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Estrella Sanchez è una ragazza di 24 anni. E’ nata e vive a New York. Per lei oggi è un giorno speciale. Perché, per quei casi strani della vita, oggi ricorda due persone che le sono care. Il suo papà Miguel e il suo nonno Hugo.

(UPI) 11 SETTEMBRE: L'AMERICA RICORDA LA STRAGE CHE HA CAMBIATO IL MONDO

Hugo non lo ha mai conosciuto, se non attraverso i racconti e le foto di famiglia. Era un ingegnere bello, forte e coraggioso, che partì da Santiago del Chile in cerca di fortuna per l’America, New York. Conobbe Lucy che veniva dal Maine, ed ebbero tre figli. Quando nel giugno del 1973 decise di tornare in Chile per un po’, salutò la moglie e i figli con gli occhi sorridenti: dopo anni di buio, in Chile era rinata la speranza. Le raccontarono che uscì di casa, la mattina dell’11 settembre del 1973 e, puf, sparì. Senza che nessuno abbia mai spiegato dove sia finito, e perché.

Miguel, suo papà, invece se lo ricorda bene: bello, forte, coraggioso, la portava sempre al Luna Park e le comprava un palloncino e lo zucchero filato. Aveva 11 anni quel giorno in cui Miguel si alzò, con lo sguardo cupo – lui che il resto dell’anno era sempre allegro – mentre la salutava prima di andare al lavoro, al World Trade Center, la mattina dell’11 settembre del 2001. Un sorriso dolce sotto gli occhi scuri e anche lui puf, sparì, come un palloncino perduto da un bimbo, senza che nessuno abbia mai spiegato dove sia finito, e perché.

Estrella accarezza Stephen, suo figlio, che ha gli occhi di suo nonno e non sa ancora che per la sua famiglia l’11 settembre è un giorno speciale. Un giorno in cui un’America cattiva fatta di uomini senza cuore aiutò degli uomini vestiti da soldati a uccidere tutti quelli che stavano cercando di ricostruire il Chile. Un giorno in cui un’America bambina, gioiosa e bella come lo zucchero filato che gli uomini buoni comprano ai loro figli al Luna Park sono stati spazzati via in un attimo dalla cieca furia di terroristi senz’anima.

Estrella tiene Stephen per la mano. Vanno a trovare Hugo e Miguel, distesi sull’erba uno accanto all’altro a Green-Wood. Guarda la pioggia sottile che accarezza New York e ripensa a due uomini che partirono da casa con in tasca dei sogni e un sorriso per le loro famiglie. Spariti nel nulla, senza un perché, dissolti nel vento. E spera, ingenuamente, che non ci saranno altri 11 settembre da ricordare, in nessun posto di questo mondo.

A tutte le vittime di tutti gli 11 settembre

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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Non so quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo, né quante volte deve alzare al testa prima di riuscire a vedere il cielo. Non so neppure per quanto tempo continueranno a fischiare i cannoni prima di essere banditi per sempre. E nemmeno quante orecchie dobbiamo avere per sentire le lacrime dei nostri simili, quante volte potremo far finta di non vedere, quanti morti ci vorranno prima di dire basta.

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C’è un vento che soffia, una brezza leggera, quasi impercettibile. Se ne sta acquattata dentro le nostre coscienze assonnate, nei giorni pigri dell’indifferenza, nelle notti rannicchiate sui nostri piccoli sogni di piccoli uomini senza più speranze per il futuro. Non so se finiremo per assopirci del tutto, affogando nei nostri egoismi. O se arriverà la fine di questa lunga notte.

Non lo so, come non lo sapeva Bob Dylan 50 anni fa. So però che ancora oggi, dopo 50 anni, non ho perso la voglia di cercare una risposta.

Quella risposta che, amico mio lo sai, è volata nel vento.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Gino Strada, il fondatore di Emergency, ha annunciato di aver querelato i quotidiani Il Giornale e Libero per i titoli dei giorni scorsi in cui si diceva che i tre operatori fermati nella ancora poco chiara operazione dei servizi Afghani all’ospedale di di Lashkar Gah avevano confessato: “Ci aspettiamo un titolo con scritto sono innocenti. Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere”.

Il Giornale sui nostri tre connazionali ha detto un po’ di tutto. Prima ha sparato un titolone sulla confessione dei nostri connazionali, salvo poi contraddire nell’articolo quanto scritto nel titolo, in barba alla coerenza. Forse perché Feltri crede che i suoi lettori si limitino a leggere i latrati  (pardon, i titoli). Poi il quotidiano ha riportato alcune deliranti “rivelazioni” di personaggi afghani, prese come se fossero oro colato. Poi li ha accusati di essere dei “pirla”, dando implicitamente per scontata una loro responsabilità indiretta nell’accaduto.

