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Genova, di nuovo, sommersa dall’acqua. Genova assassinata dal cemento, con questa pioggia che ci bagna, in un Paese pieno di gente che applaude ai condoni e assiste compiaciuta alle inaugurazioni di cavalcavia e che non batte ciglio quando si tagliano i fondi per la difesa dell’ambiente e quelli per il dissesto idrogeologico. Genova, sommersa dall’acqua e da polemiche a volte giuste a volte pretestuose.

Ma di questa Genova assassinata dal cemento in questa pioggia che ci bagna,  arriva di nuovo anche un lampo di sole: la solidarietà e la grandezza che sempre riscopriamo nei momenti più duri. Genova vista da qui, è ancora la superba, con i suoi angeli del fango che – senza che qualcuno chieda loro niente – scavano e danno una mano per ridarle il suo magnifico volto.

genova

Perché per fortuna molti italiani lo hanno capito, e lo postano e lo scrivono.

Ma mia cara, carissima Genova, che sei per me e per tutti noi sempre la superba, purtroppo quella grandezza noi la ritroviamo solo nei momenti “un po’ così con l’espressione un po’ così” finiamo per dimenticarla appena la piena è passata, per tornare ognuno ai cazzi nostri. Come prima, più di prima. Chissà se un giorno “in quest’immobile campagna con la pioggia che ci bagna” riusciremo finalmente a capire che i cazzi nostri sono anche cambiare questo Paese, e non solo ripararlo dopo la tempesta. Che lo Stato siamo noi tutti i gironi, non solo quelli con questa pioggia che ci bagna.

Perché adesso, mentre guardiamo Genova immersa nel fango, “i gamberoni rossi sembrano ancora un sogno. E il sole è un lampo giallo al parabrise” che chissà se arriverà mai.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Eccomi. Sono ancora qui, nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Sono qui, stranito e confuso come chi ha perso l’amore, la perla più rara, come in quei giorni freddi in cui te ne vai triste come chi deve e il vento ti sputa in faccia la neve. Qui, a Genova. Guardo lassù, verso quel cielo dove le nuvole vanno e vengono, e ogni tanto si fermano. Passeggio lentamente tra i bar del porto e le sue meraviglie, ripensando a quei giorni perduti a rincorrere il vento, quei giorni in cui, ricordi? Sbocciavan le viole, con le nostre parole. Lo so che era solo una canzone, forse un sogno, venuto dal sole o da spiagge gelate. O forse era solo una storia sbagliata.

Una storia che sapeva di speranza: la speranza della buona novella.Ricordo che mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari nel bosco. Ma il bosco era scuro e l’erba già verde. E io andai: c’erano tutti i cuccioli del maggio. Erano tanti e lottavano così, come si gioca, i cuccioli del maggio: era normale. E a guardarli la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera, spettinata da tutti i venti della sera. Così, chiamai i miei amici e sussurrai: dite a mia madre che non tornerò. volevo finalmente sapere senza un programma come ci si sente. Perché volevo con tutto il cuore una storia diversa per gente normale. O forse credevo solo in una storia comune per gente speciale.

Ma eravamo tanti, ci sentivamo forti. Qualcuno diceva ai passanti: com’è che non riesci più a volare? E un’altro chiedeva alle ragazze vestite a festa: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? Quei giorni di maggio sembravano davvero giorni di finestre adornate, di canti di stagione, di anime salve in terra e in mare. Giorni in cui davvero se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato. E anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, anche se poi nella domenica delle salmeseppellito il cadavere di Utopia in una pace terrificante, cari signori benpensanti, che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere, spero non vi dispiaccia se ho continuato a seguire quella voce, quella musica, quel sogno sulla cattiva strada. Quella stessa strada dove Marinella scivolò nel fiume a primavera.

