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Per un’economia sana serve “Meno Stato più mercato”, Questo slogan che ci propinano da oltre vent’anni è tanto conosciuto quanto sbagliato: siamo finiti in questa trappola di una crisi che si avvita su se stessa proprio grazie a questa sciocchezza, che ha come corollario quell’ortodossia dell’austerity, tanto in voga in Germania e dintorni. Un’ortodossia che ha portato al crollo degli investimenti pubblici e ad una stabilizzazione della spesa primaria corrente al netto degli interessi sul debito a cui è seguito il crollo degli investimenti privati, anche grazie al credit crunch.

Stato mercato

Pensare di uscire da questa situazione solo facendo “riforme strutturali” che nel lungo periodo contribuiscano al rilancio degli investimenti privati (sempre seguendo l’ortodossia del “Meno Stato più mercato”) è un’illusione. Perché le pur indispensabili riforme strutturali non necessariamente faranno ripartire gli investimenti (che tra 2007 e 2014 sono crollati) e se lo faranno lo faranno solo nel lungo periodo.

Il mai troppo rimpianto John Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Il rilancio degli investimenti – e lui lo aveva capito e spiegato benissimo – passa per un rilancio della domanda pubblica. E’ una scelta obbligata. Nelle economie complesse dell’era moderna, senza Stato non c’é mercato. Con buona pace dei neoliberisti all’ammatriciana. Spiace che anche di questo si continui a parlare in modo non trapsarente, almeno nel dibattito politico quotidiano.

Il mai troppo rimpianto John Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Ma se continuiamo con queste politiche scellerate, lo saremo anche nel breve periodo. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Il mito dei tagli indolori alla spesa pubblica è duro a morire. Prova a spiegare che il 75% è fatto di pensioni, sanità, scuola, stipendi, investimenti. Cose comprimibili solo con scelte dirompenti su quantità e qualità dei servizi erogati ai cittadini. Ci sarà sempre qualcuno – un editorialista di fama, un commissario straordinario della Spesa, un supermanager gratificato a dispetto dei risultati aziendali o un Presidente del Consiglio, che pure firma il Def dove queste cose sono scritte – che favoleggerà di grasso che cola da eliminare, di sprechi per decine di miliardi e tagli indolori, e altre menate.

Tagli-indolori

La gioiosa macchina da guerra del pressapochismo e della superficialità è sempre efficiente, e noi sempre avidi di berci queste favole da bar. Poi ci lamentiamo se in Europa ci trattano come un Paese da operetta e non si fidano di noi. Perché lì sanno contare, e sanno che riforme e tagli vanno fatte; ma saranno dolori, altro che grasso che cola e tagli indolori

Finché tutti – politici, media, opinione pubblica – faremo finta di ignorarlo, ci rideranno dietro; alimentando la macchietta dell’italiano adorabile mascalzone, simpatico ma totalmente inaffidabile. Un taglio, questo, il più difficile da fare.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Illuminanti le slides di Cottarelli. Chiariscono i giganteschi equivoci che animano il dibattito politico ed economico italiano in materia di spending review. Il primo, come abbiamo detto più volte, è che si tratta di semplici tagli di spesa, che con la “revisione” hanno poco a che fare. Ma l’equivoco più grande, come è stato spiegato bene anche qui, è che questi tagli non sono solo “indolori” eliminazioni di sprechi ed inefficienze della pubblica amministrazione o di costi della politica.

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Vediamo: nel 2014, il 60 per cento dei 7 miliardi di “tagli” proposti vengono da riduzioni dell’acquisto di beni e servizi, del monte stipendi dei pubblico impiego, dei trasferimenti alle imprese, e delle pensioni. Nel 2016 il 50 per cento dei 34 miliardi di tagli deriva da quelle stesse voci, a cui si aggiungono le riduzioni ai trasferimenti degli enti locali ed alle aziende di servizio pubblico locale (da finanziare soprattutto con aumenti di tariffe) e tagli alla sanità.

