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In una giornata convulsa sul fronte politico-giudiziario, sospesa tra la sentenza della Cassazione sul caso Mills-Berlusconi e gli sviluppi delle vicende giudiziarie dello scandalo Protezione civile e dell’affaire Fastweb-Telecom Sparkle, il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola nel corso del forum economico del Mediterraneo ha detto che “ogni iniziativa giudiziaria che vuole portare legalità è ben accolta. Ovviamente ogni iniziativa giudiziaria ha dei contraccolpi: serve una moralità più forte, ma c’è bisogno di non destabilizzare il sistema”.

Una dichiarazione da democristiano, quale Scajola è stato nella sua vita precedente. Sembra di sentire il giovane Ugo Intini, allora portavoce di Bettino Craxi, ai tempi di tangentopoli. O quel tale che raccontava di sua moglie “un po’incinta”, o quella madre che ai figli che giocano mentre papà riposa raccomanda di “urlare in silenzio”. Ma battute a parte, viene riproposta una questione non nuova nel dibattito politico: l’opportunità delle indagini giudiziarie, quando queste toccano interessi economici rilevanti o il livello politico, e i loro effetti “destabilizzanti”.

Una cosa dovrebbe essere chiara a tutti, anche al ministro Scajola: non si può essere “moderatamente” contro la corruzione. Quindi se il “sistema” si basa sulla corruzione, sull’illegalità, sul malaffare è bene che il sistema crolli. Non per giocare al tanto peggio tanto meglio e neppure per fare le “anime belle”: la corruzione esiste, è sempre esistita e probabilmente esisterà sempre. E non solo in Italia. Ma il problema è che “tollerarla”, anziché combatterla con ogni mezzo, fa male al Paese. Perché rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico italiano. Pensare diversamente è ragionare come coloro che tempo fa in Sicilia accusavano le indagini anti mafia verso le aziende degli amici degli amici di “distruggere i posti di lavoro”, e non invece il tentativo – purtroppo in gran parte fallito – di liberare l’isola dal suo vero nemico.

Tutti dovremmo sapere oramai, anche il ministro Scajola, che la corruzione è il cancro che distrugge il sistema economico, non un aiuto alla sua prosperità. E che per sconfiggerla serve una terapia d’urto che colpirà in profondità il “sistema”. Non un placebo sotto forma di una leggina da quattro soldi o un pallitivo di qualche indagine ogni tanto, purché non troppo “destabilizzante”. All’Italia serve l’esatto opposto: uno sforzo convinto, senza se e senza ma, per sconfiggere il sistema gelatinoso dell’ordinaria corruzione. E nessuno può chiamarsi fuori o fare speciosi distinguo. Tutti coinvolti: attori economici, società, media, maggioranza e opposizione. Perché le colpe non sono uguali per tutti, ma nessuno è senza peccato.

Se non si vuole che anche stavolta tutto finisca solo con qualche capro espiatorio regalato all’opinione pubblica, se non si desidera che “tutto cambi perché tutto resti come prima” stavolta bisogna andare in fondo. Frenare le indagini in nome della “tenuta del sistema” ci riporterebbe al punto di partenza. Nell’irrisolta contraddizione di un Paese che nei miasmi di un sistema corrotto, che danneggia la competitività oltre che la sua tenuta morale e politica, finisce per crogiolarsi. Nell’illusione di essere così vincente, perché più furbo degli altri. Mentre è, semplicemente, il più cretino. E perdente.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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Nel corso delle proteste dei cittadini de L’Aquila durante la manifestazione “1000 chiavi per la città”, è stata oggetto di contestazione una troupe del Tg1, accolta al grido di “Scondinzolini!”: Il Tg1 è stato accusato di avere diffuso un’immagine falsata della situazione del terremoto in Abruzzo. Coinvolta anche la giornalista Maria Luisa Busi, sul posto per fare un servizio per Tv7. La Busi si è difesa dicendo di non poter “rispondere dell’informazione a livello generale che il Tg1 ha fatto nel corso di questi dieci mesi dal terremoto”, aggiungendo anche che quello che ha visto all’Aquila, in questi giorni con i suoi occhi, “è molto più grave di come talvolta è stato rappresentato: migliaia di persone sono ancora in albergo, le case non bastano e la ricostruzione non è partita”.

