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E’ una di quelle storie che ti lascia un sapore amaro in bocca. Stefano Cucchi, 31 anni, piccoli precedenti per droga alle spalle, esce di casa la sera del 15 ottobre. Qualche ora dopo, all’una di notte viene arrestato nel Parco degli Acquedotti dai Carabinieri che lo sorprendono con una ventina di grammi di droga. Lo portano a casa, per la perquisizio­ne. Il padre e la madre lo vedono che “cammina sulle pro­prie gambe, preoccupato, ma sta bene, senza segni sul viso”. Poche ore dopo, la mattina del 16 ottobre durante il processo per direttissima, Stefano zoppica ed ha il volto gonfio. Una visita fatta presso l’ambulatorio di Palazzo di Giustizia riscontra “lesioni in regione palpebrale, alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Non si sa come se le sia procurate. Il carcere di Regina Coeli di Roma lo inghiotte. Il giorno successivo viene ricoverato nel reparto peniten­ziario del “Pertini” e lì muore 7 giorni dopo, la notte del 22 ottobre, per arresto cardiaco. Solo allora ai genitori e alla sorella sarà permesso di vederlo, ma da die­tro una vetrata.

Qualcosa non torna, in questa storia italiana che lascia l’amaro in bocca. Cosa è successo a Stefano? Il ministro della Giustizia Alfano, rispondendo ad un’interrogazione alla Camera mercoledì scorso, dice che “la visita al Regina Coeli ha evidenziato la presenza di ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione e arti inferiori. Il medico del carcere ha dato atto nel referto di quanto riferito dal detenuto, che ha detto di una caduta accidentale dalle scale”. Ma se Stefano è caduto (quando? in carcere?), come mai aveva i lividi e quelle lesioni riscontrate anche dal referto dell’ambulatorio del Palazzo di giustizia, la mattina del 16 ottobre, prima di arrivare a Regina Coeli? I Carabinieri sostengono che quella mattina, verso le 5, mentre era in stato di fermo per detenzione di stupefacenti in cella di sicurezza, Stefano ha effettivamente accusato dei malori. “Un medico del 118 è arrivato, lo ha visitato, stilando un referto che parla di epilessia e tremori”. Senza però riscontrare ecchimosi o lesioni. Il ragazzo avrebbe rifiutato cura e ricovero e poi dormito finché non è stato portato in tribunale. Ma se alle 5 di mattina non ha ecchimosi e lesioni, perché alle 12, quando arriva a Palazzo di giustizia, zoppica ed ha il volto tumefatto?

Qualcosa non torna, in questo pasticcio italiano. Se Stefano si è ferito cadendo dalle scale (a Regina Coeli?) perché nessuno ha avvertito i suoi familiari, che lo vedono già morto solo il 22 ottobre, mentre sappiamo che viene ricoverato nel reparto peniten­ziario del “Pertini”già dal 17 ottobre? Secondo Angiolo Marroni, garante dei diritti dei detenuti del Lazio, aver impedito ai genitori di far visita al figlio moribondo è molto grave: è previsto dall’ordinamento che si consenta ai parenti di visitare il malato, anche quando è in stato di detenzione. Invece la famiglia può vedere solo da dietro un vetro il corpo martoriato di Stefano, quella maschera violacea attorno agli occhi, uno dei quali schiacciato nell’orbita, l’ ematoma bluastro sulla palpebra. E poi, perché l’autopsia viene effettuata senza che la famiglia possa nominare un perito di fiducia che assista? Qualcosa non quadra, in questa brutta storia di un ragazzo morto in modo violento mentre era nelle mani dello Stato. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta per capire come Stefano si sia procurato quelle lesioni, quando se le sia procurate e se è per questo motivo che è morto. Il ministro della difesa La Russa ha subito messo le mani avanti: “Non ho strumenti per dire come sono andate le cose, ma sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”.  Provocando l’ira del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, che di fatto viene messo sotto accusa da queste parole. Quali elementi ha il ministro per escludere che non sia successo nulla in quella notte tra il 15 e 16 ottobre, nella camera di sicurezza della caserma dei Carabinieri?

