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Questa storia poteva essere una bella favola. Nel 1973 Fulco Pratesi portò allo zoo di Roma una gabbianella zoppa trovata nell’isola di Giannutri. La gabbianella trovò il suo sposo, un gabbiano di passaggio, e nidificò. Grazie all’inesauribile fonte di cibo offerta dalla discarica di Malagrotta, di generazione in generazione un’orda crescente di gabbiani reali si è impadronita della città, fino alla recente aggressione della colomba lanciata da Papa Francesco.

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I gabbiani reali a Roma sono già 40 mila e, secondo Bruno Cignini, zoologo e direttore del dipartimento Ambiente del Comune, potrebbero diventare un grave problema per tutti; paradossalmente aggravato dalla chiusura di Malagrotta, perché i simpatici volatili si sposteranno e molti potrebbero puntare sulla città eterna.

I simpatici volatili sono però dei predatori, pare anche abbastanza aggressivi, e potrebbero eliminare quasi ogni altra specie di uccelli; addirittura infastidire i passanti perché quando nidificano proteggono i loro piccoli attaccando chi si avvicina. Trovare rimedi non sarà facile, anche perché una legge dello Stato li protegge come specie selvatica.

Questa storia, oltre che assomigliare ad un noto film di Hitchcock, insegna che gli ecosistemi sono sistemi delicati e fragili, che possono venire danneggiati e talvolta distrutti da interventi non richiesti dell’uomo. Una gabbianella zoppa e una discarica che è una vergogna nazionale hanno fatto di Roma la città dei gabbiani.

Poteva essere una bella favola, invece è un incubo. E rimediare, ammesso che sia possibile, provocherà comunque altri danni. Spesso gli uomini riescono a dare il peggio di sé, persino se animati dalle migliori intenzioni.

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Un autorevole esponente del governo che ci ha regalato il prossimo aumento dell’Iva (governo Berlusconi, Ministro Giulio Tremonti) ha detto, giustificando i tagli che quel governo faceva al Ministero del Beni Culturali, che con la cultura non si mangia. Un altro autorevole esponente di quello stesso governo (Renato Brunetta) ha detto e dice che il rilancio dell’edilizia (più case, più capannoni, più cemento) è l’unico modo per far ripartire l’Italia.

Sarà anche vero, ma secondo un recente studio indagine l’economia della cultura (industrie culturali, industrie creative, patrimonio artistico e monumentale e performing ed arti visive) vale oltre il 5 per cento del Pil, circa 80 miliardi di euro, ed occupa circa 1,4 milioni di persone. Allargando l’orizzonte all’intera “filiera della cultura”, settori come il turismo legato alle città d’arte, il valore aggiunto prodotto schizza attorno al 15 per cento dell’economia nazionale. Non male: tutta la manifattura vale circa il 18 per cento del Pil. E la cultura “tira” anche in tempi di crisi. Nonostante in Italia si spenda molto meno che altrove per la cultura.

Il rilancio dell’Italia potrebbe passare anche per la cultura. Tutelando e valorizzando il tanto bello che abbiamo intorno, evitando di devastare il territorio, investendo e modernizzando i nostri beni culturali, dando fiato alla nostra industria culturale e creativa, che già da sola compete alla grande.

Perché l’intreccio tra cultura e bellezza, tra vivere bene e stare bene, al di là degli stereotipi, è uno dei tratti caratteristici dell’Italia, difficili da imitare. E quando l’Italia fa l’Italia, nonostante i suoi diecimila difetti, sui mercati internazionali vince.

Mangiando pane e cultura, saremmo un Paese migliore. E anche più ricco. Ogni tanto, ricordiamocelo. E spieghiamolo anche a Tremonti e Brunetta.

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1) Le zone costiere delle Isole Maldive e Kiribati rischiano di essere sommerse a breve a causa dei cambiamenti climatici. I 350 mila abitanti si preparano ad essere ospitati dall’Australia.

2) La produzione di petrolio da sabbie bituminose minaccia in Canada le popolazioni che vivono attorno ai giacimenti, inquinando le falde acquifere e la carne di alce; l’estrazione ha distrutto una regione grande quanto la Florida.

3) L’estrazione di petrolio dal delta del Niger è devastante per gli ecosistemi e le popolazioni residenti, anche per la pratica illegale di bruciare il gas che esce dai pozzi petroliferi insieme al greggio.

4) La produzione di carta da parte della multinazionale APP – che non mette in campo nessuna pratica di sostenibilità – sta portando alla scomparsa delle foreste pluviali dell’Indonesia, uno dei più importanti ecosistemi del pianeta.