Mentre diversi esponenti del centrosinistra e il segretario dell’Usigrai partivano all’attacco del direttore Minzolini, contemporaneamente facevano distinguo e riservavano attestati di stima alla bella e brava giornalista che “si è limita a fare onestamente il suo lavoro”. Secondo alcuni di questi pasdran, la redazione del telegiornale più visto d’Italia, quello che è l’unica fonte d’informazione di milioni di italiani, sarebbe una polveriera pronta ad esplodere contro il suo direttore.

Più volte Giornalettismo ha criticato Minzolini e la sua singolare concezione “servile” di “servizio”pubblico, da ultimo qui, ma sembrano meno comprensibili i distinguo su Maria Luisa Busi. Perché non si tratta dell’ultima dei praticanti, ma di un volto noto e prestigioso, una delle punte di diamante del Tg1. Quella che conduce l’edizione delle 20, una che sul Tg che Minzolini dirige ci mette la sua faccia. E’ certamente vero che la linea di un giornale la detta il direttore (e ci mancherebbe altro!), ma è anche vero che se quella linea non è condivisa si può scegliere di andarsene, o almeno – se non si hanno altre occasioni professionali – dissociarsi in silenzio, tenendosi più defilati. Ma ad infastidire è soprattutto la scusa opposta dalla Busi sulla “scarsa conoscenza” della vera situazione. Quel “solo ora vedo con i miei occhi come stanno realmente le cose”.

E’ comprensibile che Maria Luisa Busi, avendo molto da fare, non  abbia letto i molti articoli che sull’argomento hanno cercato di mettere in luce in più occasioni le magagne che si celavano dietro l’apparente show trionfale sul terremoto di B&B, Berlusconi e Bertolaso. Ma in ogni caso, da brava e bella giornalista quale i suoi amici di centro sinistra la accreditano, poteva almeno leggersi i dati e le cifre del decreto abracadabra sul terremoto (pubblicato in Gazzetta ufficiale) o dare un occhiata al sito della Protezione civile, dove ad onor del vero Bertolaso e i suoi hanno sempre correttamente dato tutte le cifre e chiunque volesse farlo poteva informarsi e trarre le conclusioni.

Naturalmente siamo anche noi dalla parte della bella e brava Maria Luisa. Ora cha ha visto con i suoi occhi, nelle riunioni di redazione si batterà di certo per un Tg1 più obiettivo, assieme alla redazione che ribolle e che ben presto si dissocerà dal suo direttore “servile” . La scusiamo perché se non ha avuto tempo di raccogliere dati, metterli in relazione tra loro e trarre le conclusioni, come farebbe un qualsiasi praticante di redazione, c’era un buon motivo: prepararsi a condurre il Tg1 delle 20 deve essere una faccenda che porta via parecchio tempo, tra sala trucco e ripasso di dizione.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Non si sa se ridere o piangere leggendo del disegno di legge anti-corruzione scritto in fretta e in furia dal governo e subito messo in stand-by o, come ha detto il ministro La Russa, “sostanzialmente approvato, ma non licenziato” dal Consiglio dei ministri. C’è un raro sprezzo del ridicolo nell’improvvisa svolta “dipietrista” di un gruppo che da anni è il “nemico numero uno” di intercettazioni, indagini, processi ai politici. Un gruppo che reclama a gran voce il primato della politica, di eletti dal popolo o unti dal signore non giudicabili da magistrati “pubblici dipendenti”.

Fanno ridere questi profeti del “governo del fare”, nemici dei lacci e lacciuoli posti da inutili orpelli quali leggi, procedure, stato di diritto, regole democratiche, gioco dei pesi e contrappesi tra i diversi poteri, che hanno infarcito parlamento ed enti locali di “birbantelli” scoprire improvvisamente che “rubare è un peccato”. Un riso che si fa serio quando si scopre che quest’improvvisa svolta di legalità non si scorda, districandosi tra i cavilli dei commi, di salvaguardare comunque tutti gli scudi giudiziari ai processi per corruzione pendenti sulla testa del premier messi in cantiere in questi mesi. Perché anche la corruzione, come la legge, non è uguale per tutti.

Il riso diventa ben presto pianto. Perché quest’ennesima svolta a 360 gradi segnala comunque il tragico destino di una classe dirigente  “innamorata” dell’emergenza, dello “straordinario”, incapace di “governare”. Che agisce a colpi di decreto, pur avendo una maggioranza solida di fedeli “nominati”, emanando norme che vengono poi sostituite in poche ore da altri decreti legge. Che bypassa amministrazioni, ministeri, partiti e politici a colpi di ordinanze e poteri commissariali con un’unica ansia: quella di “fare” qualcosa senza mai riflettere se quel qualcosa sia giusto e quali conseguenze abbia. E senza comunque mai trascurare tra le righe il proprio “particulare” e il “sacrosanto business”.