Ci sono molte cose da chiarire, in questa ennesima storia di merda. L’inchiesta della procura ipotizza il reato di omicidio preterintenzionale. Di sicuro c’è che Stefano è morto, che aveva la mandibola spezzata e la schiena fratturata all’altezza del coccige. Non si sa se se le sia procurate cadendo in carcere, se si sia fatto male durante un attacco epilettico nella caserma dei Carabinieri, o se sia successo qualcosa di più grave, in caserma o in carcere. Di sicuro c’è che non può accadere, in uno stato che definiamo democratico, che un uomo possa morire in questo modo mentre si trova sotto la tutela prima di chi lo ha arrestato, poi di un Tribunale nel corso della udienza di convalida, poi ancora della direzione di un carcere, poi dei medici del penitenziario e infine di quelli del reparto controllato all’ospedale “Sandro Pertini”. Di sicuro c’è che uno Stato che ci ostiniamo a definire democratico non può nascondersi con le difese d’ufficio o le spiegazioni da azzeccagarbugli. Di sicuro c’è che in uno Stato democratico la legge deve valere per tutti: anche per un carabiniere, un militare, un agente carcerario. Perché se si accetta l’idea che c’è una “zona grigia” in cui a qualcuno è permesso di infrangere la legge ed essere protetto da una sorta di “omertà tribale” di stato, in pericolo non c’è soltanto la vita del prossimo che seguirà la scia di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. In pericolo c’è lo Stato di diritto. E anche un ministro, anzi due, questo dovrebbe saperlo.

Questo articolo è stato pubblicato originariamenete su Giornalettismo

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Il Pd è uscito trionfalmente dalla prova delle primarie. Non era facile né scontato. Da antichi elettori di sinistra, ne siamo lieti. Da recenti elettori, sempre più dubbiosi del Pd, anche. Ora tutto non può che andare meglio: anche perché peggio di così sembra davvero impossibile. Rinfrancano soprattutto le dichiarazioni di alcuni dei leader del Pd.

 

Pierluigi Bersani, il vincitore,  si è messo subito al lavoro per formare la squadra. Come dice il suo slogan “Voglio trovare un senso a questa storia”, la famosa canzone di Vasco Rossi. Chissà se qualcuno gli ha spiegato che il verso successivo è “Anche se questa storia un senso non ce l’ha”.

 

Walter Veltroni, l’ex segretario anch’egli eletto trionfalmente con le primarie due anni fa, lo ha avvisato: “Se il Pd rifluisce sulle posizioni della sinistra socialista o se punta alla Grande Coalizione, il Pd si suicida.”. Chissà se qualcuno ha spiegato al nostro amico di vecchia data che un morto non si può suicidare.

 

Francesco Rutelli, ex candidato premier del centro sinistra, ci ha riflettuto a lungo, e dopo aver osservato a lungo le mosse del neosegretario, dodici secondi dopo la sua proclamazione ha preso la grande decisione: “Percorso diverso, con persone diverse”.  Chissà se qualcuno gli ha fatto notare che dopo la storia di Piero Marrazzo la sua frase potrebbe essere sgradita ai suoi amici del vaticano e alla senatrice Paola Binetti.

 

Massimo D’Alema, ex leader, ex ministro, ex tutto, per fortuna non ha detto nulla. Quello che ha fatto in questi anni, basta ed avanza.

 

Eppure, nonostante tutto, questo partito trans, non nel senso che tutti immagino, ma nel senso di TRANSitorio, a noi continua a piacere. Anche se non riesce ad uscire dal pantano in cui sembra precipitato dalla nascita, troppo preso a parlarsi addosso anziché a parlare agli italiani. Perché è meglio il pantano del Pd del partito del predellino dove uno decide e gli altri servono.

 

A noi continua a piacere. Non per una classe dirigente sempre in cerca di “nuove ed avvincenti disafatte” ma per il suo popolo. Che è fatto di tanta brave persone, che forse hanno smarrito “il senso a questa storia”, ma che continuano a credere che questa storia, prima o poi, quando questa classe dirigente con molti incapaci avrà finalmente levato le tende, “un senso ce l’avrà.”

 

Buon tutto!

Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università, ha commentato con evidente soddisfazione l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del suo disegno di legge sull’Università. “È un disegno di legge coraggioso che vuole affrontare i problemi dell’università. Tutte le novità contenute nel nuovo regolamento “per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca, ad iniziare dai 525 milioni di euro pari al 7% del cosiddetto Fondo ordinario, si riconducono ad una parola chiave: meritocrazia”. I contenuti del disegno di legge sono al momento intenzioni, promesse. Ma questo è il governo del fare. I fatti seguiranno. Diciamo un bravo a Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università!

