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Monti 1.: “Il Paese ha bisogno di ammodernare il modo di prendere le decisioni: nessuno può avere potere di veto e comunque il Parlamento è interlocutore di livello privilegiato rispetto alle parti sociali”. Monti 2: “Se attraverso le sue forze sociali e politiche il Paese non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro potremmo anche non restare”. Monti 3: “Questo governo ha un alto consenso nei sondaggi, e i partiti no”.

Riassumiamo: sono il Governo, faccio le riforme. Posso anche ascoltarvi, ma sono io a decidere. O mangiate la mia minestra – che è quella che serve all’Italia, fidatevi – o saltate la finestra. Un concetto un po’ “personale” di democrazia. Niente male per un “tecnico” prestato temporaneamente alla politica.

Monti in questi pochi mesi ha fatto molte cose. Diverse buone, ma altre meno buone. Ma se si veste da “dittatore benevolente”, o meglio da “uomo della provvidenza” proprio non mi piace: ne abbiamo avuti un paio, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Come ha spiegato Amartya Sen: “un Paese non deve essere giudicato pronto per la democrazia, ma lo deve diventare mediante la democrazia”. E la democrazia s’incarna nelle forze sociali e in quelle politiche.

Che a Monti piaccia o no.

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Era sembrato che il governo dei tecnici volesse, finalmente, promuovere in Italia la cultura del merito, dare spazio ai giovani e all’innovazione, e che avrebbe trovato al suo fianco soprattutto il Partito Democratico. Ora governo e Pd sono ai ferri corti per via dell’art.18, ma un modo per far pace c’é.

Nel decreto legge semplificazioni è inserita una norma che cancella la peer review, la valutazione tra pari; è una riserva del 10 per cento per bandi destinati solo a progetti presentati da ricercatori sotto i quarant’anni. Per i quali la selezione spettava a un comitato di ricercatori, metà italiani e metà stranieri, tutti under 40, anziché alle solite commissioni di baroni universitari istituite dal ministero.

Il provvedimento lo varò nel 2007 il governo Prodi (esponente di spicco del Pd). Il bello è che quando Ignazio Marino (esponente di spicco sempre del Pd) ha proposto un emendamento per cancellare questa norma il ministro Profumo (con la P maiuscola) si è messo di traverso. E in Commissione l’emendamento Marino non è passato perché il Pd ha votato contro, tranne lo stesso Marino e la senatrice Adamo.

Almeno su questo tra Pd e governo si sigla la pace. E se i baroni universitari continuano ad imperversare e il profumo (con la p minuscola) del merito in Italia non si sente, pazienza.

Sappiamo chi ringraziare.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

In Francia c’è una guerra. La Fcpe, principale associazione di genitori, invita ad un boicottaggio dei compiti a casa degli alunni delle scuole pubbliche elementari per le prossime due settimane. Sono inutili e ingiusti: fanno litigare genitori e figli, stressano i bambini e ragazzi, rafforzano le ineguaglianze tra chi può essere seguito da mamme e papà e chi no.

Si è scatenato un grande dibattito pubblico, anche perché in Francia una vecchia legge vieta di dare compiti a casa ai bambini delle elementari; una norma però da sempre “aggirata” dagli insegnanti. Adesso, guerra.

Certo, “se il bambino non è riuscito a fare gli esercizi a scuola, non si capisce perché dovrebbe farcela a casa e sono i professori che devono far lavorare i bambini e aiutarli se non sono in grado di fare gli esercizi”. Però, i compiti a casa “responsabilizzano il bambino, abituandolo al senso del dovere e rendendolo consapevole che è necessario l’impegno personale per potersi migliorare”. Chissà qual è la verità. Magari, come spesso capita, sta in mezzo.

Forse bisognerebbe sentire che ne pensano i bambini, gli unici a cui nessuno ha chiesto un’opinione. Le loro risposte potrebbero sorprenderci: una cosa che ai bambini riesce spesso.

Peccato che altrettanto spesso gli adulti – gentori, pedagoghi, maestri – se ne dimentichino.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

L’Italia, lo sanno tutti, ha un problema di competitività. Che dipende, soprattutto, dalla mancata crescita della produttività. Molti pensano che sia “colpa” del mercato del lavoro italiano. Che dipenda dall’art.18. Siamo sicuri?