Una classe dirigente – quella berlusconiana, certo, ma purtroppo non solo – che chiude il traffico la domenica nelle città soffocate da troppo smog, senza mai discutere di una vera politica dei trasporti. Che tampona annaspando la falla della crisi economica senza mai riflettere sullo sviluppo economico futuro e disegnare le strategie per realizzarlo. Che preferisce gestire “brillantemente” le innumerevoli emergenze frane anziché realizzare una politica di tutela del territorio e di lotta al dissesto idrogeologico. Che vara il piano case in deroga alle regole urbanistiche sorprendendosi improvvisamente per il territorio sconvolto dalla speculazione edilizia. Che a L’Aquila consegna in fretta i prefabbricati ma non pensa neppure a come e quando ricostruire la città. Che confonde l’urgenza con l’emergenza e non si cura dell’ordinaria amministrazione. Che dichiara di voler aumentare le pene ai corrotti e al tempo stesso vuole impedire le intercettazioni che sono uno dei più efficaci strumenti di indagine anti-corrotti e far approvare il “processo breve” che quei reati rende di fatto non perseguibili.

Fa piangere questo paese – che ha delle colpe, se continua a preferire i demiurghi, i pifferai e gli incantatori “del fare” a degli ordinari “governanti”, forse più mediocri ma certo più efficaci  – senza una classe dirigente capace di “pensieri lunghi”, indispensabili  per affrontare un futuro incerto. Un Paese che, anche per colpa di un’opposizione maldestra e priva di idee, si perde ancora dietro a questo branco di buoni a nulla, capaci di tutto. La gelatina avanza, e non basterà un colpo di teatro per salvare l’Italia.

Buon tutto!

Il post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

E così, il dado è tratto: Paola Binetti, la teodem, la pasdran dell’Opus dei, dopo mesi di annunci, ha deciso di lasciare il Pd per trasferirsi all’Udc di Casini. Si potrebbe liquidare la cosa con le parole del ministro Roberto Calderoli:”E’ assolutamente condivisibile e rispettabilissima la scelta della Binetti di abbandonare il Partito Democratico, del resto solo gli stolti non cambiano mai idea. Ma se vuole essere davvero coerente la Binetti deve dimettersi da tutti i mandati ricevuti, incluso quello di parlamentare, con i voti del Partito Democratico”.

Si potrebbe liquidare la teodem del Pd come fa ironicamente il mondo del web. Saluti come “Ciao, cilicio”, “L’avevo detto che se nevicava a Roma, qualche altro miracolo sarebbe accaduto…” e via piangendo di disperazione per la dipartita. Ma invece una riflessione può essere utile. L’onorevole Binetti sbatte rumorosamente la porta perché si è “sentita un bersaglio”, perché le “è stato negato il diritto alla parola e alla rappresentanza dei valori cattolici” dentro il Pd. Pietra dello scandalo la candidatura di Emma Bonino.

Un momento. L’articolo 1 punto 6 dello Statuto del Pd, dice che il Pd “riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno” e “pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religiose, le disabilità, l’orientamento sessuale, l’origine etnica”. E nel manifesto dei valori del Pd c’è scritto che “la laicità presuppone uno spazio pubblico di libero confronto, “rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali”.

Ci piacerebbe che l’onorevole Binetti spiegasse quali di questi principi sono stati lesi dal Pd in questi mesi. Non sembra che siano stati lesi con la candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio. Tra quanto scritto nel manifesto dei valori e le accuse della onorevole Binetti di “eccessiva laicità” alla candidata Presidente a suonare stonate sembrano le dichiarazioni della Binetti. Come stonato sembra l’aut aut “O lei o io” della nostra onorevole “nominata” con lo Statuto del Pd. Non sembra neppure che alla Binetti sia stata negata libertà di parola: neppure dopo l’augurio “provocatorio” della deputata teodem per una sonora sconfitta del candidato presidente del Pd in Lazio, e la sua esplicita dichiarazione di voto per Renata Polverini, nessuno nel Pd ha pronunciato scomuniche.

