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“Un mese di vacanza va bene. Ma non c’è bisogno di farne 3.”  Bravo ministro Poletti. E come impiegare gli altri due? “Non troverei niente di strano se un ragazzo lavorasse 3 o 4 ore al giorno per un periodo durante l’estate, anziché stare solo in giro per le strade”. Ecco delle vacanze intelligenti! Bravo ministro. Puro buonsenso. E dalla platea, giù applausi.

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Bene, bravo, bis. Solo alcune domande.
A che età inizierebbe questo percorso formativo: a 14 anni? E per quelli prima? Vogliamo fare direttamente dalla prima elementare? Perché così sarebbe lavoro minorile
Questi ragazzi lavorerebbero retribuiti? E con che stipendio? Perché sennò sarebbe sfruttamento.
Ma se venissero pagati come da contratto, i datori di lavoro sarebbero “obbligati” ad assumerli o potrebbero scegliere? Perché magari non gli interessa.
E non è che “fregherebbero” il posto ad altri lavoratori? Perché così addio benefici da jobs act.
Mi sa che questo puro buonsenso assomiglia a una stronzata. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Renzi sulla scuola ha presentato un piano corposo e non qualche slide. Incredibile! Persino con alcune idee interessanti: la digitalizzazione, il puntare su cultura arte e musica, l’educazione fisica, l’incentivo per insegnare nelle scuole “problematiche” e non nei “salotti buoni”, e anche altro. Soprattutto, un impianto complessivamente non disprezzabile su cui aprire una vera discussione politica. Gulp! Per un giorno, sembra quasi di essere un Paese normale (D’Alema, ricordi?)

La-Buona-Scuola

Ma non facciamoci troppe illusioni. Prima di tutto perché tra lo scrivere (un documento) e il fare (una riforma) ci sono di mezzo consorterie di benaltristi che in questo Paese accartocciato su se stesso troveranno nella lentezza endemica dei processi decisionali un valido alleato per smussare, frenare, annacquare. Poi, perché alcune idee “rivoluzionarie”, buone o meno che siano (tipo premiare il merito e rinforzare la valutazione anziché la solita anzianità, l’ingresso di risorse anche private) potrebbero non piacere a molti della “classe dirigente”. E soprattutto perché – e qui è il governo Renzi ad essere “sotto esame” – se è buona l’idea che sulla scuola si deve investire di più, anche in termini di soldi, è tutto da vedere poi se le risorse ci saranno per davvero.

Accontentiamoci per ora di un documento che mostra un impianto, un’idea, una “visione”. Se sarà solo visionario, lo scopriremo, perché è quello che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

C’è Zahira di un villaggio berbero nel Marocco: cammina sola, un velo nero in testa e uno zainetto sulle spalle in una montagna arida, sognando di diventare poliziotto per difendere i diritti delle donne e dei bambini; c’è Samuel della Baia del Bengala: figlio di pescatori, ha contratto la poliomielite da piccolo e percorre 8 chilometri su una sedia a rotelle sfidando piogge, sassi e buche. E poi c’è Carlito della Cordigliera delle Ande: fa 25 chilometri con la sorellina in groppa ad un cavallo; c’è Xiao Qiang sulle colline della città-prefettura di Yibin, provincia del Sichuan: disabile, percorre 9 miglia al giorno in groppa alle spalle del padre.

SCUOLA:TAR LAZIO,NO CLASSI-POLLAIO ORA PIANO MINISTERO

Dove vanno? A scuola, in classe: a scrivere e far di conto, come tutti i bambini del mondo: o meglio, non proprio come tutti, ma come tanti: bambini di Kenya, India, Patagonia, che si alzano presto e attraversano strade e fiumi, pianure e montagne, per andare a studiare. Per crescere e diventare adulti migliori.

