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Grillo non lo capisco. Sta disperdendo a colpi di Vaffa un capitale politico di oltre 8 milioni di italiani che hanno chiesto cambiamento. Non so quanti di loro riuscirà nuovamente a convincere che lo stallo non sarà avvenuto – anche, se non soprattutto – per colpa sua.

Bersani non lo capisco. Ha provato a mostrare – comunque in grave ritardo – il suo Partito come quello che avrebbe dovuto essere: il motore del rinnovamento dell’Italia. Adesso si ostina a voler fare il premier, anziché prendere atto dei rifiuti altrui e godersi lo stallo provocato da altri, scegliendosi almeno, senza se e senza ma, il nuovo Presidente della Repubblica.

Napolitano non lo capisco. Ha fallito con il governo Monti, una sua creatura. E si ostina a far finta che l’Italia sia un Paese normale, con i suoi stucchevoli appelli al bene comune che tutti fanno propri a parole ma nessuno segue con i fatti. Dovrebbe semplicemente prendere cappello e lasciare ad un altro la responsabilità della carica.

Silvio invece lo capisco, eccome se lo capisco. Nonostante sia oggettivamente impresentabile e sia il principale responsabile della crisi economica e politica italiana ha mantenuto un forte seguito elettorale, si riprenderà i voti in libera uscita di Monti e pure un po’ di quelli di Grillo, vincendo in carrozza le prossime elezioni.

Con certi nemici che lavorano gratis per lui, non ha davvero bisogno di amici.

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Lo sapevamo già, ma adesso l’ha detto anche l’Unione europea: l’attrattiva di un paese per investire e fare business è rafforzata dall’avere un sistema giudiziario indipendente ed efficiente. Per questo, la vice presidente della Commissione e commissario Ue alla giustizia, Viviane Reding ha detto “giù le mani dai giudici, che vanno lasciati lavorare in modo indipendente”.

Lo sanno anche i sassi, è vero. Lo dicono tutti, è vero. Ma in Italia è un concetto difficile da far digerire, visto che uno che conta, che è stato premier, che tutt’ora partecipa da protagonista alla vita politica parla della magistratura come di un “cancro della democrazia”, che vuole imbavagliare il libero gioco democratico” e via delirando.

Chissà se il Presidente Napolitano, che tanto ha a cuore il bene del Paese, tanto da aver chiesto – neppure velatamente – alla magistratura di “lasciare in pace” il leader del Pdl in questa fase delicatissima della vita politica, si sarà letto il rapporto.

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Le due vicende, tra loro diverse, delle sorprendenti dimissioni in Parlamento – e della vicenda vergognosa dei due Marò che le ha provocate – del ministro Terzi, e le dichiarazioni sopra le righe dell’Assessore siciliano Battiato hanno, a pensarci bene, qualcosa in comune. E fanno pensare. Perché vengono da due “eccellenze”: un grand commis di Stato che l’emergenza default ha portato poco più di un anno fa alla Farnesina; un grande artista e uomo di cultura, che il vento nuovo siciliano ha portato a responsabilità politiche.

Forse, nella nostra ansia di governi tecnici, governi di personalità eccellenti, governi di alto profilo, governi del Presidente, abbiamo scordato una cosa semplice: che la distinzione tra politica e società civile è falsa. Che il vento dell’anti-politica, alimentato anche da molti politici impresentabili, ci ha fatto scordare che la distinzione vera è un’altra: quella tra buona politica e cattiva politica.

Tra pochi mesi si tornerà a votare. Ricordiamocelo. Per evitare di riempire il Parlamento di dilettanti allo sbaraglio, di vecchi e nuovi filibustieri, di eccellenze che non sanno eccellere. E di nani e ballerine (non è un offesa sessista, vero?) che sostengono la tesi che il loro capo davvero credeva che una ragazza marocchina minorenne che partecipava a certe serate eleganti era la nipotina di un leader politico di un Paese arabo.

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Che fine ha fatto l’inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena? No, perché nel corso della campagna elettorale era sembrato – anzi, sicuramente era così – che fosse uno scandalo di dimensioni gigantesche, che avrebbe terremotato l’economia, il sistema creditizio, e soprattutto la politica.

