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Ecco, l’ha detto. Dario Franceschini ha fatto al popolo italiano la domanda delle domande: “Cari italiani e care italiane, voi fareste educare vostro figlio da Berlusconi?”. Una dichiarazione che ha scatenato un putiferio e diluvi di dichiarazioni risentite, a partire dai figli del presidente del Consiglio. Ma fermiamoci un momento a riflettere su quella domanda. Noi rispondiamo, senza problemi: “No, no, non o poi no!” Questa risposta non dipende dalla storia di un politico-imprenditore invecchiato, che a oltre 70 anni ha ancora (pochi) capelli neri in testa, che è rifatto dai lifting, che usa mettere il cerone come una ballerina di varietà e che ancora si intrattiene in modo non del tutto chiaro con ragazzine di 17 anni. Una vicenda che non si sa se fa più pena o schifo. Ma questo non è il punto. Il motivo per cui non faremmo mai educare i nostri figli a Silvio Berlusconi non dipende da questa vicenda comunque penosa, quale che sia la “verità”. Insomma, non perché Berlusconi sai un Belfagor travestito da politico. Ma per quello che Silvio Berlusconi rappresenta, la sua “idea” di Italia. La sua immagine di italiano che non sentiamo “nostra”. Un’Italia che preferisce l’apparenza alla sostanza. Un’Italia che confonde “la furbizia” con  l’intelligenza”. Che non conosce  e riconosce i doveri, ma pretende diritti. E che pensa che il “diritto” sia un sinonimo di “favore”. Un’Italia che pensa che l’assistenza coincida con la carità, con l’elemosina. Che le avversità della vita siano sempre un complotto. L’idea che il prossimo, gli “altri, non siano esseri umani ma solo nemici. Un’Italia che ha l’idea che le donne siano corpi, veline e non persone. E che è profondamente convinta che sia giusto non pagare le tasse ma si lamenta se i servizi pubblici sono scadenti. E che fare la fila alla posta, dal medico, al casello dell’autostrada sia da fessi o sfigati. Un’Italia che ritiene che studiare sia più o meno una perdita di tempo, che l’unico metro che distingue un grand’uomo da un fallito sia il suo conto in banca, che si riempie la bocca di parole come merito e poi cerca la raccomandazione del parente o dell’amico. Un’Italia che predica in pubblico la virtù e pratica i vizi in privato. Per questo, e per molto altro, non faremmo educare i nostri figli da Berlusconi. Senza rancore, senza odio, semplicemente perché abbiamo scale di valori molto diverse. E siamo sicuri che questi valori sono condivisi da milioni e milioni di italiani ed italiane, e non solo da quelli che votano per i partiti di centrosinistra. Ma la domanda di Franceschini, che tanto ha offeso nel loro comprensibile affetto per il loro padre i figli di Berlusconi, è una domanda ingenua, oltre che mal posta. Lo capirebbe facilmente, se oltre che fare dichiarazioni e comizi per la campagna elettorale andasse a passeggio in questi giorni afosi per la città italiane. Scorgerebbe, dalle mille finestre delle case e dei palazzi, nei centri storici o nelle periferie, e anche nelle campagne, un’inconfondibile luce azzurrina. Milioni di luci azzurrine, in milioni di case. Milioni di famiglie placide, sedute in poltrona o sdraiate nel letto. A guardare la Tv. Una tv che da venti anni ci racconta un’Italia fatta di apparenza, di furbizia, che ci fa vedere veline e letterine, e uomini e donne di successo che non sanno neppure parlare in italiano, che strizzandoci l’occhio sussurra che l’arroganza è da “furbi” e la buona educazione da “sfigati”. E allora la domanda di Franceschini suona stonata, un beffardo sberleffo. Perché sono anni e anni che gli italiani e le italiane, anche quelli che non votano e non voterebbero mai per Berlusconi, fanno educare i propri  figli da Berlusconi. Ed i risultati, purtroppo, si vedono. Caro Franceschini, ci pensi. E la prossima volta, sopratttutto, lei e i suoi amici, pensiateci bene, prima di parlare.

Buon tutto!

“Io G. G. sono nato e vivo a Milano
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.”