Intendiamoci: Paola Binetti fa benissimo ad lasciare il Pd e ad approdare all’Udc, se non condivide più il contenuto dello Statuto e del manifesto dei valori. E’ giusto che persegua – parole sue – “il sogno di rifare la Dc di De Gasperi, un partito del 15-20% che riesca finalmente a rappresentare, come sessant’ anni fa, le istanze e i valori sociali” nei quali la nostra crede profondamente. Ma se le cose stanno così, a non avere capito che il Pd aveva altre ambizioni (probabilmente fallite), cioè essere una sintesi dall’incontro di più valori, è proprio lei, l’onorevole “nominata”.

E quanto alle compagnie, siamo certi che la Binetti troverà molto più consono alle sue idee il partito di Totò “Vasa vasa” Cuffaro che quel Pd dove, come ha detto il segretario Udc Lorenzo Cesa, “non c’è più spazio per i cattolici che pensano alla tutela della vita”. Quel  Pd che, se non abbiamo capito male, ha nell’alleanza strategica con l’Udc di cui la Binetti diventa da oggi autorevole esponente, la cifra politica della segreteria Bersani. Un Pd quindi che – nel rispetto dello Statuto e del manifesto dei valori che l’On. Binetti immaginiamo abbia condiviso – con questi cattolici che pensano alla tutela della vita ha intenzione di allearsi in modo organico.

Insomma signora Binetti, ha fatto bene ad andarsene, ma non dica che le hanno sbattuto la porta in faccia. Adieu, senza rimpianti. Tranne quello di averle assicurato un posto da parlamentare per altri 3 anni.

Il post è stato pubblicato su Giornalettismo

Un vento gelido accompagna questo infinito inverno italiano fatto di tangenti, appalti, sesso e potere, questo “sistema gelatinoso” che emerge dall’ennesima “ordinaria storia di corruzione”.  Il vento gelido dell’indifferenza mista a rassegnazione con cui la pubblica opinione osserva questa “povera patria, schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos’è il pudore”, questi amministratori e funzionari pubblici disinvolti e imprenditori senza scrupoli. Un vento che porta una domanda, mentre chi nacque nell’anno in cui l’Italia fu scossa da Mani pulite si appresta a diventare maggiorenne: in Italia esiste una questione morale?

Perché le cronache di questo lungo inverno italiano raccontano di guerra alle intercettazioni, di denunce per una giustizia politica ad orologeria, di discorsi sulla supremazia degli “eletti” rispetto ai giudici “pubblici dipendenti”. Non di indignazione, schifo e rabbia per questo imperversare di comitati d’affari che prosperano giustificandosi con un “così fan tutti” o in qualche caso addirittura vantandosi delle loro gesta. Sembra che i più si preoccupino del dito degli “eccessi di giustizialismo” – che pure ci sono – anziché della luna della “corruzione diffusa”.

Corruzione diffusa dalla Puglia all’Emilia, dal Piemonte alla Lombardia, fino al caso della Protezione civile. Tutti coinvolti, dal sindaco di Bologna Pd Flavio DelBono con il “Cinziagate” al consigliere PdL “giovane liberale”  Camillo Pennisi detto Milko che con sconcertante disinvoltura intasca una mazzetta davanti a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano. Unica differenza, per ora, sono le dimissioni dei politici di centrosinistra rispetto all’arroganza degli altri, che tuonano contro le “toghe rosse”.

Anche il vento dell’indifferenza che gela le ossa non è né di destra né di sinistra, così come la scarsa reazione al sistematico attacco alle istituzioni di garanzia e al proliferare sotto la bandiera “del fare” di filiere autoreferenziali di corrotti e corruttori, sottratte a qualsiasi controllo. Un’indifferenza bipartisan, spia di un livello degli anticorpi della nostra società  sceso (o sempre rimasto?) ben sotto il livello di guardia. Eppure questa non è la tangentopoli che “Mani pulite” scoperchiò 18 anni fa. E’ peggio. Allora si agiva anche per conto del partito, ora quasi sempre per carriera e arricchimento personale. Allora un po’ ci si vergognava, adesso si attacca chi indaga.