E in questi miei anni ho camminato tanto. Ho offerto la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero: non al denaro, non all’amore né al cielo. E anche se qualcuno ha detto che i ladri e gli assassini e i tipi strani sono gente da scacciare, io ho risposto che se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Perché ora lo so che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior. Ricordo che ero qui, in Via del Campo, quando all’improvviso ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena. E poi, con la tristezza nel cuore, ho visto anche bambini che ora dormono sul fondo del Sand Creek. E ho ascoltato un valzer per un amore. Un amore che ci stringe e ci fa male, un amore avanti e indietro da una bolgia di ospedale. Non sono cose che dimentico: perché allora ho capito che sarei sempre stato con quelli che han vissuto con la coscienza pura.Inizia la mia sera e vorrei dirti ora le stesse cose. Ma tu sai bene Qui a Genova, all’ombra dell’ultimo sole s’è assopito un pescatore. Ora il cielo è tutto rosso di nuvole barocche, quelle stesse nuvole che vengono, vanno, ritornano. E quella musica, quel sogno sembra quasi svanito, perduto in novembre o col vento d’estate. In questo tempo confuso si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura, e a noi non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza per quelle stanche parole troppo gelate per sciogliersi al sole. E l’aria sa un po’ di rimpianto per quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano.

Ma ecco, guardami: io sono ancora qui. Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Io non so se c’è un dio lassù, in mezzo a nuvole finte, che si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto voglia di pioggia. Ma penso che se c’è ha fatto il suo bel paradiso soprattutto per chi non ha sorriso. Ed ora ho capito che c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada. Per tutti: anche per voi, signori benpensanti. Perché, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

Per questo, anche se incontro sempre qualcuno che mi spiega che penso, continuo a credere che presto la notte se ne andrà con le sue stelle arrugginite in fondo al mare. Sono sicuro che presto passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore. E passerà il freddo, perchè la neve morirà domani, e l’amore ancora ci passerà vicino. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole, ma sarà anche un giorno incerto di nuvole e sole.

Ed è per questo che sono qui, a Genova, e ascolto la tua voce che ormai canta nel vento. E penso dolcemente a te, amico fragile, che sei morto come tutti si muore, come tutti cambiando colore. Qualcuno dice che non è servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto. Può darsi. In ogni caso, mentre penso a te che dormi sepolto in un campo di grano, immagino che dall’ombra dei fossi ti fan veglia mille papaveri rossi. Sorrido tra le lacrime e continuo a camminare a testa alta. In direzione ostinata e contraria, sempre sulla cattiva strada.

Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä..

Ciao, Fabrizio…che come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose

Pubblicato (a suo tempo) sia qui che su Giornalettismo…ma vale sempre la pena di ripubblicarlo.

Eccomi. Sono ancora qui, nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Sono qui, stranito e confuso come chi ha perso l’amore, la perla più rara, come in quei giorni freddi in cui te ne vai triste come chi deve e il vento ti sputa in faccia la neve. Qui, a Genova. Guardo lassù, verso quel cielo dove le nuvole vanno e vengono, e ogni tanto si fermano. Passeggio lentamente tra i bar del porto e le sue meraviglie, ripensando a quei giorni perduti a rincorrere il vento, quei giorni in cui, ricordi? Sbocciavan le viole, con le nostre parole. Lo so che era solo una canzone, forse un sogno, venuto dal sole o da spiagge gelate. O forse era solo una storia sbagliata.

Una storia che sapeva di speranza: la speranza della buona novella.Ricordo che mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari nel bosco. Ma il bosco era scuro e l’erba già verde. E io andai: c’erano tutti i cuccioli del maggio. Erano tanti e lottavano così, come si gioca, i cuccioli del maggio: era normale. E a guardarli la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera, spettinata da tutti i venti della sera. Così, chiamai i miei amici e sussurrai: dite a mia madre che non tornerò. volevo finalmente sapere senza un programma come ci si sente. Perché volevo con tutto il cuore una storia diversa per gente normale. O forse credevo solo in una storia comune per gente speciale.

Ma eravamo tanti, ci sentivamo forti. Qualcuno diceva ai passanti: com’è che non riesci più a volare? E un’altro chiedeva alle ragazze vestite a festa: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? Quei giorni di maggio sembravano davvero giorni di finestre adornate, di canti di stagione, di anime salve in terra e in mare. Giorni in cui davvero se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato. E anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, anche se poi nella domenica delle salmeseppellito il cadavere di Utopia in una pace terrificante, cari signori benpensanti, che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere, spero non vi dispiaccia se ho continuato a seguire quella voce, quella musica, quel sogno sulla cattiva strada. Quella stessa strada dove Marinella scivolò nel fiume a primavera.

