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Vanessa Russo e Doina Matei si sono incontrate una sola volta, per pochi secondi, il 26 aprile 2007. Eppure quell’incontro ha completamente cambiato le loro vite. Vanessa è morta, Doina è finita in carcere.

Ora Doina ha vinto un premio per un racconto sul perdono. In cui si chiede se ha senso pensare al futuro, dopo che la vita le ha sbattuto in faccia che i sogni non si avverano. Piccoli sogni: comprare una piccola casa, riunire i suoi figli, togliersi dal marciapiede.

Doina è davvero pentita. Quando uscirà dal carcere, andrà a piangere sulla tomba di Vanessa. L’ha uccisa quel giorno, nella metro di Roma, infilandole senza motivo un ombrello nell’occhio. Una storia così, con due giovani vite spezzate. Una storia di follia, pentimento, perdono.

Forse qualcuno penserà che Doina debba riprendere presto i suoi sogni spezzati. Ma anche i sogni di Vanessa sono finiti per sempre, quel giorno. E per Vanessa, neppure un racconto da scrivere.

Pubblicato su Giornalettismo

L’Ocse prevede per l’Italia l’ennesimo anno in recessione, dopo la dramamtica crisi del 2008-2009 e la debolissima crescita del 2010-2011. In tutto il mondo si scommette su un nostro default, dato che tra pochi mesi dovremo collocare quantità indigeribili di nostri titoli di debito pubblico in scadenza.

E dire che fino a pochi mesi fa, secondo l’allora ministro dell’economia, per l’Italia bastava una semplice “manutenzione” dei conti pubblici. E che, neppure un mese fa, l’allora Presidente del consiglio affermava nei vertici che l’Italia stava bene, perché “ristoranti e aeroplani erano sempre tutti pieni”.

Niente rende più chiara la distanza tra la realtà dei fatti di questi ultimi anni e le promesse da marinaio che venditori di fumo travestiti da uomini di Stato hanno fatto impunemente agli italiani, sotto gli occhi – non scordiamolo! – condiscendenti se non complici di associazioni di categoria, molti sindacati, editorialisti di fama.

Il passato ormai non si può cambiare. Ma, mentre in questo presente già si cominciano a sentire in giro i borbottii per i “sacrifici” che il governo “non legittimato dal popolo” starebbe per chiederci – per evitare il nostro fallimento – non va dimenticato quello che ci ha fatto un “governo legittimato dal popolo”.

Il passato non si può cambiare. Ma tenerlo presente è importante per poter cambiare il nostro futuro.

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Da noi non ha mai avuto buona fama. Eppure Lao-tzu l’aveva scritto circa duemila e seicento anni fa nel Tao Te Ching. Adesso lo certifica la rivista New Scientist che, nel suo ultimo numero, esalta l’importanza della nullità.

Gli italiani – che sono il popolo più saggio dell’occidente – spesso non resistono al suo fascino: non a caso, siamo il Paese degli Scilipoti. Ma anche da noi il nulla ha un suono negativo, anzi spaventoso: “sei una nullità”, “l’ozio è il padre dei vizi”, la paura del vuoto, le carriere dei Bossi, padre e figlio,  e via disprezzando.

Ma scherzi a parte, dovremmo davvero cominciare a riappropriarci del valore positivo del silenzio e del nulla, vere essenze del nostro mondo: cosa sarebbe la ruota della bicicletta senza il vuoto attorno ai mozzi? E una casa senza finestre?

Vale la pena di rifletterci: la riconquista del vuoto, del silenzio, dopo decenni troppo “pieni” e rumorosi, potrebbe persino essere un nuovo inizio.

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Italia, mondo. Da oggi, dopo 41 anni, lo stabilimento di Termini Imerese è chiuso. 1566 dipendenti sono a casa, per ora in cassa integrazione e poi si vedrà. Per qualcuno di loro ci sarà un nuovo lavoro, forse. Per i più anziani, prepensionamenti o chissà cosa. Per molti altri il buio.

