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In realtà, faccio il tifo per la Juventus (be, nessuno è perfetto, no?). Ma stasera faccio il tifo per Abidal. Ma sì, Abidal. L’ex nazionale francese, l’ex idolo del grande Barcellona di Guardiola, quello che adesso allena il Bayern e ieri sera ha matato la Roma (capita). Abidal che, dopo un tumore, il ritorno, la ricaduta, adesso è tesserato dell’Olimpiacos di Atene. Quella Atene dove la Juve ha lasciato una Coppa già vinta, tanti anni fa, Abidal forse neanche se lo ricorda, che aveva solo 5 anni ma io me lo ricordo bene.

Abidal-Olympiakos

Abidal che ormai gioca poco, ma, come dice lui, sa che “ogni partita è un regalo”. Come ogni giorno che passiamo, andando avanti con fatica tra i piccoli dolori del quotidiano. Un regalo è ogni giorno, ogni partita in cui giochi come sai, a volte vinci a volte perdi, ma comunque ce la metti tutta. Come Abidal, che ha vissuto in un sogno per tanti anni – le folle, le vittorie, le gioie – e poi è caduto nell’incubo del male, degli ospedali, dei chirurghi, di quelle terapie che ti consumano il corpo e l’anima.

Perché siamo tutti Abidal, prima o poi. Nella gioia e nel dolore, andando a tentoni nei campi da gioco, a volte soli e volte in compagnia. Tutti con un viaggio da vivere, una partita da giocare, e ognuna è un regalo, come dice Abidal.

Abidal, che forse stasera gioca o forse no. Abidal, che forse tornerà al Barcellona e chiuderà la sua carriera, o forse no. Abidal, che forse avrà una lunga e felice vita o forse no. Abidal, che forse regala un dispiacere alla Juventus, e pazienza se accadrà. Sì, stasera faccio il tifo per Abidal, che la mia Juve mi perdoni. Perché il calcio è come la vita, e la vita è così. E chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio (Mourinho dixit).

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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In quell’equilibrio verso la follia che è la vita, il calcio conta; anche per chi dice che non è vero. Il calcio è sudore, lacrime, gioia. Non è solo un gioco, anche se dovrebbe. Chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio, ha detto una volta José Mourinho; perché il calcio è una metafora, uno specchio (un po’ deformato) della realtà.

Prendi il calcio italiano: campanilismo amorale, frantumazione popolare, individualismi e pressapochismi, tifo “contro” e non “per”, genio e sregolatezza. E un declino certificato anche dalla FIGC con il Report Calcio 2013: stadi sempre più vuoti, debiti in espansione, costi medi alti; reggiamo con i ricavi da diritti televisivi e con le “plusvalenze” da trasferimenti: al contrario degli “altri”, quelli bravi, le nostre squadre dipendono dalle tv, o dalla presenza – sempre più rara – di fuoriclasse da rivendere fuori.

calcio

Ma no, il nostro calcio è dinamico: crescono gli scambi di giocatori, più di duemila, un record mondiale. Ma è un facite ammuina: due volte su tre sono scambi alla pari, a titolo gratuito; polvere negli occhi, se non giochetti strani. E poi il baratto è una risorsa di poveri che cercano di sopravvivere, contrabbandata con la furbizia di ricchi scemi che tirano a campare.

Gli altri (tedeschi, spagnoli, inglesi, ma anche russi e olandesi) fanno crescere i ricavi di vendita (biglietti) e quelli commerciali (sponsor e merchandising): i veri ricavi operativi, che da noi – manco a dirlo – sono componenti residuali. Ma in qualcosa siamo forti: i costi medi delle società sono come quelli degli spagnoli, e non lontani da quelli tedeschi.

E le serie minori, dove i diritti Tv non ci sono o quasi? Lasciamo perdere. E le prospettive dei settori giovanili, cioè il futuro? Cambiamo argomento. E gli stadi, cioé le infrastrutture? E via proseguendo. Segnali che qualcosa sta cambiando? Non pervenuti. E’ meglio accapigliarsi per una prova tv, per un coro razzista, per un errore arbitrale. Meglio, più comodo che guardarsi dentro.

La poesia di un calcio che è stato uno dei migliori del mondo va a farsi friggere. E, anche se ogni tanto il talento o lo stellone ci soccorre, anche se “Italians do it better”, anche nel pallone, perdiamo appeal: sempre meno gente all’estero è interessata ai nostri campionati, alla nostra nazionale. Già, quella squadra color cielo italiano che odiamo un po’ tutti per 4 anni, salvo poi sventolare il bandierone quando (miracolo!) vinciamo un mondiale.

Chissà perché ci siamo ridotti così. Forse ha ragione lo “Special One”: chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio. E in Italia a sapere solo di calcio sono tanti, troppi. Specie tra coloro che il calcio lo comandano.