E in questi miei anni ho camminato tanto. Ho offerto la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero: non al denaro, non all’amore né al cielo. E anche se qualcuno ha detto che i ladri e gli assassini e i tipi strani sono gente da scacciare, io ho risposto che se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Perché ora lo so che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior. Ricordo che ero qui, in Via del Campo, quando all’improvviso ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena. E poi, con la tristezza nel cuore, ho visto anche bambini che ora dormono sul fondo del Sand Creek. E ho ascoltato un valzer per un amore. Un amore che ci stringe e ci fa male, un amore avanti e indietro da una bolgia di ospedale. Non sono cose che dimentico: perché allora ho capito che sarei sempre stato con quelli che han vissuto con la coscienza pura.Inizia la mia sera e vorrei dirti ora le stesse cose. Ma tu sai bene come fan presto ad appassir le rose.

Qui a Genova, all’ombra dell’ultimo sole s’è assopito un pescatore. Ora il cielo è tutto rosso di nuvole barocche, quelle stesse nuvole che vengono, vanno, ritornano. E quella musica, quel sogno sembra quasi svanito, perduto in novembre o col vento d’estate. In questo tempo confuso si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura, e a noi non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza per quelle stanche parole troppo gelate per sciogliersi al sole. E l’aria sa un po’ di rimpianto per quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano.

Ma ecco, guardami: io sono ancora qui. Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Io non so se c’è un dio lassù, in mezzo a nuvole finte, che si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto voglia di pioggia. Ma penso che se c’è ha fatto il suo bel paradiso soprattutto per chi non ha sorriso. Ed ora ho capito che c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada. Per tutti: anche per voi, signori benpensanti. Perché, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

Per questo, anche se incontro sempre qualcuno che mi spiega che penso, continuo a credere che presto la notte se ne andrà con le sue stelle arrugginite in fondo al mare. Sono sicuro che presto passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore. E passerà il freddo, perchè la neve morirà domani, e l’amore ancora ci passerà vicino. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole, ma sarà anche un giorno incerto di nuvole e sole.

Ed è per questo che sono qui, a Genova, e ascolto la tua voce che ormai canta nel vento. E penso dolcemente a te, amico fragile, che sei morto come tutti si muore, come tutti cambiando colore. Qualcuno dice che non è servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto. Può darsi. In ogni caso, mentre penso a te che dormi sepolto in un campo di grano, immagino che dall’ombra dei fossi ti fan veglia mille papaveri rossi. Sorrido tra le lacrime e continuo a camminare a testa alta. In direzione ostinata e contraria, sempre sulla cattiva strada.

Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä..

Ciao, Fabrizio…che come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose

Pubblicato (a suo tempo) su Giornalettismo

Chissà perché.

Succede sempre, in questi giorni caldi di inizio estate. Riguardo i vecchi album di fotografie, osservo il solo oltre le colline, e penso ad un mattino opaco di ottobre. Cammino tra i saliscendi verso il Gaslini, l’ospedale dei bambini, gli occhi spenti. Passo, tra le auto in sosta, tra padri disperati che dormono per terra o si fanno la barba per strada. Entro in corsia, passo accanto a stanze semibuie, studi di medici, la cucina.

La tua stanza è piccola, tu dormi ancora, un avviso di sole accende la spiaggia e il luccichio del mare. Ti rigiri assonnato nel letto, mentre tua madre ci saluta dolcemente e se ne va. Siamo qui soli, e penso che prima o poi passerà questo tempo indeciso, quest’odore di medicine, questa stanza a due passi dal cielo. E questo vento dentro di noi volerà via, svanirà come la neve al sole; e i ricordi del cuore che gelano il sangue mentre aspettiamo davanti a una sala operatoria saranno solo cose che avremo dimenticato.

Sì, tutto passerà, come milioni di cose della vita che ti passano accanto e sono già perse nel mare dei ricordi. Dimenticate. Passerà il Gaslini, passeranno questi bambini senza capelli e senza futuro. E il nome di questa malattia crudele che ti ha preso sarà solo un’altra delle cose che dimentico. Passerà, come passano i governi, le guerre insensate, gli inverni freddi e le notti d’estate.