Chissà che  relazione di parentela ci sarà con Gelmini Maria Stella, ministro dell’Istruzione. Quella che ha dimezzato l’unico incentivo esistente a favore degli studenti italiani che si distinguono per bravura, il Fondo destinato alla valorizzazione delle eccellenze, che è passato da 5 milioni a 3 milioni e 800 mila euro. Quest’anno, infatti, i quasi 4mila ragazzi che hanno ottenuto il massimo dei voti alla maturità (100 e lode) dovranno accontentarsi di appena 650 euro, mentre chi ha conseguito il diploma nel 2008 ha avuto mille euro netti da spendere per viaggi d’istruzione, accesso a biblioteche e musei, ammissione a tirocini formativi ed altro.

E chissà che cosa avrà pensato, Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università ed alfiere del merito, quando avrà scoperto che la sua collega Gelmini Maria Stella ha assistito senza fiatare all’ultima trovataai rapporti di lavo­ro a tempo determinato” e quindi su quel bonus va pagata la “tassa sulla lode”. dell’Agenzia delle Entrate, che ha stabilito con una circolare, alla luce delle leggi vigenti, che quei bonus non van­no considerati come borse di studio, ma come redditi otte­nuti in base ai risultati raggiun­ti e quindi assimilabili a termi­ni di legge “

Cari studenti che vi date da fare e che credete nel premio alla bravura, nell’incentivo al merito, state tranquilli: il governo dei fatti veglia su di voi!

Buon tutto!

L’articolo è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo

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La cupio dissolvi che sembra avvolgere in questi giorni il centro destra potrebbe sembrare una lotta di potere interna, un riposizionamento di qualche aspirante successore, una convulsione causata dall’approssimarsi delle elezioni regionali. Forse è un po’ tutte queste cose assieme. Ma c’è di più, e di molto più sostanziale. C’è la presa d’atto del fallimento di una strategia, in parte imposta da fattori oggettivi, ma in gran parte lucidamente perseguita da tutto il centro destra. La strategia dell’attendismo. Quella che il governo ha scelto quando è arrivata la grande crisi, che – a dispetto delle dichiarazioni – ci ha trovato impreparati per profondità e durata, esattamente come tutti gli altri.

 

Lo stato difficile dei nostri conti pubblici e la volontà di tutta la maggioranza di non agire sul versante fiscale, dove c’erano margini di manovra, anche se ristretti, si è sostanziata nella scelta della “riprogrammazione di risorse esistenti”, cioè un continuo gioco delle tre carte per mascherare una sostanziale inazione, sotto l’accattivante definizione della scelta di “neutralità” della politica economica. Solo che una politica economica neutrale può forse andare bene nel brevissimo termine o nel lunghissimo periodo, ma è una non politica: non regge la prova dei 18 mesi, o dei 3 anni. Di fronte ad una situazione che tutti sanno, al di là delle dichiarazioni ufficiali, essere sempre più ingarbugliata e densa di problemi che nei prossimi mesi diventeranno più seri, si doveva per forza di cose arrivare al redde rationem. E probabilmente ci siamo, anche se potrebbe pure finire tutto a tarallucci e vino, almeno fino alle elezioni regionali.

 

Da un lato, c’è Tremonti l’attendista, che cerca di difendere il Titanic del nostro debito pubblico, senza peraltro porre in essere almeno le riforme “silenziose”, che molti gli avevano suggerito, volte a controllare il bilancio e i meccanismi perversi che alimentano il cortocircuito della spesa, che aumenta in modo “inerziale” anche in assenza di provvedimenti aggiuntivi. Dall’altro un rumoroso e sempre più avido “assalto alla diligenza”, dove il centro destra non riesce ad essere – anzi – più virtuoso del centrosinistra. E nessuno che pensi davvero a riforme strutturali.

 

Comunque vada a finire, questa storia dimostra che non sono gli scandaletti a mandare in crisi i governi. Ma sono sempre e solo i soldi. Qualsiasi cosa accada – sperando che non sia il ritorno del deficit spending, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno – e  chiunque ci sarà a Palazzo Chigi e a Via XX settembre nel prossimo biennio, ci aspettano tempi davvero difficili, in un modo o nell’altro. Forse il crepuscolo di Berlusconi e Tremonti (non del centro destra italiano, che se vuole ha molte risorse da spendere, umane e politiche) è iniziato davvero. Per il paese e per il centro destra sarebbe bene fosse rapido. Farà male, ma è meglio di un lento morire in vano ascolto.

Buon tutto!