Un’azienda che non produce utili non può sopravvivere, e la risposta non può essere certo che sia “mantenuta” dallo Stato. E’ già successo negli anni ’70 e ’80, e stiamo vedendo ora che significa: scaricare sul futuro i problemi del passato.

Ma un’azienda non è un’entità astratta. E’ fatta di padri e madri di famiglia. Piccoli imprenditori che s’ammazzano perché non sanno come pagare gli stipendi ai loro dipendenti; quadri, impiegati ed operai che dopo trent’anni e passa di lavoro fatto con passione e competenza, finiscono in mezzo ad una strada.

Intanto, poco lontano nel mondo, abili broker muovono miliardi di dollari dagli schermi dei loro computer, guadagnando e facendo guadagnare milioni ad anonimi investitori, che forse useranno quei soldi solo per accumulare altri soldi.

Qualcosa non va, in questo mondo che sembra andare verso la fine. Nessuno – neppure chi potrebbe – sembra voler far niente per cambiare questo qualcosa. Fino a quando, chissà.

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Youssef, 8 anni, seduto sulla panchina fredda, osserva i suoi compagni giocare a pallone. Davide, Luca, Muhammed, Julian, Karol, Michael, Mario, Andrea. Asilo, materna, scuola elementare: insieme da sempre, in quel lembo di vita pieno di domande e speranze che è l’Italia.

Youssef ha in testa una domanda da quando l’altro giorno un gruppo di ragazzi ha aggredito Mario, Davide e Luca, dicendo loro che non devono stare assieme a quegli “stranieri”. Youssef non se n’è mai accorto, quando gioca, che tra loro ci sono degli “stranieri”.

E anche lui, è “straniero”. Ma che vuol dire? Come tutti i suoi amici è nato in questa bella cittadina della Lombardia, è sempre vissuto lì a casa sua, con il papà operaio e la madre che fa le pulizie. Si guarda allo specchio, e vede solo un bambino che gioca. Uno che tifa Milan e spera di diventare famoso come Mario Balotelli, il suo idolo.

Youssef osserva i suoi compagni giocare a pallone. Ha una faccia da straniero e non lo sa. Sa solo che una volta lui e Luca si sono sbucciati il ginocchio, e avevano il sangue dello stesso colore.

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L’analisi del voto in Spagna è uno spettacolo affascinante. Vediamo: il centrodestra di Rajoy ha vinto, semplicemente mantenendo i voti che aveva alle precedenti elezioni, poco più di 10 milioni e mezzo. Il Partito socialista ha perso, perchè i suoi consensi sono scesi di oltre 4 milioni di voti. Dove sono finiti?

La sinistra-sinistra ha raddoppiato i suoi voti (più 700 mila). Una scissionaria socialista, Rosa Diaz, ha preso più di un milione e mezzo di voti. Le schede bianche, nulle e le astensioni sono aumentate di un milione e seicentomila. Un successo della campagana degli “indignados” che chiedevano di non votare. Tutto chiaro, ma qualche domanda sorge spontanea.

La sconfitta socialista renderà le ragioni di chi lo ha abbandonato più forti o più deboli? Il centro destra farà politiche più vicine alle ragioni degli “indignados” e dei delusi? L’indignazione – sentimento di “pancia”, in Spagna come altrove – è la risposta giusta per chi vuole “un altro mondo possibile”? Mah. E i partiti cosiddetti “riformisti” debbono ascoltare le istanze della “gente”, gettando il cuore oltre l’ostacolo, o fare i “notai” dell’esistente con qualche spruzzata di novità, senza esagerare? Chissà.

Nel frattempo, i centri destra del mondo governano. Politici e tecnici, non è poi una grande differenza.

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Tra le questioni più urgenti lasciate in eredità al Professor Monti c’è la scuola; l’istruzione, fondamentale per rilanciare lo sviluppo, falcidiata da anni di tagli indiscriminati che hanno prodotto migliaia di precari o disoccupati e aule sempre più affollate.

Ma in una scuola, la Viviani di Napoli, ci sono ben 27 cattedre libere, in cui nessuno vuole insegnare. Eugenia Carfora, la Preside, fa anche l’insegnante, la segretaria e la bidella perché neppure il personale non docente ci vuole lavorare.