Sono anni che colpiamo queste stesse voci; perché se la logica è quella del “taglio”, il bilancio statale offre poche cose su cui incidere. E soprattutto – lo stesso Cottarelli lo spiega – gli effetti non sono solo sulla spesa, ma anche sulle entrate: perché meno stipendi, meno trasferimenti, meno aiuti alle imprese, meno acquisti sul mercato di beni e servizi, forse benefici in termini di efficienza della gestione, sono certamente recessivi.

Bisogna farsene una ragione. E cominciare a riflettere se è quello che vogliamo, se siamo disposti a pagarne il prezzo, e se c’è un’alternativa. L’importante è non prenderci per i fondelli.

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Ci sono Stati nel mondo che registrano attivi di bilancio, cioè entrate pubbliche superiori alle spese. E non si tratta di piccoli staterelli insignificanti, ma di grandi Stati degli USA: Michigan, Nebraska, Wisconsin, Colorado, Missouri. E soprattutto la California, quinta potenza economica mondiale. Il dibattito su come impiegare questi surplus è acceso (in molti di questi Stati si sta per votare), ma non è questo che qui interessa.

crescita-economica

Come hanno fatto questi Stati a registrare questi surplus? Com’è spiegato qui, i surplus derivano da entrate inaspettate entrate fiscali molto più alte del previsto, “pompate” dalla ripresa economica che in Usa è partita da un po’. In quel Paese, infatti, anziché puntare sull’ irresisitibile fascino dell’austerità che piace tanto a molti governi europei, il governo federale e la Banca centrale degli USA hanno puntato su politiche per rilanciare la crescita economica.

Se qualche politico italiano si occupasse di questo anziché delle scemenze che inondano le prime pagine dei giornali, se qualche leader europeo esponesse brevemente questa semplice verità in qualche riunione dei capi di Stato e di governo, avremmo fatto un piccolo passo per risolvere la nostra crisi.

E un grande passo per l’Europa. E per l’Italia.

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Incredibile: Renato Brunetta ha detto una cosa giusta; è accaduto ieri, quando l’ex fantuttone ha fatto notare che, a una settimana dal “varo” della Legge di stabilità, nessuno ne conosce ancora il testo. Il bello è che nel frattempo si sono già scatenati articoli, interpretazioni, minacce di dimissioni di sottosegretari, minacce di scissioni di partiti di maggioranza, minacce di scioperi generali, e chi più ne ha più ne metta.

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Viviamo in una realtà così virtuale che bastano gli annunci, le linee guida della Legge di stabilità per scatenare il finimondo, ovviamente virtuale anch’esso: tutta fuffa. Il fatto vero, la mancanza di un testo su cui discutere (lo avranno già scritto o lo stanno scrivendo?), è un dettaglio irrilevante che resta sullo sfondo.

E continueremo così, a litigare sul nulla per giorni, fino a quando il fantasma della Legge di stabilità si materializzerà. E sarà totalmente ignorato, perché nel frattempo avremo già consumato il tempo a parlare di altre realtà virtuali, altri fantasmi da aspettare.

D’altronde, viviamo nel Paese dei sepolcri imbiancati.

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“Voglio trovare un senso a questa vita” canta Vasco Rossi. Ed è forse questo che ogni giorno tutti facciamo, ognuno a suo modo. Non sempre riuscendoci. Sicuramente ci stavano provando i migranti di Lampedusa, ci provano milioni di persone che quotidianamente sopravvivono tra auto, giornali, vicini, colleghi, amici, famiglie e amori un po’ così. Forse ci provano anche i Ministri che preparano la Legge di stabilità.

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Di sicuro ci sta provando Massimo, 40 anni, una vita spericolata a bere del whisky al Roxy Bar. Poi all’improvviso l’incontro. Martina, l’amore, il matrimonio e una bambina di 4 mesi. E la vita beffarda che – a volte capita – gli chiede il conto. Ospedali, esami, la diagnosi. Massimo da un po’ non s’arrabbatta più a inseguire le vicende di questo strano paese alla rovescia, non guarda la partita in Tv. Ha un unico pensiero: vedere sua figlia crescere, il più a lungo possibile.