I nostri 36 (anzi, 12) piccoli lettori avranno notato che questo Scarabocchio è un po’ diverso dal solito. Speriamo vi piaccia. Molte cose cambieranno, tra breve. Ve ne parleremo

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Silvio Berlusconi ha la scarlattina. Niente di grave per fortuna. Solo una fastidiosa malattia che lo terrà in convalescenza, probabilmente lontano dagli impegni istituzionali, rinchiuso ad Arcore, per tutta la settimana. Forse. La scarlattina si manifesta con un rialzo termico improvviso e poi con  le tipiche macchie rosse, che partono da ascelle e cosce fino al resto del corpo, regalando una pelle “vellutata” e la tipica lingua “a fragola”. La scarlattina ha un’incubazione tra i due e cinque giorni dal contagio, quindi il nostro primo ministro è stato contagiato tra mercoledì e sabato. Quindi, poco prima, durante e poco dopo la sua famosa visita all’amico Putin.

 

Secondo le fonti ufficiali il nostro premier ha preso la scarlattina dai suoi nipotini. Ma le fonti ufficiali, si sa, hanno le gambe corte.

Secondo i soliti denigratori di professione Silvio Berlusconi ha contratto la malattia mentre si trovava in qualche posto non identificato della Russia, assieme al suo amico e compagno di merende e di bisbocce e con altre persone di cui si ignora identità, nazionalità e provenienza. Considerato che la scarlattina è una tipica malattia dell’infanzia, secondo questi denigratori di professione tra le persone frequentate in quei giorni c’erano una o più nipotine di Putin. Ma i denigratori di professione, si sa, hanno le gambe corte.

 

Secondo i portavoce del PdL Berlusconi ha preso la malattia da Giulio Tremonti, durante il loro tranquillo colloquio di Arcore. Sembra che il commercialista di Sondrio fosse stato in precedenza presso il noto istituto batteriologico della Valtellina, procurandosi  i contagiosissimi batteri per mettere fuori causa il suo rivale e conquistarla leadership del centro destra. La manovra sarebbe stata sventata da un’abile contromossa di Verdini e Cicchitto, che avrebbero attaccato al ministro una rara forma virale, la Draghite. Ma i portavoce del PdL, si sa, hanno le gambe corte.

 

Secondo i bene informati Berlusconi sta benissimo, e le probabilità che abbia la scarlattina sono identiche alla probabilità che venerdì sia stato bloccato da una tempesta di neve, ovvero nessuna. Ma questo gli permette di lasciar passare quache giorno, e sperare che la malattia che sembra aver contagiato il centro destra, la Pdiiite all’ultimo stadio, con tutti che litigano con tutti, passi da sé.  Ma i beninformati, si sa, hanno le gambe corte.

 

Secondo noi, molto più semplicemente, Berlusconi ha preso la scarlattina perché è una tipica malattia dell’infanzia. E Berlusconi è un bambino, un giovanissimo politico in gamba che solo in un paese di ingrati, invidiosi e denigratori come in Italia si ostinano a definire un vecchio settantenne. Quindi, signor presidente, si riposi e guarisca. C’è tanto bisogno di lei

Buon tutto!

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E’ una storia che non si vorrebbe raccontare, perché ogni parola è una ferita che si riapre. Ma bisogna raccontarla, anche se è una piccola storia come tante. La storia del danno che la crisi economica sta provocando per le ONLUS in Italia, che colpisce i più deboli ed indifesi. Come i bambini del neuroblastoma, e dell’Associazione che lotta per combattere questo male e che adesso deve combattere una battaglia per resistere e non fermarsi.

 

Il neuroblastoma rappresenta il 10% dei tumori maligni dell’infanzia, il più frequente nei primi 5 anni di vita. Io l’ho conosciuto da vicino. Sono entrato nelle corsie dell’oncologia pediatrica del Gaslini, piene di bambini senza capelli e senza futuro. Ho passato lì dentro dei mesi, aggrappato alla speranza che le cure salvassero mio figlio. Ho conosciuto medici ed infermieri eccezionali. Ho visto bambini arrivare, occupare quelle piccole stanze, tornare più volte e poi sparire. Ho visto passare quei mesi troppo in fretta e finire in un pozzo nero senza fondo. Non sono il solo. In Italia ci sono circa 120 casi nuovi all’anno, nel mondo sono 15 mila, forse di più. Succede ad un bambino ogni mezz’ora. Non sono numeri enormi, se si pensa alla fame nel mondo. Ma se lo andate a dire ai genitori di quei bambini guardandoli negli occhi, loro risponderanno che il neuroblastoma è uno dei tumori più studiati al mondo, perché secondo molti medici e ricercatori, scoprirne le cause e trovare una cura potrebbe servire a curare anche molti altri tumori, anche quelli degli adulti. Quindi a salvare non solo i loro bambini, ma molti altri.

