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La situazione è grave. L’Italia è ancora sotto l’attacco speculativo dei mercati, e la crescita dei tassi d’interesse in prospettiva si è già mangiata la grande manovra finanziaria approvata dal Parlamento in fretta e in furia. Le parti sociali in coro chiedono gesti forti per far ripartire la crescita. Le inchieste rischiano di falcidiare l’intera classe politica.

Eppure. Se si gironzola nei palazzi che contano, nelle sedi delle imprese e dei ministeri, le stanze – come ad ogni fine luglio – sono semivuote. Il Parlamento corre per poter chiudere i battenti entro i primi d’agosto, per riaprili – secondo calendario – a metà settembre. Lo stesso accade nei Consigli regionali, provinciali e comunali.

Il crollo imminente dell’Italia, il deficit, la bassa produttività, il Patto per la crescita, potranno ben aspettare un mesetto, no?

La situazione è grave, ma non è seria.

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Ci avevano detto che il processo breve era la madre di tutte le riforme per la giustizia italiana. Un fatto di civiltà giuridica, per riportare i tempi del processo nella media europea. Che la riduzione forzata dei termini di prescrizione potesse casualmente cancellare i guai giudiziari di Silvio Berlusconi era una malignità.

Adesso ci dicono che il processo lungo, ovvero la possibilità per la difesa di chiamare a testimoniare quante persone vuole senza che il giudice possa sindacare se questo serva al dibattimento, è anch’esso un fatto di civiltà giuridica. Che possa servire a risolvere qualche altro guaio giudiziario di Silvio Berlusconi è un caso. Che comporterà un allungamento dei tempi dei processi, è un fatto.  

Chissà quale dei due serve per  riforma la giustizia italiana. Si potrebbe fare un sondaggio. Oppure lanciare un televoto. Abbinato ad un quiz: a chi serve l’uno, l’altro o tutt’e due. In premio, la risposta: la foto con autografo di Silvio Berlusconi.

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Nubi nere addensano i nostri orizzonti: le borse in tensione, l’effetto domino della crisi greca, l’allarme sul debito Usa, i ministeri della Lega al nord, una pazza estate che tarda ad arrivare, il flop dei saldi estivi, i capelli che cadono, la prova costume.

Nel Corno d’Africa, 12 milioni di persone, strette tra le guerre e la siccità, sono a un passo dalla morte per fame. Servirebbero 120 milioni di dollari subito, e 1,6 miliardi di dollari in un anno per fronteggiare almeno l’emergenza.

Troppi? Il bilancio della difesa Usa è di 768 miliardi di dollari annui. Il taglio di fondi al bilancio Usa proposta da Obama è di 2.700 miliardi di dollari in dieci anni. Il nuovo prestito concesso alla Grecia è di 109 miliardi di euro.

E già. Dal Corno d’Africa, niente di nuovo.

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Angelo Giuliani ha vinto un concorso per un dottorato di ricerca in Scienze ambientali all’Università di Urbino. Il coronamento di un sogno a lungo inseguito, che apre la prospettiva di un futuro radioso a questo ragazzo. Ma qualcosa va storto. Il rettore dell’ateneo marchigiano, Stefano Pivato, blocca tutto. Angelo non si capacita, ed inizia la sua battaglia al Tar, tutt’ora in corso.

Sarebbe l’ennesima storia di un’Università italiana che tarpa le ali alla realizzazione dei suoi giovani migliori, dei sui talenti futuri. Se non fosse che Angelo Giuliani ha 56 anni, ed è funzionario alla Asl di Urbino. E già, perché – che ci crediate o no – la legge non prevede un tetto di età per i concorsi da “giovane” ricercatore, né che sia o meno in possesso di un lavoro.

Lo stesso accade per  le leggi – nazionali e regionali – sulla creazione d’impresa, o sull’imprenditoria giovanile, che hanno via via alzato i tetti d’età per accedere ai benefici aggiuntivi. Da 25 a 30, poi a 35 e adesso anche a 40 anni.

L’Italia, un Paese per vecchi. Pieno di diversamente giovani.