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Sono sempre i migliori che se ne vanno. Così il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, detto mister 65% per il consenso ottenuto alle elezioni regionali, si è dovuto arrendere. Ad un anno dal successo elettorale e dopo mesi di guerre senza quartiere all’Assembrea regionale siciliana, ha deciso di azzerare la giunta di centro destra che governava l’isola. “Non mi farò ghigliottinare come Maria Antonietta”, al culmine della guerra politica più violenta che un’isola da sempre amministrata da democristiani dai toni felpati abbia mai conosciuto. Una grande vittoria dell’opposizione, che può finalmente festeggiare. Si festeggia in casa Udc, nell’appartamento di Totò Cuffaro. E si festeggia anche a Roma, in altri palazzi. Ad esempio, in casa PdL. No, non ci è scappata una L. Grandi festeggiamenti si svolgono nelle felpate stanze di palazzo madama, nell’ufficio del presidente del Senato Renato Schifani, siciliano ed esponente di primo piano del centro destra. Lo stesso che governa la Sicilia con la maggioranza bulgara del 65%. Si festeggia anche in casa del ministro Angelino Alfano. Non preoccupatevi, niente di serio: tra galantuomini può accadere di avere piccole divergenze: capita tra Fini e Berlusconi, tra Bossi e Berlusconi, tra Berlusconi e il buon senso. Ma non è niente di grave, “so’ cugini e fra parenti nun se fanno i comprimenti”. Anzi, si amano alla morte. Così tanto che pochi giorni fa la maggioranza del PdL ha proposto all’assemblea regionale siciliana un disegno di legge che prevede la continuazione della legislatura regionale anche in caso di morte del governatore. Raffaele Lombardo, che ha – basta guardarlo – un grandissimo sense of humor, si è divertito, commentando: “Una minaccia di cattivo gusto”. Ma anche lui sa scherzare. E ha definito "usciere" e "venditore di stigghiole" (che in dialetto significa “budella di animale”) il collega deputato Salvatore Lentini, passato dall’Mpa al Pdl. Quisquilie, bazzecole: “so’ cugini e fra parenti nun se fanno i comprimenti”. Complimenti come quelli del presidente dell’Assemblea regionale siciliana Francesco Cascio, altro esponente di primo piano del PdL in Sicilia, ha fatto al governo di Lombardo, definito “il peggiore degli ultimi 15 anni”. Se lo dice lui, deve esser vero.  Certo che anche Lombardo è un distrattone: nella recente visita in Sicilia del presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha organizzato una cena in suo onore, ma si è dimenticato di invitare il presidente del senato, il suo grandissimo amico ed estimatore Renato Schifani. Forse per queste “distrazioni”, o forse per i contrasti sui fronti delle ghiotte torte di rifiuti, sanità e nomine in aziende pubbliche che – sempre affettuosamente e con stima reciproca – il PdL ha presentato sempre all’assemblea regionale una mozione di sfiducia al Governatore. Il povero Lombardo, già arrabbiatissimo per lo sgarbo di Berlusconi sui Fondi Fas, quelli che servivano per la Sicilia e che Tremonti ha usato per tutto quello che era possibile tranne che per la Sicilia,  4 miliardi di euro che la Sicilia aspetta da mesi,  c’è rimasto male. Perché va bene che “so’ cugini e fra parenti nun se fanno i comprimenti”, ma lui sospetta che il regista di quest’operazione sia il coordinatore regionale Giuseppe Castiglione, fedelissimo di Schifani, che avrebbe addirittura ispirato l’ultima presa di posizione di Berlusconi sui fondi Fas: “Vogliamo la garanzia che quei soldi non vengano bruciati in spese correnti”. Siamo certi che se lo dice Berlusconi, che sa di cosa parla, sia un rischio concreto. Anche se non la pensa così Gianfranco Micciché, ex viceministro noto per il suo stile “stupefacente” ed esponente del Pdl (come Castiglione, come Schifani, come Alfano, come tutti nell’isola, insomma), che ha definito con leggiadria il coordinatore del suo partito in Sicilia. “Castiglione? Un farabutto che racconta minchiate a Berlusconi.” Anche in questo caso, se lo dice lui, che lo conoscerà bene, chi può smentirlo? E comunque, “so’ cugini e fra parenti nun se fanno i comprimenti”. Ma Lombardo ha perso il suo sense of humor, e ha deciso di dire basta: a casa la giunta regionale attuale e presto un nuovo governo “con chi ci sta”. Si è subito fatto avanti il Pd, che con l’esponente Antonio Papania, senatore, ha detto “Non possiamo puntare allo sfascio della Sicilia”. Perché, quella che vi abbiamo descritto è, evidentemente, una situazione normalissima, per il senatore del Pd. Ma Lombardo, possiamo rivelarvelo, sperava in ben altre adesioni: puntava di avere dalla sua parte almeno Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini. Ma loro, purtroppo, sono già impegnate.

Buon tutto!

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Berlusconi stavolta ci sta sorprendendo. Abituati come siamo alle sue uscite estemporanee, alle sue “genialate” un po’ sopra le righe, che provvede sempre a smentire alla velocità della luce, non avevamo creduto alle sue chiacchiere alla prova del terremoto, scettici quando ha detto che una nuova L’Aquila sarebbe stata ricostruita in 28 mesi. E soprattutto, quando ha detto, a distanza di poche ore dalla scossa del 6 aprile: “Nella ricostruzione dell’Abruzzo non faremo come in passato”. Sì, eravamo un po’ esterrefatti: perché in passato ci sono stati casi indubbiamente da dimenticare, come la ricostruzione  dopo il terremoto dell’Irpinia, ma anche esempi di successo: dalla ricostruzione del Friuli, che fu completata con successo in poco più di 10 anni e con la soddisfazione della popolazione, al caso più recente, quello della ricostruzione in Umbria e nelle Marche, pressoché completata in questi 10 anni con la messa in sicurezza di una zona ad alto rischio sismico. Il premier ha fatto grandi promesse: una ricostruzione veloce e al 100%, in cui le risorse sarebbero state trovate dal ministro Tremonti in modo rapido ed efficace, e soprattutto senza mettere le mani nelle tasche degli italiani con nuove tasse. Ha sfidato tutti – compresi gli amministratori locali e le popolazioni, che non ha voluto neppure disturbare chiedendo il loro parere in proposito – con il suo sogno di una new town per l’Aquila. Pieni di pregiudizi quali siamo, abbiamo atteso il governo alla prova dei fatti, ma già sicuri che queste promesse sarebbero state smentite. Che anche Berlusconi, insomma, come era avvenuto nelle altre ricostruzioni, anche in quelle meglio riuscite, non sarebbe riuscito ad evitare i disagi, i problemi, le incongruenze, le difficoltà di un’attività complessa e difficile come la ricostruzione di un’area vastissima colpita da un grave sciame sismico. E invece, siamo qui a chiedere scusa al nostro premier, perche dobbiamo ricrederci. Berlusconi davvero non ha fatto come hanno fatto in passato. Ha stupito tutti con le sue profonde innovazioni. Nessuno tranne lui avrebbe mai pensato a spostare la sede del G8 a L’Aquila terremotata, sovrapponendo la difficile opera di gestione dell’emergenza post sisma e delle tendopoli con l’organizzazione di un evento che comporta attività logistiche, di sicurezza, di ordine pubblico abbastanza straordinarie, trasformando il terremoto in una  straordinaria passerella mediatica. Per questo gli chiediamo scusa. Chiediamo scusa a Berlusconi perché effettivamente non era mai successo che un governo italiano, dopo un terremoto che ha lasciato senza una casa oltre 20 mila persone, varasse un decreto che passerà alla storia come il decreto abracadabra, in cui non era in origine garantita la ricostruzione del 100% della propria casa ma solo un contributo di 150 mila euro (ovviamente, senza tener conto che ci sono persone più ricche, o case più grandi, o situazioni più complesse). E che anche ora, dopo le correzioni fatte in parlamento, non sono previsti soldi per tantissime seconde case presenti in Abruzzo, che nei casi frequenti di condomini rischiano di bloccare la ricostruzione per anni in contenziosi tra proprietari vicini di casa, che forse non hanno i soldi per ricostruire la loro seconda casa in assenza di contributi.

