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Giorgio De Falco, il famoso capitano della notte del naufragio della Costa Concordia, quello che diede il famoso ordine a Schettino coordinando i soccorsi da terra, è stato trasferito ad altro incarico, di carattere amministrativo, meno prestigioso del precedente.

De Falco Schettino

Le ragioni possono essere mille. Giorgio De Falco ne adombra alcune non proprio edificanti. In realtà, le ragioni del “demansionamento” del Capitano De Falco non interessano. Interessa che dei due protagonisti della vicenda, il Comandante Schettino si diverte e viene pure invitato a dare lectio magistralis in un’Università italiana; il funzionario De Falco non ha ricevuto né encomi, né promozioni e viene rimosso dall’incarico. Pare quasi di sentire qualcuno urlare: Capitano De Falco, torni a terra, cazzo!.

L’Italia è davvero uno straordinario Paese. Sembra davvero difficile riuscire a renderlo – almeno un po’ – normale. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Che fantastico Paese è l’Italia! Un Paese dove, anno dopo anno, cresce il numero delle famiglie contrarie alle vaccinazioni. Quelle obbligatorie contro difterite, poliomelite, tetano, epatite; malattie letali, che proprio grazie alla vaccinazione non mietono più vittime in Italia. O quelle contro morbillo, parotite, rosolia; malattie non letali, ma comunque poco simpatiche se prese in età adulta, specie la rosolia. Sono ormai circa il 5 per cento le famiglie che vi rinunciano, per motivi vari, dalla paura allo scetticismo. Ma sono moltissime – pare oltre il 15 per cento – quelle che vaccinano i figli, ma con molti dubbi.

Doctor giving a child an intramuscular injection in arm, shallow DOF

Che fantastico Paese è l’Italia! Un Paese dove, anno dopo anno, cresce il numero delle famiglie che si rivolgono a terapie “alternative”, non validate dalla comunità scientifica internazionale. Terapie che solo molto raramente si dimostrano poi efficaci ma che, alimentate da una stampa piena di cialtroni e da giudici che pensano di potersi sostituire a medici e ricercatori, pretenderebbero persino che il Servizio Sanitario Nazionale – cioè tutti i contribuenti italiani – le finanziassero. Non sono poche le famiglie che lo vorrebbero, per motivi vari, dalla disperazione alla reale convinzione. Ma sono molte di più quelle che, in nome del “perché non provare”, sarebbero favorevoli alla somministrazione a cura dei nostri ospedali.

Un grido ancora flebile, ma che cresce giorno dopo giorno: Stamina sì, vaccinazioni no. Che fantastico Paese è l’Italia!

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Non ci crederete, ma pare che la crisi stia finendo. Quasi tutti sono d’accordo, e diversi indicatori congiunturali che “leggono” con un discreto grado di affidabilità il futuro concordano: l’autunno porterà la ripresa in molte parti del mondo e – incredibile, ma vero – anche in Italia. Tutto bene? Manco per sogno, e per svariati motivi.

Primo: sarà una ripresa “asimmetrica”, selettiva: premierà le imprese esportatrici – perché a tirare sarà l’Export; ma non tutte: quelle che sono state più abili a riposizionarsi nei mercati “emergenti”: Russia e Medio Oriente in primis. E che sono riuscite a non perdere quote negli USA.

Secondo: sarà una ripresa senza occupazione. Ne beneficeranno alcuni, ma non tutti. Perché le imprese esportatrici in genere sono quelle più grandi, più capitalizzate, con maggiori capacità di delocalizzare. Anche per guadagnare produttività.

Ma sarà comunque salutare. Perché salterà un alibi che sta da anni bloccando qualsiasi tentativo di scrostare il vecchiume del sistema produttivo italiano. L’alibi della crisi, la panzana che stiamo tutti male e dunque “mal comune, mezzo gaudio”.

Quando il mondo sarà ripartito tutto, e saremo gli unici a combattere con la stagnazione, saremo al bivio: o ci svegliamo e cambiamo. O ci restiamo secchi.

E non ci sarà nessun Napolitano o nessun Draghi a salvarci, allora.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Silvio Berlusconi, mister spread 585, quello del “chi se ne frega se sfondiamo il tetto del 3 per cento tra deficit e Pil”, sicuramente ieri sera ha canticchiato una canzoncina tipo questa, pensando al crollo delle borse di ieri. E, probabilmente, tutti quelli che non hanno investimenti in titoli o fondi – e sono la stragrande maggioranza di noi, inclusi i 36 piccoli lettori di questo spazio – avranno fatto altrettanto.