Poi, quando l’evidenza dei fatti e l’azione saggia, dopo un tentennamento iniziale, del ministro Frattini, del sottosegretario Letta e dei loro collaboratori,  hanno mostrato la totale innocenza dei tre operatori di Emergency, si è accanito oltre il limite della decenza sulla balla del rifiuto del volo di Stato, artatamente accesa dal sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, nonostante la notizia fosse stata prontamente spenta dalle dichiarazioni dei responsabili di Emergency e dalla Farnesina. Libero si è accodato, più o meno sulla stessa falsariga.

Sarebbe un bene che i due quotidiani chiedessero scusa o facessero ammenda in qualche modo. Facendo una cosa che non sono abituati a fare: dire semplicemente la verità, e separando i fatti dalle loro – legittime – opinioni. Anche quando esse sono dettate dall’astio verso un organizzazione che può avere posizioni politiche distanti da loro, ma che si occupa di curare feriti di guerra. Spesso civili, spesso bambini. Ma non lo faranno. Anzi, sembra già di sentire Feltri e Belpietro gridare all’intimidazione ed ergersi a difensori della libertà di parola e di stampa.  E  allora, repetita juvant: riguardo i titoli del Giornale, come disse Alberto Sordi, “La libertà (di parola) è una bella cosa, peccato che ce ne sia troppa”. E ancora, come si era detto anche qui, è bene ricordare che ci sono delle affinità tra il dire fregnacce e l’esprimere la propria opinione. Ma ci sono anche tante differenze.

Pubblicato su Giornalettismo

Ci sono storie che sembrano inventate. Come questa. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco contro l’11a compagnia del III battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozen in via Rasella a Roma, dove restano uccisi 31 militari tedeschi e 2 civili (altri 10 soldati moriranno nei giorni successivi), per ordine di Adolf Hitler viene decisa una rappresaglia di 10 italiani per ogni tedesco ucciso.

Ci sono storie che sembrano incubi. Come questa storia di belve con sembianza umana, che parlano tedesco e dicono: “Punizioni esemplari”. La Convenzione di Ginevra del 1929 fa esplicito divieto per gli atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra. Ma al comando tedesco non importa. Ci si aggrappa ai codici di diritto bellico nazionali che consentirebbero la rappresaglia. Ma si violano anche quelli: non si aspettano le 24 ore di rito perché i responsabili si consegnino, non si indaga su eventuali responsabilità, non si risparmiano civili innocenti, non si fanno avvisi alla popolazione. Ci vuole una punizione esemplare, una rappresaglia.

Ci sono incubi che sono storia. Una punizione esemplare, una parola che mette i brividi, una regressione per la bestia umana che anima il nazismo già agonizzante. Hitler vorrebbe far saltare in aria un intero quartiere di Roma  con tutti quelli che lo abitano, e per ogni poliziotto tedesco ucciso vorrebbe far fucilare da 30 a 40 italiani. Himmler dà ordine di cominciare ad organizzare la deportazione di tutta la popolazione maschile dei quartieri più pericolosi, famiglie comprese rastrellando le persone dai 18 ai 45 anni e solo motivi logisitici. Alla fine la decisione: 10 italiani per ogni soldato. Se sono partigiani prigionieri bene, sennò pazienza. Ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi. L’importante è che la belva umana sia sazia.

Ci sono incubi che durano da 66 anni. Herbert Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma e delle torture contro i partigiani nel carcere di via Tasso, comanda le operazioni, coadiuvato dal capitano Priebke. Un plotone di soldati tedeschi blocca l’accesso alla cava di arenaria, 4 camion portano 335 persone all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese. Arrivano 5 auto piene di SS armati di tutto punto. Scendono lentamente, molti di loro sono stati torturati. Le SS li spingono dentro la cava, cominciano le esecuzioni. I soldati lanciano bombe a mano nella cava, e si infierisce senza pietà anche sui corpi senza vita. Poi due serie di mine servono a nascondere o almeno a rendere più difficoltosa la scoperta di quest’eccidio. Anche le belva provano vergogna.

Ci sono storie che fanno orrore. Finita l’esecuzione, i tedeschi affiggono pure nelle vie di Roma un manifesto in cui il comando tedesco promette che se vengono consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia. Per coprire le loro colpe. Ma anche la terra ha orrore, si ribella: i corpi senza vita emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare, il 25 marzo, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma. In molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo.