Se ti va di leggere l’amarissima conclusione di questo post, vai a Giornalettismo

Buon tutto!

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Ieri, durante l’Assemblea di Confindustria la presidente Emma Marcegaglia ha – seppur con doveroso stile “istituzionale” – fortemente criticato il governo Berlusconi perché, pur se forte di un grandissimo consenso popolare, non fa le fondamentali riforme (liberalizzazioni e pensioni in testa) che sarebbero necessarie sin da  subito per superare la crisi. L’attentissima platea di imprenditori presenti ha applaudito la sua Presidente per queste parole, spellandosi le mani, assieme agli ex sindacalisti Bonanni ed Angeletti, i Mimì e Cocò del sindacato italiano. Silvio I di Arcore, chiamato così duramente in causa, non poteva stare zitto. D’altronde non ci riesce mai. E’ salito su un palco per un salutino veloce, ed ha parlato per 93 ore e mezzo. Ha attaccato i giudici di Milano, la magistratura e il potere giudiziario, dicendo che lo stato della giustizia penale in Italia è patologico. Ha definito la Presidente di Confindustria Marcegaglia una velina, e lei – chissà perché – ci è rimasta male. E ha detto, soprattutto, di essere d’accordo al 100% con la Velina Marcegaglia, definendo il suo intervento “una fotografia precisa della crisi e delle cose che dovremmo fare, tutte cose che vogliamo fare”. Il tutto, tra gli applausi scroscianti della platea attentissima di imprenditori. A chi sospetta che tra un intervento e l’altro la platea fosse stata sostituita e che i secondi non avessero sentito l’intervento dei primi, diciamo che non è così: la platea era la stessa: Montezemolo, Tronchetti Provera, Mimì e Cocò (sempre Bonanni e Angeletti) e altre centinaia di commendatori, dottori, ingegneri. Attenti, seri, compiti e plaudenti. Ma perché applaudivano? Perché sapevano benissimo che la colpa non è del governo Berlusconi. Come ha spiegato lui stesso: le riforme non si fanno per colpa del Parlamento. Berlusconi ha ricordato a tutti che il premier non ha praticamente nessun potere: tutti i poteri ce l’ha il Parlamento, definito come un assembla pletorica, assolutamente inutile e addirittura controproducente, piena di  capponi e di tacchini. Si è dimenticato di dire, come fece un suo illustre predecessore (e modello di riferimento) che è un’aula sorda e grigia. Ovviamente, nessuno si è disturbato, in quel congresso, di prendere le distanze da Berlusconi. Non la velina Emma, non Mimì Bonanni, non Cocò Angeletti. Solo Gianfranco Fini, chiamato in causa in quanto tacchino, ha ricordato che il parlamento non è né inutile né pletorico. A nessuno dei presenti è venuto in mente che quello stesso parlamento ha approvato in tre giorni il lodo Alfano (quella leggina piccola piccola che ha garantito l’impunità a Berlusconi a proposito dei processi per corruzione nel quale è imputato). Ma soprattutto nessuno è scoppiato in una fragorosa risata ascoltando il Presidente del Consiglio, proprietario di Mediaset, presidente del Milan,  capo indiscusso e indiscutibile di Forza Italia (pardon, amici di An: ma tanto lo sanno tutti che voi contate come i capponi o i tacchini il giorno di natale, e non vi offenderete di certo!) e di tre quarti della stampa italiana dire di non avere potere. La Velina Marcegaglia che si è offesa ad essere chiamata Velina e che dice che non ci sta fa tenerezza. Oltretutto, si ricordi – se non vuol fare una brutta fine – che in Italia con Silvio ci stanno tutte: Mara, Maria Stella, Noemi. E anche il tacchino Fini fa tenerezza, mentre da bravo maggiordomo brontola, conscio della sua totale e assoluta irrilevanza. E fa tenerezza anche il povero pulcino Franceschini, quello che fa finta di essere il capo dell’opposizione (o forse ci crede, che è pure peggio) che ha detto che Berlusconi si crede ormai Napoleone.  Ma benedetto figliuolo, davvero non ha capito che Berlusconi è molto di più di Napoleone: è Luigi XVI, è lo Stato. Lo stato sono io. Lo stato dove è scomparsa la separazione tra potere legislativo, potere giudiziario e potere esecutivo. Lo Stato è lui, solo lui, nient’altro che lui.  Ora basterà dire che le elezioni sono costose e che è inutile farle, tanto i suoi sondaggi lo danno al 125% dei consensi. E poi andrà di corsa ad una bella festa di compleanno, circondato da veline, letterine e magari anche da Emma, sorridente e vaporosa.  Festeggeranno mangiando capponi e tacchini gentilmente offerti dal presidente della Camera. E poi in camera si ritireranno. Mentre tutti continueranno ad applaudirlo senza neppure sentire un brivido correre lungo la schiena. Ed è questo che, più che far ridere, fa paura.

