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L’Italia affonda. Intanto, un giorno sì e l’altro pure, il “mondo che conta” (politici, giornalisti e compagnia cantanti) balla. E il popolo? Se gratta. Sarà uno sproloquio semi-qualunquista, ma non è facile continaure a sopportare il tourbillon quotidiano di dichiarazioni, controdichiarazioni e contro-controdichiarazioni su articoli 18 e 19, sul’ombelico di Berlusconi e l’alluce di Salvini, su improbabili riforme istituzionali, su pali e frasche. Mai una discussione, approfondita, sulle cose concrete. Due piccoli esempi.

Italia affonda

C’è una proposta, che gira da tempo, su un possibile prelievo progressivo su parte della differenza tra contributi versati ed assegno di pensione percepito (in pratica, un “regalo” garantito dalle vecchie regole pensionistiche) sulle pensioni di importo pari a duemila euro: un intervento che chiederebbe a solo il 10 per cento dei pensionati che hanno un reddito più alto (e che possiedono il 27 per cento del totale delle pensioni) un contributo medio pari a meno di un quarto di quanto non è giustificato dai contributi che hanno pagato. Sarebbe un intervento equo e garantirebbe circa 4,2 miliardi di euro l’anno. Ma non se ne parla.

C’é un’altra proposta, che gira da tempo, di riforma dell’IVA per contrastare l’evasione fiscale (e non solo e non tanto quella “da sopravvivenza”) con un complesso di interventi che se applicata “draconianamente” varrebbe a regime – 3 anni – oltre 40 miliardi di euro (circa 19 il primo anno). Anche applicandola in modo “soft” garantirebbe bei soldini, qualche miliardo di euro l’anno. Ma non se ne parla.

Potrebbe finanziare un sacco di cose: una riduzione dell’Irpef, o dell’Irap, senza tagliare la spesa sanitaria. Quella parte di Jobs act per una nuova tutela per chi perde il posto in sostituzione dell’iniqua cassa integrazione. Una parte di spesa sociale per infanzia e famiglie. Ma non se ne parla.

Ci sono queste, e anche altre proposte. Magari discutibili. magari da discutere. Ma non se ne parla. Si preferisce ciurlare nel manico. A destra, centro e sinistra. E in quel mare magnum che è ormai il Pd. Si preferisce ballare. Qualcuno parla ancora della Legge di Stabilità 2015?

Ballando ballando, l’Italia continua ad andare a fondo. E chissà che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Nessuno l’ha proclamato, ma ieri c’è stato uno sciopero. Lo sciopero degli elettori; per il momento limitato a due regioni, Emilia Romagna e Calabria. Poi, si vedrà. Ed è perfettamente riuscito.

sciopero-elettori

E’ stato uno sciopero generalizzato. Anche se, come è spiegato qui, qualcuno (Beppe Grillo) evidentemente poco avvezzo a far di conto ne ha pagato un prezzo più caro di tutti. Ed anche se qualcuno non ne ha risentito (Matteo Salvini), anche se non può cantare proprio vittoria, com’é invece spiegato qui.

Ma, con buona pace del premier e segretario del Pd (Matteo Renzi) a cui auguro di riuscire davvero a cambiare l’Italia che ne ha un gran bisogno, che certo ha vinto le elezioni ma perso metà dei suoi voti di qualche mese fa, com’é spiegato ancora qui, c’è poco da cantare vittoria per il 5 a zero e dire che l’astensionismo è un “problema secondario”. Perché quando c’é, se c’é, uno sciopero generale, anche se riesce, non è che debbano cadere i governi.

Ma quando c’é uno sciopero degli elettori, che sembra perfettamente riuscito (e che ha molte ragioni spiegabili, non tutte ascrivibili all’attuale governo – la questione non è vincere o perdere un Presidente o una Regione. La questione è che cade proprio la democrazia: #PensaciMatteo. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

I sindacati degli statali proclamano lo sciopero generale, perché per il sesto anno consecutivo non si rinnovano i contratti e si tengono fermi gli stipendi. Questo, mentre la crisi dura da sei anni, la disoccupazione aumenta, le prospettive di ripresa non si vedono e il debito pubblico cresce.

sciopero-statali

Non bisogna liquidare questo sciopero degli statali con battute becere. Sono lavoratori, spesso non ben pagati, spesso – al di là delle stupidaggini che si dicono – competenti e professionali. Molti dei loro lavori sono indispensabili per la società; ed un aumento di stipendio favorirebbe anche l’aumento della domanda aggregata (anche gli statali, nel loro piccolo, sono consumatori). Eppure – ed è uno statale a scriverlo – è difficile comprendere le ragioni di questo sciopero. Per due motivi.

Il primo, è che lo stipendio degli statali lo paga, ovviamente, lo Stato. Uno Stato che trova le risorse essenzialmente con tasse o indebitandosi, e che da da molti anni – a causa della propria difficile situazione finanziaria – è costretto semmai a tagliare: servizi, investimenti, pensioni, sanità. E nulla lascia prevedere che nel prossimo futuro si troveranno risorse aggiuntive gratis. Il secondo, è che – al contrario di tutti gli altri lavoratori – i dipendenti statali sono abbastanza “garantiti” (almeno per ora) sul fatto che non rischiano nel breve-medio termine di perdere il posto. E questo è ovviamente urticante per tutti gli altri: operai, precari, disoccupati, cassintegrati.