 

Dopo che il neuroblastoma mi ha fatto a pezzi, mi sono avvicinato agli angeli dell’Associazione per la Lotta al neuroblastoma che volevano scalare quella montagna cattiva. Mi sono unito ai tanti altri genitori senza più voce, innamorati dei loro bambini che per scalare la montagna si sono messi tutti insieme, con alcuni medici del Gaslini di Genova.Grazie a loro in questi anni le cure sono migliorate, la ricerca ha fatto passi avanti, la mortalità si è ridotta. L’Associazione, attraverso la sua Fondazione ha finanziato la diagnostica per tutti i bambini italiani colpiti da Neuroblastoma. Le ricerche hanno ottenuto diversi successi, ma resta tanto da fare. Per i bambini che si ammalano delle forme più gravi, com’è successo a mio figlio, ci sono solo il 20% delle probabilità di sopravvivere. Da molti anni si cercano delle cure più efficaci, e un gruppo di ricercatori qualche mese fa ha fatto una scoperta che ha aperto interessanti prospettive per la cura. Tra di loro c’era anche un ricercatore dell’Associazione. Ma le ricerche costano, e per finanziarle servono tanti soldi, che l’Associazione trova con l’impegno dei suoi volontari. Purtroppo da qualche mese una terribile bufera, la crisi economica, si è abbattuta sulle ONLUS italiane. E la recessione è arrivata ben presto a colpire duramente anche l’Associazione per la lotta al neuroblastoma.

Colpi duri, che rallentano le attività di ricerca. Che rischiano di bloccare la scalata alla montagna. Ne abbiamo parlato con Filippo Leonardo, Direttore dell’Associazione, che combatte 365 giorni contro la malattia, e che avevamo già intervistato un anno e mezzo fa.

 

Come sono colpite le ONLUS Italiane? E quando supereranno la crisi e se la supereranno?

Prima di tutto bisogna sottolineare che all’inizio l’Associazione e la Fondazione Neuroblastomaaffiancavano lo Stato nel finanziamento della ricerca scientifica sul neuroblastoma ed i tumori solidi pediatrici, mentre oggi nel primo caso la finanziano per oltre l’85% in Italia, e nel secondo per circa il 50%, ricorrendo solo a risorse private. Come sempre quando un ente privato funziona, lo Stato arretra e lascia questo ente completamente solo a svolgere un certo ruolo. nel corso di 15 anni

Ma non c’è il 5×1000?

Notizie non pervenute. Certo, come tutti anche noi vantiamo dei crediti. Ma oggi non si può fare affidamento su un qualcosa che ci spetta ma di cui non si vede traccia all’orizzonte.

E allora?

E allora si conta sempre e solo sulla solidarietà degli oltre 100.000 soci, di alcune aziende, di molti genitori e nulla più. Ma tutto ora è maledettamente più difficile.

Fammi capire con qualche esempio

Pensa che se nel 2008 la donazione media era di 15 euro, nel 2009 è diventata di 12, e le donazioni non sono mica aumentate. Se nel 2009 una manifestazione aveva portato 12.000 euro, nel 2009 la stessa ne ha portati 8.000. Se un’azienda aveva donato 100 euro ora dona 70.

E quindi?

Quindi, con un maggiore impegno lavorativo si ottengono risultati del 25 – 30% in meno.

Insomma, siete costretti a ridurre le spese?

Per noi c’è poco da ridurre: l’Associazione ha solo 4 dipendenti, e opera esclusivamente con il volontariato gratuito dei suoi soci  e sostenitori. Le uniche “spese” sono i finanziamenti ai progetti di ricerca. Ridurre vuol dire fermarli. Se le entrate diminuiscono le uscite aumentano, perché la ricerca costa ed ora è quasi a totale carico dell’Associazione e della Fondazione NB.

Insomma, anche la solidarietà degli italiani ha un limite?

Nel paniere degli italiani, con la diminuzione del potere d’acquisto, scompaiono o vanno in decrescendo quelle spese non strettamente necessarie alla sopravvivenza: si va meno in vacanza, anche perché molti da quest’anno sono in vacanza perenne. Si risparmi persino sul mangiare, si cambiano meno gli abiti. E si fa meno solidarietà, quindi si fa meno ricerca. E gli enti come i nostri sono costretti a tagliare i progetti e a ridurre i finanziamenti.

Nell’attesa del 5×1000?

No, come ti ho già detto: notizie non pervenute. Solo nella speranza che la solidarietà ritrovi il suo posto pieno, con il passare della crisi, nelle spese possibili degli italiani, perché enti come i nostri vivono per dare speranza solo grazie alla solidarietà e all’aiuto dei privati.