5) Terremoto e tsunami in Giappone, provocando l’esplosione del reattore di Fukushima in Giappone hanno costretto allo sgombero di 110 mila persone; 21 mila vivono ancora fuori e centinaia di migliaia di persone sono esposte ai rischi a lungo termine.

6) La marea nera (tra 460 e 800 mila tonnellate di petrolio) della Deepwater Horizon della BP, che per oltre 106 giorni si è riversata nel golfo del Mexico rappresenta il più grave danno ambientale marino della storia USA. Il risarcimento è stabilito in 20 miliardi di dollari. I reali danni sono tutti da valutare.

7) L’onda di cianuro partita il 31 gennaio 2000 dalla miniera d’oro della Esmeralda Exploaration ad Auriol, in Romania, ha ucciso due affluenti del Danubio e punta alla foce del fiume blu, la più grande zona umida d’Europa. La compagnia australiana ha dichiarato fallimento e nessuno ha mai risarcito un solo euro.

8) La multinazionale Chevron-Texaco, durante le operazioni di esplorazione e sfruttamento delle risorse petrolifere nell’area del Lago Agrio in Ecuador, ha inquinato oltre due milioni di ettari, contaminando gravemente la foresta amazzonica. Il reato rimane al momento impunito.

9) La superpetroliera Haven, affondata nel Mar Ligure il 14 aprile 1991 ha provocato la morte di 5 uomini dell’equipaggio e lo sversamento sui fondali marini di 134 mila tonnellate di petrolio. Il risarcimento è stato irrisorio.

10) Il disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986, presso la centrale nucleare Lenin rese necessaria l’evacuazione circa 336 mila persone. Non esistono ancora oggi dati ufficiali e definitivi sui decessi ricollegabili alla tragedia. Non venne accertata alcuna responsabilità penale.

11) Ad Abra Pampa, Argentina del Nord, si trova una montagna formata da 30 mila tonnellate di piombo, proveniente dalle lavorazioni di un impianto chiuso negli anni ’80. L’81% della popolazione infantile della città è esposta ai danni cerebrali derivanti dal piombo; danni non trattabili.

12) Il 3 dicembre 1984 nello stabilimento per la produzione di pesticidi della Union Carbide India Limited, situato a Bophal, si sprigionò una nube tossica di isocianato di metile. La nube uccise oltre 2000 persone e ne avvelenò decine di migliaia. Il risarcimento danni è stato irrisorio.

E’ la lista nera dei peggiori crimini contro la Terra e l’umanità, presentata dalla Supernational Environmental Justice Foundation (Fondazione SEJF) per mostrare che molte delle devastazioni che hanno colpito o stanno colpendo il nostro Pianeta sono impunite.

Alzi la mano chi ne conosceva più di quattro. Però sappiamo tutto dei calli di Brunetta, della palestre della Idem e dei gargarismi di Balotelli.

Tra un disastro ambientale e l’altro…Buona giornata, mondo.

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E’ in corso, all’ombra delle larghe intese, una guerra tra ambientalisti su una questione molto seria: il consumo di suolo, la cementificazione del Bel Paese. Oggetto del contendere, una proposta di Legge (la Ac/70), presentata da ambientalisti insospettabili: Ermete Realacci del Pd, l’ex ministro Catania, che aveva varato sul tema una delle migliori proposte del governo Monti (purtroppo non approvata), Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario ai Beni culturali ed ex presidente del Fai.

Salvatore Settis su Repubblica ha definito questo progetto sul consumo di suolo e riqualificazione urbana un “patto scellerato tra guardie e ladri del territorio”, l’ennesima ”svendita” del suolo italiano, già fortemente deturpato alle ragioni “forti” dei cementificatori di ogni colore, perché ripropone in salsa ambientalista e sotto mentite spoglie un vecchio progetto Pdl del ministro Lupi a suo tempo ritirato tra le proteste generali. Molti altri insospettabili ambientalisti dissentono da Settis.

Si tratta di una materia con numerosi aspetti “tecnici” e molto complessa. Non saprei chi abbia ragione e chi torto, so di certo che tutti coloro che ho citato (Lupi escluso, senza nessuna offesa per il Ministro) sono ambientalisti senza macchia e senza paura. E so anche che in Italia c’è stata una devastante ed ingiustificata cementificazione negli ultimi cinquant’anni, colpa dei partiti di ogni colore.