Le statistiche mostrano che la produttività del lavoro in Italia ha smesso di crescere quando le imprese hanno smesso di investire: la vita media del patrimonio tecnico è passata dai 10 anni del 1993 ai 17 del 2010, il tasso di ammortamento dal 6 per cento al 3,7 per cento del fatturato. Nonostante gli utili fioccassero: il ritorno sul capitale investito è passato da meno dieci a più 8 per cento. E il credito, fino al 2008, non mancava.

Se non s’investe, e si usano gli utili per comprare la barca o investire in finanza, è difficile crescere. E’ difficile investire nel capitale umano, stabilizzare i rapporti di lavoro, aumentare il contenuto tecnologico delle produzioni, far crescere l’occupazione. E, soprattutto, avere più occupati nella logistica, nel marketing, nelle reti di distribuzione e meno nei call center. E si resta un’azienda a conduzione familiare con tre dipendenti invece d’ingrandirsi, internazionalizzarsi, evolvere.

L’Italia, lo sanno tutti, ha un problema di competitività. C’è chi pensa che lo risolverà la modifica dell’articolo 18.

Non ci aspetta un bel futuro, anche se lo spread dovesse restare ai valori di oggi.

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Riferiscono le cronache che Andrea Mandorlini, allenatore del Verona, al termine della partita contro la Nocerina – che la sua squadra ha perduto 3 a 1 – se l’è presa con il pubblico campano dicendo “Tanto tornate in serie C, questi…”. Certo, un professionista non dovrebbe mai lasciarsi andare, ma poveretto, bisogna pur capirlo: era stato bersagliato dai tifosi per tutta la partita.

Ma come mai i tifosi della Nocerina ce l’hanno tanto con il povero Mandorlini? Colpa di un malinteso: all’inizio del campionato, nel corso della presentazione della squadra aveva cantato il coro “Ti amo terrone”, che spesso accompagna gli ultras della sua squadra. Mandorlini aveva provato a spiegare che era solo goliardia. Ma, si sa, la gente è cattiva. Mandorlini, poveretto, ci sarà rimasto male.

Sarà per questo che prima della partita (sono sempre le cronache a riferirlo), quando un ragazzino gli ha portato una maglietta con scritto “Benvenuti al Sud”, lui l’ha rifiutata dicendo: “Valla a portare a quelli della Curva”. Ma non bisogna criticarlo: era di certo un’altra goliardata delle sue. E poi, via: non è Mandorlini ad essere razzista, ma sono i meridionali ad essere del Sud.

Comunque anche la Federcalcio potrebbe fare una goliardata; tipo obbligare Mandorlini a fare l’allenatore a Mazara del Vallo. E se rifiuta, squalificarlo per due o tre anni. Sarebbe un bello scherzetto. Chissà come riderebbe l’allenatore del Verona.

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Ci sono storie che sembrano inventate. Come questa. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco contro l’11a compagnia del III battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozen in via Rasella a Roma, dove restano uccisi 31 militari tedeschi e 2 civili (altri 10 soldati moriranno nei giorni successivi), per ordine di Adolf Hitler viene decisa una rappresaglia di 10 italiani per ogni tedesco ucciso.

Ci sono storie che sembrano incubi. Come questa storia di belve con sembianza umana, che parlano tedesco e dicono: “Punizioni esemplari”. La Convenzione di Ginevra del 1929 fa esplicito divieto per gli atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra. Ma al comando tedesco non importa. Ci si aggrappa ai codici di diritto bellico nazionali che consentirebbero la rappresaglia. Ma si violano anche quelli: non si aspettano le 24 ore di rito perché i responsabili si consegnino, non si indaga su eventuali responsabilità, non si risparmiano civili innocenti, non si fanno avvisi alla popolazione. Ci vuole una punizione esemplare, una rappresaglia.

Ci sono incubi che sono storia. Una punizione esemplare, una parola che mette i brividi, una regressione per la bestia umana che anima il nazismo già agonizzante. Hitler vorrebbe far saltare in aria un intero quartiere di Roma  con tutti quelli che lo abitano, e per ogni poliziotto tedesco ucciso vorrebbe far fucilare da 30 a 40 italiani. Himmler dà ordine di cominciare ad organizzare la deportazione di tutta la popolazione maschile dei quartieri più pericolosi, famiglie comprese rastrellando le persone dai 18 ai 45 anni e solo motivi logisitici. Alla fine la decisione: 10 italiani per ogni soldato. Se sono partigiani prigionieri bene, sennò pazienza. Ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi. L’importante è che la belva umana sia sazia.