La nostra vita scivolerà via, e passeranno le nostre corse in bicicletta, e la musica che urla nelle radio verrà dimenticata. Passeranno anche le canzoni che cantavi squarciagola,  e anche gli ultimi giorni della tua vita troppo breve. Tutto passerà, come questa triste scia di auto che vanno verso un cimitero dietro a una piccola bara bianca, tutto finirà in fondo al pozzo dei ricordi. Cose che gli uomini dimenticano.

Passeranno così le emozioni, le giornate di sole senza più calore, le notti d’amore, senza più amore. E anche i visi, i colori, gli odori del presente scivoleranno silenziosi nell’oblio. I primi giorni di scuola, gli amori, il lavoro che non va, le auto in coda, le ipocrisie, le strette di mano, i manifesti con la pubblicità, le piccole gioie, le falsità, sono tutte cose che dimentico.

E adesso che è quasi sera, la mia sera scende sul cuore, e continuo a pensare che in questo grande quadro bianco che è la vita molti lasciano tracce del loro cammino, come piccoli scarabocchi di passaggio. Scarabocchi che il tempo, o un soffio di vento, cancellano dolcemente. Ma alcune linee, brevi o lunghe che siano, sono più luminose, più vere, e lasciano una scia, una traccia che fatica a passare, che non si dimentica. Pensieri felici anche nella tristezza.

E allora mi alzo, e c’è un leggero sorriso, e mi sembri tu, come quelle mattine di allora. Sempre, anche adesso, in questo mio giorno che tramonta, davanti a questo cielo freddo e a questo tempo che non perdona. Lo so che sei qui, in qualche modo sei qui. E c’è il tuo sorriso.

Una cosa che non dimentico, piccolo amore mio.


Il tuo papà.


Dedicato a tutti i bambini senza futuro, a tutte le vite spezzate, e anche a medici e infermieri del Gaslini. Per non dimenticare.

Qui nel reparto intoccabili
dove la vita ci sembra enorme
perché non cerca più e non chiede
perché non crede più e non dorme
Qui nel girone invisibili
per un capriccio del cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo
il gelo
Cose che Dimentico
C.De André – F.De André – C.Facchini

Eccomi. Sono ancora qui, nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Sono qui, stranito e confuso come chi ha perso l’amore, la perla più rara, come in quei giorni freddi in cui te ne vai triste come chi deve e il vento ti sputa in faccia la neve. Qui, a Genova. Guardo lassù, verso quel cielo dove le nuvole vanno e vengono, e ogni tanto si fermano. Passeggio lentamente tra i bar del porto e le sue meraviglie, ripensando a quei giorni perduti a rincorrere il vento, quei giorni in cui, ricordi? Sbocciavan le viole, con le nostre parole. Lo so che era solo una canzone, forse un sogno, venuto dal sole o da spiagge gelate. O forse era solo una storia sbagliata. Una storia che sapeva di speranza: la speranza della buona novella.Ricordo che mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari nel bosco. Ma il bosco era scuro e l’erba già verde. E io andai: c’erano tutti i cuccioli del maggio. Erano tanti e lottavano così, come si gioca, i cuccioli del maggio: era normale. E a guardarli la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera, spettinata da tutti i venti della sera. Così, chiamai i miei amici e sussurrai: dite a mia madre che non tornerò. volevo finalmente sapere senza un programma come ci si sente. Perché volevo con tutto il cuore una storia diversa per gente normale. O forse credevo solo in una storia comune per gente speciale. Ma eravamo tanti, ci sentivamo forti. Qualcuno diceva ai passanti: com’è che non riesci più a volare? E un’altro chiedeva alle ragazze vestite a festa: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? Quei giorni di maggio sembravano davvero giorni di finestre adornate, di canti di stagione, di anime salve in terra e in mare. Giorni in cui davvero se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato. E anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, anche se poi nella domenica delle salmeseppellito il cadavere di Utopia in una pace terrificante, cari signori benpensanti, che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere, spero non vi dispiaccia se ho continuato a seguire quella voce, quella musica, quel sogno sulla cattiva strada. Quella stessa strada dove Marinella scivolò nel fiume a primavera. E in questi miei anni ho camminato tanto. Ho offerto la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero: non al denaro, non all’amore né al cielo. E anche se qualcuno ha detto che i ladri e gli assassini e i tipi strani sono gente da scacciare, io ho risposto che se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Perché ora lo so che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior. Ricordo che ero qui, in Via del Campo, quando all’improvviso ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena. E poi, con la tristezza nel cuore, ho visto anche bambini che ora dormono sul fondo del Sand Creek. E ho ascoltato un valzer per un amore. Un amore che ci stringe e ci fa male, un amore avanti e indietro da una bolgia di ospedale. Non sono cose che dimentico: perché allora ho capito che sarei sempre stato con quelli che han vissuto con la coscienza pura.Inizia la mia sera e vorrei dirti ora le stesse cose. Ma tu sai bene all’ombra dell’ultimo sole s’è assopito un pescatore. Ora il cielo è tutto rosso di nuvole barocche, quelle stesse nuvole che vengono, vanno, ritornano. E quella musica, quel sogno sembra quasi svanito, perduto in novembre o col vento d’estate. In questo tempo confuso si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura, e a noi non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza per quelle stanche parole troppo gelate per sciogliersi al sole. E l’aria sa un po’ di rimpianto per quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano. Ma ecco, guardami: io sono ancora qui. Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Io non so se c’è un dio lassù, in mezzo a nuvole finte, che si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto voglia di pioggia. Ma penso che se c’è ha fatto il suo bel paradiso soprattutto per chi non ha sorriso. Ed ora ho capito che c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada. Per tutti: anche per voi, signori benpensanti. Perché, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

