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Sotto una pioggia leggera un uomo pedala, sul viso un sorriso che sembra una smorfia amara; ha settant’anni, ma sembra un ragazzo. Gli occhi fissano un punto lontano verso la montagna; forse pensa a quel giorno caldo a Montjuich, quarant’anni ormai, quando salì sul tetto del mondo battendo il cannibale.

Il cannibale, sì. Quel belga dagli occhi sottili che pedalava più forte di tutti e vinceva sempre. Ma c’era anche lui, con il suo sorriso simile ad una smorfia amara. Lì, sempre lì, lui davanti e l’altro dietro: lo scatto, il sudore, le bestemmie, la vittoria, la sconfitta, la vita che va via, come una montagna appena scalata.

Son passati quegli anni; eppure quel signore che pedala leggero verso quella montagna sembra volare, come vola un passerotto smarrito che sfida il potente falco; sa che perderà, ma non importa: qualcosa lo spinge ad andare. Andare, correre, volare; salite e discese, arrivi e volate, sudore e lacrime per le strade d’Europa.

Lui e quell’altro, sempre assieme e sempre contro: l’Italia, la Francia, la Spagna; il pavè di Roubaix e il sole di Sanremo. Anni, corse, sudore, su e giù per montagne imbiancate, con il vento che toglie il respiro, tra migliaia di persone che ti gridano bravo. E tu a chiederti che senso ha arrivare lassù, in cima alla montagna, il sorriso sul viso come una smorfia amara.

E capire alla fine che non importa il senso, che il senso è solo questo andare verso il sole. Andare, volare, come quest’alito di vita che corre nel vento e se va via; correre senza un perché, sorridere amaro al tuo tempo che corre e passa, ingiallendo nella memoria. Pedalare leggero, guardando quel cielo nero verso la montagna, accarezzando il presente di un grande passato mentre la vita scivola via. Lui e il cannibale, assieme nel vento.

Sorride, quell’uomo di settant’anni, nel viso una smorfia che si perde tra la pioggia leggera, gli occhi dirtti verso quella montagna. Non importa vincere, l’importante è andare, arrivare in cima senza sapere perché, a quel traguardo lontano, sempre più vicino.

Perché è così che è davvero Felice. Felice Gimondi.

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La Cina ha deciso di pagare in yuan e non in dollari, come fanno tutti, le forniture di petrolio russo. Ma che ce ne importa? Diranno i nostri 36 piccoli lettori. Invece ce ne dovrebbe importare.

Perché dalla fine della seconda guerra mondiale il dollaro è moneta di riferimento delle transazioni economiche mondiali e vero e proprio “bene rifugio”. Il mezzo che ha sancito la supremazia Usa sul mondo in economia, ma anche in politica. Quindi questo fatto potrebbe avere un bell’impatto su assetti ed equilibri geopolitici mondiali. Dunque sulle nostre vite.

Fa sorridere, per non piangere, il ricordo delle velleitarie pretese di fermare la Cina proclamate da ex ministri nostrani, che molti spacciavano per esperti di economia mentre erano solo sprovveduti provincialotti che pensavano di fermare un uragano a mani nude.

Invece – anche se, mentre gli altri si organizzano, noi pensiamo ad altro – moriremo cinesi. L’idea, ammettiamolo, non affascina, anche se non è detto che sia per forza un male.

La Cina non è una minaccia. Può essere un’opportunità. Basterebbe smetterla di baloccarsi o avere paura, e pensare invece come inserire al meglio l’Italia in questo ineluttabile cambiamento.

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Mitt Romney e Andrew Mitchell vanno ringraziati. Il candidato Repubblicano alla Casa Bianca, che ha detto che il suo lavoro non è preoccuparsi dei poveri; il capogruppo dei Conservatori inglesi, che ha apostrofato due poveri poliziotti con un “Fottutissimi plebei, state al vostro fottutissimo posto”.

Grazie perché ricordano ai troppi distratti o confusi che essere di “destra” significa, magari animati delle più nobili intenzioni, essere profondamente convinti che il mondo si divide in pochi “eletti” che hanno il diritto di guidare gli altri: plebei, poveri, il cui compito è “stare al loro posto”.

Il frettoloso – e spesso non disinteressato – abbandono della antica ma evidentemente valida distinzione tra elitès e plebe, tra padroni e “servi”, tra ricchi e poveri, tra miseria e nobiltà è dunque uno sbaglio. E quella che in tempi antichi – forse non troppo – si chiamò “lotta di classe” ha ancora più di una ragione di essere.

Smettiamola di chiamare “gaffes” dichiarazioni che sono semplici manifesti programmatici, molto più concreti ed efficaci di tanti vuoti discorsi televisivi.

Prendiamone atto, e – anche in vista delle prossime elezioni – avremo le idee più chiare.

