravi rischi biologici, ad agenti cangerogeni e all’amianto. Perché, come dice Sacconi "non è certo introducendo la sanzione dell’arresto che si realizza l’obiettivo di innalzare i livelli di tutela negli ambienti di lavoro"…..

 

Se ti va di leggere la conclusione del Post, vai su Giornalettismo

Buon tutto!

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Mi chiamo M. Sono una giovane dirigente e vivo in un bellissimo paesello che sonnecchia appoggiato sulle colline dell’Umbria addormentata. Le mia è una vita tranquilla e semplice, fatta di piccole cose: una casa mia, un bravo marito, un buon lavoro, due splendidi figli. Viviamo bene e non ci manca niente: vacanze, viaggi, ristorante, i piccoli vizi dei figli. Non abbiamo molto tempo libero, perché siamo pendolari e lavoriamo in città. Così, quando ci avanza un po’ di tempo, ne approfittiamo per stare insieme facendo un po’ di commissioni. Ieri, dopo una passeggiata fuori dal paese, tornando in auto ci siamo fermati al supermercato perché c’era presa voglia di una cenetta sfiziosa. Mentre sceglievamo la carne al banco, mi è caduto lo sguardo su un signore. Avrà avuto 40 anni, era un po’ stempiato, piccole rughe ai lati degli occhi e della bocca, lo sguardo triste. L’ho seguito per qualche secondo con lo sguardo, assieme a mio marito. Si è fermato sugli scaffali del pane avvolto nel cellophane, quello che non compriamo mai, perché sembra fatto di plastica. Non lo ha preso subito: si è messo a guardare i vari pezzi. Pezzo dopo pezzo, frugava cercando nel codice a barre dove scrivono il prezzo. Ha scartato i pezzi più grandi, e ne ha preso uno, imboccando il corridoio verso le casse. L’ho osservato meglio: aveva in mano quel pezzo di pane e due mele, una giacca di panno con i gomiti consumati, una camicia antica, le scarpe vecchie. Io e mio marito ci siamo guardati negli occhi, lui mi ha accennato un mezzo sorriso e ho letto nei suoi occhi scuri quella strana luce di triste allegria che me lo ha fatto amare. Siamo usciti senza dirci una parola e senza comprare nulla. Saliti in auto, ho acceso la radio. Parlavano della crisi economica e della difficoltà degli anziani a tirare avanti con la pensione minima. E ho pensato a mio padre e mia madre, una vita da contadini a masticare miseria e umiliazioni, i loro enormi sacrifici enormi per farmi studiare, che adesso vivono con la minima e non hanno neppure avuto la social card solo perché la loro casa ha il garage. So che – anche se hanno la straordinaria dignità di chi ha conosciuto la fame e non dicono mai nulla – accendono di rado il riscaldamento per risparmiare, e che papà a quasi 80 anni ancora si “diverte” nell’orto mentre sorride dicendo: “la terra è bassa”. Brontolano sempre quando passo e porto un pezzo di carne comprato dal macellaio. Nell’auto era calato tra noi un insolito silenzio gelato, e mentre mi ero persa nei miei pensieri ho sentito la voce del nostro presidente del Consiglio dire che la crisi non è grave, non bisogna essere menagrami e che c’è solo bisogno di ottimismo. Io invece ho pensato che sarebbe giusto fare come ha detto qualcuno, una tassa sui redditi di quelli che stanno meglio per dare un po’ di sollievo almeno a chi è davvero scivolato nel baratro della povertà. E sono tanti, troppi. A me non costerebbe molto rinunciare a 100 euro al mese: poco più di una cena al ristorante, o qualche sosta in meno alla pasticceria sotto casa, quella che fa dei pasticcini squisiti e delle brioche buonissime. I nostri figli ne vanno matti, e avevamo deciso di comprarne un po’ per la cena. Quando ho visto mio marito andare dritto verso la discesa che porta a casa nostra, ho tagliato il silenzio chiedendogli: “Ma non ti fermi?” Lui senza neppure voltarsi ha risposto: “Stasera no”. L’auto è entrata in garage, nella penombra l’ho visto con gli occhi lucidi. L’ho sfiorato con un bacio e siamo entrati in casa. Il caminetto acceso ci ha sorriso in silenzio.

 

Questo post è ispirato da un episodio che ci è stato raccontato dalla “nostra” carissima M.  Grazie a lei e ad A.  per questo… ed anche per molto altro.

