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Il match tra “diversamente berlusconiani” contro “lealisti” che sta dilaniando quel che resta del centrodestra italiano è uno spettacolo finalmente divertente nel desolante panorama della politica italiana. Si tratta di scontri fra autentici titani: Alfano contro Fitto, Lorenzin contro Santanché, Sacconi contro Brunetta.

fitto_alfano

Meglio di Eva contro Eva, Frazer contro Clay, Gambadilegno contro Macchia Nera. Perché se il “diversamente berlusconiani” detto da gente che pugnala alla schiena l’ottuagenario leader pregiudicato a cui deve praticamente tutto è divino, il “lealisti” è addirittura mitico.

Lealtà è una gran bella parola: alta, nobile, anche se poco praticata. Ma “lealista” non è esattamente uguale a “leale”; il lealismo della lealtà è la versione parossistica, al limite del caricaturale: è una lealtà tributata a un leader forte, autocratico, in genere ad un sovrano assoluto. Non a caso durante la guerra per l’indipendenza americana, i lealisti stavano con la corona inglese; in Libia i lealisti erano quelli di Gheddafi.

Scambiare la leatà con il lealismo (pardon, servilismo) è il tipico errore dei cortigiani di professione. E, oltrettutto, il termine lealtà deriva dal latino “legalitas”: e questo sembra davvero troppo.

Il berlusconismo, purtroppo, è un male che ci resterà attaccato ancora a lungo. Ma voi che ve ne state spartendo le spoglie, prima di gettarvi allo sbaraglio in un’impresa impossibile, ripensateci; o almeno, cambiate nome.

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Enrico De Nicola era un uomo di destra, un liberale: non era neppure un antifascista. Non fu esule, anzi: fu prima presidente della Camera e poi Senatore del Regno durante il ventennio. Non era un leader carismatico, anzi: era prudente al limite dell’indecisione. Non urlava, non aizzava le folle, non s’interessava alle poltrone, anzi: accettò con riluttanza di essere il primo Presidente della Repubblica italiana, lui che era sempre stato un monarchico convinto.

Enrico-De-Nicola

Era un uomo umile, una persona onesta e perbene: arrivò da solo con la propria auto quando venne eletto Presidente. Non si stabilì al Quirinale, non accettò un centesimo di stipendio né di rimborsi spese, anzi: pagava di tasca propria. E agli incontri ufficiali arrivava con un cappotto rivoltato, riparato da un sarto napoletano.

Chissà cosa starà pensando, seduto su una nuvola, guardando questa notte della Repubblica. E chissà cos’è accaduto in questi 54 anni alla destra italiana, per passare da Enrico De Nicola a Silvio Berlusconi.

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La cupio dissolvi del berlusconismo diventa la cupio dissolvi della Repubblica italiana; senza offesa, non è che ci volesse molto a capirlo. Farebbero sorridere – se non fosse che ne pagheremo pesantemente dazio – le cassandre che ora ricordano le conseguenze della scelta scellerata di Berlusconi (pateticamente giustificata con il mancato provvedimento sull’Iva) per la situazione esplosiva del nostro debito pubblico. E i piagnistei per il bisogno di riforme strutturali che non si fanno, e per i rischi per la tenuta del nostro sistema.

Il fatto è che siamo tutti nudi di fronte ad una questione semplice, che tutti fanno finta di non vedere: in un Paese “sano” uno come Berlusconi nella migliore delle ipotesi fa il leader di una formazione estremista del 5 per cento, che nessuno caga. In Italia diventa uno “statista”. E la colpa è di tutti: berlusconiani, antiberlusconiani e “diversamente” berlusconiani.

Siamo un Paese che preferisce costantemente ciurlare nel manico anziché prendere di petto i suoi problemi; che c’erano anche prima di Berlusconi e che il suo ventennio ha semplicemente aggravato, esaltando i nostri vizi come se fossero virtù. L’Italia è al tramonto e l’unica fortuna è che il Mondo non può permettersi il default dell’Italia, perché sennò con questa classe dirigente ci saremmo già dentro.

Mentre la possibilità di un commissariamento del nostro paese si fa sempre più concreta, cerchiamo almeno uno scatto di reni. Facciamoci, tutti, un bell’esame di coscienza. E, per favore, stavolta liberiamocene.

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Il governo Monti, attuando una delega del Parlamento, ha previsto nel 2012 la soppressione di 31 tribunali, 31 procure, 220 sezioni distaccate di tribunale e 667 uffici del giudice di pace. La sua applicazione – che si conclude proprio in questi giorni – sta sollevando polemiche, blocchi stradali, sommosse.

tribunale-soppresso

Arrabbiatissimi gli amministratori locali, gli avvocati, i magistrati. E anche moltissimi parlamentari del Pd e del Pdl, inclusi big come Gasparri e Matteoli. Questo, nonostante la riforma abbia avuto un lungo iter, preveda criteri oggettivi, abbia ammesso diverse eccezioni; e nonostante la ministro Cancellieri abbia recentemente consentito in molti casi la permanenza – almeno provvisoria – di uffici e sezioni per svolgere alcune funzioni “minori”.