Oggi si sbadiglia di fronte ad un sistema di omertà e illegalità che, oltre che un fatto di “etica”, è anche un problema economico, una distorsione del mercato, con cui si drenano risorse da merito, capacità imprenditoriale, idee e innovazione verso i “furbetti del quartierino” o gli “amici degli amici”. Si accetta con rassegnazione un sistema gelatinoso anziché chiedere istituzioni più efficienti e trasparenti, mercato e concorrenza.  Così, più che “lo stivale dei maiali” la nostra Italia sembra il regno degli ignavi. Un posto dove la morale diventa moralismo, la voglia di giustizia si chiama giustizialismo, dove chi parla di correttezza, capacità, lavoro, viene deriso come un povero scemo, tra un’occhiata distratta alle “eroiche gesta” di Corona e un ammiccamento maschilista di Berlusconi.

Forse bisognava pensarci, quando pochi giorni fa abbiamo assistito alle celebrazione dello “statista” Craxi dentro il Senato della Repubblica, rimuovendo del tutto il fatto che egli è – nolente o volente – un condannato dai tribunali, simbolo di una stagione di corruzione, arroganza e tangenti. Se non altro per quei ragazzi e ragazze del ‘92 che si affacciano all’età adulta e all’esempio che ricevono. Quest’inverno gelido spazzato dal vento assomiglia ad un sonno senza speranza della coscienza civile di questa povera patria che muore, soffocata dalla gelatina. Forse cambierà. Ma “la primavera, intanto, tarda ad arrivare”.

Buon tutto!

Il post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

A pensarci bene la storia che vede coinvolti Angelo Balducci e Fabio De Santis, pubblici ufficiali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri incaricati della gestione dei “grandi eventi” e gli imprenditori Diego Anemone dell’omonimo gruppo, che si è aggiudicato l’appalto per la conversione dell’ex arsenale della Maddalena e che ha interessi nei lavori per i Mondiali di nuoto, e Mauro della Giovampaola, e che coinvolgerebbe in modo non lieve anche il super capo della protezione civile, Guido Bertolaso è davvero, come l’ha descritta il Gip di Firenze, “un’ordinaria storia di corruzione”.

L’Italia ne è piena. Com’è ormai piena di scandali a base di escort, sesso e potere. Il fatto che nella rete cada un uomo come Guido Bertolaso, se ne saranno accertate le responsabilità, l’uomo che incarna più di ogni altro quel “governo del fare” che Berlusconi vanta come la cifra distintiva della sua azione politica ed amministrativa, come ricordava ieri Donato De Sena su Giornalettismo è, alla fin fine, non molto rilevante. Non sono certo queste “sciocchezzuole” che impressionano una pubblica opinione che da mesi, forse anni, osserva senza battere ciglio la sistematica sopraffazione dello stato di diritto in nome della “legittimazione popolare”.

L’ indifferenza di quasi tutti gli italiani, senza quasi distinzione di parte politica, allo svuotamento della funzione legislativa del parlamento, all’attacco a qualsiasi istituzione di garanzia che verifichi l’operato del “principe”,  alla “privatizzazione” strisciante di pezzi di pubblici poteri è un dato quasi acquisito. Anzi, i “principi e principini” sparsi nei governi nazionali, regionali e locali si sentono e forse sono ormai degli intoccabili a prescindere, che possono trattare come “cosa loro” la res publica, la cosa pubblica, siano i servizi locali, le emergenze sismiche, l’organizzazione dei mondiali di nuoto al G8 e chissà che altro.

Ma c’è qualcosa che, speriamo, anche in quest’ Italia ormai sorda a qualsiasi considerazione su etica, separazione dei poteri, corruzione, occupazione del potere di “bande di sciacalli”, può ancora fare indignare. Sono quelle parole agghiaccianti che – mentre si contavano i morti sotto le macerie de L’Aquila – alcuni attori di quel “sistema gelatinoso” di tangenti, appalti, sesso di cui sarebbe protagonista il vice di Bertolaso e dove forse è rimasto impigliato lo stesso capo della Protezione civile, si scambiano al telefono, proprio quel 6 aprile di un anno fa: “Alla Ferratella occupati di ‘sta roba del terremoto, perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”. Con l’altro che ripete “Lo so”, e ride. “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro il letto” e così via.