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Per evitare il default degli USA, serve un accordo bipartisan per aumentare il tetto legale del debito pubblico. I democratici, capitanati da Barak Obama, spingono per un aumento delle tasse sui ricchi. I Repubblicani invece, per dare il loro indispensabile via libera, chiedono tagli allo stato sociale. Li guida John Andrew Boehner, nato povero e democratico. Pare che divenne repubblicano quando – ricevendo la prima busta paga – si accorse che quasi metà del suo stipendio se ne andava in tasse.

In effetti le persone benestanti – se non sono evasori – pagano una quantità di tasse molto alta. Chi guadagna 100 mila euro l’anno può versare fino a 40-45 mila euro al fisco. L’arrabbiatura è comprensibile. Ma è pur vero che c’è chi guadagna 100 mila euro l’anno e chi – versando sicuramente molto meno all’erario – appena 25 mila.

Che direbbe allora John Andrew Boeher  se – anziché far pagare più tasse ai ricchi – ci fossero meno disuguaglianze tra il reddito di un dirigente, di un ingegnere, di un avvocato e quello di un bidello, di un operaio o di un contadino?

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Nei palazzi del potere ci accapiglia per via della mancanza di segretezza durante il voto con cui la Camera dei Deputati ha autorizzato l’arresto di un suo membro, il deputato Papa del Pdl. Secondo Fabrizio Cicchitto sarebbe stata addirittura lesa la libertà di coscienza dei deputati, così costretti di fatto a votare in favore dell’arresto anziché, grazie al voto segreto, salvare il deputato Papa.

Aldo Moro, durante l’Assemblea costituente, disse che il voto segreto  “tende a incoraggiare i deputati meno vigorosi nell’affermazione delle loro idee” ma anche  “a sottrarre i deputati alla necessaria assunzione di responsabilità di fronte al corpo elettorale per quanto hanno sostenuto e deciso nell’esercizio del loro mandato”. Nel caso del deputato Papa quale sarebbe stato il motivo prevalente? E’ anche questo un segreto. Di Pulcinella.

In questi casi, per chiarire il mistero, niente è meglio di un vecchio proverbio: “Se i segreti vuoi sapere, cercali nel disgusto o nel piacere”. Perché il segreto è qualcosa che non si vuole far sapere, dunque di cui spesso ci si vergogna.

Secondo Cicchitto, votare contro l’arresto del deputato Papa era una cosa da fare in segreto. Insomma, una cosa di cui vergognarsi. Se lo dice lui…

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Nel “miracolo”, come il Presidente Napolitano ha chiamato la manovra finanziaria approvata in quattro e quattr’otto dal Parlamento con la pistola puntata alla tempia dai “mercati”, c’è una norma – tra le tante – che fa discutere: l’introduzione dei ticket da 10 euro sulle ricette per le prestazioni di specialistica ambulatoriale.

Dicono: sarà odioso, ma farà entrare un po’ di soldi nelle casse dello Stato, o almeno ridurrà le richieste di analisi “inutili”, diminuendo la spesa sanitaria. Mah. Molti  esperti dicono che l’effetto più importante del ticket, per molti esami di laboratorio più semplici e più diffusi, tipo un’analisi del sangue o una radiografia, sarà un altro: costerà meno farsi quell’analisi presso un laboratorio privato, anziché recarsi alla propria Asl o agli ambulatori dell’Ospedale.

Qualche maligno dice che è un bel sistema per “spingere” molti italiani – e neppure i più ricchi – a rivolgersi sempre più spesso alla sanità privata, mandando pian piano in malora la sanità pubblica. Davvero, un bel “miracolo”.

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Il vento accarezza i palazzi e fa a corse con i treni che arrivano a Brignole. Si sente il brusio lontano del traffico che va verso il centro. Sembra quasi di sentire l’odore del mare. La piazza è piccola e silenziosa. Non c’è nessuno, solo un’anziana signora affacciata ad una finestra che guarda e scuote la testa.

Sembra di vedere, in mezzo alla piazza, un corpo sdraiato, come in croce. E’ solo un riflesso del sole, eppure sembra proprio il corpo di un ragazzo. Un ragazzo ucciso, morto troppo presto. Ucciso da un altro ragazzo in divisa, in circostanze che – come sempre avviene in questi casi – non sono state mai del tutto chiarite.