Forse la riforma è giusta; o forse no. Ma comunque, è stata varata con il voto favorevole di Pd e Pdl, da governi sostenuti da Pd e Pdl, cioè da quei parlamentari (big inclusi) che adesso strepitano per la vergognosa chiusura dei tribunali minori. E la ministro Cancellieri già annuncia possibili correttivi.

Ora, se la maggioranza delle “larghe intese” riesce perfino a mettere in discussione (e, forse, a non applicare) una mini-soppressione di qualche tribunale di periferia, adottata dal precedente governo tecnico che delle larghe intese è stato il pre-quel, davvero bisognerà che qualcuno ci spieghi a cosa serve questo governo delle larghe intese.

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Molti suoi amici dicono che sia furioso e stia preparandosi ad un discorso bomba sull’ “uso politico della giustizia”. Alcuni dicono che sarà peggio del “j’accuse” di Craxi in Parlamento; altri evocano persino il discorso di Mussolini al Teatro Lirico di Milano. Come nel Caimano di Moretti.

Difficile crederlo. E non perché l’uomo sia uno statista, e non piuttostoquello che buona parte degli italiani, inclusi anche molti “moderati” e “conservatori” (e anche qualche “reazionario”) non accecati dal culto della personalità, considera ormai più dannoso che inutile – non ai destini del Paese, di cui frega poco a quasi tutti – ma al loro “particulare”.

No, il motivo è un altro. Silvio può non piacere, ma è un vincente nato. E sa certamente che i due discorsi a cui si paragona quello che starebbe preparando secondo le indiscrezioni dei suoi fedeli sono – storicamente – preludi di due sconfitte; anzi di due vere e proprie “eliminazioni”: Craxi poco tempo dopo quel discorso finì in esilio (o meglio, tecnicamente, in latitanza), Mussolini lo pronunciò pochi mesi prima di Piazzale Loreto.

Berlusconi, a meno di non essersi del tutto rimbambito, non seguirà quella scia: non gli conviene.

Il Caimano furioso sarà anche un’ipotesi possibile. Ma è molto molto improbabile.

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L’Italia è piena di governi del fare, di uomini e donne del fare. Non solo a Roma. Nella laboriosa ed operosa Lombardia, nella provincia di Brescia, qualche giorno fa, grazie all’alacre opera dell’amministrazione provinciale di Brescia e al finanziamento della Regione Lombardia, è stato inaugurato un tratto di pista ciclabile di un chilometro e mezzo che congiunge S. Giacomo con le gallerie della Gardesana, nel comune di Gargnano. Un piccolo stralcio del percorso ciclabile del Garda, il grande sogno di una pista che costeggi tutto il lago, per la gioia di turisti e residenti.

La commozione di autorità, bande, fanfare era palpabile. I governi, gli uomini e le donne del fare gongolavano: gioiva il capogruppo del Popolo della Libertà in Regione Lombardia, era soddisfatta l’assessore provinciale Pdl. Dimentichi persino del grave vulnus alla democrazia della sentenza della cassazione.

Certo, fare costa: ci sono voluti 1 milione e duecentomila euro. Soldi ben spesi, necessari per la messa in sicurezza delle pareti rocciose a strapiombo e per la sistemazione di un bellissimo tratto di galleria, già esistente ma finora impraticabile.

Ma il destino era in agguato: i ciclisti che si sono presentati questo fine settimana hanno trovato la strada sbarrata, chiusa. Accesso vietato. Perché un altro governo (anch’esso del fare?), altri uomini e altre donne, ovvero l’amministrazione comunale di Gargnano ha ritenuto che la pista “non è in grado di garantire gli standard di sicurezza previsti dalla legge”. E l’ha chiusa.

L’Italia è piena di governi del fare. Di uomini e donne del fare. Fare questo, fare quello, fare anche quest’altro.

Anche fare ridere. O piangere.

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Giorgio Napolitano è un galantuomo, un uomo d’onore. Dopo la richiesta del Pdl di trovare un modo per concedere “agibilità politica” al condannato Berlusconi, si augura che nessuno si intrometta “in una fase di esame e riflessione che richiede il massimo di ponderazione e serenità”.

Napolitano, lo sanno tutti, è un galantuomo, un uomo d’onore. Chissà su cosa deve esattamente riflettere. L’idea che ci sia una ponderazione da fare sul principio che “la legge è uguale per tutti” suona un po’strano; a meno che non esaminare una deroga, “in nome del bene supremo del Paese”, ad una delle regole fondanti di una democrazia.