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Era inevitabile che, complici i recenti scandali in Lombardia e poi nel Lazio, iniziassero a spuntare comitati per l’abolizione delle Regioni; un’idea che riscuote un certo successo anche in ambienti accademici. Dunque, dopo le Province, facciamo fuori anche le Regioni. Ma è giusto?

Mah. I dibatti sugli assetti spesso nascondono l’incapacità – o la non volontà – di affrontare la questione del cosa vogliamo che sia l’Italia politico-amministrativa di domani: chi deve fare cosa (privato e/o pubblico, livelli nazionali e/o locali) e con quali mezzi finanziari. E, solo a quel punto, pensare agli “assetti”: abolire le regioni o accorpare le più piccole, eliminare le province o rivederne numero compiti e funzioni, accorpare i comuni e via ridisegnando.

Invece si preferisce scorrazzare tra i numerosi scandali e malaffare – a quando un’analisi su quanto ci costano i piccoli comuni? E gli sprechi nei grandi centri? E quelli nei ministeri? – di una classe dirigente tutta presa dal “arraffa arraffa”, con una stampa ed una pubblica opinione sempre distratte (a voler esser buoni) che si svegliano di colpo gridando: “Dagli all’untore!”

Qualcosa da abolire in effetti c’è: la mala informazione e soprattutto la cattiva politica. Al centro e in periferia.

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L’Italia invecchia. Il benessere, cure sempre più efficaci, un buon sistema di prevenzione, ed ecco che la vita s’allunga. Dovrebbe essere una fortuna, da salutare con gioia. E invece, diventa un problema. Perché il sistema pensionistico va in tilt: troppi pensionati rispetto ai lavoratori attivi. Il rimedio sembra semplice: allunghiamo i tempi della pensione, e il gioco è fatto. Giusto, no?

No. Perché in questo modo non si fa spazio ai giovani. Perché i giovani finiscono gli studi e poi “premono” per entrare nel mondo del lavoro; ma i “vecchi” lavorano più a lungo. E così, cresce la cosiddetta “offerta di lavoro”: da qui al 2020 serviranno 1,6 milioni di posti di lavoro in più.

Ma i posti di lavoro non si creano con la bacchetta magica: per assorbire quest’eccesso di manodopera, il Pil italiano dovrebbe crescere in media dell’1.5 per cento all’anno. E invece qui si cala, o se va bene si “tiene”. E un bel rebus. Su cui chi si candida a governare dovrebbe riflettere, magari suggerendo qualche soluzione. Perché “Protestare é facile, governare è molto più difficile” (Di Pietro dixit).

Cari Beppe Grillo, Bersani, Vendola, Renzi, Casini, Berlusconi, Montezemolo, Di Pietro e compagnia, quando avete finito di aprire bocca e dar fiato fateci sapere che idee avete.

Astenersi perditempo.

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Rosario il ragazzino guida sulla statale che porta ad Agrigento. Fa caldo, ma non importa. Rosario Livatino non è priorpio un ragazzino: ha 38 anni, ed è sempre stato un bravo ragazzo; intelligente, si è laureato a 23 anni, e a 26 è diventato magistrato. A chiamarlo ragazzino è stato un uomo da poco che fa il Presidente della Repubblica. Rosario il ragazzino ha già dato molti dispiaceri agli uomini d’onore della Stidda agrigentina.

Rosario sarà anche un ragazzino, come hanno detto per denigrarlo, sminuirlo, forse intimidirlo. Ma lui pensa, come tanti, che essere ragazzini è una fortuna. Perché hai entusiasmo, energia, voglia di cambiare le cose e il mondo, come solo i ragazzini riescono a immaginare. E qualche volta ci riescono. Così Rosario il giudice ha tirato dritto, continuando a confiscare, sequestrare, indagare. E per questo, mentre cammina sulla statale senza scorta, per andare come ogni giorno al lavoro, in questa calda mattina di settembre, viene ucciso da 4 sicari.

Oggi, in questo paese molto bravo a piangere i morti e chiamarli eroi, ed anche molto veloce nel trovare nuovi eroi da celebrare e poi dimenticare, forse pochi si ricordano di Rosario, del giudice ragazzino che fece la guerra alla mafia e fu ammazzato sulla statale per Agrigento.

Ma non importa, perché, come ha detto quel ragazzino una volta, “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.”

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I giovani italiani restano a casa a lungo, a volte anche tutta la vita. Lo si dice spesso, ed è di ieri l’ennesimo studio approfindito sull’argomento. Molti giovani italiani, in percentuali superiori al resto del mondo, vivono a lungo assieme ai genitori, o se ne staccano il minimo indispensabile, vivendo a poca distanza dalla famiglia di origine.

Spesso, è vero, non è una scelta, ma una necessità imposta dalle condizioni economiche e sociali precarie di un’intera generazione. E da un welfare inesistente, con una coesione sociale che si regge solo grazie alle reti familiari, diffusissime nel nostro Paese.