Ecco. Vogliamo sperare, assieme al sindaco Massimo Cialente, che i protagonisti di questo sistema, a parte la corruzione, i giri di soldi, sesso e potere che personalmente aborriamo ma che fanno ormai parte di questi “anni del fare”, abbiano un rigurgito di dignità e di buongusto e chiedano scusa e si vergognino. E che tutti coloro che – in quanto pubblici ufficiali – in quel sistema gelatinoso, dove l’efficienza diventa discrezionalità fuori controllo, hanno inzuppato il pane, vengano cacciati a calci nel culo. E se fra loro – ci auguriamo sinceramente di no – dovesse esserci Guido Bertolaso, che personalmente stimiamo nonostante qualche errore di troppo nella gestione del dopo sisma aquilano, non saremmo disposti a fare un’eccezione.

Buon tutto!

L’articolo è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo


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Un anno fa è calato il sipario sulla storia di Eluana Englaro.  Dopo un anno, ancora vane parole, urla. Oggi come un anno fa. Gente che continua a vomitare il suo cinismo, le sue certezze, le sue assolute verità sui dettagli clinici, terapeutici, giuridici ed etici della questione. Invece, oggi come un anno fa, a noi questa storia di straordinario dolore, di sofferenza, passione, compassione dovrebbe essere accompagnata solo da ordinario silenzio. E magari un pensiero solitario e piccolo, sulla nostra personale e relativa risposta alle domande che affligono l’umanità dalla notte dei tempi: cos’è la vita, cos’è la morte, cos’è l’amore. Una risposta che non va imposta, in nome di un dio o della libertà.


La nostra personale risposta, oggi come un anno fa, è che la vita è un dono  prezioso, e va difesa sempre e comunque. Da chi la insidia facendo guerre insensate e sanguinose, giustificando in nome di un qualche astratto ideale o di un confine da conquistare lo spargimento di sangue innocente, di qualsiasi fede, razza o idea esso sia. La vita, questa vita, va difesa. Ma la vita non è solo respiro. Perché , sempre senza volere insegnare nulla a nessuno, la vita è armoniosa dissonanza dello scorrere di attimi sempre diversi, di emozioni e sensazioni, pensieri e azioni. Sofferenza e forza, gioia e dolore. E soprattutto, la vita è amore. Amore per il nostro prossimo, anche se non parla la nostra stessa lingua ed è nato in un paese “straniero”. Amore per la natura violentata da uomini senza scrupoli e senza rispetto per il loro futuro. Amore per la propria famiglia, per i propri figli.  Ecco  l’unica risposta: Love is the answer.


Questa storia, senza voler insegnare nulla a nessuno, oggi come un anno fa ci parla di amore:  quello di una famiglia, di un padre che ha  visto sfiorire la sua figlia meravigliosa, perduta in un tempo senza memoria. Di cui  è impossibile descrivere il dolore di accompagnare il proprio figlio verso l’ultimo passo. La vita è meravigliosa e va sempre difesa, ma confinarla in un sopravvivere disumano è una scelta non può essere imposta a nessuno. Ora come un anno fa, per piacere, ssshhhh!!!! Facciamo un po’ di silenzio. In questa giornata che un anno fa il nostro pensiero e il nostro umile rispettoso sorriso vanno, in silenzio, a Eluana, a Beppino e Saturna. Con immenso amore umano.

Buon tutto!


Un sorriso anche a Mtmura, Alessandro d’Amato, Abramo Rincoln (Abr), lapennachegraffia e Chiara Lalli che hanno scritto sul tema parole che ci hanno fatto profondamente riflettere. In silenzio.

Il ministro Angelino Alfano nel corso della trasmissione televisiva “In mezz’ora” ha spiegato che la legge sul legittimo impedimento, il provvedimento che interrompe i processi del premier e dei ministri ha un’unica ragione: “Berlusconi vorrebbe andare in tribunale sempre, ma il tribunale è un luogo dove si studiano i processi e dove ci si difende dalle accuse studiando le carte. Lui avrebbe studiato i faldoni e sottratto tempo al governo. Ma Berlusconi – ha assicurato il Guardiasigilli – non si sottrarrà ai processi: quando avrà finito di governare si farà processare dai tribunali italiani”.

Non opporremo al ministro considerazioni di natura giuridica. Per queste rimandiamo a quanto ha espresso qui su Giornalettismo Tommaso Caldarelli. Quello che si può aggiungere sono considerazioni più semplici, terra terra. Se le cose stanno come ha detto il ministro della Giustizia, il legittimo impedimento viola davvero il principio di uguaglianza davanti alla legge. Perché se il motivo è quello lì, esso dovrebbe valere anche per il chirurgo sotto processo per una rissa al semaforo, o per un dirigente d’azienda imputato per molestie sessuali, o per un imprenditore accusato di offesa a pubblico ufficiale. Tutti “vorrebbero andare in tribunale sempre” ma, costretti dal processo a “studiare i faldoni” per difendersi dalle accuse, sarebbero così distolti dal loro lavoro, di indubbia utilità sociale. Dovrebbero essere scudati anche loro, e molti altri. Almeno fino alla pensione.