Ci sono storie che sembrano un sogno, un incubo, un orrore che non riesce a spegnersi dopo 66 anni. Ma è storia, sono accadute, proprio qui davanti ai noi. Ci sono 335 persone innocenti massacrate per vendetta, in mezzo all’assurda guerra dove milioni di uomini finirono in un camino solo perché ebrei. Storie di cui si è persa la memoria, che si preferisce non raccontare, perché ormai è passato. Storie di un passato che bisogna lasciarsi alle spalle.

E’ vero che tanto tempo è passato. E’ vero che altri incubi disumani compiuti da tanti compongono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo. Sarà. Ma anche per questo io resto qui, davanti a questa strada, e mi sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine.  Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo  e tanti altri. Muti davanti a noi. Il vento continua a soffiare su questa storia.

24 marzo 1944 – 24 marzo 2010. Per non dimenticare

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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Uno dei mestieri più affascinanti del mondo è senz’altro quello di Giornalista. E’ un mestiere che ti permette di conoscere le cose, di spiegarle ai cittadini. Di informarli. Di “fare opinione”. Ai Giornalisti è permesso di fare una cosa che piacerebbe a molti: fare domande. Ovviamente, diventando giornalisti famosi, quelli a cui è permesso fare anche le domande più importanti, più significative. Come chiedere ad un uomo o ad una donna che “conta”, che può influire – in parte – sui destini della nostra vita le ragioni dei fatti, le concatenazioni degli avvenimenti, il perché delle scelte e delle dichiarazioni. Non è una cosa semplice, che possono fare tutti. Ci vuole, intelligenza, sensibilità, competenza. E’ un mestiere difficile, che solo donne e uomini seri possono fare. E solo i migliori possono diventare giornalisti importanti e famosi. Noi, con il nostro spirito fanciullino, ad esempio, non ne saremmo capaci. Troppe analisi complicate, troppe argomentazioni complesse, troppe riflessioni intrecciate sulle motivazioni del perché in Italia si fanno certe scelte come ad esempio, le ronde, i presidi spia, i medici spia, le risorse per il terremoto in Abruzzo. O sul perché l’amministrazione Bush ha iniziato e proseguito la guerra in Iraq, sul ruolo della Russia, della Cina, sulle scelte in materia di inquinamento, e tante altre faccende dannatamente complicate. Per queste cose ci vogliono persone serie e competenti: se ci trovassimo al posto dei giornalisti, faremmo un sacco di sbagli. Non è facile fare il giornalista: sei sempre al centro dell’attenzione, devi essere competente, attento, sempre pronto ad informarti, a informare e far conoscere la realtà. Certo nessun giornalista serio avrebbe mai fatto un errore imperdonabile, come quello che ha fatto

Misha Lerner, 9 anni, classe quarta di una scuola elementare ebraica di Washington, zazzera rossa. Questo bambino ha fatto alla signora Condoleezza Rice, una domanda semplice, troppo semplice: “Perché, come dice il presidente Obama, avete applicato tecniche di interrogatorio simili alla tortura?” Misha, ma che combini? Ma che razza di domande fai? Condoleeza c’è rimasta male. E’ così ovvio. Semplice. Troppo semplice. Nessun giornalista serio avrebbe mai fatto una domanda del genere ad una donna così importante. Ma te l’immagini un giornalista bravo come Bruno vespa chiedere a Silvio Berlusconi: “Presidente, ma è vero che si accompagna con delle minorenni, come dice sua moglie?” Oppure a Giulio Tremonti: “Come mai nel decreto per il terremoto dell’Abruzzo non c’è neppure lo stanziamento di un euro?” Ma non hai mai visto una trasmissione televisiva, o letto un’intervista su un quotidiano? Caro Misha, hai proprio sbagliato. Visto che sei un bambino per stavolta sarei perdonato. Però, ci dispiace tanto: tu di certo non potrai mai fare il giornalista.

Buon tutto!