 

Filippo si ferma qui, perché è un angelo. Io invece sono arrabbiato. Non con gli italiani che hanno smesso di fare donazioni, perché hanno paura di perdere il lavoro o sono costretti a “tagliare” qualche spesa familiare. Sono arrabbiato perché in questo paese che si riempie la bocca di famiglia e di bambini, si abbandonano al loro destino quelli più deboli ed indifesi. Quei genitori con gli occhi spenti, quei bambini senza capelli che ho ogni giorno davanti agli occhi. Quelli che dormono nelle corsie dell’ospedale mentre i papà si radono dentro le loro auto parcheggiate nei viali attorno al Gaslini, perché non hanno un posto dove andare.

Ogni giorno rivedo Noemi, Luca, Gaia, Alessandro giocare con le flebo attaccate al petto. Bambini dal destino spezzato finiti dentro un pozzo nero. Penso che sia uno scandalo che il 5 per 1000 arrivi con anni di ritardo e nessuno dica niente. Penso che sia uno scandalo che il finanziamento di ricerche che servirebbero a molti venga lasciato quasi esclusivamente sulle spalle di privati “volenterosi”. Penso che sia uno scandalo che di queste cose non parli mai nessuno, mentre tutti corrono dietro alle dichiarazioni piene di niente di politici senza cervello e senza cuore, di destra e di sinistra. Ma quei genitori andranno avanti lo stesso. Perché non possono abbandonare quei bambini.

 

Perché la bufera passerà, e anche in mezzo ad essa arriveranno comunque altri amici. Perché con uno Stato assente o addormentato, solo la solidarietà può salvare quei bambini. La solidarietà degli italiani, anche se messa a durissima prova da chi li ha abbandonati 5 x 1.000 volte, li sorreggerà. Speriamo anche con questa piccola ed insignificante storia. Gli angeli continuano ad agire. Ma hanno ancora, oggi più che mai, bisogno di tutti noi: non abbandoniamoli, facciamo qualcosa. Un piccolo gesto può essere di aiuto. Non abbandoniamoli. Facciamolo. Fate qualcosa, diffondete questo post, o date concretamente una mano. Per favore.

 

Giornalettismo (in cui questo post è stato originariamente pubblicato) e Comicomix sostengono la lotta al neuroblastoma

 

Grazie a Elisa Cortese

La luce fioca accarezza i tetti mentre nel silenzio fresco un rumore rompe il risveglio assonnato della città. Sono camion che si fermano davanti alla Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Sono carri con dentro uomini, cento soldati tedeschi che scendono di corsa, facendo fuggire i gatti spelacchiati. Mentre la brezza soffia leggera alle 5 del mattino di questo sabato romano, i soldati bussano alle porte delle case mostrando un bigliettino dattiloscritto. C’è un ordine per tutti gli ebrei: prepararsi in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, vi porteranno in un campo attrezzato, con tutti i comfort, anche un’infermeria. Molti obbediscono e radunano le loro cose. Altri cercano di nascondersi, scappano. Ma i tedeschi sfondano le porte ed entrano nelle case, caricando uomini e donne, vecchi e bambini.

Nel Ghetto, ma anche nel resto della città, i tedeschi caricano la gente sui carri. Roma addormentata assiste silenziosa alla tratta di. questa “povera carne innocante”. Gli arresti continuano a Trastevere, a Testaccio e a Monteverde. La gente di Roma, la Roma città aperta, la Roma del Papa, guarda e non vuole credere ai suoi occhi, quando scopre che quell’ordine riservatissimo, partito qualche giorno prima da Berlino per “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei romani “mediante un’azione di sorpresa”, arrivato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS, viene davvero eseguito. Non ci possono credere. Non ci vogliono credere. Pensano ai 50 chili d’oro richiesti dai tedeschi in cambio della tranquillità, oro che con enormi difficoltà la comunità ebraica ha messo insieme e consegnato qualche giorno prima in Via Tasso. Pensavano che i tedeschi sarebbero stati di parola e che nessun atto di violenza  sarebbe stato compiuto contro di loro. Ed ora guardano quella “povera carne innocente” strattonata, mentre il sole comincia ad illuminare il cielo plumbeo di Roma, riflesso nei camion grigi fermi davanti alla case con il motore acceso.