Per questo è contento dell’assistenza che riceve, in un ospedale discreto, non fenomenale ma che funziona. Sa che altrove sarebbe già un morto che cammina, o forse uno che non può più neppure provare a cercare un senso che non c’é. Sa, perché nella sua vita precedente era un operatore sanitario, che la sanità italiana non è la migliore del mondo ma neppure la peggiore; solo che una lunga striscia di tagli non sempre giustificabili l’ha portata sull’orlo del collasso: anche nella sua regione, dove la sanità ha sempre funzionato.

Per questo, quando ha sentito per l’ennesima volta in tv che per trovare le risorse che mancano il governo del suo Paese taglierà – forse sì, forse no, chissà – i fondi per la sanità ha cominciato a fischiettare.

La canzone di Vasco Rossi; “anche se questa storia un senso non ce l’ha”.

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Sembra incredibile, ma prima o poi saremo costretti a rivalutare Giulio Tremonti; il principale responsabile della situazione in cui ci troviamo. Perché dopo di lui ci sono stati Monti prima e Grilli poi: niente di che. E adesso, assistiamo al penoso galleggiare di Saccomanni.

Saccomanni

Lo stimatissimo banchiere centrale si è prima inventato un DEF abracadabra, con entrate e spese che “s’aggiustano” per far quadrare i conti, ma incoerenti con le proiezioni ricavabili analizzando i conti trimestrali dell’Istat, da cui alcuni ipotizzano un “buco” a fine anno da 3 a 7 miliardini. Ma passi pure: a trucchetti contabili per far tornare i conti – tipo i rinvii a inizio anno nuovo di trasferimenti programmati per l’anno corrente che magicamente annullano buchi anche consistenti – sono ricorsi tutti i Ministri del mondo.

Ma la “manovrina” ad hoc per il rientro nel parametro del 3 per cento è degna, a partire dal termine usato, di un Tremonti in stato di grazia. Come ha ricordato – per una volta tanto giustamente – il Presidente di Confindustria Squinzi, l’Italia ha bisogno di manovrone: di interventi strutturali pesanti e permanenti, sul versante delle entrate e su quello delle spese.

Rinviarli sine die farà tirare a campare il governissimo delle larghe intese che dicono dovrebbe rimettere a posto l’Italia. Ma farà tirare le cuoia al Paese.

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Non c’è due senza tre, dice un vecchio proverbio. Dopo Piero Giarda ed Enrico Bondi, tocca a Carlo Cottarelli, direttamente dal Fondo Monetario Internazionale, nominato dal Presidente Letta commissario alla “spending review”, un termine magico che evoca, molto semplicemente, una “revisione della spesa”. L’obiettivo è realizzare un risparmio di almeno 4-5 miliardi di spesa pubblica nel 2014, da estendere negli anni successivi.

cottarelli

Ottima idea. peccato che di spending review in Italia si parla dal 2007; fatti, pochini, secondo tradizione. Adesso ci si riprova, e magari sarà quella buona. Ma qualche dubbio resta. Perché la revisione della spesa richiede una fortissima volontà politica, sin qui assente. E scegliere un tecnico prestigioso e di chiara fama è stato sin qui il mezzo migliore per mascherare tale assenza.

E poi, perché per rivedere davvero la spesa bisogna esser consapevoli che non ci si limita ad eliminare i superflui “costi della politica” (che ci sono) e razionalizzare per eliminare gli sprechi della pubblica amministrazione (che ci sono). Bisogna capire che questo significa rivedere la quantità e la qualità dell’offerta di servizi pubblici, chi ne usufruisce, in che modo, come, dove, quando. Una cosa forse giusta da fare, ma difficile e molto dolorosa, che deve mettere in discussione il nostro modo di pensare al ruolo del “pubblico”.