Purtroppo, sia Silvio che la stragrande maggioranza degli italiani che se ne fregano della borsa, dello spread e del deficit hanno torto. Perché i crolli sono sì dovuti alle solite oscillazioni della speculazione, ma anche alla certezza che la Banca centrale americana sta per chiudere la stagione del “denaro facile”. E dunque dei tassi d’interesse sotto zero.

E’ facile capire che per chi è indebitato – e l’Italia lo è, uno dei Paesi più indebitati del mondo – la fine della lunghissima stagione dei tassi sotto zero non è un problema: è un dramma. Un aumento dei tassi d’interesse – che significa, anche a parità di “spread”, la necessità di pagare più caro il debito che comunque saremo costretti a fare nei prossimi anni – vuole dire più fabbisogno. Quindi, più tasse (o meno spese).

Per un Paese allo stremo, che avrebbe bisogno di tempo per riprendersi, di un allentamento della stretta fiscale, potrebbe essere il colpo di grazia. Anziché pensare ad un ritorno della finanza allegra, tentazione bipartisan (e anche 5stellata) bisognerebbe finalmente decidersi a pensare a come salvare l’Italia.

Campa cavallo, che l’erba (non) cresce.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

In Italia un sacco di gente ha problemi di lavoro: molti non ce l’hanno, o hanno lavori poco pagati e precari. Altri invece subiscono turni troppo lunghi, giornate festive passate in fabbrica o nel centro commerciale, e finiscono per non avere una “normale” vita personale. E protestano.

Potrà sembrare un paradosso, in tempi di crisi. Invece non è così. E’ una questione seria, che chiama in causa la cattiva organizzazione del lavoro (e della società). Perché, crisi a parte, aperture festive dei centri commerciali o estensione degli orari di lavoro nelle fabbriche possono servire ad aumentare il numero dei lavoratori a parità di ore lavorate ciascuno; oppure per aumentare le ore lavorate da ciascuno, a parità di lavoratori. E non è la stessa cosa.

Perché innesca una sorta di “guerra” tra poveri: tra chi è arrabbiato perché non ha lavoro e chi protesta perché lavora troppo. Perché il “peso” del welfare finisce sui “privilegiati” che lavorano, anzi super lavorano che devono “mantenere” gli altri.

Lavorare meno, lavorare tutti, si diceva una volta. Forse è il caso di riparlarne.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

La vicenda dell’accorpamento delle province è forse la più evidente dimostrazione che nel nostro Paese la situazione – come diceva Flaiano – è grave ma non è seria. Ci hanno scaramellato gli zebedei per anni sulla loro inutilità, sul loro costo, sui magnifici risparmi che si sarebbero realizzati dalla loro dipartita. Forse esagerando anche un po’.

Ora che dopo decenni di letargo un governo decide non di abolirle ma di sfoltirle, ci si sarebbe aspettati un plauso generale, ad eccezione della “casta” dei politici ed amministratori che si vedono sfilare la poltrona. E invece?

E invece. Perché “siamo tutti cittadini del mondo” ma siamo soprattutto dei “provinciali”. Ed ecco che la “società civile” scopre improvvisamente l’importanza del campanile, con un fiorire di iniziative e prese di posizione, da nord e sud, da est a ovest.

Gente comune accanto a insospettabili economisti fautori del rigore come Giacomo Vaciago (ex sindaco di Piacenza) riscoprono improvvisamente quanto sia importante per le comunità “riconoscersi” dietro la bandiera provinciale. In fondo non si risparmierebbe poi tanto, dicono. E comunque, meglio spendere un po’ che finire sotto “quelli là” (che siano udinesi, parmensi, perugini, avellinesi o baresi poco importa).

Ma sì, salviamole queste benedette province. E salviamo anche le municipalizzate, salviamo anche le comunità montane, le circoscrizIoni, le sedi di prefettura, i tribunali, tutte quelle bandierine che ci rendono orgogliosi e fieri di essere fieri del nostro paesello. Chiudiamo invece gli ospedali, gli asili, togliamo i servizi ai disabili, lasciamo con le pezze al culo gli esodati.

L’importante sarà farlo sventolando il gonfalone della nostra provincia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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