Per questo, anche se incontro sempre qualcuno che mi spiega che penso, continuo a credere che presto la notte se ne andrà con le sue stelle arrugginite in fondo al mare. Sono sicuro che presto passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore. E passerà il freddo, perchè la neve morirà domani, e l’amore ancora ci passerà vicino. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole, ma sarà anche un giorno incerto di nuvole e sole. Ed è per questo che sono qui, a Genova, e ascolto la tua voce che ormai canta nel vento. E penso dolcemente a te, amico fragile, che sei morto come tutti si muore, come tutti cambiando colore. Qualcuno dice che non è servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto. Può darsi. In ogni caso, mentre penso a te che dormi sepolto in un campo di grano, immagino che dall’ombra dei fossi ti fan veglia mille papaveri rossi. Sorrido tra le lacrime e continuo a camminare a testa alta. In direzione ostinata e contraria, sempre sulla cattiva strada.

Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä..

Ciao, Fabrizio.

 ..e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose

(Pubblicato a suo tempo su Giornalettismo e su Lo Scarabocchio di Comicomix)

Eccoci qui, “con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova”. Noi che non siamo mai sicuri che “quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più”. “Genova per noi, che stiamo in fondo alla campagna e abbiamo il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”.

Genova, sommersa dall’acqua. Genova e i suoi oltre 40 torrenti. Il Polcevera, lo Sturla, il Bisagno. E il Fereggiano, che l’altro ieri ha seminato paura e morte. Torrenti violentati da decenni di cementificazione selvaggia, in un Paese dove la gente applaude ai condoni, e assiste compiaciuta alle inaugurazioni di cavalcavia e centri commerciali, ammaliata dalle promesse di “meno tasse per tutti” o di un “nuovo miracolo italiano”. Gente soddisfatta perché non si “mettono le mani nelle tasche degli italiani”, mentre si tagliano i fondi per la difesa dell’ambiente e quelli per il dissesto idrogeologico. Perché la nave va e chissenefrega se nello scafo le crepe aumentano, “tanto non è mica roba mia, ci penserà lo Stato”.

Genova oggi somiglia a questa povera Italia assassinata dal cemento, governata da tanti incapaci e molti farabutti, con una pubblica opinione (se questa parola ha un senso nella lingua italiana) distratta se non addirittura complice di questi continui scempi. Se e quando questa classe dirigente se ne andrà, ricostruire in questo deserto delle idee, della coscienza civile e dell’umanità (altra parola che sembra priva di senso, ormai) sarà davvero un’impresa ai limiti dell’impossibile.

