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L’Italia è un paese che davvero non finisce di stupire. Alla provincia di Palermo un dipendente nel mese di luglio ha fatto 42 ore e mezza di straordinario, più 3 di notturno. Lo strano è che questo dipendente è uno spalatore di neve, con 215 ore di straordinario, regolarmente liquidate, tra gennaio e giugno del 2011. Un dipendente che dichiara di avere spalato neve proprio a luglio, quando nel palermitano ci sono 30 gradi all’ombra.

Qualcuno dirà: dov’è la novità? Cosa c’è da stupirsi? Cose che in Italia succedono spesso. La novità è che stavolta qualcuno – un dirigente della Provincia – ha visto la nota del dipendente, ha avuto un sussulto ed ha bloccato il pagamento. Il dipendente ha fatto ricorso al Tar. Magari il Tar finirà per dargli ragione. Forse egli avrà effettivamente fatto quegli straordinari, anche se certo non per spalare la neve.

Ma che si trovi un dirigente di un’amministrazione pubblica che – per una volta – non finge di non vedere una macroscopica stortura, non alza le spalle ma si assume la responsabilità di vederci chiaro diventa una notizia.

Chissà se diventerà mai la normalità.

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“Una volta c’erano gli imprenditori che inventavano il lavoro. Oggi, sono invecchiati anche loro e quelli che lo inventano sono in Cina”. L’ha detto Umberto Bossi, e come si può dargli torto? In effetti, la Cina fa oggi quello che l’Italia faceva negli anni ’50 e ‘60. E cresce a ritmi vertiginosi, come accadeva all’ìItalia degli anni ’50 e ’60. Erano gli anni del boom economico, del miracolo italiano.

Quello che ci venne promesso nel 2001 da Berlusconi e Bossi: “Un nuovo miracolo italiano”. Fatto di meno tasse, meno burocrazia, più libertà, e molto altro ancora. Promesse non mantenute, anche prima che la crisi economica globale venisse a far saltare il tappo dell’economia italiana. Ma non è che quelle promesse erano un clamoroso inganno, come l’idea che basterebbe fare come in Cina (ovvero, tornare agli anni ’50 e ’60) per tornare ad essere l’Italia del boom?

Perché pare che alle economie mature non basti tirare sui costi, sfruttando come bestie i dipendenti e lavorando come formichine. Servono idee, progetti,  pensieri lunghi, mobilità sociale, valorizzazione del talento. Investire nella scuola, stroncare le lobby, incentivare l’innovazione. Un’idea di Paese che vada oltre la sagra paesana. Chiedere alla Finlandia, dove dal niente, mettendosi a studiarci su, è spuntata Nokia.

 

A fare Boom Boom si ottengono titoli sui giornali e il consenso dei gonzi. Sempre meno, per fortuna. Poi passata la sbornia padana ci si ritrova, più che invecchiati, semplicemente fuori gioco.

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Cosa c’è di meglio per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia? Una gita allo scoglio di Quarto, alla breccia di porta Pia a Roma, a Marsala o a Teano? No. Il Pdl del trentino ha organizzato una crociera sul lago di Garda. Forse ci sarà anche il segretario Alfano. Scelta dettata dal “rilevante significato storico-culturale del lago”, dove “si sono combattute le guerre di indipendenza e le ultime due guerre mondiali”.

Qualcuno dirà: “e allora il Piave, Vittorio Veneto, Cassibile?” Va bene, però sul lago di Garda si trova Salò, città che gronda di storia, perché fu sede della Repubblica Sociale Italiana. E infatti a Salò la crociera farà tappa, con visita al Centro di documentazione della Repubblica sociale italiana, o in alternativa, alla sede della Magnifica patria e dell’ateneo di Salò.

Un’idea fantastica, in quest’era di pacificazione, che alcuni fingono di confondere con parificazione: andare a festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia nella città dove Mussolini alleato – sottomesso? – ai nazisti occupò il nord, resistendo ai liberatori anglo-americani e ai partigiani. Per carità, i morti vanno tutti rispettati, anche quelli che morirono dalla parte sbagliata.