Camion che partono e si portano via più di mille persone senza colpa, tra cui 200 bambini. Partono nel silenzio atterrito di chi è riuscito a scappare in tempo ed ora guarda nascosto il fratello, la madre, l’amico che parte. Partono quei camion, viaggiano nel mattino romano, vanno verso Via della Lungara, entrano nel Collegio Militare di Palazzo Salviati. Restano lì per ore interminabili, mentre fuori la gente passa distratta, persa nei fatti suoi, in questa Roma abbandonata dal Re vigliacco, aperta per davvero, ma ai soprusi di bestie senza cuore e senza anima. Dentro, si sente la voce di qualche madre e il pianto di qualche bambino. Ma tutto è tranquillo, ordinato, mentre i soldati preparano il viaggio di questa “povera carne innocente”, di quest’umanità senza futuro che parte: carne da macello, bestiame pronto per l’olocausto. Vanno via, verso la stazione Tiburtina, silenziosi e senza forza, caricati dolcemente e con ordine su un convoglio di 18 carri bestiame. Bestiame pronto per la Soluzione finale. Partono muti e con gli occhi senza luce, verso un viaggio senza ritorno, in una livida giornata di un ottobre romano di tanti anni fa. Partono per non tornare, mentre intorno il venticello romano soffia, sempre più forte. Un vento che soffia e che cresce, un urlo straziante che si perde nella notte dell’uomo.

Un urlo che ancora si sente distintamente: a Roma, in Italia e in tutto il mondo. Ogni giorno. Ogni notte.  Anche oggi.

“All’alba di sabato 16 ottobre 1943 a Roma un centinaio di soldati tedeschi catturarono 1022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. Caricati su un treno che due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, parte verso Auschwitz. Dei 1022 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.”

Questo post è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo

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Grazie Silvio! Finalmente hai squarciato il velo, mettendo in chiaro chi sono i nemici dell’Italia. Quelli che in questi mesi hanno fatto precipitare la nostra fama, la considerazione che all’estero si ha di noi. Che ci trattano più di sempre come un paese di seri C. Lo hai detto a Benevento, attaccando i giornalisti stranieri, i veri nemici dell’Italia, subito dopo aver ascoltato le note della canzone "Meno male che Silvio c’è".

 

Ecco le tue parole: “C’è un spirito anti italiano: ci sono giornali stranieri, imbeccati da certa stampa italiana, che muovono solo accuse assurde, ridicole, che fanno male all’Italia, sputtanando non solo il presidente del Consiglio, ma la nostra democrazia e il nostro Paese, danneggiando anche i nostri prodotti”. Bravo Silvio: Così si fa!

I giornali stranieri devono avere un’immagine dell’Italia che deve essere bella, forte e pura e non inquinata da tutto ciò che si dice sui giornali in queste settimane” Bravo Silvio, così si fa!

 

Meno male che ci sei tu, come dice la canzone, a tenere alto l’onore della nostra bella patria. Con i tuoi comportamenti al di sopra di ogni critica, con i tuoi discorsi sempre seri e posati. Con il tuo rivolgerti ai deputati e alle deputate dell’opposizione, al Presidente della repubblica, alla Corte Costituzionale , da vero statista di una grande democrazia occidentale.

 

Meno male che ci sei tu a tenere alto il nome dell’Italia.

 

Buon tutto!


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La Corte costituzionale ha emesso il suo verdetto: il Lodo Alfano, la legge che  prevedeva la sospensione dei processi per le 4 più alte cariche dello Stato, è illegittimo. Per due motivi: perché viola l’art.138 della Costituzione, ovvero l’obbligo di far ricorso a una legge costituzionale e non ordinaria per materie “delicate” come questa, e l’art.3, che stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Saranno quindi riaperti i due processi a carico di Berlusconi per corruzione dell’avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.

Dopo questa sentenza si è aperto il ballo delle dichiarazioni. Tra quelle particolarmente alcoliche, quella di Umberto Bossi, ministro della repubblica (a cui il Presidente Napolitano si scorda spesso di fare un richiamo riguardo a quello che dice), che prima della sentenza ha minacciato la Corte Costituzionale di scatenarle contro il “popolo” se il Lodo fosse stato dichiarato illegittimo, e poi dopo minacciare la “guerra” se si ferma il federalismo. Un altro che non deve essere molto sobrio è Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, che ha definito questa sentenza “politica”.

Ci aspettano, nei prossimi giorni, farneticazioni di ogni genere. Sentiremo parlare di minacce eversive, colpi di Stato e chissà quali altre sciocchezze. Forse faranno addirittura le elzioni anticipate! Pazienza, ci si abitua a tutto, e in quest’Italia di oggi ci si abitua anche a Bonaiuti e a Bossi, con contorno di Quagliariello, Bocchino, Gasparri e – non facciamoci mancare nulla – Calderoli.