Buon tutto!

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Giro giro tondo quanto è bello il mondo!

Suona la sveglia, ti alzi, pieno di pensieri negativi. Vai in bagno, apri l’acqua corrente. Scorre, scorre, mentre ti guardi allo specchio, una rughetta in più qui un capello bianco in più là. Il lavoro che non va, una vita banale e senza novità. Che stress, che depressione, che malinconia. Che brutta questa vita così piena di problemi.

Giro giro tondo quanto è bello il mondo!

Ma sì, facciamoci una bella doccia ristoratrice. L’acqua scende, scroscia, che relax, che bello. Così mi dimentico dei colleghi aggressivi e rancorosi, degli amici vuoti e noiosi. Quest’acqua che purifica, che scorre per minuti e minuti su di me, togliendomi questo male di vivere.

Giro giro tondo quand’è che arriva il fondo?

Sto meglio, ora mi faccio la barba, acqua calda che scorre e mi culla. Accendo la radio e sento che si parla del terzo rapporto Unesco sullo stato delle risorse dell’acqua sulla terra che dice entro il 2030, a causa dei cambiamenti climatici ma anche della rapida crescita demografica, quasi la metà della popolazione del pianeta vivrà in aree ad alto stress idrico. Che un hamburger costa oltre 2 mila litri d’acqua, e che oltre un miliardo e 200 milioni di persone non hanno accesso sufficiente alle fonti di acqua pulita e quasi altri due miliardi di esseri umani vivono senza servizi igienici. Mi dispiace, ma che posso farci, io? Ho già tanti problemi da risolvere!

Giro giro tondo quand’è che arriva il fondo?

L’acqua del rubinetto continua a cullarmi con il suo ritmo leggero, mentre ho finito di radermi. Ora mi vestirò, uscirò, ed inizierà un’altra giornata senza senso. La radio continua a dire che l’11% della popolazione mondiale controlla l’84% dell’acqua e consuma l’88% dell’acqua potabile e che 80 paesi con il 40% della popolazione mondiale vivono in penuria idrica, ma ormai è solo un confuso ronzio di parole, interrotto da quel rubinetto che perde e che continuo a dimenticarmi di aggiustare. Esco di casa, chiudo la porta. C’è già la fila al semaforo. Che schifo questa vita.

Giro giro tondo, l’acqua scarseggia e il mondo va a fondo.

Buon tutto!