Storie semplici, di quotidiano sacrificio, raccontate in un film di Pascal Plisson, “Vado a scuola”. Storie di un altro mondo, lontane; eppure vicine, perché appena 60 anni fa erano storie anche di casa nostra, di Bergamo, di Pesaro o di Avellino. Storie che ricordano che la scuola non è importante: la scuola è tutto, se vogliamo davvero un mondo migliore. Se vogliamo essere migliori. Perché, come ricordava Don Milani, “Quando avete buttato nel mondo di oggi un ragazzo senza istruzione avete buttato in cielo un passerotto senz’ali.”

Zahira, Samuel, Carlito, Xiao Qiang lo sanno. Noi, forse, lo abbiamo dimenticato. Abbiamo voltato la testa, mentre la scuola veniva stuprata, offesa umiliata: da politici incapaci, da media distratti, da sindacati ottusi. E abbiamo smesso di guardare al futuro. E si vede.

Ecco un buon modo per guardare al futuro: non dimenticare che cosa significa, davvero, andare a scuola. Ieri, oggi e domani. Ricordiamolo, quando accompagniamo i nostri figli la mattina nel traffico. E anche dopo, nella nostra vita, nel nostro andare a tentoni come punti sperduti in questo mondo, quando leggiamo di come la scuola è mal trattata, e voltiamo la testa dall’altra parte.

E anche quando andiamo a votare; spesso – forse ci avrete fatto caso – lo facciamo proprio dentro una scuola.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Che storia meravigliosa, quella del concorso per dirigenti scolastici in Lombardia che ogni tanto torna d’attualità! Un concorso partito tre anni fa, in cui si fa lo scritto, poi si fa l’orale, e ci sono 96 quasi-vincitori. Tutto perfetto, no? No: un ricorso al Tar blocca tutto, perché le buste erano un po’troppo trasparenti, e ci sarebbe stata una “ violazione in astratto del principio di anonimato”; nel senso che, ipoteticamente, se i commissari avessero voluto agevolare qualcuno, avrebbero potuto farlo.

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E allora: nuova commissione, che re-imbusta gli scritti, li ri-giudica e – sorpresa! – valuta insufficienti diversi scritti prima giudicati sufficienti. Dunque, nuovi ammessi all’esame orale (che si terrà a giorni) mentre i 96 quasi-Presidi già annunciano ulteriori nuovi ricorsi. Risultato? Anni di procedure, due commissioni d’esame, un gruppo di aspiranti Presidi e un gruppo di (ex?) quasi-Presidi che si scannano; nel frattempo, un terzo ( un terzo!) delle scuole Lombarde continua a restare senza dirigente scolastico.

Quello della Lombardia è un caso eclatante, ma i casi di concorsi che vanno avanti per anni tra ricorsi, contro ricorsi e contumelie varie – a volte per ragioni valide, altre meno – è lungo, e non solo nella scuola.

Quale riforma, costituzionale o meno, potrà risolvere questo problema?

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Pare che la coalizione rosso-verde, la “sinistra di governo” che ha appena vinto le elezioni in Bassa Sassonia voglia abolire le bocciature in tutte le scuole. Per “risparmiare un’umiliazione personale a chi deve ripetere l’anno”. L’ennesimo capitolo della lotta tra egualitarismo e meritocrazia, in corso dal ’68 o giù di lì?

Non ci sto. Da figlio di genitori poveri che, come milioni di italiani, hanno fatto sacrifici per farmi studiare, non vorrei che davvero, in nome dell’egualitarismo, finiremo per scambiare l’intolleranza agli errori di ortografia e alle sgrammaticature per una forma di discriminazione di classe. Uguaglianza non fa rima con ignoranza, ma con opportunità: per questo serve investire nell’istruzione, aiutando “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”.

Qualche maligno dice persino che la sinistra di governo della Bassa Sassonia in realtà voglia, nascondendosi dietro l’egualitarismo, semplicemente risparmiare soldi: i bocciati “costano” allo Stato tedesco un miliardo l’anno.

Cari signori, l’ignoranza non è di sinistra: anzi, spingere verso l’ignoranza (magari per risparmiare un po’ di soldi) è una politica di “destra”, che più di destra non si può.