Sarkozy che celebra solennemente il 14 luglio andando in gita a Vichy. Immagina la scena.

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Domenica mattina al caffè Plattì, nel cuore della Torino bene, una donna si è suicidata. Il bar è rimasto aperto come se nulla fosse accaduto: i clienti si godevano il caffè, la titolare aspettava 100 clienti che avevano già prenotato. Show must go on. E poi, la morte non è un fatto privato?

Se ogni volta che muore qualcuno s’interrompessero le nostre occupazioni il mondo semplicemente si arresterebbe. Ma allora perché sembra di sentire le parole di John Donne “Come se una zolla di terra fosse portata su marte la terra ne sarebbe diminuita, così la morte di ogni uomo mi rattrista, perché io sono parte del genere umano”?

La risposta forse è volata nel vento, ma sembra di sentirla suonare anche in mezzo agli avventori distratti del caffè Plattì, tra i camerieri preoccupati per le mance e ai proprietari alle prese con fornitori da pagare: “Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso”.

E quegli avventori distratti, quei camerieri e i titolari sembrano solo naufraghi spaventati, che guardano il fondo senza fondo di una tazzina di caffè.

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Nel mondo 930 milioni di persone che soffrono la fame, mentre 1 miliardo e mezzo di persone sono obese o in sovrappeso. Un paradosso dovuto alla enorme differenza di ricchezza tra le aree del mondo. Bekele Geleta, segretario della Croce Rossa Internazionale, ha sintetizzato: “Se nel mondo il 15% dell’umanità ha fame mentre il 20% è sovrappeso, c’é qualcosa che non va”.

Accade nell’indifferenza generale. La gente ha altre paure: la crisi, lo spread, il default, la patrimoniale. La gente non sa che, per effetto della speculazione, anche i prezzi dei generi alimentari nei mercati mondiali sono andati alle stelle. E non sa neppure che i cambiamenti climatici stanno provocando gravi crisi alimentari in alcune aree del mondo.

Nel mondo la gente ha paura del futuro. E pensa sempre di più ai fatti suoi. Sa che qualcosa che non va, ma non ha il coraggio di chiedersi perché. Forse tra lo spread Bund e Btp, il default della Grecia e gli squilibri alimentari del mondo c’è un filo rosso, neanche tanto sottile. Va dalla Groenlandia all’Africa, da Singapore a Cesano Maderno, dalla West Coast agli Urali, dall’Australia al Portogallo.

Per vederlo basterebbe aprire gli occhi per un attimo, guardando quel cielo azzurro sopra le nostre teste. Almeno un attimo prima che sia, davvero, troppo tardi.

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Renato Brunetta vara l’operazione riscatto. Un piano per la rinascita dell’Italia illustrato ieri e prannunciato in un’intervista ad un quotidiano durante la quale ha detto anche che “per contrastare il declinismo e l’immobilismo interessati di settori industriali e bancari italiani” occorre dispensare “vitamine” sviluppiste per integrare gli “antibiotici” rigoristi già assunti dal Paese”.

Il riscatto dell’Italia lo si attende da tempo immemorabile. E’ fuori di dubbio che al Paese servano vitamine sviluppiste. E’ certo che declinismo ed immobilismo siano un danno per la nostra nazione, che non possiamo più permetterci. E’ arrivato qualcuno che finalmente lo dice, senza peli sulla lingua. Bravo!

Una sola domanda, per curiosità: che grado di parentela ha questo signore con quel Brunetta che fa il ministro, autorevole esponente di quel partito che governa l’Italia (paese immobile e in declino, a cui nessuno somministra vitamine “sviluppiste”) da oltre un decennio?

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Giacomo cammina verso casa che è notte, dopo 10 ore di lavoro. E’ disoccupato da due anni, ma continua a lavorare. In nero. Uno dei tanti, più di uno ogni dieci. Giacomo ha sentito qualcuno alla tv dire che però le cose vanno meglio: vent’anni fa i lavoratori in nero erano più di 3 milioni (il 13,4 per cento del totale), adesso sono “solo” 2 milioni e mezzo.