Ma in questa pioggia che ci bagna arriva anche un lampo giallo di sole: la solidarietà e la grandezza, che sempre riscopriamo nei momenti più duri. Genova vista da qui, accanto al Marassi silenzioso, sembra ancora la superba. Con i suoi angeli dell’acqua che formano catene umane per tirare su chi è rimasto inghiottito dal torrente. Con i suoi angeli del fango che – senza che qualcuno chieda loro niente – scavano e danno una mano per ridarle il suo magnifico volto.

Ma quella grandezza che ritroviamo nei momenti “un po’ così con l’espressione un po’ così” finiamo per dimenticarla appena la piena è passata, per tornare ognuno ai cazzi nostri. Come prima, più di prima. Chissà se un giorno “in quest’immobile campagna con la pioggia che ci bagna” capiremo che i cazzi nostri sono anche cambiare questo Paese. E non solo ripararlo dopo la tempesta.

Adesso, mentre guardiamo Genova immersa nel fango, “i gamberoni rossi sembrano ancora un sogno. E il sole è un lampo giallo al parabrise” che chissà se arriverà mai.

Pubblicato su Giornalettismo

Il ponente ligure, terra dove a comandare a Claudio Scajola, è in subbuglio per l’abolizione delle due province di Savona e di Imperia, decisa con la manovra di ferragosto. Il presidente della Provincia di Savona, Angelo Vaccarezza, benedetto da Scajola in persona, rilancia: anziché fondersi con Genova, territorio distante e con altri problemi, propone una fusione Imperia-Savona-Cuneo e un prolungamento anche verso Nizza, per fare la regione delle Alpi marittime.

Una bella idea, che avrà successo e farà proseliti. Con qualche trascurabile dettaglio: bisognerà ridefinire il territorio di due regioni, Liguria e Piemonte. E servirà un trattato internazionale se non proprio una guerra con la Francia, dove si trova – pare da più di un secolo – Nizza. Una “semplice” fusione tra Imperia e Savona sembra obiettivo troppo modesto ed ha soprattutto il difetto di essere concretamente attuabile in poco tempo.

Soffia forte il vento, dal ponente ligure verso il Tirreno, e abbraccia l’Italia intera, dalle Alpi a Capo Passero. Il giorno di una semplificazione anche minima del sistema politico ed istituzionale italiano sembra infinitamente lontano.

Pubblicato su Giornalettismo

Il vento accarezza i palazzi e fa a corse con i treni che arrivano a Brignole. Si sente il brusio lontano del traffico che va verso il centro. Sembra quasi di sentire l’odore del mare. La piazza è piccola e silenziosa. Non c’è nessuno, solo un’anziana signora affacciata ad una finestra che guarda e scuote la testa.

Sembra di vedere, in mezzo alla piazza, un corpo sdraiato, come in croce. E’ solo un riflesso del sole, eppure sembra proprio il corpo di un ragazzo. Un ragazzo ucciso, morto troppo presto. Ucciso da un altro ragazzo in divisa, in circostanze che – come sempre avviene in questi casi – non sono state mai del tutto chiarite.

Eppure, è tutto così chiaro. C’è un ragazzo che non doveva essere lì, che doveva andare al mare, e invece è voluto andare a lottare contro l’ingiustizia ed è morto. Ucciso da un altro ragazzo, in divisa, che non voleva essere lì, che forse voleva andare al mare, e invece ha dovuto essere lì, mandato allo sbaraglio da gente incompetente o forse peggio, con la scusa di difendere “l’ordine pubblico”.

Sembra di vedere quel ragazzo. In croce, steso in mezzo a Piazza Alimonda, a un passo dai treni che ignari arrivano alla stazione.

 

Genova silenziosa piange quel ragazzo. Carlo Giuliani.

Pubblicato su Giornalettismo

Oggi luccica il mare sotto il cielo di Quarto, a Genova, ora come quella sera di 151 anni fa. L’odore del mare ti avvolge come il 5 maggio del 1860. Il rumore di fondo del traffico di chi va verso il centro non sembra poi così diverso dal vociare di quei più di mille giovani di vent’anni con addosso una camicia rossa di allora.

Sono in tanti, molti del nord, stipati in due vascelli, il “Piemonte” e il Lombardo”. Salpano verso sud, con gli occhi gonfi e il cuore in gola. Alcuni sognano un porto, ragazze, la gloria dopo la battaglia; alcuni forse un po’ di soldi, o solo un’avventura. Altri forse si sono messi in testa di “fare l’Italia”. Magari non hanno le idee chiare e ognuno ha in testa una sua idea d’Italia, che forse non è neppure questo granché. Ma salpano, sognano, vanno, anche se molti già temono che i sogni cadranno, anche se alcuni già tramano per tradire quei sogni. Già: quell’Italia che immaginavano resterà solo un bel sogno.