Chiedere a Berlusconi, Gelmini e Tremonti.

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C’era una volta un Paese buffo, chiamato Italia. Dove economisti, politici, editorialisti facevano a gara a spiegare che, siccome eravamo il Paese delle culle vuote, gli alunni diminuivano e sarebbe stata cosa buona e giusta ridurre il numero degli insegnanti. Un manipolo di geni della politica, il mai troppo rimpianto governo Berlusconi e il Ministero dell’Istruzione retto da una maga saggia chiamata Gelmini, decise di mandarne a casa un bel po’. E così fece.

Ma all’improvviso – è storia di oggi – da quello stesso ministero è arrivata una curiosa notizia: da 5 anni (5 anni!!!) il numero degli alunni delle scuole di quel buffo Paese chiamato Italia aumenta costantemente, e continuerà a farlo per un pezzo. Come mai?

Perché in quel buffo Paese era in corso un fenomeno, che tutti coloro che possedevano anche un solo granello di sale in zucca conoscevano benissimo: l’aumento della popolazione sotto i quindici anni. Perché in quel buffo Paese, le culle vuote erano vuote, ma da fuori arrivavano tante persone in cerca di fortuna. Che avevano tanti figli piccoli, o che li facevano nascere in quel Paese. Così, facendo, facevano crescere la popolazione con meno di 15 anni: quella che va a scuola.

Adesso in quel buffo Paese, il nostro Paese chiamato Italia, tutti quelli che predicavano sulla necessità di ridurre gli insegnanti, strillano per il pericolo di un numero eccessivo di classi pollaio, cioè di classi sovraffollate dove insegnare diventa impossibile. E noi leggiamo ed ascoltiamo senza neppure avere la forza (la voglia) di mandarli al diavolo.

Forse, più che buffo siamo un Paese di imbecilli.

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“Sei stato bocciato”. Non è bello, ma può capitare. Lo strano è che è accaduto a 5 bambini delle prime elementari dell’Istituto comprensivo Tifoni di Pontremoli; due stranieri, un disabile e due “precoci” di 5 anni.

I genitori sono inviperiti: quei bambini stavano in classi pollaio, con trenta e passa allievi. C’erano già state polemiche e pare “che da un’ispezione interna sia emerso che “la maggior parte dei bambini, oltre ai 5 bocciati, non ha raggiunto gli obiettivi minimi del programma ministeriale”.

La scuola si dfende: il preside Angelo Ferdani ha detto che i bimbi “non sono riusciti a raggiungere gli strumenti base per frequentare la seconda classe. Non hanno appreso né a leggere né a scrivere”. E per il loro bene sono stati – dopo una sofferta decisione – lasciati in prima elementare.

E’ vero che la scuola deve educare, e lo fa anche “punendo” chi non apprende. E’ anche vero che la cosiddetta “riforma” del ex-ministro Gelmini, che ha accorpato classi per risparmiare “facendo cassa”, è sbagliata. Si può polemizzare all’infinito. Ma il punto è un altro.

Se in un anno una scuola non riesce, in qualsiasi condizione, ad insegnare a 5 bimbi su 60 a leggere e scrivere, ad essere bocciata è la scuola. Se un genitore non s’accorge che il figlio di 6 anni non sta imparando a leggere e scrivere, ad essere bocciato è il genitore.

Strano che il Preside ed i genitori, l’un contro gli altri armati, non se rendano conto.

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In Francia c’è una guerra. La Fcpe, principale associazione di genitori, invita ad un boicottaggio dei compiti a casa degli alunni delle scuole pubbliche elementari per le prossime due settimane. Sono inutili e ingiusti: fanno litigare genitori e figli, stressano i bambini e ragazzi, rafforzano le ineguaglianze tra chi può essere seguito da mamme e papà e chi no.