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Mentre la pietà, la fratellanza e l’intelligenza tacciono in terra di Palestina, per fortuna c’è qualcuno nell’ombra agisce in silenzio per riportare un briciolo d’umanità e di pace in terra santa. Un uomo che si muove instancabile, operoso, generoso, facendo la spola tra le diverse parti in lotta, per far tacere le armi. Non si tratta del nostro brillantissimo e operoso ministro degli esteri Franco Frattini, che come un caro amico dalla penna che graffia ci ricorda, sa sempre dire la parola giusta al momento giusto. Lui è troppo impegnato a Cortina, in queti giorni, per risolvere la grave crisi scoppiata tra la cittadina turistica e la madrepatria Veneto, che Cortina vorrebbe abbandonare per passare all’Alto Adige. Stiamo parlando di un altro grandissimo uomo di stato. Un uomo che un tempo distrusse la sinistra agonizzante e nostalgica dei lavoratori, degli operai, degli umili, dei diseredati per aprire le porte al New Labour, alla nuova sinistra, alla terza via. Sì, stiamo parlando del nostro grande idolo Tony Blair, detto l’amico Tony o, se preferite, Friend Tony. E’ arrivato sabato notte a Gerusalemme, sistemandosi nello storico American colony, uno splendido e costosissimo albergo dove è installato il suo quartier generale, che da un anno e mezzo occupa l’intero quarto piano di quell’albergo, 12 suite di cui una attrezzata a palestra. Tony Blair è il negoziatore per la pace Israele-Palestina per conto del quartetto Usa, Russia, Onu e Ue, ribattezzato il quartetto cetra. Blair , detto Mr. Medio Oriente, è sempre lì: si è fermato a Gerusalemme addirittura per ben 7 giorni al mese, ovviamente estate esclusa: l’aria condizionata del Colony è difettosa, e a Gerusalemme fa molto caldo e c’è umidità. Il resto dell’anno il quarto piano è completamente vuoto, ma non perché Blair sia in ozio. Anzi: Friend Tony non si ferma un momento. Tiene conferenze per la modica cifra di 200 mila dollari l’una, viaggia dalla Cina agli Usa senza sosta, ha scritto un libro per un modesto contratto da un milione di dollari. E poi è diventato advisor della Assicurazioni Zurigo per la sua esperienza in campo internazionale, ha avuto una consulenza strategica per la Jp Morgan, è diventato visiting professor a Jale. Pochi mesi fa è stato a anche a Kyoto, in Giappone, assieme a molti esperti per mettere le basi alla firma di un nuovo accordo. Per forza che non riesce a passare più tempo a Gerusalemme. Forse per questo l’amico Tony è rimasto molto male quando il suo successore Gordon Brown, intervistato dal Daily mail che voleva sapere dove fosse Blair in questo momento drammatico per la terra santa, ha risposto: “Credo che sia in vacanza”. Tony non sa cosa siano le vacanze. Ad esempio, mentre il governo israeliano prendeva la decisione di bombardare gaza, Tony era a Londra. Lo hanno visto all’ importantissima inaugurazione di un negozio Armani a Knightsbridge, mentre telefonava. Pare che stesse chiamando il premier israeliano Olmert, per spiegargli la strategia da adttare per sconfiggere Hamas evitando uletriori massacri e spargimenti inutili di sangue innocente. Ma ha trovato il numero occupato. E che doveva fare, povero Tony? E’ tornato a mangiare tartine al salmone. Tony si è anche ripromesso di andare a dare un occhiata a Gaza. Perché da quando è stato nominato, a giugno del 2007, pare sia stato un paio di volte in Cisgiordania, ma non abbia mai messo piede a gaza. D’altronde, che ci andava a fare? Lo sa benissimo che lì a Gaza si muore lentamente in vano ascolto, come ci ricorda un altro amico che a Gaza invece c’è andato (si vede che ha molto tempo libero, e non aveva nulla di meglio da fare…) e ci racconta ogni giorno cosa succede laggiù. Tony, invece, non ha tempo da perdere con queste sciocchezze. Ci sono tante cose da fare, nell’ombra, in silenzio, dietro le quinte. I risultati di questa grande faticosa opera di mediazione di questo ultimo anno e mezzo, sono sotto gli occhi di tutti.

“Where have you gone, Tony Blair?” “On Holiday, of course…”

Buon tutto!