Bisogna fare attenzione e non cadere nella demagogia: il rischio di una guerra tra poveri è dietro l’angolo. Un rischio che fa paura a chi, come chi scrive, ha visto due sue colleghe, due povere criste senza colpa, ammazzate da un balordo nel loro posto di lavoro. Ma è proprio per questo penso che lo Sciopero degli Statali oggi sia uno sbaglio.

Certo, c’é chi dirà: e attacchiamo gli evasori. Giusto. E c’é chi aggiungerà: facciamo la patrimoniale. E così via. Ma la perplessità non svanisce. Perché dev’esser chiaro a tutti che, almeno finché non riparte l’economia – e chissà se ripartirà, e quando – rivendicazioni salariali per il pubblico impiego, anche quando comprensibili, sono difficilmente proponibili. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

(anche gli statali, nel loro piccolo, sono consumatori). Eppure – ed è uno statale a scriverlo – è difficile

La democrazia rappresentativa è il miglior sistema del mondo: non ne esiste uno migliore. Bisogna ripeterselo, leggendo che all’Assemblea Regionale Siciliana, l’ARS, in 2 anni di legislatura 43 deputati su 90 hanno fatto i saltafossi; cioè, hanno cambiato casacca, partito, il gruppo consiliare a cui appartenevano.

saltafosso

Bisogna ripeterselo. Perché solo i cretini non cambiano mai idea. Bisogna ripeterselo, perché gli spostamenti sono stati 62: ci sono deputati siciliani che hanno cambiato partito 4 volte in due anni. La democrazia rappresentativa è bella, è il miglior sistema del mondo. Ripetiamocelo mentre leggiamo che 14 deputati non hanno solo cambiato partito, ma anche schieramento; gente che in campagna elettorale urlava due anni fa “il Pd mi fa schifo” adesso è deputato regionale del Pd. E un grillino è diventato del Psi.

La democrazia rappresentativa è bella, anche se in media ogni 10 giorni un deputato ha cambiato casacca. L’hanno fatto non perché sono dei saltafossi, ma per non annoiarsi; anche perché solo i cretini non cambiano mai idea. All’Ars come a Roma.

La democrazia rappresentativa è bella, il miglior sistema del mondo. Sono i suoi rappresentanti (e talvolta anche i rappresentati) a volte a fare un po’ schifo. E chissà che verrà dopo, o se preferite what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

La Legge 194, quella sull’interruzione di gravidanza, suscita da sempre passioni contrastanti; ci fu anche un rederendum epocale, molti anni fa. Ma, come sempre accade in Italia, più delle battaglie delle idee può la pratica dis-applicazione dei principi e delle norme. Siccome una fetta consistente di professionisti sanitari (medici, anestesisti, infermieri) fa obiezione di coscienza – diritto riconosciuto dalla Legge – in pratica in gran parte dei presidi sanitari il diritto all’interruzione di gravidanza, semplicemente non è garantito. Lo ricorda la Laiga, un’associazione di ginecologi che è proprio in questi giorni a congresso a Napoli.

legge-194

Dice: e capirai che novità! Quando si parla di diritti – e specialmente di quelli femminili – da tutelare, chissà perché la maggioranza di noi volta semplicemente la testa dell’altra parte. Vero. Proprio per questo, è utile ricordare che non ci si deve rassegnare a vedere calpestato un diritto (e questo, comunque la si pensi sul tema dell’interruzione di gravidanza, è un diritto). E che, se è giusto rispettare le convinzioni etiche dei singoli, e molto più giusto garantire che un diritto previsto da una Legge italiana sia tutelato. I sistemi ci sono, e in qualche posto d’Italia qualcuno ci prova. Noi, se propiro non riusciamo ad incazzarci, almeno ricordiamolo. E ricordiamolo ai nostri rappresentati, che lì ci starebbero anche per questo, oltre che per discutere d’aria.

Perché un Paese che calpesta i diritti che dice di voler garantire, tanto lontano non va. E chissà che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

La storia di Brittany Maynard si è conclusa, come avrete letto qui. La storia di Lauren Hill è ancora in corso, invece. Lauren è una ragazza malata di tumore senza più speranza di sopravvivere; aveva un sogno: giocare nella Wnba, la massima lega femminile di basket.

Lauren Hill

Per permetterle di realizzare – almeno in parte – questo sogno, la Ncaa ha anticipato l’apertura della stagione, e Lauren ha giocato ed è andata a canestro con la squadra del suo college di terza divisione, il St. Joseph in Ohio, in un tripudio di folla.

Non so se tutto questo siano belle storie commoventi per i media che passeranno (perché tutto passa e va). Non so se ci sia una riposta, perché forse non c’é neppure una domanda. So solo che, grattata la superficie dell’evento, delle campagne stampa o di quelle social restano persone. Esseri umani che come noi faticosamente si muovono su questa terra; come noi, legate ad un filo sottile che può spezzarsi in qualunque momento, alla ricerca di un senso che non c’é.

Eppure, se penso a Brittany Maynard che se n’é andata e a Lauren Hill e al suo canestro, un senso provo ad intravederlo. E penso che è vero che la vita è una battaglia da combattere quotidianamente, senza arrendersi mai, ma solo fino al giorno in cui è degna di essere vissuta. Questo insegnano Brittany e Lauren. Così lontane, così vicine a noi.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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