Si è scatenato un grande dibattito pubblico, anche perché in Francia una vecchia legge vieta di dare compiti a casa ai bambini delle elementari; una norma però da sempre “aggirata” dagli insegnanti. Adesso, guerra.

Certo, “se il bambino non è riuscito a fare gli esercizi a scuola, non si capisce perché dovrebbe farcela a casa e sono i professori che devono far lavorare i bambini e aiutarli se non sono in grado di fare gli esercizi”. Però, i compiti a casa “responsabilizzano il bambino, abituandolo al senso del dovere e rendendolo consapevole che è necessario l’impegno personale per potersi migliorare”. Chissà qual è la verità. Magari, come spesso capita, sta in mezzo.

Forse bisognerebbe sentire che ne pensano i bambini, gli unici a cui nessuno ha chiesto un’opinione. Le loro risposte potrebbero sorprenderci: una cosa che ai bambini riesce spesso.

Peccato che altrettanto spesso gli adulti – gentori, pedagoghi, maestri – se ne dimentichino.

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Per il futuro delle economie avanzate come l’Italia ci vuole sempre più “sapere”, “conoscenza”, “scienza”. La fabbrica del sapere è l’Università, che in Italia non è che sia un granché. Un anno fa venne approvata la Legge 240 (riforma Gelmini), tra gli applausi di PdL e Lega e i fischi delle (allora) opposizioni.

Ma il vero problema della riforma – buona o cattiva che fosse – è che per attuarla sono necessari 45 atti del Governo (tra decreti legislativi, decreti ministeriali, regolamenti e decreti di natura non regolamentari) e almeno 14 atti regolamentari da parte di ciascuna delle 67 Università. In Italia.

Bene. Dopo un anno, il Governo ha emanato solo 24 atti. E delle 67 Università italiane, solo 23 hanno adeguato il loro ordinamento. Secondo gli esperti serviranno almeno altri tre o quattro anni perché la riforma sia compiuta e produca i suoi effetti.

Più che una riforma, un bella tartaruga. E mentre l’Italia cammina, il mondo corre. Nel 2015 la riforma Gelmini – buona o cattiva che sia – sarà già vecchia, ne servirà un’altra. Il Governo tecnico su questo fronte non ha pigiato l’acceleratore, chissà perché.

Presidente Monti, ministro Profumo, non sarà il caso di darsi una mossa?

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Fabio è un insegnante di italiano in un Liceo della capitale. Da anni si batte per una scuola migliore, contro governi che da molto tempo considerano la scuola pubblica un fastidioso orpello da eliminare, e gli insegnanti un pericoloso manipolo di attentatori dell’ordine costituito.

Fabio ha saputo che – grazie ad una grande battaglia della FLC Cgil, il sindacato a cui è iscritto da anni – il ministero dell’Istruzione ha deciso di sospendere “Valorizza2”, un progetto sperimentale di valutazione individuale dei docenti, volto a differenziare in parte la loro retribuzione in base all’apprezzamento che di essi hanno scuola, genitori, docenti.

Fabio sa che la scuola e i docenti hanno bisogno soprattutto di risorse, organici e rinnovo dei contratti di lavoro, anche se la congiuntura è difficile e i soldi scarseggiano. Fabio pensa che l’uguaglianza dei diritti sia un principio irrinunciabile di civiltà.

Fabio ritiene che un sistema di valutazione deve essere serio, affidabile e non debba premiare ruffiani o furbetti. Ma Fabio sa anche che gli insegnanti non sono tutti uguali, che per tanti la scuola è una grande passione mentre per altri solo un modo per guadagnarsi uno stipendio.

Fabio pensa che se fosse giusto, come afferma la FLC Cgil nei suoi comunicati, che è molto “negativa qualsiasi graduatoria pubblica dei bravi docenti”, allora bisognerebbe abolire anche le pagelle degli studenti, i voti di maturità o di laurea; e anche le graduatorie dei concorsi pubblici.

Fabio, ieri, ha strappato la tessera della FLC Cgil.

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