Potreste, gentilissimi signori ambientalisti, spiegare a tutti noi “profani”, come se parlaste ad un bambino di 3 anni, una cosa semplice. Come si può salvare il suolo italiano dall’ennesimo scempio è una priorità fondamentale, a dispetto di un Paese purtroppo colpevolmente distratto sull’argomento?

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Il ministro Corrado Clini non disdegna nonstante ormai “in scadenza” di impartirci lezioni per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente. Per risparmiare, ad esempio, ”ti rimetti le mutande che usi da 4 giorni”. E per l’igiene, basta “fargli prendere aria”. Perché per una mutanda in lavatrice, “servono almeno 25 litri di acqua”.

Accidenti che consiglio! Si vede che Clini è un “tecnico”, un politico non ci avrebbe mai pensato. Forse Clini scherzava: il tono era ridanciano, l’interlocutore era Luca Giurato, la trasmissione era “un giorno da pecora”. Tutto torna.

E invece, non torna: Perché cambiare i nostri comportamenti individuali che contribuiscono, e non poco agli sprechi ambientali si deve. Ma da un politico (o un tecnico politico) ci si aspetta soprattutto che operi come si deve nell’impostare e realizzare politiche.

Corrado Clini ha una marea d’incarichi nel suo curriculum vitae. Prima di fare il Ministro, è stato tra l’altro per anni direttore generale del Ministero dell’Ambiente. Ma a vedere cos’è l’Italia e come si è ridotto il suo ambiente, si può dire che l’ha lasciato davvero in mutande.

Dallo sciagurato accordo prossimo venturo tra Pd e Berlusconi forse almeno una cosa buona verrà: ci toglieranno Clini dalla vista.

Ma le mutande gliele lasceranno. Tanto le tolgono a noi.

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Il governo dei tecnici non dorme: sono bravi questi tecnici. Ad una settimana dal voto, il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’ambiente Clini ha approvato un regolamento attuativo al decreto “Semplifica Italia”. Viene istituita la nuova Aua, Autorizzazione unica ambientale, che accorpa in un’unica procedura molte autorizzazioni in materia ambientale: inquinamento, rifiuti, scarichi, ecc… Le imprese piccole e medie, il 95 per cento del sistema industriale italiano, ringraziano.

La semplificazione è una cosa buona: sono bravi questi tecnici. Il regolamento prevede che, una volta avuta l’autorizzazione, gli impianti (tra cui inceneritori, discariche, fonderie, raffinerie) potranno lavorare indisturbati per 15 anni. Perché questa è la durata dell’AUA, nonostante un parere negativo del Parlamento.

Cosa fatta capo ha: sono bravi questi tecnici. Le imprese potranno lavorare indisturbate perché il regolamento, in base al principio della semplificazione, non prevede controlli né sanzioni in caso di abusi.

Ad una settimana dal voto, Monti non dorme, Clini nemmeno: sono bravi questi tecnici.

E noi?

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Nel mentre la campagna elettorale impazza, si è svolto a Roma un incontro organizzato dall’ISPRA sul consumo del suolo in Italia. Ne abbiamo sentite di tutti i colori. In 50 anni il suolo artificiale è passato da 8400 a quasi 21000 km² quadrati, un’area grande quasi come l’Emilia Romagna. Una crescita di 228 chilometri quadrati all’anno (il doppio dell’intera superficie comunale di Napoli), 62 ettari al giorno, 434 metri quadrati al minuto o se preferite 7,2 al secondo.

Il suolo artificiale è cresciuto da 170 a 340 metri quadrati pro capite, raddoppiando nell’arco di due generazioni. Non si tratta quindi di un esplosione dovuta all’aumento di popolazione, ma solo di un’invasione, non sempre giustificata, di capannoni, parcheggi, centri commerciali, svincoli, aeroporti, cave e discariche. Che si sono mangiati una produzione agricola pro capite equivalente a circa 60 kg di grano all’anno. Con la scomparsa di interi paesaggi, boschi, aree verdi, attrazioni turistiche.

Nessun giornale ha messo la notizia in prima pagina. Nessun Tg ne ha parlato. Nessuna proposta shock di Berlusconi è seguita a quest’incontro. Nessun appello al voto utile di Bersani. Nessuna dichiarazione di Monti. Nessun fiato da Ingroia. Nessun urlo neppure dal guitto che avanza, il CasalGrillo. Silenzio di tomba.

D’altronde, il suolo è muto. E noi siamo sordi.