Buon tutto!

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In Italia c’è la crisi economica. Sono tempi di ristrettezze per tutti. E c’è pure stato il terribile terremoto in Abruzzo. Così, anche se siamo nel pieno di una infuocata campagna elettorale, il partito del popolo, il popolo della libertà, quello del nostro adorato e amato premier Silvio Berlusconi, ha deciso di condurre una campagna elettorale nel segno della sobrietà: niente manifesti 6 x 3, niente gadget costosi. Ma impegno e misura: parleranno i fatti di questo governo, è la linea dettata dal premier. Certo, che anche se siamo sobri, qualche cena, non per il piacere di mangiare, naturalmente: ci vuole sobrietà! – elettorale, di autofinanziamento, si può fare: come quella del 19 maggio  in onore di Guido Podestà, candidato alla Provincia per PdL e Lega nord. Una cena tra amici, circa 60 commensali, nella suggestiva Villa Gemetto di Lesmo, in Brianza, a due passi da Arcore, che tra un mese ospiterà il G8 della scienza. Cena a cui ha partecipato anche Berlusconi per sostenere l’”amico Guido”. Un menù spartano: bufala, mozzarella, basilico, filetto in salsa di rosmarino, sformato di verdure e gelati. E sempre in nome della sobrietà, è stato richiesto a chi partecipava di regalare un modesto contributo: appena 50 mila euro a testa, in cambio dell’onore di cenare assieme a Silvio Berlusconi. Non possiamo negare una certa invidia, per i fortunatissimi commensali: gente di gran classe, come Diana Bracco, presidente della società di gestione dell’Expo 2015, Marcellino Gavio re delle autostrade, Desiderio Zoncada banchiere di dio, Norberto Achille, presidente delle ferrovie nord, Carlo de Albertiis di Assimpredil. E tanti altri, tutti in fila con il loro assegnetto, per aiutare la sobria campagna elettorale del sobrio Silvio Berlusconi e del suo concorrente, il sobrissimo Giulio Podestà. Tutti uniti per sconfiggere lo strapotere economico-finanziario di Filippo Penati, il presidente in carica, ex sindaco di Sesto S.Giovanni, la Stalingrado d’Italia, sostenuto dai salotti-bene degli operai della Magneti marelli e dagli astuti finanzieri di Lorenteggio e dei navigli. L’atmosfera alla cena era festosa, anzi: elettrica. I commensali avevano letto le agenzie e speravano che fosse questo il famigerato appuntamento elettorale di cui si parla da tempo e che vedrebbe il coinvolgimento delle 3 giovani candidate rosa del Pdl: Licia Ronzulli, Barbara Matera e Lara Comi. Invece no, le 3 ragazze non c’erano: questo è il tempo della sobrietà. C’era solo la ministro Maria Stella Gelmini. Meglio che niente, ma sempre troppo poco per 50 mila euro. Ad un certo spunto si è sparsa la voce che alla cena avrebbe fatto un’improvvisata almeno Noemi Letizia, la ragazza che chiama il premier papy, con un gruppo di sue amiche che avrebbero allietato il dopo cena dei commensali e che avrebbe alleggerito la pena della cifra spesa per un po’ di mozzarella e le barzellette di Berlusconi. Ed in effetti, improvvisamente, i commensali hanno notato un certo movimento all’ingresso. Certi che si trattasse della bella (ex) minorenne, gli imprenditori dal cuore tenero e dal portafogli gonfio hanno cominciato a battere le mani, felici come bambini, e hanno iniziato a cantare “Aggiungi un posto a tavola”. Ma l’entusiasmo è scemato quando è apparso un distinto signore di mezz’età dall’inconfondibile accento inglese: era David Mills, l’avvocato inglese condannato perché, secondo la sentenza di un tribunale italiano, “Mentì per salvare Berlusconi”. L’avvocato Mills era giù di morale per la motivazione della sentenza che lo ha condannato a 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari. Sentenza che dice che Mills agì da falso testimone "per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l’impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati”. E che Berlusconi si è salvato solo perché nel frattempo si è fatto approvare il lodo Alfano che ne sospende la punibilità penale. L’avvocato Mills, con stoico senso del dovere, pur se prostrato dalla sentenza ha intuito la delusione della sala per il suo arrivo. E per sciogliere il gelo ha raccontato una barzelletta: ha detto che in Inghilterra, il suo paese, il presidente della Camera dei Comuni Michael Martin si è dimesso in seguito allo scandalo dei soldi pubblici usati dai membri della Camera per pagare manutenzione di piscine, giardinieri, e persino lampadine nelle seconde case. Si è dimesso, ha detto Mills, non perché è direttamente coinvolto nello scandalo: ma perché anziché di renderlo pubblico ha provato – senza riuscirci – di nasconderlo all’opinione pubblica. Dopo un momento di silenzio, i commensali si sono messi tutti a ridere, e l’atmosfera è tornata allegra. L’Avvocato Mills allora si è rivolto a Silvio, gli ha chiesto dov’era l’incasso della serata, come compenso per il suo disturbo, ha girato i tacchi, ha educatamente salutato tutti e se ne è andato. Ai poveri cummenda non è rimasto altro che bere un amaro e andare a puttane. Più o meno, come l’Italia.