Inutile dire che al momento non succede nulla: Si riaprono due processi e vedremo SE Berlusconi sarà condannato. Nel caso ciò accadesse, sarebbe opportuno che si dimetta, ma non è in ogni caso obbligatorio. Il limite della decenza è stato varcato già tante volte che una in più ormai non fa né caldo né freddo. Ci si abitua a tutto, anche ad un presidente del Consiglio che mente spudoratamente su tutto. Figuriamoci a chi importerà per due condanne per corruzione!

Ma c’è una cosa che ci piacerebbe chiedere ai milioni di italiani per bene che hanno votato per il PdL e per la Lega: ma se Berlusconi si dimettesse, e al suo posto fosse nominato premier Tremonti oppure Fini oppure Maroni oppure un altro autorevole esponente dello schieramento che ha legittimamente vinto le elezioni, cosa cambierebbe? Il governo guidato da un altro leader del centrodestra non potrebbe continuare ad attuare il programma concordato?

Questa sindrome di Stoccolma, o corrispondenza di amorosi sensi che riguarda solo un uomo, uno solo e nussn altro che quello, una “volontaria prigionia” che sconvolge a tal punto uno schieramento che è votato da 17 milioni di Italiani, che governa importantissime regioni, che esprime una classe dirigente di imprenditori, Professori universitari, giornalisti, manager ed altri fa pensare.

Ma davvero se Berlusconi dovesse decidere di dimettersi  non avete eventualmente nessun altro da mettere a Palazzo Chigi? Siete ridotti così male?

Buon tutto!

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Emilio Fede è disperato. Non si dà pace. Pare stia meditando di suicidarsi. Non riesce a sopportare lo smacco subito. Lui, che si è esercitato per anni nella difficile e nobile arte di leccare i piedi (per non dire di peggio) del suo signore e padrone Silvio Berlusconi, non riesce a digerire di essere superato da gente più servile di lui.

 

Già ha dovuto ingoiare l’arrivo di Clemente Mimum al Tg5, la rete ammiraglia di Mediaset, che lo ha soppiantato nel cuore del padrone, dall’alto della sua audience e del budget miliardario. Si è rincuorato quando ha visto il buon Clemente restare ancorato al suo aplomb da servo di mezza tacca.

 

Poi ha visto il gigante dei giganti, lo squalo, l’Augusto, il Minzolini insomma, catapultato nel telegiornale dei telegiornali, il Tg1. Fede temeva lo squalo, perché ne conosce le immense doti di lingua. Ed ha assistito con crescente sospetto alla sapiente opera di mistificazione, alle notizie che fanno il giro del mondo debitamente oscurate per dare spazio ad inchieste sulla scomparsa dei cocomeri a Milano. Si è preoccupato guardando i servizi che mostravano con dovizia di dettagli la presenza di Berlusconi all’importantissimo vertice di Carate Brianza, o la sua sapiente opera di mediazione per il grave conflitto scoppiato tra Andorra e San Marino su chi sia lo stato meno importante del mondo.

 

Ma tutto sommato, si tranquillizzava: erano tutte cose che anche lui era  capace di fare. Certo, non è come farlo davanti a 9 milioni di spettatori, con il Tg più seguito d’Italia, e a spese di tutti i contribuenti. Ma sopportava. Fino a ieri sera. Perché neppure nelle sue più ardite fantasie di leccapiedi senza macchia e senza paura, avrebbe avuto il coraggio di fare un editoriale contro la manifestazione sulla libertà di stampa, trasformando il telegiornale istituzionale della Rai in un organo di propaganda del presidente del Consiglio, con il suo direttore che contesta in diretta una manifestazione di opposizione.

 

Ma è questo che distingue l’Augusto dell’Emilio, il Fede dal Minzo, il leccapiedi optimum da quello maximum: andare oltre ogni confine della decenza. Spingere le cose oltre il punto di non ritorno. Emilio Fede si dia pace. Vada da Clemente Mimum e si rassegni a passare le serate assieme, rimembrando il bel tempo che fu. Perché Fede e Mimum appartengono alla vecchia scuola del giornalismo servile. Talmente palesi e quasi simpatici da fare tenerezza e anche simpatia. E’ ora di mandarli in pensione.

Perché quando il gioco si fa duro, arrivano i professionisti. E cominciano a leccare.

E se anche loro non bastano, arriverà direttamente Jack lo Squartatore. Fino a che censura la trionferà.

Buon tutto!

 

P.s.: Se volete leggere un articolo serio sull’argomento, anziché quest’ insignificante Scarabocchio, c’è quest’ editoriale su Giornalettismo

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