Ci sono incubi che durano da 66 anni. Herbert Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma e delle torture contro i partigiani nel carcere di via Tasso, comanda le operazioni, coadiuvato dal capitano Priebke. Un plotone di soldati tedeschi blocca l’accesso alla cava di arenaria, 4 camion portano 335 persone all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese. Arrivano 5 auto piene di SS armati di tutto punto. Scendono lentamente, molti di loro sono stati torturati. Le SS li spingono dentro la cava, cominciano le esecuzioni. I soldati lanciano bombe a mano nella cava, e si infierisce senza pietà anche sui corpi senza vita. Poi due serie di mine servono a nascondere o almeno a rendere più difficoltosa la scoperta di quest’eccidio. Anche le belva provano vergogna.

Ci sono storie che fanno orrore. Finita l’esecuzione, i tedeschi affiggono pure nelle vie di Roma un manifesto in cui il comando tedesco promette che se vengono consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia. Per coprire le loro colpe. Ma anche la terra ha orrore, si ribella: i corpi senza vita emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare, il 25 marzo, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma. In molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo.

Ci sono storie che sembrano un sogno, un incubo, un orrore che non riesce a spegnersi dopo 66 anni. Ma è storia, sono accadute, proprio qui davanti ai noi. Ci sono 335 persone innocenti massacrate per vendetta, in mezzo all’assurda guerra dove milioni di uomini finirono in un camino solo perché ebrei. Storie di cui si è persa la memoria, che si preferisce non raccontare, perché ormai è passato. Storie di un passato che bisogna lasciarsi alle spalle.

E’ vero che tanto tempo è passato. E’ vero che altri incubi disumani compiuti da tanti compongono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo. Sarà. Ma anche per questo io resto qui, davanti a questa strada, e mi sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine.  Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo  e tanti altri. Muti davanti a noi. Il vento continua a soffiare su questa storia.

24 marzo 1944 – 24 marzo 2011. Per non dimenticare

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo  e anche su lo Scarabocchio di Comicomix

In provincia di Salerno, nel Vallo di Diano, qualche mese la Shell ha chiesto di poter effettuare una trivellazione esplorativa; sembra che in quella zona ci sia petrolio. La Federpetroli è entusiasta. Molti imprenditori sono felici per le possibilità di affari che si apriranno. Ma c’è chi dice no: popolazioni e amministrazioni comunali del luogo.

I soliti nemici del progresso che dicono no a tutte le occasioni di sviluppo o che pretendono di averle ma tenendo gli effetti spiacevoli (inceneritori, aeroporti, ecc..) lontani dal cortile di casa. I soliti italiani: la Tav, l’art. 18, e chissà cos’altro. Ma che saranno mai un po’ di trivellazioni a 4 mila metri di profondità?

Certo, ci sarebbe quello studio geologico che evidenzia che nell’area c’è una preziosa falda acquifera, che quasi certamente collasserebbe a causa delle trivellazioni. Le solite esagerazioni da geologici di provincia. Certo, il Vallo di Diano è un’area protetta, una delle 350 inserite nella rete delle Riserve della biosfera del Mab-Unesco. Fa parte del Parco nazionale del Cilento. Dal 1998 è considerato dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità. Ma chi se ne importa, di fronte al progresso?

Qualcuno sostiene il vero petrolio di quel territorio è quello che sta in superficie, sono i boschi, l’agricoltura biologica, le montagne, il paesaggio naturale e antropico frutto di una evoluzione plurimillenaria. Per molti quel qualcuno è un fesso.

Quant’è bello essere fessi, qualche volta.

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Maria Damanaki è un commissario. Precisamente, è il commissario europeo per la Pesca. Nel corso di una conferenza sulla biodiversità nel Mediterraneo si è occupata di un altro commissario, un po’ più famoso di lei: il Commissario Montalbano. La commissario Damanaki ha comunicato di aver addirittura scritto una lettera ufficiale della Commissione europea ad Andrea Camilleri.

Il motivo? Chiedergli di “non permettere più a Salvo Montalbano di mangiare novellame di pesce”, una cosa “inaccettabile nel Mediterraneo”. Il novellame, noto anche come gianchetto o bianchetto, è un pesce giovane e di piccola taglia, che ancora non ha raggiunto l’età per la riproduzione. Una prelibatezza molto consumata nel Mediterraneo.