Eppure, è tutto così chiaro. C’è un ragazzo che non doveva essere lì, che doveva andare al mare, e invece è voluto andare a lottare contro l’ingiustizia ed è morto. Ucciso da un altro ragazzo, in divisa, che non voleva essere lì, che forse voleva andare al mare, e invece ha dovuto essere lì, mandato allo sbaraglio da gente incompetente o forse peggio, con la scusa di difendere “l’ordine pubblico”.

Sembra di vedere quel ragazzo. In croce, steso in mezzo a Piazza Alimonda, a un passo dai treni che ignari arrivano alla stazione.

 

Genova silenziosa piange quel ragazzo. Carlo Giuliani.

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Paolo si accende l’ennesima sigaretta. Chissà, forse sarà l’ultima. L’auto percorre lenta Via D’Amelio, e lui ripensa al giorno della sua Laurea in giurisprudenza, aveva appena 22 anni; forse perché gli è tornato in mente suo padre, morto pochi giorni dopo. Forse perché sta arrivando all’ingresso del palazzo dove vive sua madre, e ripensa ai sacrifici, lui giovane magistrato, “unico sostentamento” della famiglia.

I ragazzi della scorta scendono, e gli torna in mente la Kalsa, e lui ragazzino. Ripensa a Giovanni, morto nell’”attentatuni” poche settimane prima. Giovanni, lasciato solo a morire. Paolo aspetta di scendere, e intanto scorrono gli anni, le indagini, i ragazzi del Pool. I visi e le voci, gli amici, i colleghi, i nemici, tanti ed infidi; quelli che ti sorridono mentre ti accoltellano alle spalle.

Paolo guarda i veicoli fermi lungo la strada. Brontola, pensando alla richiesta di un mese fa alla Questura di farli rimuovere. Gli fanno segno che può scendere, e lui  pensa ad Agnese, a Manfredi, Lucia, Fiammetta, luci dei suoi occhi. Chissà quanto mi resta, pensa Paolo, mentra aspira la sua sigaretta. Perché – come gli disse Nini Cassarà – “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”. Suona il campanello. Un lampo, e Paolo affoga in un buio freddo.

Sono passati 19 anni. Io c’ero e ricordo. Non voglio che Paolo, Giovanni e tutti gli altri affoghino nel buio della memoria frettolosa di un Paese distratto. Perché se “è sfortunato quel Paese che ha bisogno di eroi, più sfortunato è il Paese che se li dimentica”.

“La mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine”. Stiamo aspettando, tutti noi. Avvinghiati nelle nostre paure, senza capire che siamo, comunque, tutti dei cadaveri che camminano. L’importante è che la morte ci trovi vivi. Anche con una sigaretta in mano.

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C’è chi crede che la storia la facciano i “grandi”: generali, politici, supermanager, e che le cose cambino con le rivoluzioni. Forse è così. Ma forse la storia può essere scritta anche da piccoli uomini e donne, forse angeli, che fanno piccoli gesti. Semplici, persino un po’ banali. Prendi la monnezza di Napoli: Commissari straordinari, Presidenti del Consiglio, Sindaci di ieri e di oggi: grandi promesse, miracoli annunciati. E la monnezza sempre lì.

Poi, arriva un anziano libraio, Rino De Martino, che si mette a pulire  da solo il colonnato di San Francesco di Paola. Poi una ragazza, Emiliana Pellone, che dal suo blog lancia un appello: “Facciamolo noi, facciamo piazza pulita”. Ed ecco che 10, 100, 1000 persone si muovono, cominciano a pulire ognuna un pezzetto di città. L’11 giugno piazza Bellini, il 26 Largo Banchi Nuovi, l’8 luglio i giardinetti di Porta Capuana. Il 24 luglio toccherà a piazza Santa Maria La Nova.

Piace quest’Italia che smette di lamentarsi, di dire che tutto va male – non perché non sia vero, intendiamoci – ma che si alza e si muove. Piace perché significa che la “coscienza civile”, che sembrava distrutta da 20 anni di berlusconismo, è ancora viva. Come diceva John Kennedy. “Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te. Chiediti quello che tu puoi fare per il tuo Paese”.

 

Ripartire da qui, non è ancora la svolta. Ma sa di buono.

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