Fioccavano notizie, dichiarazioni, indiscrezioni, riempendo le prime pagine di tutti i giornali. Si chiedevano commissioni d’inchiesta, si infliggevano crucifige. Sembrava nell’aria l’interrogatorio di Bersani, magari un suo arresto. Magari anche una chiamata in correo per Berlinguer, per Togliatti, per Gramsci. E non ci sarebbero stati legittimi impedimenti a fermare la magistratura e la libera stampa.

Poi, improvvisamente – appena passate le elezioni – puf, niente. La notizia è sparita persino nelle pagine interne dei quotidiani, alle prese evidentemente con notizie più succulente. Non se ne vede traccia neppure negli approfondimenti, nelle inchieste. Se tutto va bene, ci saranno due righe in qualche cronaca locale.

Ovviamente, è solo una coincidenza.

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Il nostro è un Paese meraviglioso, unico al mondo; non solo per bellezza, clima, cibo, ma anche per i suoi magnifici abitanti. I quali, tra tante qualità sono dotati di un inarrivabile senso per il comico, così spiccato che in Politica hanno comandato a lungo comici dilettanti ed ora che il gioco si fa duro stanno entrando in campo i professionisti. Un Paese dove ieri ci si vantava di non aver studiato (tanto a che serve?) ed oggi di essere “impresentabili”.

A volte capita però questo senso del comico debordi e superi il limite umano, per entrare nel divino. Un esempio? Il Dipartimento delle Finanze sforna i dati sulle dichiarazioni dei redditi; e viene fuori, come ogni anno, che i dipendenti dichiarano redditi superiori ai loro datori di lavoro. E nessuno apre bocca.

Non solo: si scopre, per l’ennesima volta, che su oltre 40 milioni di contribuenti solo 426 mila italiani dichiarano più di 100mila euro di reddito. E solo 31mila più di 300mila euro. Bene: sSolo nel nostro meraviglioso Paese il giorno che escono dati così si fa una manifestazione di piazza “contro il fisco oppressivo”.

E, soprattutto, nessuno si sente ridicolo.

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Gli editoriali dei principali giornali italiani sull’intricata partita politica in corso sono sconcertanti: non si sa se prevalga l’imbecillità o la malafede. Tutti chiedono un “governissimo”, comunque chiamato, per il “bene del Paese”. L’Italia ha urgente bisogno di un governo, è vero. Ma non un governo purchessia.

E’ curioso che mentre tutti chiedono il “passo indietro” a Bersani nessuno, Grillo incluso, si preoccupi di chiederlo a Berlusconi. Come se Silvio non sia oggettivamente – visti i processi in dirittura di arrivo nei quali sta per essere probabilmente condannato – un ostacolo quasi insormontabile ad un cosiddetto governo di scopo.

Il Pd ha dimostrato molte volte di avere un’alta vocazione autolesionistica. Ma chiedergli in maniera così palese il suicidio, ed aspettarsi che accetti, sembra un po’ troppo.

Magari un Tafazzi baffuto spunta fuori anche stavolta; ma ne dubito.

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I primi giorni di attività parlamentare, oltre all’elezione dei Presidenti, Capigruppo, questori e compagnia cantante, si caratterizzano per la presentazione dei ddl. Come ad ogni legislatura, non mancano le proposte stravaganti: istituzione di una nuova regione, di una giornata contro la povertà ed altre amenità). Ma il dato che colpisce è un altro.

In pochi giorni, sono già stati proposti 551 disegni di legge, 324 alla Camera e 227 al Senato. Un numero spropositato, nel Paese dalla 200 mila leggi. Oltre tutto di questi, com’è avvenuto anche per legislature passate e con speranze di vita ben più elevate di questa, quasi nessuno diventerà legge dello Stato.

E allora, perché? Certo, non va bene che gente ben pagata per fare le leggi non ne proponga neppure una, come avviene per i neofiti del 5 stelle, che evidentemente si stanno prendendo un po’ di tempo per imparare. Ma non va bene neppure misurare la capacità del parlamento e dei suoi rappresentati da numero di leggi proposte. Che facciamo, misuriamo le leggi un tanto al chilo?

Cari deputati e deputate, senatori e senatrici: non fate finta di fare le leggi. Proponetene poche, ma buone. E approvatele. E’ il vostro lavoro.