 

Oggi qui a Quarto uno stormo di gabbiani vola verso sud. Il mare luccica, il suo odore ti avvolge e in lontananza sembra di sentire sussurrare “Noi credevamo”: forse è solo il vento, forse un’eco lontana, un ricordo, un sogno irrealizzabile che continua. E quest’Italia tanto imperfetta forse non è poi tutta da buttare via.
Pubblicato su Giornalettismo

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Guido esce di casa in una fredda mattina di gennaio. E’ il 1979, su Genova spira un vento leggero, quasi impercettibile. Guido si avvia verso la sua 850 parcheggiata sotto casa per andare al lavoro. Non ci sono già da qualche giorno i suoi angeli custodi, alcuni suoi compagni di lavoro che lo sorvegliano. Guido non li ha voluti. Lui non è una persona importante, dice, è un semplice operaio dell’Italsider. A che gli serve una scorta?

 

Ma Guido non è un uomo qualunque. E’ un operaio, un sindacalista, un comunista. Uno che vuole cambiare questo mondo. Ma quando, ad ottobre ha visto un  uomo distribuire volantini delle Brigate Rosse, quelle che hanno ammazzato tanta gente e pochi mesi prima l’onorevole Moro della Dc, nella sua fabbrica non ha avuto paura e l’ha denunciato. Perché Guido sa che questo mondo non va, che ci sono tante ingiustizie e tante cose da cambiare, ma sa che si può farlo solo con la forza chiara e limpida delle idee, della libertà e della giustizia.

 

Guido entra in auto, e tre uomini gli si parano davanti. Non sono angeli, sono demoni. Sparano alle gambe e scappano. Guido resta in auto, e pensa alla sua giovinezza, alle montagne che ama tanto, quando la scali la montagna è dura ma se la rispetti non ti fa del male. E poi la puoi affrontare a viso aperto, non ti spara a tradimento nell’ombra di una fredda mattina di gennaio mentre su Genova sorge il sole e si va a specchiare nel mare disegnando riflessi rossi e azzurri nell’aria.

 

Pensa a Sabina che cresce e che diventerà grande e dovrà vivere in un paese migliore, dove c’è più verità e più giustizia, dove la gente combatte in quello che crede ma nel rispetto della vita e della libertà di tutti. Se ci riuscirà proverà a spiegarglielo ancora, anche se adesso le gambe fanno male e il sangue esce copioso. Ma uno dei tre demoni torna indietro e gli spara un colpo al cuore. Guido affonda in un buio freddo, mentre il sole accarezza la sua 850 ferma ai bordi della strada.

 

In tanti lo piangeranno: saranno più di 250 mila. Ci saranno tutti, anche quelli che l’hanno lasciato solo a denunciare il mostro orrendo che alcuni chiamavano compagni che sbagliano e molti altri semplicemente terrorismo. E intanto il tempo passa, le bandiere cadono, ma c’è sempre la stessa ingiustizia, ora come allora. Ma di Guido, semplice operaio dell’Italsider che ebbe il coraggio di denunciare le Brigate Rosse e fu ucciso in una fredda mattina di gennaio di tanti anni fa, nessuno si vuole più ricordare. A lui non si dedicano strade o piazze d’Italia, a lui il Senato ha negato tempo fa quella sala data per commemorare Bettino Craxi. Forse perché Guido non era uno “statista”, era solo un semplice operaio comunista che ora scala le montagne del cielo con il sorriso amaro che hanno i montanari.

 

Ma a lui, in questo giorno freddo di gennaio, va un sorriso ed un pensiero. Un grazie, per aver insegnato la strada, la lotta faticosa e quotidiana contro l’ingiustizia si combatte con la forza gentile delle idee e con la dignità ed il coraggio delle persone semplici. Perché questo mondo che continua a non andare possa cambiare.  

A Sabina Rossa, a Guido, a tutte le vittime del terrorismo e alle loro famiglie

 

Buon tutto!

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