Mentre un altro campionato finisce, in quell’equilibrio verso la follia che è il calcio, siamo solo capaci di tifare contro, rosicare o sfottere (a seconda della bandiera di appartenenza). Del calcio italiano resta solo quell’azzurro della maglia della nostra nazionale, bello come il cielo, il magnifico cielo italiano.

Ma è sempre più buio, sempre più notte, sotto questo cielo d’Italia. Anche nel calcio.

l calcio italiano è sempre più famoso per il brutto spettacolo agonistico e l’inqualificabile comportamento degli spettatori. In serie A, nei campionati minori e in quelli di ragazzi e bambini. Ne abbiamo già parlato. Un altro episodio è accaduto nel bergamasco, durante la partita del campionato esordienti tra Unione Sportiva Caravaggio e Trevigliese: un padre inferocito per la sconfitta della squadra ospite nella quale gioca il figlio tredicenne, se l’è presa con l’arbitro, malmenandolo.

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Ma è accaduto qualcosa di nuovo: è stato proprio il figlio a sgridare pubblicamente il padre picchiatore, invitandolo ad allontanarsi, spiegando a tutti cosa era successo e perché la partita doveva essere sospesa. Visti i casi recenti, magari finirà con la squalifica del ragazzino. Ma, in quest’Italia capace solo di gridare urla disperate, di prendersela con “l’altro” (sia un arbitro, un tifoso avversario, un leader politico) per qualunque cosa, importante o futile, inclusi i propri personali fallimenti, di prendersi una responsabilità e costruire il futuro anziché distruggere il presente, è un timido raggio di sole, un piccolo segno di speranza.

Speriamo che crescano. E non solo nel calcio.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

4 maggio 1949, Superga, 31 morti. 29 maggio 1985, Heysel, 39 morti. Torino e Juventus, Toro e Juve, due squadre divise da una rivalità senza fine. Due diverse tragedie, 70 morti, un unico dolore. E’ solo calcio, eppure – come per la politica, la religione, la razza – non mancano imbecilli di ogni età che vomitano addosso al dolore, che sputano su quei 70 morti, a 70 angeli in un unico cielo.

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70 angeli in un unico cielo è una mostra, aperta ieri a Grugliasco, che unisce le due tragedie sportive di Juve e Toro. Rivali, ma non nemiche. E non solo perché il calcio è (dovrebbe essere) solo un gioco. E nemmeno perché se arrivi a Superga vedi solo un cielo azzurro e prati verdi, e poi Torino e le Alpi in lontananza e respiri quel dolore, che è di tutti. E neanche perché se arrivi dove c’era l’Heysel vedi strade, parcheggi, gente che va e viene ma non puoi non pensare a quel padre con il figlio con la maglia bianconera inzuppata di sangue.

70 angeli in un unico cielo; per ricordare, e forse per capire. Capire – per il calcio, o per cose più importanti – che siamo tutti fratelli sotto lo stesso cielo; o, almeno, che il dolore è sempre uno e non ha colore, perché il sangue è di noi tutti è rosso. O almeno che i morti vanno lasciati in pace, e che si può essere diversi senza essere nemici. O, almeno, il rispetto.

O se proprio non si riesce ad essere abbastanza umani, almeno comprendere, come è scritto in un museo di una grande squadra di calcio, che “senza i nostri avversari, la nostra sarebbe stata una storia incompleta”.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Com’è azzurro il cielo stamattina. E com’è alta da qui questa grande montagna, e com’è aspra quella strada che sale e va sempre più su. Chissà se anche Marco può vederla, come quando la corsa finisce e resti lì a guardare le nuvole, solo il cielo azzurro a farti compagnia. Perché il ciclismo non è uno sport, ma una poesia, la poesia della fatica dell’uomo. Un uomo solo al comando della corsa, gambe, cuore e polmoni, che scala le montagne e arriva al traguardo.

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Una poesia che scompare tra fiale, siringhe e furbate e che muore all’ombra dell’Epo. Ne ha presi tanti: Tommy Simpson, il cannibale Eddy Merckx, Lance Armstrong, Alberto Contador e tanti altri. E anche tu, Marco, che sei lassù, solo al comando, come sul Galibier o il Mortirolo, solo il cielo per compagnia. Vai, corri, senza trovare un senso a questo andare, in un mondo dopato, dove vincere è l’unica cosa che conta: credito facile, consumismo, crescita infinita; sempre più grande, sempre più in alto, sempre di più, sempre più su. Un mondo che come il ciclismo muore di doping; privo di senso del limite, immortale e invincibile, a qualsiasi costo: un traguardo volante, uno sprint, una salita, una crono. Una corsa dopo l’altra. Fino all’ultimo giro di pista.