Ci sono giorni in cui l’estate ti regala serate fresche e ventose. E così, seduto nel giardino di casa tua, lasci che il vento e un buon bicchiere di vino cullino i tuoi pensieri. In questi momenti sul limitare del sonno la mente vola verso ricordi e pensieri senza meta. E mi è venuto in mente mio nonno Latino. Lui era un ragazzo del ’99, uno di quelli che da tanti paesi (Siciliani, Calabresi, Lombardi, Toscani, Friulani) a 18 anni ha combattuto nella grande guerra del 15-18. Lui era lassù, a Vittorio Veneto, nel 1918, con lo sguardo smarrito alla ricerca del suo amore lontano, mandato sui monti a combattere, forse senza sapere bene perché. Mi ricordo che nel suo cuore di ragazzo smarrito c’era il pensiero di Venezia, che era lì, a pochi chilometri. La  Venezia di cui aveva sentito parlare, a volte, da qualcuno nei suoi monti dell’Umbria, una città che non avrebbe mai visto. Non so se mio nonno sapeva che a Venezia tanti ragazzi di vent’anni come lui erano caduti, durante l’assedio alla città, nel 1849, massacrati dall’esercito austriaco, con il sangue che macchiava il Canal Grande. Non credo che conoscesse quello che resta di loro, una canzone lontana e dimenticata. E certo mio nonno non sapeva che poco lontano, in un’altra città di quello strano paese in cui si era trovato a combattere, Brescia, altri giovani avevano combattuto  per dieci lunghissime giornate, nella primavera di quel 1849. Non sapeva mio Nonno, che stava facendo la Storia. edio alla città, nel 1849, nni caddero lla splendida città, venezia,a. riE mentre ripenso a quei giorni lontani, a quei ragazzi ammazzati sul selciato, o sperduti tra i monti, un altro bicchiere mi aiuta a ricordare di altri ragazzi che morirono anch’essi nelle sere calde di Roma, nel luglio del 1849, i loro corpi abbandonati sul Gianicolo. Erano tanti, e venivano da tanti paesi diversi, come quelli del 1918. E tra loro, un ragazzo di Genova, di 22 anni, Goffredo. Era morto anche lui così, come si muore a vent’anni, con il cuore  pieno di quella gioia di vivere e la sensazione di aver tutto ancora da fare, con tanto tempo davanti per inseguire i tuoi sogni. Sogni che Goffredo aveva scritto in una piccola poesia senza importanza. Quanti morti, per quel sogno. Tanti, troppi, come quell’ immenso sacrario lassù, vicino Gorizia, dove più di 100 mila ragazzi senza nome riposano in silenzio. Erano i compagni di sventura di mio nonno, e lui spesso diceva: potevo essere anch’io lassù, mentre raccontava – me lo ricordo, proprio qui, sotto questo albero del mio giardino, una sera d’estate di trenta anni fa – della fame, di questo paese di stracci e straccioni, delle notti passate a piangere sulla branda, e poi ancora del dopo guerra, della fame, delle bombe e di quell’altra guerra, un’altra, perché le guerre sono come le canzoni, ce n’è sempre un’altra che arriva prima o poi. Sembrava una favola, e invece era la Storia, e lui non lo sapeva. Ed è la storia, e i milioni di giovani con gli occhi sbarrati in faccia al cielo azzurro, che ci hanno regalato l’Italia, quell’Italia che ama la moda, e la Ferrari, le donne più belle, e l’estate che arriva, ogni anno più calda. L’Italia che vince i mondiali, che gioca d’azzardo e che canta le canzoni. Intossicata da troppi scandali, cemento, cialtroni, adesso è smarrita, confusa, ferita. Troppi hanno dimenticato quanto sangue è stato versato, i nostri nonni che zappavano la terra sotto il suo sole accecante, i nostri fratelli d’Italia che sotto il fuoco dei cannoni ci hanno regalato il sogno di sentirci, davvero, padroni a casa nostra. Ora che tutto si smarrisce e si confonde, proprio come in un sogno di una notte di mezza estate, davanti a un buon bicchiere di vino, ripenso a mio nonno che da tanto tempo se n’è andato lassù, e chissà se guarda dalle placide stelle di questo cielo italiano. E cosa penserà, lui che non sa neppure cos’era la storia, di questi piccoli uomini senza cervello, che sputano addosso al nostro passato, al loro passato, immemori di quello che è stato. Perché forse è vero che quel sogno si è rattrappito, che l’Italia è solo un nome su una carta geografica, e che in fondo siamo tutti cittadini di questo pazzo mondo. Ma è anche vero che ognuno di noi è figlio di suo padre, di suo nonno, della sua storia. E un uomo senza storia è meno di niente. Non è neppure quel piccolo punto sperduto che adesso mi sento, io, quaggiù, pensando a mio nonno, a Goffredo, ai milioni di italiani caduti, che con gli occhi smarriti sussurrano al vento: Ricordati, Italia!
Buon tutto!