La scuola Viviani sta al Parco verde di Caivano, quartiere popolare e ad altissima presenza di criminalità organizzata. Uno di quei quartieri dove se chiedi ad Antò, quinta elementare, cosa significa a.C., avanti Cristo, non lo sa. E se, dopo che glielo hai spiegato, gli dici che Gesù Cristo è morto a 33 anni, ti chiede: “Accidenti, era giovane. E com’è morto?”

Per salvare la “sua” scuola la preside ha lanciato un appello agli insegnanti di buona volontà. E in tanti sarebbero disposti a lavorare lì a Caivano. Ma per mesi dal Ministero le rispondevano picche, perché ci sono le graduatorie da rispettare.

Professor Monti, per dimostrare che il vento è cambiato, provi a riempire tutte le scuole come la Viviani di insegnanti e di alunni.

Se non vuole farlo per l’Italia, lo faccia almeno per Antò.

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Qual è la questione più grande da risolvere per le genti operose del Nord, quella per cui – secondo la Lega, partito tornato di lotta dopo 10 anni di (fallimentare) governo – sarebbero disposte a morire per la Padania? La disoccupazione? La sicurezza? La salute? Il rilancio dell’export?

Quisquilie. I rappresentati delle genti operose del Nord non hanno dubbi: la priorità da difendere sono le sedi periferiche dei ministeri a Monza. Quelle che, nel pieno della crisi che stava travolgendo l’Italia Bossi, Calderoli e compagnia avevano aperto qualche mese fa, con raro sprezzo del ridicolo.

Che quelle sedi siano incostituzionali, secondo il parere del Presidente della Repubblica, non importa. Che siano inutili – in due mesi e mezzo di operatività sono rimaste pressoché deserte – importa ancor meno. Servono perché rappresentano il principio del decentramento.

E allora, professor Monti, ascolti il grido di dolore dei rappresentanti delle operose genti del Nord: anziché salvare l’Italia dal fallimento, salvi i ministeri decentrati.

Le operose genti del Nord, senza dubbio, le saranno grate. Per la risata che così regalerà loro.

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Il governo di Mario Monti rappresenta una “sospensione certamente negativa della democrazia”. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando gli arrivavano i decreti, li “ correggeva con la matita rossa, come una maestra con i bambini delle elementari” e il governo era quasi impotente.

Sono le distensive frasi che Silvio Berlusconi, alias mister spread 585, riserva a Monti e Napolitano, che tutto il mondo ringrazia per il tentativo che stanno facendo per salvare l’Italia e- di fatto – l’Europa.

E di Bersani, che ora sostiene assieme a lui il governo: “Non possiamo lasciare il paese alla sinistra. Gli italiani non sono così cretini da dare il voto a questi qua”. Tanto per pacificare gli animi.

Meno male che Silvio non c’é. Almeno per ora.

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Stefano legge il giornale seduto sulla metro. C’é scritto che governo tecnico non va bene, perché è una sospensione della democrazia. Marta ascolta la radio mentre guida la sua auto. Un tale dice che le decisioni difficili non debbono darle i tecnici, ma i politici, i rappresentanti del popolo.

Marta ricorda che altri governi “tecnici” in passato hanno fatto la riforma delle pensioni, cambiato le leggi elettorali, fatto le privatizzazioni, risanato i conti dello Stato. Stefano sa che in Italia le leggi le approva il parlamento, dove siedono i rappresentanti eletti dal popolo, e che nessun “tecnico” potrà costringerli a votare leggi che non condividono.

Stefano e Marta sanno che si definisce politico “chi partecipa attivamente alla vita pubblica di uno Stato, operando le scelte necessarie alla crescita civile ed economica della propria nazione”. Stefano e Marta non sanno se è meglio un governo tecnico o uno politico, ma sanno che è meglio un governo che governa di uno che non governa.

Stefano e Marta non sanno se Scilipoti è un politico e Monti un tecnico. Ma tra i due, non hanno dubbi su chi scegliere.

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