No, impossibile. Napolitano è un galantuomo, un uomo d’onore. Ma magari rifletterà su un precedente: quando un Presidente della Repubblica di nome Giorgio sostenne, dopo una manifestazione del Pdl davanti al Tribunale di Milano per la visita fiscale richiesta ad un Berlusconi che si dava malato (ed un medico accertò che non lo era) che era “comprensibile la preoccupazione di veder garantito che il suo leader potesse partecipare alla delicata fase politica” in cui si trovava l’Italia.

Quella fase era la consultazione per la formazione del governo dopo le elezioni di febbraio e la vicinissima convocazione per l’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica. E sappiamo com’è andata a finire.

Ma Napolitano, lo sanno tutti, è un galantuomo, un uomo d’onore. Farà quello che è giusto, dovuto, limpido. Non ci sfiora affatto il pensiero di uno che se ne intendeva molto.

A pensare male, si fa peccato. Ma spesso ci si azzecca.

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Secondo Letta in questo governo e nei suoi provvedimenti ci sono tante cose di sinistra, o almeno, del Partito democratico. Sarebbe dunque falsa l’impressione che sia il Pdl a dettare la linea, e questo accde solo perché “loro” (il Pdl) sono molto bravi a rivoltare la frittata.

Non si sanno le doti culinarie di Brunetta, Berlusconi, Santanché e dei loro compagni di merende. Di sicuro la “cifra” del programma elettorale del Pdl era l’abolizione dell’Imu, mentre quella del programma elettorale del Pd era il lavoro.

Ora, lasciamo stare le varie “donazioni di sangue” che, sull’altare della stabilità, il Pd ha già pagato a Berlusconi e ai suoi dipendenti: Alfano, la sospensione dei lavori del Parlamento, e altre storielle. Ma come mai si discute da tre mesi come trovare le coperture per l’abolizione dell’Imu e non si sente una parola sul lavoro? E sulle liberalizzazioni?

Per non parlare che si fa – sotto sotto, ma neanche troppo – un tifo boia per un rinvio da parte della Cassazione della vicenda Berlusconi.Come mai Letta chiede al “suo” Pd di seguirlo e sostenerlo di più (più di così?), ma non cucina la “sua” frittata, dando la fondata impressione di preferire la cucina di quelle altrui?

Poi non lamentatevi se quell’altro irresponsabile di CasalGrillo riguadagna voti.

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Quagliariello Gaetano, ex saggio di Napolitano e attuale Ministro del governo Letta, invoca le riforme costituzionali. Perché “il Paese ha bisogno di una profonda manutenzione”. Bravo, Gaetano! E’ vero, questo Paese ha un grande bisogno di essere “manutenuto”.

All’Italia serve una riforma fiscale che stronchi l’evasione per poter abbassare le tasse. Una riforma della giustizia, che punisca corrotti, concussi, ladri; renda giustizia a chi la reclama e non aiuti chi può circondarsi di avvocati e farsi leggi su misura. Una Pubblica Amministrazione efficace ed efficiente, funzionale al cittadino e non al potente di turno. All’Italia servono queste, e molte altre riforme, che si possono fare senza toccare una virgola della Costituzione.

Sarà d’accordo sicuramente anche Quagliariello Gaetano, l’ex saggio di Napolitano e attuale ministro di Letta. Lo stesso che nel 2011 scrisse ai cattolici italiani una lettera aperta chiedendo di “sospendere ogni giudizio morale” su Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile. Che assieme ai suoi colleghi di partito sostenne in Parlamento che Berlusconi credeva davvero che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Quello che con tutit gli altri era davanti al Tribunale di Milano a protestare pro Silvio Berlusconi pochi mesi fa.

All’Italia serve una bella manutenzione, verissimo. Bisogna intendersi sui termini: la manutenzione che serve all’Italia è una nuova etica, una nuova morale. Potremmo iniziare liberandoci dei troppi “mantenuti” e “manutenuti”.

Sei d’accordo, Gaetano?

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Per Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera dei Deputati, Piero Grasso, Presidente del Senato, e Laura Boldrini, Presidente della Camera, ovvero la seconda e terza carica dello Stato “lavorano per disegni organici a minoranze estremiste”.

Per Daniela Santanché, persistente candidata alla Vicepresidenza della Camera, Fabrizio Saccomanni, Ministro dell’Economia ed esponente chiave del Governo, “non è il ministro giusto al suo posto. Serve una visione diversa”.

Nel frattempo Re Giorgio II continua a decantare le lodi delle larghe intese e del bene supremo della stabilità politica.  Chissà se prima o poi si sveglia, ed usa la stessa solerzia con cui stoppò le imminenti sentenze del Tribunale di Milano per permettere a Berlusconi di “partecipare alla vita politica” poco prima della sua rielezione a Presidente della Repubblica.

Forse lassù l’aria si è fatta troppo rarefatta. Chissà.

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