A passeggio nel bosco intorno casa mia, gironzolavo riflettendo sull’ultimo Rapporto ONU su cambiamenti climatici e sullo sviluppo umano, e sui rischi per la vita di milioni di esseri umani che sono alle nostre porte. Mentre pensavo che nel frattempo in ogni parte del mondo ci sono persone che muoiono per guerra, fame, malattie come la malaria o la TBC (cose che sarebbero curabili con kit da 10 dollari), mi ha sorpreso una fittissima nebbia, come in un sogno. Mentre cominciavo ad avvertire un pizzico di paura, mi è corso incontro un ometto biondo, un minuscolo e candido bambino dai capelli d’oro e dalle guance del colore della porpora. Mi ha detto di venire da B 612, un asteroide piccolissimo e lontanissimo, dove era fuggito da una rosa che lui aveva tanto amato e curato ma che cominciava ad annoiarlo, tanto era dispotica e permalosa. Questo bambino, che sembrava un principe tanto era bello, mi ha detto che prima di approdare sulla Terra, ha vagato di pianeta in pianeta, incontrando tanti strani personaggi, tipo un uomo d’affari che contava e ricontava le stelle, dicendo di essere un uomo ricco, anzi ricchissimo, perché le possedeva tutte. E poi, un tizio che diceva  di regnare sull’universo, un re senza corona e senza sudditi desideroso soltanto del comando. Dopo altri incontri era approdato sulla Terra, e aveva incontrato una volpe che gli aveva insegnato i riti dimenticati dell’amicizia e dell’amore, quelli che consentono di conoscere realmente le cose, piano piano, giorno dopo giorno. La sua amica volpe gli aveva detto “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici”. Ripartito per il suo viaggio, e dopo avere incontrato un aviatore sperduto nel deserto del Sahara di cui era diventato grande amico ma dal quale aveva dovuto separarsi, il piccolo aveva vagato di nazione in nazione, cercando davvero di capire e conoscere il valore delle cose. Ne vedeva tante molto belle: la pizza margherita per mangiare, un giocattolo tra le luci colorate di Natale, gli ombrelli per ripararsi dalla pioggia, pantaloni e maglioni per proteggersi dal vento, le automobili e gli aeroplani per viaggiare. E si chiedeva, sempre, quale fosse il valore di queste cose, di tutte le cose e tra queste, quale fosse quella più preziosa, di maggiore valore. Preso da dubbi sempre più grandi, capitò un giorno in un posto dove un mucchio di signori eleganti parlavano fitto tra di loro. Erano politici, banchieri, professori, giornalisti, scrittori, uomini di chiesa. Erano i grandi della terra. Il piccolo principe, intimidito da quel consesso numeroso e chiassoso, prese coraggio e chiese: “Voi, signori della terra, sapreste dirmi qual è la cosa di maggior valore? La più preziosa tra tutte le cose di questo mondo?” “Il petrolio” gli rispose senza esitazione un signore americano. “I diamanti” gli rispose un tipo russo. “Il potere” gli disse un altro con gli occhi a mandorla. “La televisione”, affermò un tale di origine italiana. “Ma che dite? L’amicizia!” disse un altro tale. E tutti, a seguire, diedero la loro risposta, finché si alzò un uomo vestito con un umile saio, che disse di chiamarsi Francesco e di venire da Assisi. “La cosa più preziosa al mondo è la vita” Tutti gli altri annuirono convinti. Erano stati proprio sciocchi (forse distratti dai loro grandi pensieri?) per non averci pensato subito! Il piccolo principe, rinfrancato da questo illuminante incontro, ma dubbioso come tutti i bambini impertinenti, mi ha raccontato di essere  tornato a girovagare per il mondo. Voleva essere sicuro che quel signore simpatico e tutti gli altri gli avessero detto la verità. Andava di città in città, entrando nei negozi e nei centri commerciali gonfi di cose, negli alberghi e nei ristoranti, nelle fabbriche più disparate. E trovava mobili, vestiti, case. E ogni cosa aveva un valore per gli uomini, dall’umile candela che si compra per pochi spiccioli, all’auto di lusso che costa molti soldi, ai missili nucleari che solcano gli spazi infiniti e che nessun uomo potrebbe mai acquistare. Ognuno sapeva spiegargli il valore di quegli oggetti. Ma, a coloro i quali chiedeva “Quanto vale la vita?..” si sentiva rispondere con un misero “Non lo so” oppure “Non la vendono da nessuna parte”, magari seguita da uno sguardo di adulto sprezzante, o da una punta di saggia commiserazione. Preso di nuovo dallo sconforto, s’era incamminato verso Assisi per ritrovare quel simpatico signore, passando così per l’Africa martoriata dalle guerre fratricide senza senso, per l’Iraq  e l’Afghanistan insanguinati dalla guerra, per le periferie delle metropoli sventrate da droghe e dalla violenza, entrando in case in cui si uccide in silenzio la propria moglie o i propri figli. E così, sempre più smarrito, cercando la strada per Assisi, si era ritrovato in questo bosco, di fronte a me. Mentre stavo per metterlo al corrente della mia confusa incertezza, la nebbia si è diradata per un momento, e ci siamo ritrovati in una sconfinata deserto. Il vento alzava una nebbia calda di sabbia, e abbiamo scorto una lontana figura; era un aviatore che salutava, e ho visto che il Piccolo principe lo ha riconosciuto e gli ha sorriso, correndogli incontro e abbracciandolo forte. Piacerebbe anche a me riabbracciare chi ho perduto. E ho sorriso vedendoli salire abbracciati su quell’aereo e decollare, mentre il vento del deserto alzava la sabbia e faceva sparire tutto d’incanto. Ho sentito il bambino cantare una canzone nel vento. Diceva di aver capito che tutte le rose sono uniche, preziose, incantate. Come la vita di ogni persona. E sono tutte diverse e speciali: E  vanno coltivate, annaffiate tutti i giorni, con amore. Mentre svaniva nella sabbia nebbiosa, il piccolo principe salutandomi gridava: “Torno da lei, dalla mia rosa. Perché è unica. Insostituibile. Perché è la mia rosa” La nebbia è svanita d’incanto, ero di nuovo nel mio bosco e il sole tramontava, inondando di rosso le colline d’intorno, come accade ogni giorno. Pensando al ridicolo re dell’universo che gli ordinava di tramontare, ho sorriso.
Buon tutto!