In Italia i badanti, donne e uomini che assistono anziani e malati sono 774 mila. Più dei dipendenti delle Aziende sanitarie locali, 646 mila persone. La sostituzione del welfare pubblico con il welfare familiare, incensata da certi politici in voga in anni recenti, è un dato che dovrebbe invitare molti ad una riflessione.

Per anni si è sparato a zero sul ruolo del pubblico. Anche per colpa di una serie di sprechi ed inefficienze che molta cattiva stampa ha strumentalmente usato per sparare a zero su istruzione pubblica, sanità pubblica, politiche sociali pubbliche. La necessità di “razionalizzare le spese”, che si è tradotta nei tagli lineari del governo Berlusconi prima e di quello Monti poi, ha fatto il resto.

Pochi hanno spiegato che dietro quelle parole ragionevoli si celava una sgradevole verità: welfare fai da te, istruzione fai da te, politiche sociali fai da te. Detto brutalmente: arrangiatevi. Chi ha i soldi per pagarsi buone cure, assistenza a domicilio e altro, bene. Gli atri, cazzi loro. E gli altri, quasi sempre, sono quelli meno ricchi.

Adesso la statistica ci spiega uqello di cui alcuni di noi avevano già notato: le politiche recessive, le politiche “liberiste”, penalizzano i meno ricchi. E infatti, la disuguaglianza nel mondo aumenta, e la povertà invade il terreno dei cosiddetti ceti medi. Dappertutto, ma in Italia di più.

La prossima volta che leggete qualcuno prendersela con lo Stato, con le politiche pubbliche, con il sistema sanitario nazionale, con la scuola, e vantare le lodi del “privato”, pensateci.

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Dopo la guerra senza esclusione di colpi per la conquista del voto dei moderati italiani, ecco che questa parola torna di moda: l’ha tirata fuori Berlusconi, reclamando un “moderato” al Quirinale. L’idea ha un certo fascino: per quel posto serve saggezza, lungimiranza, pazienza. Negli ultimi ventuno anni ne è servita tanta.

Ma chi sarà il moderato a cui pensa Silvio Berlusconi? Se stesso, che giusto ieri ha definito la magistratura, un potere dello Stato, “un’associazione a delinquere”? Un Verdini, un Bondi, uno Sgarbi, un Brunetta? Oppure gente cresciuta a pane e fascio come La Russa e Gasparri? Oppure tipi cresciuti a pane e conflitto d’interessi, un Confalonieri, un Gianni Letta, un Ennio Doris? O, siccome è ora di una donna, una Daniela Santanché?

Un moderato al Quirinale noi lo ricerchiamo (tranquillo, Silvio: ricercare non nel senso che pensi tu). Sarebbe interessante conoscere il tuo “dinosauro dal cilindro”. Nel frattempo, se qualcuno scova un moderato tra i dirigenti del Pdl, lo segnali.

Magari lanciamo una petizione a suo favore.

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Giorgos Katidis, ventenne centrocampista dell’AEK Atene, ha festeggiato il gol della vittoria con un inequivocabile saluto nazista. E’ stato radiato a vita dalla nazionale, probabilmente verrà anche cacciato dal suo club. Lui si è difeso dicendo “Non sono un fascista e non l’avrei fatto se avessi saputo che cosa significava”. Il suo allenatore Edwald Lienen ha aggiunto: “Sono al 100 per cento sicuro che Giorgos non sapeva quello che faceva”.

Katidis e Lienen forse se ne rendono conto, ma la scusa è quasi peggio del gesto. Perché se si trattasse di una pietosa bugia per mascherare un orientamento politico spregevole farebbe ridere, se invece fosse la verità farebbe piangere. No, non è proprio ammissibile non sapere cose significhi il nazismo: neppure il peggiore degli ignoranti e degli imbecilli può permetterselo.

E’ arrivato il momento, per tutti noi uomini e donne di buona volontà e di tanta, troppa pazienza, di dire basta. Girano troppi imbecilli, anche tra quelli che “contano” nell’opinione pubblica, che seminano bugie, odio e razzismo senza essere zittiti e puniti come meritano: nello sport, nei media, in politica.

E’ arrivato il tempo della tolleranza zero. Contro l’imbecillità.

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