Buon tutto!

 

(La vignetta è rielaborata a partire dalle locandine de “La grande abbuffata” di Marco Ferreri e di “Aggiungi un posto a tavola” di Garinei e Giovannini)

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Gli italiani sono un popolo straordinario. Un popolo di santi, di navigatori e di poeti. Un popolo a cui piace divertirsi, stare in compagnia, fare bisboccia. Forse un po’ evasivi, ma si sa che nessuno è perfetto. Purtroppo la vita è fatta anche di cose tristi: cose come malattie, Berlusconi presidente del consiglio, bollette, vicini rompiscatole. E soprattutto, la cosa meno divertente di tutte: le tasse. Le tasse non mettono allegria. Non fanno cantare, né ballare. E non fanno ridere. E gli italiani (quelli che possono permetterselo, naturalmente) che vogliono essere sempre allegri, per non intristirsi troppo preferiscono non pagarle. Hanno scoperto che è facilissimo: basta dichiarare redditi da fame e continuare a girare in Ferrari o a navigare con i propri yacht. E tanto peggio per quelli, come i lavoratori dipendenti e i pensionati, che non possono concedersi neppure un momento di evasione: forse è proprio per questo che sono sempre così tristi. Ma tutti gli altri che possono, di fronte al logorio della vita moderna, evadono: dalle dichiarazioni dei redditi pubblicate dal Dipartimento delle Finanze risulta che i 40,7 milioni di contribuenti italiani dichiarano mediamente appena 18.324 euro, e un italiano su 3 dichiara meno di 10mila euro, mentre metà delle società è in rosso. Pagare le tasse era triste ieri, ed è ancora più triste oggi: gli ultimi dati diffusi dal ministero dell’economia e delle finanze dicono che tra gennaio e marzo 2009, al lordo delle una tantum, sono risultate inferiori di 4,1 miliardi di euro rispetto a quelle dello stesso periodo del 2008. Questa abitudine all’evasione è stata sempre attribuita, più che ai cittadini che dichiaravano guadagni irrisori e avevano patrimoni enormi, alla grave responsabilità delle autorità pubbliche. Politici che fanno leggi poco chiare e direttive che lasciano spazio ai trucchi utili a chi vuole evadere il logorio di pagare le tasse. Dirigenti dell’Agenzia delle entrate e generali della Guardia di finanza che si dimenticano di fare i controlli, o li fanno in modo un po’ “distratto”. Una convinzione si è rafforzata quando alcuni politici e tecnici hanno fatto norme anti elusione e anti evasione che hanno cominciato a produrre risultati, facendo registrare consistenti aumenti di gettito fiscale utili a migliorare i conti dello Stato, anche se purtroppo gli italiani, privati dei loro sacrosanti momenti di evasione, hanno cominciato a piangere, a disperarsi. Il sorriso è sparito dai loro volti, e alla prima occasione hanno cacciato questi guastafeste che avevano provocato l’aumento delle entrate fiscali. Perché questi fenomeni paranormali negli ultimi 15 anni sono avvenuti tra il1996 e il 2001 e poi tra il 2006 e il 2007. Per una curiosa coincidenza del destino, proprio negli anni in cui non era ministro Giulio Tremonti. Il dubbio che volendo anche in Italia – come succede in tutti i paesi del mondo, si possa contrastare l’evasione fiscale si è insinuato tra addetti a lavori e gente comune. E il povero e incolpevole ministro Tremonti è stato addirittura messo sotto accusa dai soliti guastafeste, assieme alle strutture che hanno il compito di far pagare le tasse e stanare gli evasori, per eccessivo lassismo contro gli evasori. E invece Tremonti e i suoi tecnici sono innocenti. Il mistero è stato svelato da una fonte autorevole, il direttore dell’Agenzia dell’Entrate Attilio Befera: gli italiani non pagano le tasse perché per loro è una cosa innata: ce l’hanno proprio nel DNA. Ha detto proprio così: “La necessità di pagare le imposte va spiegata fin dal momento in cui si è al primo impatto con la scuola, per provare a ridurre l’influenza di quel Dna che noi italiani ci portiamo dietro e che ci induce a non pagare le tasse“. Si, cari anici e care amiche: sin da bambini gli italiani hanno l’innato istinto ci cantare, suonare il mandolino, tirare il sasso e nascondere la mano facendo spallucce. Tutti degli adorabili mascalzoncelli, piccoli Berlusconi che crescono. E hanno l’innato istinto primordiale di non pagare le tasse. Non c’è niente da fare: é una cosa innata, come il sole e il mare. Chi fa pagare le tasse agli italiani compie un atto contro natura. Per questo anche la Chiesa cattolica non ha in simpatia quei pochissimi che provano a fargliele pagare.