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Un antica leggenda celtica narra che nelle brume valtellinesi nel medioevo c’era un alchimista, Julius Ter Montius, che – al contrario di tutti i suoi colleghi, che cercavano di trasformare il piombo in oro  – aveva speso al sua vita nel tentativo di trasformare l’oro in cacca di mucca: ed era uno che non sbagliava mai. Sempre secondo le antiche leggende celtiche, decise di diventare esperto di economia, e divenne amministratore della famiglia Castelli sannazzaro di Cermeledo. Nella nuova identità, elaborò il teorema di Robin Hood, altrimenti detto con la destra regala un soldino, con la sinistra arraffa un milioncino, e il famoso teorema della retromarcia, con il corollario “Solo i cretini non cambiano mai idea” Unendo alla sapienza di astrologo quella di amministratore, iniziò a farsi chiamare dai suoi discepoli Economius Colbertius Profeticus, e divenne bravissimo nel prevedere il passato. Si devono a lui le incredibili previsioni, formulate nell’anno domini 1357, sulla fine dell’impero Romano e sulla morte in croce di Gesù.  Diretto discendente di quell’antico genio è l’attuale Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Dal suo illustre antenato ha ereditato la grande passione per i miracoli, le straordinarie doti di preveggenza e soprattutto l’incrollabile faccia di bronzo. E’ stato il primo (anzi, l’unico) ad avere capito la terribile tempesta che stava per abbattersi sul sistema bancario, e l’ha saputa affrontare e governare con grande lungimiranza. A lui si deve la formidabile invenzione di una nuova tassa contro le Banche, la Robin tax,  proprio alla vigilia della crisi mondiale del sistema bancario. E lui, memore del famoso teorema del suo avo, che alla lungimiranza unisce una grande coerenza, ha pensato bene, qualche settimana dopo, di varare un pacchetto di aiuti miliardari a tutte le banche di ogni ordine e grado. Sempre grazie alla sua lungimiranza e capacità di previsione, di fronte all’approssimarsi della crisi e dei tempi duri per i quali erano necessarie risorse pubbliche per cassa integrazione, indennità di disoccupazione, rilancio degli investimenti, ha pensato che fosse il caso di inventarsi un bel buco di bilancio abolendo l’ICI, l’imposta comunale sugli immobili. Una scelta acuta, che ha mostrato al mondo le sue doti di saggezza, il suo coraggio anche nel prendere decisioni impopolari. Così, sfidando con sprezzo del pericolo gli applausi di milioni di italiani, e ricordando l’altra  massima del suo antico avo, mentre con la mano destra regalava qualche euro con l’Ici con la sinistra, per trovare i soldi che ora mancano in cassa, tagliava i fondi  per la scuola, la sanità, le politiche sociali e l’indennità di disoccupazione. A chi gli faceva notare che era meglio non insistere nell’abolire l’ICI, ha giurato e spergiurato che la scelta dell’abolizione del tributo sulla casa era sacrosanta, definitiva e irrinunciabile. Con la coerenza che lo contraddistingue, anch’essa ereditata dal suo grande avo, famoso in tutta la Valtellina con il soprannome di Travicello, quando – facendo due conti – si è accorto che mancavano 473 milioni di euro per versare la seconda tranche della somma promessa ai Comuni per avere il loro consenso all’abolizione dell’ICI (la loro principale fonte di entrata) il geniale ministro dell’Economia ha emanato una risoluzione, la n. 2 del 4 marzo 2009, che reinterpreta le norme contenute nella Legge di abolizione dell’Ici, rispetto alla prima risoluzione, la n. 12/DF del 5 giugno 2008. L’art. 1 del Dl 93/08 prevedeva infatti che l’esenzione dell’Ici per l’abitazione principale si applichi anche alle case non necessariamente dimora abituale del contribuente, ma anche a quelle “assimilate” con delibera comunale. Nella prima interpretazione il ministro Tremonti, in preda al suo famoso raptus da buco in bilancio, una malattia che purtroppo ha ereditato anch’essa dal suo antenato valtellinese, aveva compreso negli assimilati coloro che avevano affittato la propria casa a persone in stato di difficoltà, chi l’aveva data a suoi affini (i parenti del coniuge) e chi si trova all’estero. Svegliatosi dal raptus in seguito ad un’interrogazione parlamentare che a fine gennaio avvertiva della previsione del minor gettito che i comuni avrebbero presentato entro la fine di aprile, il ministro più lungimirante ed intelligente che la storia ricordi ha deciso di restringere notevolmente la cerchia dei contribuenti esenti dall’imposta, con effetto non solo per il 2009, ma anche – in modo quindi retroattivo – per l’anno 2008.

Se ti va di leggere la onclusione del post e farti un altro piccolo sorriso, continua a leggere su Giornalettismo…


Buon tutto!


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Nel paese più bello del mondo, là dove regna l’incontrastato re dei bauscia Berluscone I una dura carestia che aveva ridotto il popolo alla fame. I neuroni di alcuni popolani, risvegliati dal lungo letargo, cominciarono a pensare. Impaurito da questa pericolosissima pratica rivoluzionaria, Berluscone I incaricò il gran ciambellano di corte, Julius Three Mountains, di trovare un diversivo per distrarre la popolazione. Julius era un uomo eccezionale, e s’inventò una favola intitolata “La paura e la speranza” in cui dava la colpa della carestia agli immigrati, una tribù venuta da un paese lontano, il paese della miseria, e che nel paese più bello del mondo faceva i lavori più umili. Ma la favola ben presto venne dimenticata, e i morsi della fame si facevano più duri. Fiutando il pericolo di una rivolta, Julius Three Mountains ebbe l’idea geniale. Decise di organizzare un festival canoro sul  tema “Dagli all’immigrato!”. L’idea piacque molto all’imperatore che suggerì di tenerlo nella ridente località di San Scemo, un posto sul mare con un clima gradevole e dove tutta la corte imperiale si sentiva come a casa. Tutte le tv e i giornali assicurarono grande rilevanza all’evento. I migliori artisti del momento diedero la loro adesione con entusiasmo. Borghezio e Gramazio, i fratelli La Ronda scrissero una canzone intitolata E nelle ronde che baraonde. Il pubblicò l’apprezzo moltissimo, ma non quanto la straordinaria interpretazione di La Brunetta & Il Saccone, il famoso Rondò Veneziano  che cantarono, tra le grida di entusiasmo, la splendida Una ronda di sera. Ma alla gara parteciparono anche dei veri pezzi da 90, che a San Scemo avevano trionfato anche in altre occasioni. Maurice the Gaspar hearted esegui il suo inedito, un rap ritmato ed intimistico dal titolo Quello che le ronde non dicono che ebbe uno strepitoso successo. Neppure il grandissimo Umberto The Boss, con lo scatenatissimo rock Ronda che ti passa riuscì a superarlo. E neppure Ignazio The Russian, alias Frankestein III, riuscì a far breccia nel cuore del pubblico con la sua struggente  Se son ronde fioriranno. La gara sembrava segnata, e Berluscone I era pronto ad assegnare il primo premio, quando apparve sulla scena il più grande bauscia di tutti i tempi: l’unico, il solo, l’immenso Bob "Brown" Maroni. Il famoso cantante country lasciò tutti di stucco con la sua straordinaria esecuzione: un brano avvolgente, intrigante, con punte di lirismo senza pari. La bellissima Ronda su Ronda. La vittoria fu sua. La canzone ebbe subito un successo strepitoso, e nel paese più bello del mondo la cantavano tutti: al bar, per strada, sotto la doccia. I mutui da pagare, le morti sul lavoro, la crisi: tutto dimenticato. Agenti di Polizia, Carabinieri, scesi dalle loro auto ormai senza benzina, ridotti a poche centinaia di unità, senza stipendio, assistevano attoniti ai cori spontanei che tutti i bauscia del paese più bello del mondo  ripetevano girando di strada in strada:

Ronda su ronda

Maroni mi ha portato qui

spranghe bastoni

e botte da orbi

tra sberle e schiaffoni

Ronda su ronda

mi sono sfogato ormai

il bastone mi ha dato la felicità

che tu, tu non mi dai

 

Buon tutto!

La Vignetta è stata pubblicata anche su Giornalettismo

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Nel paese dei balocchi, proprio mentre il vento della crisi soffiava forte scompigliando il parrucchino del presidente del ConSilvio, il buffone di corte, Berluscon de’ Berlusconi, ebbe un’idea geniale. Per svegliare l’economia e far ripartire l’ottimismo, decise di proporre uno straordinario piano per l’edilizia. L’edilizia, vero primo motore del mondo, impastoiata dagli ostacoli posti dalla famosa casta dei Nobili ambientalisti – cospiratori che andavano in giro dicendo che il territorio e il paesaggio va difeso. Berluscon de’ Berlusconi era un grande amante della famiglia, del focolare domestico e del mattone: i valori più profondi e più veri della nostra società. Berluscon de’Berlusconi era stato anche socialista. Per questo il suo piano era rivolto alla gente, ai poveri cristi che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, strangolati dall’affitto o dal mutuo da pagare, che vivono nei casermoni delle periferie delle città. Sì, il suo piano per la casa era proprio per loro. Lo spiegò con chiarezza, nel celebre discorso della calce: il piano consentirà "a chi ha una casa e nel frattempo ha ampliato la famiglia perché i figli si sono sposati e hanno dei nipoti, di aggiungere una stanza, due stanze o due bagni con servizi annessi alla villa esistente". Berluscon de’ Berlusconi, da giovane, era stato anche muratore. E ogni volta che vedeva il calcestruzzo, si commuoveva fino alla lacrime. L’idea che – in barba alle pastoie dei nobili burocrati, dei piani urbanistici, dei piani regolatori, si potesse sostituire all’inutile suolo coltivato, ai parchi, agli alberelli del giardino una fantastica colata di cemento armato sparsa per le ville della Brianza, della Costa Smeralda, della riviera Ligure lo faceva gioire come un fanciullo. Berluscon de’ Berlusconi era un politico, e capì che alla gente bisognava dare una risposta. Memore del suo passato da operaio, da muratore, da socialista, decise allora di sciogliere il PdL e di rifondare il PdCI: Partito dei Cementifici Italiani. Scrisse subito il Manifesto del Partito Cementista, coniò lo slogan “Più Cemento per tutti”, riscrisse l’art.1 della Costituzione italiana “L’Italia è una repubblica fondata sul cemento e la sovranità appartiene a Silvio”. Berluscon de’Berlusconi nel paese di balocchi da molti era considerato un dio. Per questo, dopo aver alacremente lavorato per sei giorni, il settimo si riposò. Prese la bandiera del nuovo partito, un drappo rosso con un bellissimo simbolo, Calce e Secchiello, e partì bussando villa per villa, radunando una massa di gente inferocita  e tutti i membri del Comitato di Lotta dell’Aga Kan e del Billionaire che chiedevano a gran voce “Calce e Lavoro”. Arrivò a Roma, davanti ad un edificio fatiscente che alcuni chiamavano Colossoeo, in mezzo ad una folla immensa, e iniziò a parlare dicendo che quell’edificio che abbruttiva la capitale andava demolito e ricostruito. E come quello migliaia di altri vecchi palazzi sparsi per le città italiane. E che grazie al suo piano sarebbe stato finalmente possibile. Tra le lacrime di gioia costruttori e palazzinari, fanciullini, pinocchi e somari,  esclamò infine, urbi et orbi: “Proprietari di ville di tutto il mondo, unitevi!