Non si capisce poi per quale motivo sia l’imputato e non i suoi avvocati, appositamente e immaginiamo profumatamente pagati, a “studiare quelle carte”. A meno che – e nel caso del nostro presidente del Consiglio questo ha un certo fondamento – non si pensi che sia lui, l’imputato, ad essere il più bravo anche nell’impostare la strategia di difesa e nell’opporre carte, testimonianze e quant’altro nel percorso processuale. Da Presidente-operaio e Presidente-avvocato, è una bella parabola.

Ma a parte queste considerazioni semiserie che commentano dichiarazioni altrettanto semiserie, quello che ci si domanda è perché la priorità del sistema giudiziario italiano continui ad essere, secondo il ministro competente, non il potenziamento degli organici e delle risorse, non la razionalizzazione dei procedimenti amministrativi, non tutte quelle cose che rendono il sistema giudiziario italiano un dedalo inestricabile e incivile ma la realizzazione di uno “scudo” – anche se temporaneo, in attesa della riforma organica (leggi: immunità) – in favore di una o 30 persone. Ma la colpa se non lo capiamo è nostra: siamo menti troppo semplici.

Buon tutto!

Il post è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo

 Le bugie di Berlusconi sulle tasseAbbiamo abbassato le tasse, togliendo l’Ici e togliendo 2 miliardi alle imprese“. Lo ha detto Silvio Berlusconi (qui il video), intervenendo via telefono all’inaugurazione dell’autostrada pedemontana lombarda, “Nonostante la crisi l’Italia c’è, – ha proseguito il presidente del Consiglio – con un governo che ha continuato a lavorare per il bene degli italiani. La grave crisi economica è stata affrontata bene: non abbiamo aumentato le tasse e sosteniamo le famiglie e chi ha perso il lavoro“.

UNA CLAMOROSA BUGIA – Il nostro premier alle mancate verità ci ha abituato. Lo ricordava qualche giorno fa Pietro Salvato. Ma stavolta ha esagerato, tanto da far pensare che a parlare non fosse lui, ma il suo fratello gemello, quello “virtuale”. Perché nei documenti ufficiali di finanza pubblica che il premier sforna di frequente, cioè nel mondo “reale”, i numeri che fornisce sono altri. Prendiamo la Relazione previsionale e programmatica che ha accompagnato la Legge finanziaria. In essa vediamo che la pressione fiscale nel 2008 (anno a metà tra Prodi e Berlusconi) era pari al 42,8% del Pil italiano. Nel 2009, sotto il governo Berlusconi essa aumenta, passando al 43%. Un dato che nell’ultimo documento ufficiale, la nota di aggiornamento 2010-2012 presentata pochi giorni fa, viene lievemente corretto al 42,9%, comunque superiore al 2008. Quindi, il governo Berlusconi, cifre di Tremonti alla mano, nel mondo reale ha aumentato – seppur lievemente – e non diminuito la pressione fiscale.

E IN FUTURO? AUMENTANO LE TASSE! – E il futuro, come ricordavamo qui, non si presenta affatto migliore, anzi. Nonostante le promesse del fratello gemello di Berlusconi, quello virtuale che dichiara su giornali e in tv di voler ridurre le tasse, l’altro Berlusconi, quello reale che firma i documenti ufficiali, ha scritto nella nota di aggiornamento 2010-2012 del 28 gennaio 2010 che, il “miracoloso” risanamento dei conti pubblici, a dispetto dei proclami di Berlusconi sul taglio delle tasse, avverrebbe esclusivamente con un forte aumento delle entrate fiscali, che passerebbero dai 451,3 miliardi del 2010 ai 462,5 del 2011 (+11 miliardi di euro) e addirittura a 482 miliardi nel 2012: 30 miliardi di euro in più rispetto al 2010. Mentre, sempre secondo quel documento,  la spesa corrente al netto degli interessi è prevista in forte aumento: dai 670,7 miliardi di euro nel 2010, a 679,8 miliardi nel 2011 (quasi 10 miliardi di euro in più) e addirittura a 694,6 miliardi di euro nel 2012: 24 miliardi di euro di spesa corrente in più rispetto al 2010!

