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L’unico vero leader di statura mondiale che può vantare l’Europa in questo momento, Mario Draghi, ha detto chiaro tondo che la crisi d’Europa è ancora ben lungi dall’essere finita. Bisognerà che i tanti soloni che si baloccano sull’imminente ripresa dell’Italia si rassegnino; e anche che qualcuno si ricordi che sino a quando Big Mario terrà i tassi bassi, un Paese come il nostro, con un debito grande come una casa, non potrà che essergliene grato, ma che anche questo non durerà all’infinito.

declino_italiano

Nel frattempo, continuiamo a sperare (certo, non ancora per molto) che chi deve prendere decisioni – il governo e la sua maggioranza – si svegli: l’annunciata abbuffata di riunioni e le tante proposte generiche saranno buone (forse) per le campagne elettorali, ma non risolvono un problema che è uno. Quanto ai latrati delle peggiori opposizioni della storia repubblicana (senza distinzioni di sigla, dal 5stelle alla Lega, passando per Forza Italia), anch’essi fanno disperare per l’assenza di un anche minimo accenno di proposta che non siano boutade come l’uscita dall’Euro.

Mentre la base produttiva italiana si sgretola, i livelli occupazionali sono oltre il livello di guardia, e la coesione sociale è ad un passo dal disintegrarsi, ci si può distrarre con il cognome delle madri ai figli o la legalizzazione delle cannabis; temi certo importanti, ma che varranno poco se non riusciremo prima a sopravvivere.

O forse siamo semplicemente già rassegnati al (non ineluttabile) declino.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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Mentre i saggi di Napolitano s’incontrano e le forze politiche s’incartano, un fantasma si aggira per l’Europa. Ne parla uno studio che confronta l’andamento di salari e produttività di Italia, Francia e Germania nell’ultimo decennio. Si scopre che in Italia i salari reali (ovvero depurati dell’inflazione) sono fermi e la produttività del lavoro è lievemente calata. In Francia e in Germania invece è aumentata: la differenza è che oltralpe il guadagno se lo sono intascato i lavoratori, che hanno aumentato il potere d’acquisto, mentre in Germania se lo sono tenuto le imprese, che hanno guadagnato competitività sul mercato.

Gira che ti rigira, la vera differenza (o spread) tra noi e le due economie più forti d’Europa non è nel credito ristretto, nel fisco più esoso, nei salari eccessivi, nei costi della politica. Ma nel fatto che gli altri sanno far crescere la loro produttività, e noi no. Le cause sono tante: cattiva organizzazione del lavoro; macchinari meno efficienti; produzioni a minor valore aggiunto e altro. Molto potrebbe riassumersi nel nanismo delle nostre imprese, troppo piccole per competere.

Il vero mantra per cambiare l’Italia sarebbe dunque mettersi tutti a lavorare per cambiare la struttura del nostro sistema delle imprese: un lavoro titanico, difficile, ma possibile. Perché gli italiani sono ottimi imprenditori, ce l’hanno nel sangue.

Se la produttività in Italia continua ad essere il fantasma del dibattito politico, prima o poi sparirà anche l’Italia.

Ditelo ai saggi. Ditelo alle forze politiche. Ditelo alle “parti sociali”. Ditelo anche agli elettori.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Il presidente di Confindustria Squinzi, imprenditore di successo, ha un sogno: recuperare il gap di competitività con la Germania. Squinzi ha anche una proposta, molto semplice: “bisogna lavorare di più, più ore, diminuendo festività e ferie”.

Geniale: più lavori, più produci. Ma perché nel mondo, quando si parla di produttività, si misura il prodotto per ora lavorata e non quello per addetto? Forse, perché si sa che il problema della produttività non si risolve lavorando più ore, ma producendo di più a parità di tempo.

Come capita alle imprese meno piccole, a quelle più propense ad innovare ed investire in macchinari più efficienti ed in tecnologia, o a quelle meglio organizzate. Cose per cui, più che le ore di lavoro dei dipendenti, servono manager efficienti ed imprenditori lungimiranti.

Buffo poi che questo avvenga in un Paese dove molti dipendenti in questo momento non lavorano, e non per loro scelta: ma perché sono stati licenziati o perché sono in cassa integrazione. Manco l’avessero chiesto loro.Senza contare che si può pure produrre di più, anche lavorando 18 ore al giorno; ma se poi non ci sono quelli che i prodotti li comprano, si riempiono i magazzini.

Il presidente di Confindustria è certamente un imprenditore di successo. Ma, come insegna la recente storia italiana, essere imprenditori di successo non significa necessariamente capire qualcosa di economia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

L’Italia, lo sanno tutti, ha un problema di competitività. Che dipende, soprattutto, dalla mancata crescita della produttività. Molti pensano che sia “colpa” del mercato del lavoro italiano. Che dipenda dall’art.18. Siamo sicuri?

Le statistiche mostrano che la produttività del lavoro in Italia ha smesso di crescere quando le imprese hanno smesso di investire: la vita media del patrimonio tecnico è passata dai 10 anni del 1993 ai 17 del 2010, il tasso di ammortamento dal 6 per cento al 3,7 per cento del fatturato. Nonostante gli utili fioccassero: il ritorno sul capitale investito è passato da meno dieci a più 8 per cento. E il credito, fino al 2008, non mancava.

Se non s’investe, e si usano gli utili per comprare la barca o investire in finanza, è difficile crescere. E’ difficile investire nel capitale umano, stabilizzare i rapporti di lavoro, aumentare il contenuto tecnologico delle produzioni, far crescere l’occupazione. E, soprattutto, avere più occupati nella logistica, nel marketing, nelle reti di distribuzione e meno nei call center. E si resta un’azienda a conduzione familiare con tre dipendenti invece d’ingrandirsi, internazionalizzarsi, evolvere.

L’Italia, lo sanno tutti, ha un problema di competitività. C’è chi pensa che lo risolverà la modifica dell’articolo 18.

Non ci aspetta un bel futuro, anche se lo spread dovesse restare ai valori di oggi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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