Non si sa cosa risponderebbe il commissario Montalbano. Andrea Camilleri si è limitato a dire che a Montalbano piacciono anche le Triglie e il bianchetto. Aggiungendo che “forse servirebbe maggiore serietà”. Montalbano invece, nel luogo dove abita, di sicuro chiamerebbe in commissariato Adenauer, Shumann, Spinelli, grandi uomini che hanno alimentato il sogno dell’Europa.

Forse quei grandi saprebbero come consigliare la commisario Damanaki. Perché i sogni dei grandi, come la fantasia, possono camminare solo con le gambe di donne e uomini reali, che debbono tradurli in progetti. A volte, tra coloro che hanno sognato e sognano e i burocrati che invece camminano deve esserci un difetto di comunicazione, un cortocircuito delle sinapsi, che trasforma un grande sogno in una ridicola caricatura di realtà.

Per scoprirne il motivo, probabilmente, non basterebbe neppure un’indagine del grande Montalbano.

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E’ alto il sole nel cielo di Sharpeville. Zulu, 8 anni, cammina in mezzo a una folla immensa. Di solito a quest’ora gioca nel prato pieno di fuori della sua casa di periferia, ma oggi mamma e papà l’hanno portato lì, assieme a migliaia di persone. Vanno verso le stazioni di polizia con il cuore in gola. Gli uomini e le donne cantano, saltando da un piede all’altro, fino a toccarsi il mento con le ginocchia.

Danzano il “toi toi”. Protestano contro una legge, la “legge del lasciapassare”. Zolu ha capito che significa che lui e quelli come lui, con la pelle color cioccolato, non possono andare in certi posti della città senza uno speciale permesso. Zolu non capisce. Se alza gli occhi vede gli uccelli, dal passero all’usignolo, volare dove vogliono. Nessuno dice loro “qui non puoi stare”.

Ma ora in cielo volano solo aerei che rombano minacciosi proprio sopra le loro teste. La folla s’accalca davanti alla stazione di polizia, è già passato mezzogiorno. D’improvviso, i poliziotti cominciano a sparare. In molti s’accalcano, altri gridano. La polizia spara a casaccio, Zulu ha paura, vede un bambino coprirsi la testa con un lenzuolo e poi cadere in una pozza di sangue. A decine cadono, come fiori di campo uccisi dalla primavera. Poi un colpo più forte, un dolor bruciante nel petto. Zulu affonda in un buio freddo, mentre sente in lontananza sua madre urlare il suo nome. Poi intorno è solo silenzio.

Il 21 marzo 1967 a Sharperville la folla che protesta per l’odiosa legge razziale del “lasciapassare” viene presa a fucilate dalla polizia. Saranno 69 i morti e più di 200 i feriti del massacro, che suscitò orrore in tutto il mondo, diventando un punto di svolta nella storia sudafricana. Il 21 marzo del 2005, l’Onu ha dichiarato questa giornata la giornata mondiale contro il razzismo.

Ed è bene non dimenticarselo.

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Per il futuro delle economie avanzate come l’Italia ci vuole sempre più “sapere”, “conoscenza”, “scienza”. La fabbrica del sapere è l’Università, che in Italia non è che sia un granché. Un anno fa venne approvata la Legge 240 (riforma Gelmini), tra gli applausi di PdL e Lega e i fischi delle (allora) opposizioni.

Ma il vero problema della riforma – buona o cattiva che fosse – è che per attuarla sono necessari 45 atti del Governo (tra decreti legislativi, decreti ministeriali, regolamenti e decreti di natura non regolamentari) e almeno 14 atti regolamentari da parte di ciascuna delle 67 Università. In Italia.

Bene. Dopo un anno, il Governo ha emanato solo 24 atti. E delle 67 Università italiane, solo 23 hanno adeguato il loro ordinamento. Secondo gli esperti serviranno almeno altri tre o quattro anni perché la riforma sia compiuta e produca i suoi effetti.

Più che una riforma, un bella tartaruga. E mentre l’Italia cammina, il mondo corre. Nel 2015 la riforma Gelmini – buona o cattiva che sia – sarà già vecchia, ne servirà un’altra. Il Governo tecnico su questo fronte non ha pigiato l’acceleratore, chissà perché.

Presidente Monti, ministro Profumo, non sarà il caso di darsi una mossa?

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