DOVE ANDREMO A FINIRE? – Il Berlusconi “virtuale” dice che l’Italia è messa meglio degli altri. Forse – per ora – è così, anche se non c’è da stare tanto tranquilli. Soprattutto perché abbiamo un premier che nei giorni pari promette riduzioni delle tasse e i giorni dispari scrive nei documenti che le aumenta. Un presidente del Consiglio che nei giorni festivi dichiara di avere abbassato le tasse e nei giorni feriali scrive documenti in cui certifica di aver aumentato la pressione fiscale. A qualcuno potrà sembrare divertente, ma i comici vanno bene a teatro, o in tv. Chi governa deve essere serio e credibile, non simpatico. Una cosa però finalmente è comprensibile. La ragione per la quale Berlusconi non è alto di statura: perché le bugie, com’è noto, hanno le gambe corte.

Buon tutto!

L’articolo è stato pubbliucato su Giornalettismo

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Vatti a fidare dei bambini. Quando tra di voi parlate di politica, di economia, di democrazia, e uno di loro si avvicina per intervenire, scommetto che li scacciate infastiditi o, con un lieve sorriso di commiserazione, dite loro “Vai a giocare, sono cose da grandi”. Poi, un maestro elementare, Giuseppe Caliceti di Reggio Emilia pubblica un’antologia di pensieri raccolti in vent’anni di insegnamento in un libro "Italiani, per esempio" (dal 10 febbraio per Feltrinelli) nel quale sono pubblicate le frasi dei bambini. Ci sono anche molti bambini “stranieri”.

 

Vera, 9 anni, Albania dice che gli italiani sono bassi, simpatici, allegri, sempre alla moda. Gli italiani assomigliano agli albanesi” Difficile darle torto, anche se “Certe volte degli italiani, non dico tutti, sono un pochino arroganti. Cioè si sentono superiori, vogliono avere sempre ragione, si sentono i padroni del mondo solo perché i loro parenti sono italiani” come dice Dinkar, 11 anni, dello Sri Lanka. Chissà se è così difficile da capire quello che dice Omar, 9 anni, dal Marocco “Noi siamo tutti uguali e diversi, dipende solo dove sei nato e dove vai a abitare!" O come dice Kumari, 9 anni, Pakistano: “Ci sono dei ragazzi italiani amici di mio padre che dicono: "Se ci sono troppi stranieri come te, questo non è più il nostro paese". Per me invece il paese è sempre uguale, perché i posti sono fermi, i paesi sono fermi”. Già. I posti sono fermi.

Bisognerebbe spiegarlo a tanti, che potrebbero rispondere a Vera, 11 anni albanese, che scrive “Io ho fatto l’asilo qui, la scuola qui. Io vorrei chiedere al maestro due cose. La prima cosa è questa: io sono italiana o albanese o tutti e due? La seconda: ma io sono immigrata o no?” Potrebbero rispondere, quelli che parlano0 di italiani e stranieri, anche a Zahira, 11 anni, Tunisia, che dice “Io ho i miei genitori che sono nati in Tunisia e io sono nata però in Italia, allora quale è la mia patria? Sempre l’Italia oppure è la Tunisia anche per me? Oppure tutte e due? Oppure nessuna patria?”. Perché la patria è un concetto strano. Anche se alcuni ce l’hanno chiaro. Damian, 10 anni, dalla Romania, dice che “Certe volte io non capisco bene quella gente che dice tu sei albanese, tu sei indiano, tu sei italiano, tu sei rumeno. Cosa vuol dire? Io adesso sono qui, in Italia”.

 

Damian deve essere uno molto saggio. Perché ha detto anche un’altra cosa. “Secondo me i bambini, se non sapevano che erano nati tutti in paesi diversi, era più facile andare d’accordo. Anche da grandi

Forse con un po’ di pazienza potranno capirlo anche quei nostri connazionali che accecati da paure ancestrali, odio insensato, o altri sentimenti non facili da capire per menti semplici come la mia, abboccano all’amo di cattivi maestri che, seduti sullo scranno di ministro o parlamentare o sindaco, aprono bocca e gli danno fiato. Fateli stare zitti, e ascoltate i bambini. Sanno spiegarsi benissimo. Molto meglio di tanti grandi.

 

Buon tutto!

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