E tu, che hai solo il cielo a farti compagnia, che hai corso troppo forte e te ne sei andato troppo presto, chissà se adesso lassù ogni tanto monti in bici, come una volta: un bambino con la gioia negli occhi, davanti una montagna da scalare. Solo con il tuo cuore, le tue gambe e i tuoi polmoni.

Anche se hai sbagliato – perché gli uomini sbagliano – mi manchi. Ci manchi. Ti sia lieve la terra, Marco.

(Riadattato, anche se già pubblicato qui. Perché Marco Pantani era un dio)

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

In principio fu la squadra delle giovanili del Pisa sconfitta a tavolino (con un punto di penalizzazione) perché l’allenatore Birindelli ritirò la squadra per un vergognoso litigio di due genitori sugli spalti. Poi c’è stata la storia della maxi rissa con dieci espulsi più rissa sugli spalti per una partita del campionato regionale juniores campano tra Sibilla Soccer e la Puteolana 1909, con sanzioni blande, vista la gravità dell’accaduto. La giustizia sportiva ha toppato; pazienza, errare è umano.

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Ora, la storia di Claudio Buso, allenatore dei giovanissimi del Casotto Pescatori di Marina di Grosseto, che durante una partita di campionato ha visto un ragazzino della sua squadra stramazzare al suolo dopo uno scontro di gioco. E’ entrato in campo soccorrendo il ragazzo con un massaggio cardiaco – probabilmente, salvandogli la vita – ma non ha chiesto il permesso all’arbitro, che non s’era accorto di niente. E’ stato espulso (forse perché, invitato dall’arbitro ad allontanarsi, gli ha risposto da padre di famiglia e non da allenatore), ed è stato squalificato dal giudice sportivo per 45 giorni. Perseverare è diabolico.

Oltre allo sprezzo del ridicolo, è la distanza tra il concetto di “giustizia” e l’applicazione “burocratica” del regolamento (più grave, perché riferita a campionati di ragazzi) a non meritare altri appelli.

Coni, Federazione, autorità competenti, chiunque può: cambiatelo, questo calcio. Sennò, meglio scendere.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Al campo Tony Chiovato di Baia si sono sfidati, per il primo posto del campionato regionale juniores, il Sibilla Soccer e la Puteolana 1909. E’ finita con una maxi rissa, dieci espulsi (cinque per parte), il pubblico – composto soprattutto dai genitori – che se le suona di santa ragione, rissa che prosegue negli spogliatoi, intervento dei carabinieri.

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Non preoccupatevi: non sentirete la solita litania sulla vera sportività, sulla competizione e tutte queste menate. Anzi, avremmo una proposta. Ricordando il caso delle giovanili del Pisa allenate da Alessandro Brinidelli – che ha ritirato la squadra durante l’incontro con l’Ospedalieri perché due genitori si picchiavano – a cui la Federazione Calcio ha dato la sconfitta a tavolino e un punto di penalizzazione, proponiamo un premio.

Un premio ai dieci espulsi, ai loro allenatori, ai loro genitori: perché questo è il vero calcio. Promuoveteli tutti. E mandate le due squadre direttamente in serie A.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Questa storia non è la storia di Letta e Alfano, che – come Renzi sa benissimo – simul stabunt simul cadent. Perché, anche a voler prendere il toro per le corna, è difficile che un governo italiano cada per la moglie di un dissidente kazako a cui, purtroppo (e sottolineo: purtroppo) a nessuno (e sottolineo: nessuno) frega alcunché.

No, questa è un’altra storia. Più lieve e più triste. E’ la storia della campagna abbonamenti di una (ex) gloriosa squadra di calcio che per catturare l’attenzione sforna messaggi pubblicitari poco “politically correct”. Esempi: “Tua moglie è fissata con le corna? Portala a vedere il Toro”. E ancora: “Per i tuoi figli abbiamo una babysitter con le palle” e altro.

Più lieve: perché sono solo spot da stadio. Quisquilie, pinzillacchere mentre l’Italia sta affondando tra “vane intese” e “larghe pretese”; un Paese vecchio come il suo Presidente della Repubblica, come la sua classe dirigente incanutita, incarognita e ignorante. Come la sua pubblica opinione distratta sempre e solo dal proprio “particulare”, l’ombelico più bello del mondo.

Più triste: perché “il grande Torino” è una squadra “speciale”. E’ tradizione, gloria, cuore, sangue: il meglio del calcio italiano, da sempre. Una squadra che tutti quelli che amano il calcio non possono non portare nel cuore. E se anche questa tradizione e gloria affondano, perdendo la capacità di distinguere tra battuta e volgarità, tra comico e ridicolo, tra provocazione e imbecillità, il cuore fa male. E’ il segno di un tempo, di un clima. Di un Paese che sembra moribondo.