Buon tutto!

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Garbage Patch è un posto lontano. Se la crisi ti preoccupa, se ti angosciano le notizie delle borse che crollano, del drammatico calo nell’acquisto di telefonini, automobili, sedie, gadgets elettronici, televisori, non preoccuparti. Ci penseranno Obama, Sarkozy, Berlusconi. Lascia stare, trova un pensiero felice: i giorni di natale, le vacanze, i regali. Trovalo, e vola verso un posto lontano dove le cose ti sembreranno diverse. Vola a Garbage Patch. Garbage Patch è un isola. Ma non si trova nelle carte geografiche. Eppure, se prendi la seconda stella a destra e poi vai dritto fino al mattino, la troverai. Sta in mezzo al Pacifico, proprio fra Guadalupe e il Giappone, a due passi dalle isole Hawaii. Non ti puoi sbagliare, perché – a parte la grande muraglia cinese – è l’unica cosa presente sulla terra che può essere vista distintamente ad occhio nudo da un viaggiatore nello spazio. Garbage Patch è un’isola, ma non è l’isola che non c’è. Garbage Patch c’è, e non è neppure un piccolo atollo in mezzo all’Oceano. E’un’immensa isola piena di colori e di odori, grande due volte il Texas, con un diametro di circa 2500 chilometri profondo 30 metri. E’ il settimo continente della Terra, che alcuni fingono di non conoscere e molti non sanno neppure della sua esistenza. Garbage Patch è un’isola multicolore, ma non ci trovi nessuno. Le navi la evitano, i governi della terra fanno finta di non sapere che ci sia, nessuno ne parla. Nell’isola non ci sono né Peter Pan né Trilli.  Eppure c’è: è  un’isola galleggiante, una enorme massa di rifiuti che pesa più di 4 milioni di tonnellate, composto per l’80% da plastica. Garbage Patch è un’immensa zuppa di schifezze. Navigandola non s’incontrano bimbi sperduti, ma di tanto in tanto oggetti costruiti dall’uomo: buste di plastica, contenitori di shampoo, palloni da pallavolo, impermeabili plastificati, tubi catodici di vecchi televisori, reti da pesca, bottiglie. I materiali di cui è composta non scompariranno mai, ma si frantumano nel tempo in pezzi sempre più piccoli, una poltiglia di veleno che viene ingerite dalla fauna marina, dai pesci e dagli uccelli, che poi muoiono costellando qua e là l’isola galleggiante delle loro carcasse imputridite. Garabage Patch è una melma creata spontaneamente dai venti leggeri e dalle lente correnti oceaniche circolari che accompagnano i naviganti del Pacifico, che formano una spirale che gli scienziati (LINK:) chiamano North Pacific subtropical High. Questo enorme vortice ha iniziato dal 1950 a raccogliere e concentrare la spazzatura non biodegradabile di tutto il mondo proprio qui, all’Isola che c’è ma che tutti fanno finta di non conoscere. Qui, a Garbage Patch. Garabage Patch è come un bimbo sperduto. Non è di nessuno, e nessuno vuole assumersi la responsabilità di fare qualcosa. E l’isola di spazzatura galleggiante cresce, giorno dopo giorno, anno dopo anno, uccidendo l’Oceano e modificando lentamente anche il corso delle correnti oceaniche, e probabilmente con il tempo anche il clima della Terra. Ogni tanto qualcosa riesce a scappare dal vortice della corrente, e si va a depositare su alcune spiagge delle Isole Hawaii o della California e bisogna intervenire per ripulirle, perche a volte si formano strati di spazzatura anche di 3 metri.

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