Questo post è dedicato ai grandi che sono stati bambini una volta e poi se ne sono dimenticati. Perché si ricordino, come ci ha insegnato Antoine De Saint-Exupéry che “Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”

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C’era una volta il paese più ricco di risorse al mondo. Petrolio, oro, metalli, diamanti, uranio, coltan (polvere di cobalto e tantalite indispensabile per la telefonia), avorio. E Legno, tanto legno. Bambù, Tek, Ebano, Mogano: una foresta enorme, seconda solo all’Amazzonia. Il Congo. Poi sono arrivati LORO. Belgi. E poi Americani, Inglesi, canadesi, portoghesi, tedeschi. E più tardi Cinesi, Indiani. LORO, Presidenti e Amministratori delegati di multinazionali, con i loro gessati grigi, con la pochette sempre a posto, sbarbati di fresco, con le valige cariche di soldi, a braccetto con quei gentiluomini della Banca Mondiale e con i gruppi di potere locali a cui hanno riempito le tasche. LORO hanno fatto un grande miracolo: trasformare una foresta intatta di 125 milioni di ettari in risorsa per il LORO sviluppo. Centinaia di contratti, con cui hanno comprato 50 milioni di ettari di foresta (una superficie circa il doppio dell’Italia). Solo negli ultimi 2 anni, sono stati abbattuti 21 milioni di ettari di alberi (circa 7 volte la Lombardia). Ma LORO sono instancabili. E hanno fatto molto di più. LORO, i nuovi messia del ventunesimo secolo, hanno sfruttato gli odi tra i 242 gruppi etnici, amplificandoli, li hanno armati con le loro armi, scatenando guerre fratricide tra clan a cui hanno promesso una motocicletta per i capi tribù e pacchi dono – con ben 2 kg di sale e 3 scatole di sapone! – per la popolazione, in cambio delle sfruttamento perpetuo delle foreste. E sono riusciti, in 10 anni , a totalizzare oltre 3 milioni di morti e oltre 2 milioni di senza tetto. Guerre per l’indipendenza, lotta tra etnie? Favole, degne dei fratelli Grimm. Ormai ci si sbrana solo per far passare il confine a TIR carichi di oro, oppure per far partire piroscafi che galleggiano a stento, gonfi di tronchi spezzati pronti per il parquet. Passano illegalmente il confine, così un altro grande miracolo si compie: il Ruanda è il primo esportatore mondiale di coltan, l’Uganda è il secondo venditore d’oro del mondo ed entrambe forniscono il legno a mezzo mondo “civile”. Solo che non ne posseggono neppure un etto, un chilo, un tronco. Insomma, gli amministratori delegati delle multinazionali sono meglio di stregoni, fattucchiere, santoni. Anche Gesù di Nazareth, al loro confronto, con i suoi pani e pesci, fa tenerezza, poverino. Qui si moltiplicano miliardi di dollari per ingrassare clan mafiosi o, se va bene,  per costruire inutili distese di cemento in cambio delle ricchezze di minerali e di milioni di ettari di foresta. E la deforestazione selvaggia porta alla desertificazione, a scapito della povera gente del posto, dando anche una mano (evidentemente, ce n’è bisogno…) all’effetto serra in tutto il mondo. Povero Congo, dove si trova ancora il 70% dell’acqua dolce di tutta l’Africa, che basterebbe a dare energia a tutto il continente, e in cui invece manca spesso l’elettricità. Ricco di risorse per lo sviluppo economico eppure agli ultimi posti per reddito pro capite. Povero Congo, paese in cui la gente muore di fame davanti a coltivazioni sterminate di cereali destinati a diventare ecocombustibile per i SUV che inquinano le città americane ed europee.. Greenpeace ha anche provato ad avviare una campagna di sensibilizzazione sul disastro ambientale e civile del Congo, ma quelli di Greenpeace hanno solo la forza della loro umanità. Gli amministratori delegati invece hanno poteri magici, a loro Harry Potter gli fa un baffo. E’ una partita facile. Cemento contro legno. CO2 contro aria pulita. Imbecillità contro umanità. Non c’è lotta. L’ultima offerta è arrivata al Presidente del Congo dai cinesi, che hanno fregato sul tempo americani ed europei, che magari si vendicheranno scatenando un’altra guerra. Ma tanto, come diceva Trilussa, “So cugini e fra parenti nun se fanno i comprimenti”…Anzi, cantano in coro, tutti insieme, quella famosa canzoncina sul Congo, chi non la ricorda? Povero Congo. Povero mondo.
Buon tutto!
Questo post è stato ispirato anche dalla lettura di due interessanti post di un amico di Comicomix, Riccardo Gavioso, che con la sua penna ha graffiato le orche assassine qui e qui. E dalla recente lettura di un bel reportage dal Congo dell’inviato di Repubblica, Giampaolo Visetti