Se vuoi leggere la conclusione del post, vai a Giornalettismo

Buon tutto!

Ha collaborato Mariangela Vaglio (Galatea)…Grazie!!!

Eh, sì. Incredibile ma vero: anche i Comicomix, ogni tanto, si concendono una vacanza. Piccola, naturalmente. Siamo a Venezia, dove durante il fine settimana avremo modo di incontrare un bel po’ di amici di web, tutti riuniti per una bella rimpatriata. Naturalmente, abbiamo la nostra brava chiavetta internet di ordinanza. Non si sa mai, dovessimo avere una crisi di astinenza. Purtroppo, oltre a noi, da lungo tempo (ma quanto tempo, ormai? Sembra un secolo) è in vacanza il cervello di una buona parte dei nostri connazionali. Che sembrano non vedere che qui da noi c’è al governo un branco di buoni a nulla, capaci di tutto. Gente che risponde al bisogno di certezze e di un tetto per i terremotati dell’Abruzzo scrivendo un decreto legge che è un vero abracadabra, senza praticamente un euro per la ricostruzione e poi, scoperto con le mani nella marmellata, ammette candidamente che lo cambierà e garantirà a tutti i senza tetto la ricostruzione della propria casa (cioè quello che lo Stato ha SEMPRE fatto nelle altre occasioni) e nessuno dice nulla. Gente come  il Presidente del Consiglio che partecipa a festini senza che sia ben chiaro perché e percome, viene accusato da sua moglie di "andare con le minorenni" ed essere una “persona che sta poco bene” e tutti fanno finta di non aver sentito, e se uno prova a fare qualche domanda la risposta sono frizzi, lazzi, spallucce, accuse di complotto e minacce: e tutti stanno zitti o ridono.  Gente che toglie i fondi alla polizia per svolgere le sue funzioni di ordine pubblico e poi fa la faccia feroce a parole delegando il controllo del territorio ai Presidi delle scuole, agli Ufficiali dell’anagrafe e ai medici di pronto soccorso, in barba non solo alla civiltà e all’umanità ma anche al buonsenso, e tutti a battere le mani anziché a fare pernacchie. Gente che contro l’emergenza nelle carceri s’inventa reati che non esistono e inasprimenti di pena e poi si accorge che le carceri scoppiano e propone di ospitare i detenuti nelle navi da crociera ormeggiate nei porti, magari pensano di organizzare delle belle rimpatriate con Apicella e il suo cantante preferito per far bisboccia tra compagni di merende. E così, mentre in viaggio già assaporiamo il passeggio nelle calli, la visione di una delle cose  che ci ricordano che c’è stato un tempo in cui eravamo davvero un grande popolo capace di creare una meraviglia dell’umanità come Venezia, continuiamo a chiederci fino a quando durerà questa notte delle sinapsi di una buona parte del popolo italiano: non perché l’opposizione sia un granchè, anzi. Ma perché questa maggioranza è oltre i confini dell’intelligenza. Mentre siamo certi che gli italiani non lo sono.

Godiamoci Venezia e i nostri amici. E per i 36 piccoli lettori (orami probabilmente solo sei) ci si vede incrocia lunedì. Naturalmente se vi va.

Buon tutto!

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Ne avevamo già parlato anche noi dello Scarabocchio. Dopo aver deciso, appena 374 giorni dall’assegnazione dell’Expo Universale a Milano la creazione della società di gestione dell’Evento, e la nomina ad Amministratore delegato di un uomo fuori dal comune come Lucio Stanca, per la modica cifra di 480mila euro, tra retribuzione e bonus, per la quale era stato necessaria una norma ad hoc nel decreto con cui sono stati fissati i criteri di governance dell’Expo, mancavano solo 2  trascurabili dettagli: la sede della società  e  i soldi per finanziare le opere da realizzare e l’evento. Ma Lucio Stanca non si è perso d’animo. Dei soldi per l’Expo non gliene importa nulla, naturalmente, se si eccettuano quelli per il suo compenso. Ma delle sede, perbacco, sì. Con piglio decisionista del manager di razza qual è ha scelto: la sede della società a Palazzo Reale, nel cuore di Milano. Si tratta di una sede prestigiosa e davvero degna per chi dovrà governare l’occasione del secolo per la capitale meneghina. Con generosità la sindaco del Comune di Milano, Letizia Moratti, ha offerto la sede, ad un prezzo modico. Per l’affitto la simpatica Letizia ha chiesto un prezzo simbolico: prezzo di 1,150 milioni di euro l’anno. Un prezzo da amico, ha detto.  Perché il Comune è obbligato a valorizzare il patrimonio dei cittadini e deve farlo a valore di mercato. E poi per quella sede avevano tante altre richieste. Secondo il presidente della Provincia Penati, s’era candidata Vittoria Beckham. Sia come sia, Lucio Stanca però c’è rimasto male. Credeva, chissà perché, che essendo il Comune di Milano uno dei soci e dei promotori della manifestazione, l’offerta sarebbe stata più generosa. Forse la sindaco è un po’ stanca, e ancora dispiaciuta perché in quel posto voleva il suo fedelissimo Paolo Glisenti, che fu silurato da Lega e da Tremonti. Ma Stanca è proprio un incontentabile. Il Presidente della Provincia Penati ha detto che era disponibile ad offrire, gratuitamente,  la disponibilità di Villa Schleiber. Un posto bellissimo, che si trova però in periferia, a Quarto Oggiaro. E Lucio Stanca si è chiesto: “Cosa ci fa un supermanager da 500 mila euro l’anno come me a Quarto Oggiaro? Ma stiamo scherzando?” Come può il povero Lucio meditare sull’opportunità di dimettersi  da parlamentare per manifesta incompatibilità da Quarto Oggiaro? No, niente da fare: Palazzo reale è la sola risposta a problemi che sono fondamentali per il perseguimento del massimo risultato degli investimenti previsti, nell’interesse della collettività lombarda e nazionale, ha detto, piccato, il buon Stanca alle agenzia di stampa. E’ evidente che ha ragione: e infatti è stato subito spalleggiato da Diana Bracco, la presidente della Società, la presidente di Confindustria milanese, quella che, come vi avevamo già raccontato, è proprietaria di un’area industriale a cinque minuti di auto dai padiglioni dell’Expo per i quali la giunta di centrodestra ha modificato la destinazione d’uso e su quell’area sarà costretta a costruire alberghi e centri commerciali. Ma Stanca è stanco: si è anche visto negare la sua sacrosanta richiesta di avere il premio di 150 mila euro anche in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi dal rappresentante del Ministero dell’Economia, che casualmente è anche il presidente Leghista della provincia di Como. E lui, supermanager dei manager, si sente pure svillaneggiato da Matteo Salvini, superpirla dei pirla,che dice “Mi auguro che le preoccupazioni di un amministratore di una società così importante siano altre e non certo quelle di una scrivania con vista Duomo”. Purtroppo la situazione è grave e la riunione di domani mattina della società rischia di essere un altro fiasco. La squadra di Stanca che prevede 6 direzioni generali per le infrastrutture, relazioni istituzionali, relazioni internazionali, ufficio legale, finanza, pianificazione, comunicazione e marketingè stanca di aspettare. Ma purtroppo c’è anche un altro problema da risolvere: lo ha rivelato Philppe Daverio che vuole costituire al più presto una task force geografica che spieghi all’amministratore delegato e vice presidente della Società dell’Expo 2015 dove è questa città. Perchè Stanca, come Pippo, non lo sa. E anche noi abbiamo qualche dubbio: pensavamo che fosse addirittura il capoluogo della Lombardia, ma a leggere questo guazzabuglio pare la capitale della Terra dei piccoli creti.