Però, uno scatto d’orgoglio, un’impennata, da parte dei giovani italiani ci vorrebbe. Se non altro per non correre il rischio di passare davvero per dei cocchi di mamma.

Basterebbe anche un bel vaffa generazionale, a tutto e a tutti. Una risposta magari sbagliata, ma meglio di questa rassegnazione, che appiccicata a ragazzi e ragazze di venti o uomini e donne di trent’anni mette una gran tristezza.

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La crisi c’é. Eccome se c’é: il mondo intero arranca, tante aziende grandi e piccole sono in difficoltà: prodotti invenduti, marchi in disarmo, affari pochi e maledetti, crisi di liquidità.

Però, la Apple ha una capitalizzazione di borsa che supera il Pil della Svizzera e di molti altri Paesi del mondo benestante; ha tanto denaro liquido da poter acquistare insieme Hp, Facebook e Yahoo. E il nuovo I-phone non è uscito e già ci sono ordini per più di due milioni.

La crisi c’é, ma cos’é? Gli esperti dicono: nessuno compra più abiti, auto e frigoriferi; mentre i gadget elettronici – cellulari, smartphone, pc, tablet – vanno alla grande. Giusto. Però, anche tra chi vende prodotti “vecchi”, c’è chi va bene e chi va male. In tutto il mondo; anche in Europa. E persino in Italia.

E allora cos’é questa crisi? Forse il successo di Apple (e di tanti altri, nell’abbigliamento come nell’automobile) è anche merito dei prodotti che vende: accattivanti, emergenti, appetibili. Forse anche di un management capace.

La crisi c’è, e si vede. Ma forse nel declino di tante aziende c’è anche qualcos’altro. Su cui si preferisce sorvolare.

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C’era una volta il popolo delle partite Iva. Le centinaia di migliaia di micro imprese che hanno fatto la fortuna del nord est (e della Dc prima e della Lega poi). C’era una volta, già. Perché sembra che questo piccolo mondo sia sul punto di sparire.

Lo dice una ricerca della CGIA di Mestre: delle circa 721 mila imprese individuali esistenti, solo una metà sopravvivrà al cambio generazionale. L’altra metà verrà chiusa o al massimo venduta a terzi.

Solo in minima parte dipenderebbe dallo scarso interesse dei figli, o da figli incapaci. Questa morte annunciata, secondo questo studio, sarebbe colpa soprattutto della crisi economica: troppi sacrifici per pochi guadagni. Il gioco non vale la candela.

Se è vero – bisogna sempre diffidare un po’ di queste “indagini” – significa che stiamo per diventare un paese di poveri; a meno che questi “padri” non abbiano accumulato patrimoni tali da permettere ai loro “figli” di campare bene e a lungo. Perché se l’azienda di famiglia verrà chiusa o ceduta, che faranno con questi chiari di luna questi “figli”, se non ingrossare le fila dei disoccupati?

A meno di non pensare all’italianissimo sport del “chiagni e fotti”, queste grida di dolore dovrebbero preoccuparci. Perché quella che si prepara – nell’indifferenza generale – è una chiusura della “Fabbrica Italia” ben più grave di quella che potrebbe concretizzarsi con la fuga di Marchionne.

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Vincere, non riesco a vincere
ma Casini mi autorizza a credere
che un governo mio, positivo o no
è qualcosa che sta dentro la realtà.

Nel dubbio mi prendo il partito
laico, di sinistra e ardito
con Bindi, Fioroni, Marini e altri democristiani
far finta di esser (Ber)sani.

Far finta di essere insieme a una coalizione normale
che riesce anche ad esser fedele
tra Vendola, Buttiglione, Fassina  e i socialisti  italiani
far finta di esser (Ber)sani.
Far finta di essere…

Premier, sentirsi Premier
forse per un attimo è possibile
ma che senso ha se io sento in me
la misura della mia inutilità.

Per ora rimando il suicidio
a Renzi lo guardo e lo studio
le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani
far finta di essere (Ber)sani.

Far finta di essere un Premier con tanta energia
che firma gli accordi con India e Turchia

Obama, la Merkel, la Cina e i sudamericani
far finta di essere (Ber)sani.
Far finta di essere…

Vanno, i miei elettori vanno
vanno la mano nella mano
vanno, anche le primarie vanno
vanno, e si vincono piano piano
Palazzo Chigi, l’inno di Mameli
i governatori , gli assessori comunali…
Ma vedo Veltroni cantare
D’Alema mi vuole fregare
non so più se ridere o piangere
o batter le mani.
Far finta di esser (Ber)sani.
Far finta di esser (Ber)sani.
Far finta di esser (Ber)sani.

(E speriamo che Giorgio Gaber mi perdoni…)

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