Già. A pensarci bene, forse tra il razzismo volgare di Calderoli che si cerca di far passare per battutina, cialtroncella ma innocua, e il claim sessista che si cerca di far passare per provocazione oltre le righe del Toro non c’è differenza. Accade sempre nello stesso Paese, che declina senza freni tra grasse risate e larghe intese.

Perché non riesce a prendere il toro per le corna e svegliarsi dal suo coma (quasi) irreversibile.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Il ciclismo è come la vita. Sei tu, una bicicletta, una strada da percorrere, un traguardo da raggiungere. L’aria fresca nei polmoni, le gambe girano, il tuo cuore che batte forte mentre sali oltre le nuvole e solo il rumore leggero del vento sfida il silenzio.

Il ciclismo è come la vita. Ogni tanto, superi la vetta, il cielo ti sembra a portata di mano, ma c’è già un’altra strada da fare, un’altra cima da scalare. E arrancando in bicicletta puoi ricordare ancora che salire è un’impresa dura, faticosa, selettiva; che migliorare, vivere è una conquista quotidiana, che comporta rinunce, e non si compra a prezzo di costo partecipando a un reality o con cose così.

Il ciclismo è come la vita. C’è sempre chi cerca la strada più facile, la scorciatoia. Perché c’è chi vuole vincere facile. Perché c’è chi vuole vincere sempre. E allora scopri che anni di gare, di corse, di traguardi erano infarciti di doping, dell’Epo e di tutte queste porcherie. E quegli ordini di arrivo sono pieni di ragazzi morti o cancellati dagli ordini d’arrivo e dagli albi d’oro.

Il ciclismo è come la vita. E anche dove nelle gare dove non girano soldi, dove corrono solo dilettanti, o anche amatori, fioccano fiale e siringhe, supposte e medicine che ti sembra di stare all’ospedale. Gente che si riempie di roba rischiando la vita per vincere una corsa, o semplicemente per battere l’amico compagno di corsa.

Il ciclismo è come la vita. Perché è bello vincere, sfidare se stessi e gli altri; ma a pochi piace farlo solo con la dura fatica quotidiana, rischiando di perdere o capire che non puoi farcela, che sei solo un piccolo uomo che non ce la fa ad arrivare a tutti i traguardi.

Ed è per questa voglia di vincere ad ogni costo, di non voler accettare i tuoi limiti, il tuo meraviglioso essere un piccolo uomo imperfetti che perde, può perdere, può non farcela per tutti i traguardi. E’ per questo che il ciclismo sta morendo affogato dal doping e da corse e ciclisti senza fantasia e senza passione.

Come la vita.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Andrea Agnelli, anche se in ritardo, l’ha detto. Quello striscione su Superga dentro lo Juventus stadium prima del derby con il Toro aveva fatto male a tanti. Come l’altro striscione su Pessotto prima di Milan Juve. O quelli sull’Heysel che spesso si sentono in giro. Come le battute sulla puzza dei napoletani che tracimano dallo stadio ai servizi in Tv. E via seguitando: il campionario degli imbecilli è vasto, e non risparmia quasi nessuna tifoseria, chi prima e chi dopo.

Dice: ragazzate, quisquilie, cose da stadio. E invece no. Quando si alza troppo la soglia della tolleranza nei confronti dell’imbecillità a pagare il prezzo non è la civiltà, ma proprio l’umanità. E’ stato a furia di tollerare forchettoni e parassiti che ci siamo ritrovati la classe dirigente che abbiamo. E’ stato a furia di ascoltare capi e capetti della politica sventolare come un vanto la loro ignoranza che ci siamo ritrovati a pensare che la cultura sia una cosa di cui vergognarsi, da “puzza sotto il naso”. Per non pallare della tolleranza al razzismo, o peggio, che come finisce si è visto spesso; anche in modo tragico.

Lo sport poi è pure un gioco. Un business, certo, con tanti interessi dietro, vero. Ma per chi lo guarda è soprattutto un divertimento, un passatempo. Andrea Agnelli ha aperto, tardivamente e timidamente, la strada. Sarebbe ora che – per una volta tanto, senza dividersi – lo seguissero tutti i massimi dirigenti calcistici e dello sport. E che episodi come quello di sabato sera sia pesantemente sanzionati.

Non dico arrivare al giorno in cui – allo stadio, per strada, nelle piazze, insomma dappertutto – imparassimo la faticosa arte della tolleranza, della convivenza e dell’accettazione degli “altri”, delle loro “fedi” e delle loro idee.

Ma almeno, di cominciare ad incazzarsi quando qualcuno usa l’insulto per mascherare la propria imbecillità. Sarebbe almeno un inizio.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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