Buon tutto!

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Il governo Berlusconi, anche in questi tempi di grave crisi e di difficoltà per le finanze dello Stato, non dimentica di investire per il futuro. Investire in quelle infrastrutture strategiche che fanno la differenza in termini di sviluppo, occupazione, benessere. Certo, i soldi non ci sono, neppure per finanziare la ricostruzione dell’Abruzzo. Eppure, nell’ultima riunione del Cipe, il governo ha lo stesso dato il via libera ai piani di investimento per un nuovo aeroporto. Un hub strategico destinato a cambiare il destino della nazione: l’aeroporto di Viterbo. Il ministro Matteoli ha presentato la relazione illustrativa che prevede 812 milioni di euro di stanziamento di cui 550 milioni a carico dello Stato: 254 milioni per la realizzazione dell’aeroporto, 100 milioni per la ferrovia, 200 milioni per opere stradali e 258 milioni, per le opere connesse. Bravo, ministro! L’aeroporto di Viterbo sarà strategico per il futuro dell’Italia. Sarà lo scalo destinato a sostituire l’hub per il low cost di Roma, attualmente dislocato a Ciampino. La notizia è stata accolta con enorme soddisfazione in tutta Viterbo, in tutta la Tuscia e in tutta Italia, soprattutto in Abruzzo. La scelta di Viterbo non poteva essere migliore: è una ridente cittadina ad appena 120 chilometri da Roma. Una distanza breve, e comunque facilmente colmabile grazie alla velocissima tratta ferroviaria che in meno di 2 ore collega la capitale della Tuscia alla capitale d’Italia. Sembra già di vedere i turisti di tutto il mondo nei loro check-in ascoltare trepidanti la fatidica frase “I passeggeri del intercontinentale New York – Viterbo sono pregati di presentarsi all’ingresso 127 per l’imbarco”.  E dopo un comodo viaggio di 5-6 ore, scendere nella ridente città della Tuscia e prepararsi ad appena altre 2 ore e mezzo di viaggio per essere a Roma città. L’idea è fantastica: Dismettere Ciampino, poco distante da Roma e con un traffico turistico annuo di oltre 5 milioni di passeggeri all’anno, dove volano le principali compagnie low-cost del mondo, Ryan-air in testa, per costruire accanto dell’attuale aerodromo militare di Viterbo una nuova pista. Il Governo ha fatto la scelta coraggiosa senza dare credito alle malelingue. Quelli che dicono che nell’audizione dei rappresentanti della Regione Lazio alla Commissione Trasporti è emerso con chiarezza che il collegamento ferroviario con Roma si farà tra 220 anni. Perché l’importante è che si farà. Il governo ha approvato questo progetto, anche se non è stato ancora sottoposto a Valutazione d’Impatto Ambientale, nonostante si tratti di una procedura obbligatoria per queste infrastrutture e nonostante le malelingue che dicono che l’aeroporto sorgerà proprio a ridosso di una zona di grande pregio archeologico, vomitando tonnellate di cemento per costruire un aeroporto "mordi e fuggi" di turisti diretti a Roma, con un terribile impatto ambientale e per ilo turismo dell’area. Il governo ha approvato questo progetto perché è avveniristico: sarà l’unica pista al mondo su cui si dovrà atterrare e decollare in curva, secondo i documenti elaborati in sede di Cabina di Regia che dicono che l’area presenta alcuni inconvenienti a causa dell’aerea non sufficientemente ampia, la presenza di ostacoli naturali, la vicinanza a concentrazioni urbane e ad una zona militare. Il Governo è andato avanti nonostante le compagnie aeree low-cost hanno detto che se ci sarà il trasferimento da Ciampino a Viterbo saranno costrette ad andarsene perché è uno scalo non competitivo, mentre alcune malelingue di Giornalettisti hanno detto che questa scelta nasconda un (piccolo) favore alla CAI di Alitalia, che vedrebbe penalizzati i suoi concorrenti. Il governo non ha ascoltato le malelingue, ma l’autorevole e disinteressato parere dell’Assessore all’aeroporto del Comune di Viterbo,  Giovanni Bartoletti, che crede nel progetto, per il bene della Tuscia, di Viterbo e dell’Italia. Un uomo che da anni combatte una terribile battaglia con gli irriducibili nemici del progresso, che ne segnalano le difficoltà di realizzazione, il potenziale devastante impatto ambientale, la quasi impossibile sostenibilità economica. No, per fortuna il governo è andato avanti, non ha ascoltato le malelingue. Ha ascoltato invece l’assessore Giovanni Bartoletti, che è spalleggiato dalla “gente”: tanti disinteressati cittadini, che hanno costituito un Comitato per l’aeroporto di Viterbo, di cui è presidente un avvocato, un certo Giovanni Bartoletti. Il comitato sostiene la battaglia per la realizzazione dell’aeroporto da quando il Comune di Viterbo nel 2005 con la delibera n. 743   ha assegnato la sub concessione di aree e manufatti per la "Realizzazione degli interventi infrastrutturali per il completamento dell’apertura al traffico civile dell’aeroporto militare di Viterbo” in favore della Mediterranea Skyward Aviation srl, “alleviando” così l’incombenza alla società pubblica Savit, costituita da Comune di Viterbo, Provincia, Camera di Commercio proprio per lo sviluppo, realizzazione e gestione agli usi civili dell’Aeroporto. Il governo non ha ascoltato quelle malelingue che dicevano che curiosamente nella compagine societaria della Mediterranea
srl c’era anche un avvocato, un certo Giovanni Bartoletti….