Giacomo dà un calcio a un sasso. E pensa che dove lavora una volta in nero erano in 7, adesso sono in 4. Ma prima erano ragazzini, andavano e venivano, un mese e poi via, cambiavano e ne venivano altri. Adesso i ragazzini non li prendono proprio, e in nero sono rimasti i regolari di un tempo, lui e i suoi compagni. Padri di famiglia. E l’Istat dice infatti che il lavoro nero in vent’anni è aumentato; la quota delle unità di lavoro irregolari  è cresciuta dall’ 11,3 al 12,3 per cento.

Giacomo ricorda che avevano detto “più lavoro per tutti”, che dicevano che le riforme del mercato del lavoro, aumentando la flessibilità, avrebbero fatto aumentare il lavoro regolare e ridotto il sommerso.

Giacomo rientra in casa che è notte, dormono tutti. Domani è un altro giorno.

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L’ex ministro Scajola – che si proclama innocente – ha deciso di non presentarsi ai giudici che indagano sull’appartamento vista Colosseo, da lui acquistato e pagato in buona parte dall’imprenditore Diego Anemone. Il premier Berlusconi – che è sicuro di non aver fatto nulla di male – ha rifiutato di presentarsi ai giudici di Napoli, come parte lesa, nell’inchiesta sul presunto ricatto ai suoi danni ordito da Tarantini e Lavitola.

Scajola vorrebbe prima conoscere atti, testimonianze e circostanze in mano i Pm, per valutare se rispondere o meno. Berlusconi si sarebbe concedesso ai giudici partenopei se, anziché come parte lesa, fosse ascoltato in veste di imputato in un procedimento connesso, quello sul Rubygate.

Il primo così eviterebbe il rischio di allungamento dei tempi per la prescrizione, il secondo ha preso tempo in attesa che l’inchiesta passi a Roma. E comunque, così avrebbe diritto alla presenza del difensore e potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere.

Tecniche di difesa. Ma per dimostrare la propria innocenza non sarebbe più semplice farsi ascoltare dal magistrato?

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Il 20 settembre 1958 vennero chiusi definitivamente i bordelli, o se si preferisce le “case chiuse”, introducendo nell’ordinamento italiano il reato di sfruttamento della prostituzione. Era l’effetto della cosiddetta “Legge Merlin”, la senatrice che, assieme a Carla Voltolina – moglie del futuro presidente Sandro Pertini – si era battuta contro la prostituzione legalizzata, anche grazie ad un bellissimo libro, “Lettere dalle case chiuse”, che descriveva – grazie alle lettere scritte dalle stesse prostitute – lo squallore dei bordelli italiani.

Era più di 50 anni fa; ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma la prostituzione e il suo sfruttamento non solo non sono scomparsi ma lambiscono pesantemente il cuore dello Stato e del governo, con un diluvio di sms e di intercettazioni telefoniche. Leggere questi sms e queste intercettazioni, confrontandoli con quelle lettere ingenue e sgrammaticate di un passato non tanto lontano fa davvero male al cuore.

La nostra Costituzione, all’art.1, recita che “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. La Costituzione materiale di Via dell’Olgettina e dintorni lo ha riscritto: “L’Italia è una repubblica fondata sul meretricio”.

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La patonza deve girare. Erano in undici, me ne sono fatto solo otto perché non potevo fare di più: Russe, italiane e brasiliane. Non ho fatto nulla di cui vergognarmi. Che ho fatto di male, in fondo? Ho fatto quello che ogni italiano desidera: avere relazioni con donne giovani e belle.

Non stupisce la strategia di difesa del presidente del Consiglio. E neppure il fatto che, concentrandosi sulla patonza, si continua a far dimenticare il fallimento politico del peggior governo del peggior presidente del Consiglio della storia italiana.

Niente stupisce in questa storia di ricatti, sesso e potere. Neppure che nessuna voce si sia levata dal Vaticano. Neanche un sussurro, sia pure felpato; un piccolo segno ipocrita, tanto per salvare le apparenze. Niente.

Alfano, Belpietro e tutti gli altri almeno sono, chi più chi meno, a libro paga. Ma le gerarchie vaticane?

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