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Cattive notizie. Una nuova, catastrofica guerra potrebbe scoppiare, a due passi dall’Europa. Un contenzioso che rischia di deflagrare incendiando l’Oceano Atlantico. La guerra di Rockall, la roccia che ruggisce. Rockall è un’isola in mezzo all’Atlantico, posta a metà strada tra Scozia, Islanda, Irlanda e Isole Faer Oer (Danimarca). Un’isola? Rockall è un minuscolo scoglio, un pezzo di granito nero, 23 metri di altezza e largo 27 metri. Insomma, un miniappartamento. Eppure, Gran Bretagna, Islanda, Danimarca e Irlanda ne rivendicano da tempo la “proprietà”. E non sono mancate negli anni le piccole scaramucce, come quando nel 1955 la Gran Bretagna vi spedì un elicottero, o come nel 1984 quando un soldato irlandese tentò di occuparla e purtroppo affogò nell’Atlantico. Ora, però, i “fantastici 4” minacciano di fare sul serio. La guerra. Infatti, dopo l’approvazione delle nuove regole del diritto internazionale, entro maggio del 2009 (termine massimo fissato dalle Nazioni Unite) ogni Stato potrà ridefinire la propria “piattaforma continentale esterna” (in pratica, le proprie acque “nazionali”) che potrà estendersi fino a circa 500 km dalla linea di costa. E nessuna delle 4 intende fare a meno dello scoglio di Rockall. In Gran Bretagna è stato il vero motivo del cambio della guardia tra Tony Blair e Gordon Brown: la Regina Elisabetta, infatti, andava in giro nuda per Buckingham Palace dicendo “Toglietemi tutto, ma non il mio Rockall” provocando il povero Blair che, per evitare noie con sua moglie, ha preferito passare il testimone a Gordon Brown. In Danimarca, la regina da qualche tempo gira con in mano un teschio declamando “Essere o non essere a Rockall, questo è il problema”, e il premier danese non riesce più a nascondere l’imbarazzo nel corso degli incontri ufficiali, quando in molti (forse, schifati dal teschio) sussurrano: “C’è del marcio in Danimarca!”. In Islanda il diffondersi della rabbia popolare ha provocato un aumento della temperatura dei geyser che sembra sia la vera causa del riscaldamento del pianeta. Ma perché questa minaccia di guerra? Ovviamente, per cause umanitarie: per la giustizia e la libertà degli abitanti di Rockall. Lo scoglio è popolato da migliaia di molluschi e da qualche uccello che si ferma a riposare, durante le trasvolate. E ci sono dettagliate relazioni di scienziati,  idrografi e etologi, pronti a sostenere che si tratti di molluschi danesi, volatili islandesi, alghe irlandesi o onde scozzesi. E molluschi, volatili e pietre reclamano a gran voce la loro identità nazionale, l’amor di patria, la libertà: grandi ideali, per cui vale battersi fino alla morte, se necessario. Quei dispettosi terroristi di Greenpeace, invece, sostengono da tempo che la vera causa di tanto affannarsi sia nella presenza di grandi riserve di petrolio e gas naturali nei dintorni dello scoglio, a qualche centinaio di metri di profondità. Ma niente sembra poter fermare gli eserciti di mezza Europa. La parola d’ordine è già lanciata; come disse Garibaldi: “O Rockall, o morte”. La libertà è un bene prezioso, anche per i molluschi, costi quel che costi. Ora i diplomatici dell’Onu sono al lavoro per scongiurare la catastrofe: si attende l’inizio dei negoziati, fissati a partire dalla prossima settimana, a Reykjavik, in Islanda. Nel frattempo, tutto il mondo, molluschi di Rockall inclusi, trattiene il fiato.
Buon tutto!
Questo è il nostro modo (come sempre, un po’ sciocco…) di partecipare al blog action day. Fatelo anche voi, se vi va…

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