L’esperienza insegna che ogni volta che si è tentata una anche minima razionalizzazione sono scattati corporativismi e resistenze; anche di noi cittadini. Il sospetto che ci si accontenti dell’ennesima bella parola, dietro la quale appare il nulla viene.

Magari Cottarelli, Letta ed Alfano ci smentiscono.

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L’aumento dell’Iva va evitato. L’Imu va abolita. La cassa integrazione in deroga va garantita. Le missioni internazionali vanno rifinanziate. Il cuneo fiscale va diminuito. La spending review è inopportuna. L’abolizione delle Province e il disboscamento di enti, uffici periferici dello Stato portano più danni che benefici. Il finanziamento pubblico ai partiti serve perché la democrazia costa. Di tagli alla sanità ce ne sono stati già troppi. Gli enti locali hanno già dato e quest’anno non riescono neppure a fare i bilanci. La riforma delle pensioni l’abbiamo già fatta e comunque le pensioni d’oro sono diritti acquisiti. Il deficit al 3 per cento è un impegno con l’Europa e non si tocca perché siamo appena usciti dalla procedura d’infrazione e rientrarci significherebbe riaccendere lo spread.

Pesci-pani-Letta

Nel Paese con un debito pubblico tra i più grandi del mondo, con la stagnazione più lunga e prolungata dell’occidente, con la maggioranza parlamentare più ampia che si possa pensare di avere, la Legge di stabilità e il bilancio sono all’orizzonte.

Se non ci pensa prima Silvio a spegnere i fuochi, il governo Letta ha già la soluzione: fare come quel tale che circa duemila anni fa con cinque pani e due pesci ha sfamato cinquemila uomini, oltre a donne e bambini. Facile, no?

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Ieri Confcommercio e Centro Europa Ricerche hanno pubblicato uno studio che vuole dimostrare l’applicazione distorta del federalismo fiscale in Italia: anziché compensare “virtuosamente ” entrate e spese tra livelli nazionale e locale, esso si sarebbe risolto in una duplicazione perniciosa di spese ed entrate. E’ vero?

Si, ma no. Perché è vero che le entrate fiscali locali sono aumentate tanto, così come che le spese correnti locali sono cresciute. Ma questo è normale: il federalismo proprio in questo consiste. Ma lo studio dice: ma anche la spesa nazionale è aumentata, tant’è vero che la spesa corrente totale (nazionale più locale) dai 412,6 miliardi di euro del 1992 è passata ai 753,3 miliardi del 2012, un aumento dell’82,5 per cento. Che spreco, che inefficenza.

Un momento: prima di tutto, sarebbe bene scorporare da questi conti la spesa pensionistica; che è aumentata, e molto, per ragioni che con il federalismo non hanno nulla a che vedere. E lo studio non lo ha fatto. Poi, va ricordato che questi numeri hanno poco senso se non li agganciamo al Pil e al suo andamento. Rifacciamo i conti.

Nel 1992 il totale della spesa corrente nazionale era di 412,6 miliardi di euro; il Pil italiano è stato di 809,6 miliardi: la spesa corrente era il 50,9% del Pil. Nel 2012, la spesa corrente è stata pari a 753,3 miliardi, il Pil valeva 1.565,9 miliardi di euro: la spesa corrente si è ridotta al 48% del Pil. Nessun aumento, anzi.

Consideriamo solo la spesa corrente nazionale: nel 1992, tolta la spesa previdenziale, era 224,9 miliardi, il 27,8 per cento del Pil. Nel 2012 è stata pari a 343,5 miliardi di euro, il 21,9 per cento del Pil: dunque in rapporto al Pil si è ridotta, e non di poco.

Ci sono molti motivi per criticare l’attuazione del federalismo fiscale, un’occasione mancata del nostro Paese. Ma facciamolo facendo bene i conti, anziché sparare titoli a dieci colonne.

Per amore della decenza, oltre che per quello per la verità.

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