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Non preoccupatevi: non state per leggere il solito pianto di coccodrillo che ad ogni disastro da pioggia autunnale (frane, alluvioni, smottamenti) rimbalza sui media tra sfollati, senza tetto e a volte purtroppo anche vittime. Né la solita litania che i danni provocati dai disastri naturali sono largamente superiori ai costi della prevenzione. Neppure la consunta denuncia sulle colpe di politici che – sull’altare di interessi “opachi e talvolta malavitosi – mal governano l’ambiente, il paesaggio, il territorio.

Niente di tutto ciò. E non perché non sia sacrosanto. Ma perché è vecchio, consunto, detto e ridetto. E, è evidente, totalmente inascoltato. No, qui si vuole invitare a riflettere su un’altra cosa. Queste cose può farle solo il “pubblico”. Un pubblico ripulito da sprechi, inefficienze, ruberie, certo. Ma sempre “pubblico”.

Ecco. Bisogna riflettere sull’idea che, in buona fede o per ragioni “pelose”, martella continuamente da trent’anni la pubblica opinione ed ha convinto più o meno tutti della sostanziale inutilità dello Stato, del “pubblico”. Un’idea che permea i dibattiti colti come le chiacchiere da bar.

Un’idea che, è evidente come il malgoverno del territorio in Italia, è totalmente sbagliata.

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Un vento caldo spazza il quartiere Tamburi, a Taranto, Puglia, Italia. Porta una polvere rosa dallo stabilimento Ilva poco lontano. C’è gente sui balconi che guarda verso il tramonto, in un quartiere dove si muore più spesso che nel resto della città, una città dove già si muore più spesso che nel resto d’Italia.

Lo stabilimento dell’Ilva è là, poco lontano. E’ grande due volte più grande della città, è la città stessa accartocciata sul bisogno dei suoi undicimila dipendenti, una città dove si muore troppo spesso e dove in troppi non hanno lavoro, anche nei quartieri Borgo e Tamburi. Una città che in guerra.

Sono anni che si combatte, tra chi pensa al rischio salute per l’inquinamento dello stabilimento dell’Ilva e a chi pensa al rischio lavoro se chiude lo stabilimento dell’Ilva. Sono anni che la città muore, per risolvere il dilemma se è maglio un lavoro senza vita o una vita senza lavoro.

Ora la guerra esplode, tra operai che non vogliono morire di tumore ma neppure di fame e cittadini che non vogliono morire e basta, sotto un ricatto ignobile e subdolo di “signori” distratti a guardare altrove. Taranto è lì, attonita, che aspetta, aspetta invano. Qualcosa o qualcuno che fermi questa guerra tra poveri, nella quale tutti, tranne i soliti noti, perderanno.

Tra le macerie di quest’umanità del terzo millennio, che affoga nei reciproci egoismi e nelle paure, che si sbrana come gli schiavi nell’arena, mentre “signori” assistono divertiti allo spettacolo, seduti sulle loro comode poltrone.

Il sole tramonta e la polvere rosa sale nel cielo della città; la gente guarda attonita gli operai gridare la loro rabbia e i cittadini piangere le loro paure sulle macerie di Taranto, che oscillano lievi al triste vento.

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Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) nel mese di giugno la Terra ha raggiunto un nuovo massimo nella sua corsa al riscaldamento: la temperatura media globale sul pianeta è stata la più elevata mai registrata.

Lasciamo stare se la colpa sia della scriteriata opera dell’umanità, come sostengono la stragrande maggioranza degli studiosi, o dei corsi e ricorsi della climatologia, come afferma qualche ultras del capitalismo selvaggio. Colpisce di più la totale indifferenza di tutti al fenomeno in sé. E ai suoi effetti.

Già, perché il caldo e la siccità non fanno solo boccheggiare chi non possiede un buon condizionatore. Ma colpiscono Europa, “Corn Belt” (il “granaio” del Midwest USA) Russia e Ucraina, riducendo il raccolto dei cereali; quest’anno, secondo il dipartimento dell’agricoltura Usa, la produzione sarà insufficiente a sfamare persino i soli “privilegiati” del mondo “satollo”.

I prezzi delle “commodities” agricole (grano, soia, mais) volano, con aumenti anche del 40 per cento. Il rischio fondato è che così continuando alimenti indispensabili per vivere, tipo il pane, finiranno per scarseggiare o per costare più cari dell’oro. Immaginate la scena: in confronto, il default dell’Euro potrebbe essere una quisquilia.

Meno male che ci sono Grillo, Berlusconi, la Minetti, le divisioni interne del Pd e varia umanità a distrarci un po’. Per preoccuparci delle cose serie, c’è sempre tempo.

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