Se ti va di leggere la conclusione del Post, vai a Giornalettismo

Buon tutto!

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Uno dei mestieri più affascinanti del mondo è senz’altro quello di Giornalista. E’ un mestiere che ti permette di conoscere le cose, di spiegarle ai cittadini. Di informarli. Di “fare opinione”. Ai Giornalisti è permesso di fare una cosa che piacerebbe a molti: fare domande. Ovviamente, diventando giornalisti famosi, quelli a cui è permesso fare anche le domande più importanti, più significative. Come chiedere ad un uomo o ad una donna che “conta”, che può influire – in parte – sui destini della nostra vita le ragioni dei fatti, le concatenazioni degli avvenimenti, il perché delle scelte e delle dichiarazioni. Non è una cosa semplice, che possono fare tutti. Ci vuole, intelligenza, sensibilità, competenza. E’ un mestiere difficile, che solo donne e uomini seri possono fare. E solo i migliori possono diventare giornalisti importanti e famosi. Noi, con il nostro spirito fanciullino, ad esempio, non ne saremmo capaci. Troppe analisi complicate, troppe argomentazioni complesse, troppe riflessioni intrecciate sulle motivazioni del perché in Italia si fanno certe scelte come ad esempio, le ronde, i presidi spia, i medici spia, le risorse per il terremoto in Abruzzo. O sul perché l’amministrazione Bush ha iniziato e proseguito la guerra in Iraq, sul ruolo della Russia, della Cina, sulle scelte in materia di inquinamento, e tante altre faccende dannatamente complicate. Per queste cose ci vogliono persone serie e competenti: se ci trovassimo al posto dei giornalisti, faremmo un sacco di sbagli. Non è facile fare il giornalista: sei sempre al centro dell’attenzione, devi essere competente, attento, sempre pronto ad informarti, a informare e far conoscere la realtà. Certo nessun giornalista serio avrebbe mai fatto un errore imperdonabile, come quello che ha fatto

Misha Lerner, 9 anni, classe quarta di una scuola elementare ebraica di Washington, zazzera rossa. Questo bambino ha fatto alla signora Condoleezza Rice, una domanda semplice, troppo semplice: “Perché, come dice il presidente Obama, avete applicato tecniche di interrogatorio simili alla tortura?” Misha, ma che combini? Ma che razza di domande fai? Condoleeza c’è rimasta male. E’ così ovvio. Semplice. Troppo semplice. Nessun giornalista serio avrebbe mai fatto una domanda del genere ad una donna così importante. Ma te l’immagini un giornalista bravo come Bruno vespa chiedere a Silvio Berlusconi: “Presidente, ma è vero che si accompagna con delle minorenni, come dice sua moglie?” Oppure a Giulio Tremonti: “Come mai nel decreto per il terremoto dell’Abruzzo non c’è neppure lo stanziamento di un euro?” Ma non hai mai visto una trasmissione televisiva, o letto un’intervista su un quotidiano? Caro Misha, hai proprio sbagliato. Visto che sei un bambino per stavolta sarei perdonato. Però, ci dispiace tanto: tu di certo non potrai mai fare il giornalista.

Buon tutto!

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